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Full text of "Storia della letteratura in Italia ne' secoli barbari"

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STORIA 

DELLA 

LEnERATURA IN ITALIA 

ne' secoli barbari 



;• , X 



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STORIA 



LETTEBATURA IN ITALIA 



NE' SECOLI BARBARI 



EMANUELE GELESIA 



VOLUME PRIMO. 




GENOVA 

TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO*MUn 

1882 



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Proprietà letteraria 



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AVVERTENZA 



Diedi forma e intendimenti di storia ad una 
serie di lezioni accademiche sugli scrittori de' 
bassi tempii da me svolte negli anni 1878-79 
alla studiosa gioventù delV Ateneo genovese. 

Se potessi sperare dalla critica odierna 
quelle oneste accoglienze eh' ottennero da' miei 
numerosi uditori^ io n'avrei largo compenso 
al lungo studio e al grande amore^ che m' ha 
fatto cercare tanti dimenticati volumi. 

E. CELESIA. 



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CAPO L 
SEVEKINO BOEZIO 

SOMMARIO. 



Introduzione — La nuova critica — Teoria dell' evoluzione 
applicata alle lettere — Necessità di risalire alle origini — 
La civiltà antica e la nuova — Entrambe rappresentate da 
Severino Boezio — Sua nobile vita — Supplizio — Cenni 
sulla morte di Simmaco — Quanto Boezio fosse innanzi nelle 
scienze fisiche e naturali — E neUe matematiche — Opere 
filosofiche — Si rafferma V autenticità de' suoi scritti teologici 
— Il Libro Della Consolazione. 



Le conquiste del pensiero moderno, i trionfi della 
scienza e le nuove vie dall' istoria tracciate , pur 
troppo non valsero ancora a sprigionare lo spirito 
umano da quella cerchia d' errori che d' ogni parte lo 
serra, e gli ruba la luce del vero. L'istoria lette- 
raria, in ispecie, non seppe ancora rinvenire entro i 
ruderi del passato i germi delle odierne sue condi- 
zioni, e i presagi dell' avvenire. E dico presagi del- 
l' avvenire, poiché s' egli è delirio l' atteggiarsi a pro- 
feta de' suoi futuri destini, chi ha fiore di discre- 
zione ben vede che il penetrare quanto più e' è dato 



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iù qciet' 9ei?^i|ii -colla' deduzione dei casi passati e col- 
r istituire su quelli un calcolo di probabilità razio- 
nale, sia lecito, anzi sia debito di ogni savio scrit- 
tore. 

Una critica eunuca e accademica tenne finor costi- 
pata la storia delle nostre lettere in troppi angusti 
confini: rado avviene trovar chi risalga oltre i limi- 
tari del secolo XII. Ma le vicende letterarie dei sette 
ultimi secoli hanno i loro incunaboli nell' età prece- 
denti; e chi intende sequestrare la modernità dai 
tempi anteriori per considerarla^ non già come un grado 
diverso d'una evoluzione medesima, si bene come 
parte che stia di per se, non farà mai opera frut- 
tuosa e durevole. La relazione storica è un elemento 
irrecusabile degli studi moderni : l'antico e il nuovo 
compenetrandosi, mutualmente si compiono. Le au- 
dacie dello spirito umano ne' suoi strati più antichi 
prepararono i miracoli della nostra letteratura : onde 
il debito in noi di addentrarci ne' labirinti di quel- 
r età poco nota col filo del senso moderno , scoprir 
r eflìgie dei suoi grandi uomini adulterate dal tempo, 
lumeggiarne le idee di tanto trasfigurate dal loro 
primo concetto , mostrarne 1' affinità , trattare in- 
somma queir ombre come cosa salda. Lo studio, scrive 
il Trezza, — veramente critico de' fenomeni umani 
non può essere che uno studio delle relazioni che ten- 
gono fra di loro; cioè l'analisi di quelli antecedenti 
storici che sembrano accidentali al fenomeno stesso, 
ma che invece costituiscono le parti organiche della 

sua vita La critica comparata è qualche cosa di 

più profondo e di più scientifico che quel pellegrinare 
erudito che interroga cosi per diletto le flore e le 
faune estetiche degli altri paesi: è la storia delle 
loro evoluzioni organiche, la quale contiene in se 



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9 

medesima la sua legge che si manifesta negli ante- 
cedenti che ne hanno determinato il modo e le 
forme. — 

E ogni forma invero presuppone una catena di 
forme anteriori, che man mano si svolsero con gra- 
duati incrementi. Avviene de' secoli ciò che avviene 
de' grandi intelletti, i quali confiscano a proprio van- 
taggio il merito d'una moltitudine senza nome che 
li precesse. Un sol uomo non basta a creare un' o- 
pera immortale : è mestieri vi concorra un' età , un 
popolo intero. Il genio non è che la sintesi di molte 
generazioni. Il Vico intravedea questo vero colla nota 
sua formola — la sapienza volgare precede alla sa- 
pienza riposta. — 

Ond' è che io mi propongo indagare la storia dello 
stato intellettuale d' Italia in quei secoli che preces- 
sero il suo risorgimento letterario e civile: secoli 
che per inveterato uso soglionsi erroneamente dir iar- 
bari. Ultimo asilo alle lettere antiche, primo focolare 
dell' arte nova , l' Italia non fu barbara mai, sebben 
corsa, guasta e taglieggiata da barbari. Gli studi 
nostri verranno a rincalzare un tal vero; e chi non 
ignora non potersi i fenomeni storici interpretare che 
rifacendosi alle loro primitive sorgenti , dacché ogni 
caso recente abbia la sua connessione in altri casi 
lontani, farà buon viso ad un tentativo che varrà 
forse a sgroppar nodi e problemi finora insoluti. La 
teoria della evoluzione , onde di tanto avvantaggiansi 
le fisiche discipline , applicata agli studi letterari , 
darà loro valido impulso a progredire; il nuovo me- 
todo recherà la sua face negli oscuri ipogei della 
storia: 'e allor raffrontando tra loro i diversi stati 
dell' umano intelletto , non potrà che a più doppi 
chiarirsi la realtà storica. 



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10 

Lo splendor delle lettere , per quantunque fioco ta- 
lora apparisse, non tramontò mai del tutto tra noi. 
Quel bujo profondo , queir emisferio d' ignoranza e di 
tenebre, quella barbarie di cui ci favoleggiano gli 
storici dalle idee preconcette , dileguerà a un tratto 
sol che pia addentro si penetri in queir età si poco 
ancora in tutte le sue parti indagata. Gli scrittori 
intesi a copiarsi a vicenda, diedero vita ad un error 
continuato che ormai vuoisi distruggere. E invero 
l'unità fra i tempi classici e i tempi cristiani inai 
non venne interrotta: l'Italia nostra fu sempre de- 
positaria di un grande concetto, la fiaccola a cui si 
accesero tutte le moderne colture, la sola custodi- 
trice del pensiero religioso, letterario e civile. La 
civiltà d' Europa non è che latina. Perciò i tempi 
moderni non ponno rinnegare il medio evo, quasi 
un'epoca muta di ogni luce di studi. Anch'esso tras- 
mise a noi qualche sacro deposito, a cpi la civiltà 
nostra sotto più aspetti si lega : mancava l' arte del- 
l' osservare e dello esperimentare , ma pur qua e là 
traluceano lampi meravigliosi di verità; onde il de- 
bito in noi di profondamente studiarlo. 

La scuola d' oltre Reno, che tiene col disfacimento 
del mondo romano essersi dileguata ogni aura di 
vita da noi , e che a dar nuovo rigoglio all' estenuata 
nazione abbisognasse la trasfusione de' sangui barba- 
rici, omai non ha più seguaci. Il vecchio romanzo 
degli innesti settentrionali , le speciose teorie di quelli 
inneggiatori de' barbari, che ne' tempi di mezzo veg- 
gono riciso il filo della classica antichità, e nelle 
ruine di quelli avvolgersi un muto gregge di schiavi, 
cadono innanzi alla luce dell' istòria, che mostra l'im- 
manenza degli antichi elementi, e le reliquie della ci- 
viltà romana, per virtù de' nuovi bisogni, risvegliarsi 



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II 

a giovane e vigoroso consorzio. La robusta persona- 
Ktà organica delle razze invaditrici cesse in breve alla 
gentilezza del sangue latino , e non esercitò che una 
ben povera azione nello svolgimento del pensiero mo- 
derno , eh' è figlio di una lenta elaborazione de' 
nuovi elementi confusi agli antichi. 

Dissi, nuovi elementi ; e invero un principio unico 
e prevalente informava le società antiche : guerriero 
in Eoma, mercantesco in Cartagine, popolare in Grecia, 
teocratico in Egitto, monarchico in Asia. Per l'op- 
posto nel medio evo diversi principi e molteplici 
forze cospirano a tener desta la sua operosità, come 
ebbe già a chiarire Y acuto intelletto del Roma- 
gnosi, n tesoro della latina sapienza che rinviensi ne' 
nostri Statuti, insertavasi colle nuove esperienze di 
una nazione, che traendo auspici dal suo glorioso pas- 
sato, divinava un nuovo avvenire. Essa fulmina in 
campo i suoi nemici, abbatte in casa i feudatari, 
svincola le possessioni , ne divide le terre , chiama 
tutti i suoi ceti , fino i più umili , al reggimento della 
cosa pubblica: converte, senza cessare d'esser cre- 
dente , le crociate in vaste operazioni di traffico : 
corre i mari , crea colonie neir arcipelago e nella 
Tauride, e reca in patria la lingua, le spoglie, la 
sapienza del domito oriente. 

Se la letteratura è lo specchio fedele della vita d'un 
popolo, questa vita fa mestieri studiarla nelle gesto 
anzidette, rimontando alle origini, poiché soltanto mo- 
vendo da quelle, ci sarà dato seguirla ne' suoi fu- 
turi trionfi. E noi della letteratura italiana pur troppo 
non conosciam che sola una parte: quella che s'i- 
nizia col secolo XIV e viene fino a' di nostri. Ma 
potrem con ciò dire di veramente conoscere la storia 
del pensiero italiano? Al di là del trecento, in quei 



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12 

secoli che si vollero finora rappresentati come un a- 
bisso di tenebre, non vi ebbe forse una vita, un 
movimento, una forma che lentamente si svolse e 
crebbe e ingiganti per modo, che giunse a creare nel- 
r arte le nostre basiliche, nella politica il reggimento 
di popolo , nella veste una lingua nova , nel concetto 
la Divina Commedia^ 

Tre diversi periodi vanta il pensiero italiano : il 
periodo latino, di cui non è del nostro istituto occu- 
parci: quel di trapasso ed il novo che nasce da 
quello. Non è chi non vegga F intimo nodo di con- 
giunzione che entrambi collega. Se nel fanciullo si 
presente T uomo , noi dobbiam risalire a quella in- 
fanzia della nazione, in cui stanno, come in germe, 
sepolte tutte le manifestazioni dell' arte futura. Ogni 
genere di letteratura trova infetti le sue origini ne' 
secoli barbari. La cronaca apre il sentiero alla storia; 
dai Misteri nasce il dramma moderno. La rima e i 
canti del popolo , la scolastica e le filosofiche audacie 
son proprie di queir età sconosciuta. La eloquenza 
stessa dovette esservi in fiore, e se pochi esempi ne 
restano, non per questo assi a disconoscere un fatto 
che ogni cosa concorre a dimostrare. Un paese in 
cui primamente si svolse T assetto a comune, che 
lungamente poi combattè per rivendicare le libertà 
popolari, un paese in cui le repubbliche durarono 
oltre quattro secoli, ed in cui tennero il campo di- 
sputazioni gravissime vuoi politiche, vuoi letterarie, 
non poteva esser povero di grandi oratori. 

E r arte anch' essa innovavasi : non più X arte 
plastica della gentilità greco-latina, ma quella che 
rappresenta il mondo dello spirito, ed alla sensazione 
ed alla materia sostituisce la coscienza, l'ideale e lo 
slancio dell' anima. Il Cristianesimo ebbe tra noi per 



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13 

eflfetto di additarci e munire le nuove vie del pen- 
siero, senza astringerci a rinnegare le forme antiche. 
Noi sotto più aspetti siam sempre latini, classici 
sempre. La tradizione romana sotto Y impero dei Gk)ti 
ingentilisce i conquistatori, né venne manco in appresso; 
rivivono gli ordini municipali , rivive il sistema delle 
leggi civili; i vinti, Cassiodoro e Procopio l'atte- 
stano, pareggiavansi ai vincitori. L'istessa domina- 
zione longobarda, così truculenta ne' primi impeti 
della invasione, man mano va mitigandosi, a tale che 
veggonsi le assemblee de' padrifamiglia e del clero 
eleggere i vescovi e creare i loro maestrati. Le cor- 
porazioni de' medici, degli avvocati e de' notai ri- 
salgono al secolo Vili: e quel profondo concetto della 
antichità che si palesa mirabile nei glossatori del- 
rXI e XII secolo, fa fede, come tiene il Quinet, 
eh' essi n' erano i continuatori e gli eredi. 

La civiltà nuova non distrusse l'antica: la re- 
staurò completandola nelle parti sue difettive. L' I- 
talia doveva rifarsi ; innanzi a lei balenavano da un 
lato le gloriose memorie dell' impero romano : dal- 
l' altro aspreggiavala la selvatichezza de' suoi nuovi 
conquistatori. A quai materiali doveva stender le 
mani per eriggere il nuovo edificio della sua civiltà.^ 
Troppo potentemente parlavano in lei i fasti del Cam- 
pidoglio , il giure romano, la lingua degli antichi scrit- 
tori, per non respingere tutto ciò che avea qualche 
appicco somiglianza co' barbari. E affermò quindi 
la parte antica della immortale sua storia, di cui 
tanti monumenti tuttavia le restavano, pur edifi- 
cando sulle rovine di quella una civiltà nova, che fu 
lume e insegnamento delle nazioni. Ciò chiarisce come 
essa intendesse dapprima a significare nell' idioma del 
Lazio i suoi concetti, le sue leggende, i suoi novi 



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14 

Msogni; ma quando poi questi crebbero a tale che 
più non ebbero rispondenza nella decaduta lingua la- 
tina, travasò nella parlatura del popolo quanto in lei 
traboccava di dolore, di speranza e di fede, e in- 
nalzò il suo volgare agli onori dei trionfi avvenire. 
Da quel giorno la nostra letteratura divennne bilingue, 
avendo noi, come saviamente avverte il Settembrini 
— espresso il pensiero e la vita nostra non pur nella 
lingua viva del popolo, ma ancora e prima e lunga- 
mente nella lingua latina. E però chi vuole l'intera 
rappresentazione del pensiero italiano, non deve cer- 
carla soltanto negli scrittori che usarono Y italiano , 
ma in quelli ancora che usarono il latino... — Savio 
e giusto disegno ch'ei non volle o seppe incarnare, 
non men degli altri scrittori delle nostre letterarie 
vicende, da Adolfo Bartoli in fuori, che informato a 
questo concetto, ne trascorse assai dottamente i primi 
due secoli. 

E invero il latino costituisce anch'esso una forma 
del pensiero italiano ; il Cristianesimo 1' accettò per 
suo idioma : i bàrbari deposero V asprezza delle is- 
pide loro loquele per balbettare in suoni stroncati 
r idioma de' vinti ; 1' unica letteratura che sot)ravisse 
al grande naufragio delle lettere antiche era latina, 
e sotto auspici latini s' apre il glorioso periodo del 
nostro risorgimento politico e letterario. Era adunque 
omai tempo di por l' ingegno allo studio d' un' epoca 
in cui fermentavano i primitivi germi della civiltà na- 
zionale. E noi r osammo : se con fausta o improspera 
sorte ne giudichi il discreto lettore. 

Sui primi limitari del mondo barbaro grandeggia 
un sovrano intelletto, che abbraccia ad un tempo la 
civiltà antica e la nuova Torquato Severino Boezio, 



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*5 

uomo di azione e di lettere, come sempre i migliori 
tra noi , raccoglie in se solo quanto di maestoso ancor 
restava delF antica Roma ; primo dell' età sua, ei ne 
personifica la religione, la filosofia, le matematiche e 
la poesia : ispiratore d' opere egregie a un re goto , 
coopera all'unità del regno italico: incorruttibile in 
corte ed in senato, si porge imitabile esempio di virtii 
domestiche e cittadine , e innesta infine la palma del 
martire a una vita spesa fra gli studi e la carità 
della patria. La luce che sfolgora dalle opere sue 
riempie le scuole d' Italia e d' Europa ; Alcuino, Beda, 
Bacone in Inghilterra , Abelardo in Francia , Alberto 
Magno in Germania , Tommaso di Aquino , Dante , 
Petrarca e Fibonacci in Italia n^ calcano le rag- 
gianti vestigia; il De Buti, chiosatore della Divina 
Commedia, affermava occorrere non manco di settan- 
tasei richiami ai libri di Boezio nel sacro poema. 

EampoUo delle illustri prosapie ^degli Anicii e dei 
Manlii , nacque nell' anno 455 in Roma da Flavio 
Boezio console. Diede opera agli studi in Atene, ove 
lungamente ebbe stanza, volgendo dal greco in latino 
il fiore degli antichi filosofi. Reduce . in patria nel- 
r età dì ventotto anni , preceduto dalla fama del suo 
sapere e delle virtù sue, fu ascritto tra i senatori, 
quando appunto e' divisavano chiamare in Roma Teo- 
dorico, che, vinto Odoacre , signoreggiava in Ravenna 
col -titolo di re d'Italia. In quella occasione Boezio 
ne disse in una splendida conclone le lodi, confor- 
tando il re goto a ridonare ai sette colli la pristina 
libertà e la maestà del nome latino. Entrato nei fet- 
vori del principe, vide in se raccolti i più alti uf- 
fici del regno, e s'adoperò con ogni studio a prò' 
della giustizia e delle nazionali franchigie , non <ihe 
a render pieghevole l'animo di Teodoricf, che prò- 



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16 

fessava il culto ariano, alla fede cristiana. E il re 
dilettavasi assai d'intrattenersi in amichevoli colloqui 
con lui , e col greco Artemidoro , e n' erano argo- 
mento il corso degli astri, i seni del mare, le me- 
raviglie delle fonti sotterranee , le sentenze dei savi, 
siccome ci afferma Cassiodoro, che giudica questo re 
ben degno d' essere annoverato fra i più celebrati 
principi della antichità, e quasi un porporato filosofo. 

Boezio tolse in moglie la bellissima Elpide fi- 
gliuola di Festo, un de' principi del senato, nata in 
Sicilia e eultissima ne' poetici modi : della quale ve- 
dovato di curto, imparentavasi con Simmaco, sposan- 
done la figliuola Bnsticiana, della cui virtù diremo 
a suo luogo. , 

Creato console insieme a' due suoi figlioli Boezio e 
Simmaco, largheggiò di spettacoli al popolo al pari 
degli antichi Cesari , ma non ismise per questo i suoi 
studi. — Sebben le cure del consolato, cosi e' scrive , 
non mi lascino tanto ozio che basti alle lettere, io tengo 
obbligo espresso di chi ha il peso ed il reggimento della 
cosa pubblica, l'adoperarsi a tutt'uomo per l'am- 
maestramento de' suoi cittadini. E mi parrà di me- 
ritar qualche lode, se, come i nostri maggiori, debel- 
late col loro valore le nazioni, recarono a questa città 
r imperio del mondo, così io tragga dalla Grecia per 
erudirne il mio popolo i monumenti più insigni della 
sapienza , il che è tutto quello che io posso , e che 
ancor ci difetta. Perocché un tal ministero non parmi 
alieno dalla dignità consolare, ove si faccia stima 
che fu sempre romano costume l' imitare e l'abbellirsi 
di quei pregi e di quelle lodevoli opere che son 
sparse in tutti i luoghi e in tutte le genti. — 

Senonchè die la sorte ch'ei cadesse in sospetto del re 
goto, sotto l'accusa di voler mutare lo stato della 



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17 

repubblica e rivendicarla nella sua libertà. E invero 
il senato romano veggendo Y impossibilità di piegar 
Teodorico a costituire una Italia cristiana , volgeasi 
allo imperatore Giustino in Costantinopoli, il quale 
per meglio avanzare la Fede, avea pubblicato un 
editto contro ogni altro culto che non fosse il catto- 
lico, dall' ariano in fuori. Seppe amara quest' esclu- 
sione al senato, e ne mosse siffatte doglianze da indurre 
Giustino a revocarla , e comprendere anche gli Ariani 
nel bando imperiale. Egli è facile arguire di qual 
ira avvampasse il re goto, che spedi nel 523 un'am- 
basceria a Bisanzio col proposito di far cassare il de- 
creto; ma tornata questa senza risultamento veruno, 
ruppe in eccessi contro il senato, e non osando por 
le mani sovra Boezio , fé' sostenere Albino , integer- 
rimo magistrato : indi cacciato in prigione papa Gio- 
vanni, vel lasciò morire di fame. 

Boezio benché si sapesse in sospizione del re, non 
pose indugio veruno a raggiungerlo in Verona per 
implorare la liberazione d'Albino; ma il principe ac- 
commiatavalo con acerbe parole. Intanto accusato» da 
Triquilla e da Conigasto , due goti, che Boezio pei mali 
lor portamenti avea cacciati da Koma, ai quali indi 
s' aggiunsero Opilione e Gaudenzio , rimossi già dalla 
reggia per le crapule e i debiti che gli affogavano, 
di tentar novità pregiudizievoli a re Teodorico, questi 
fattolo incarcerare , ne commise il giudizio al senato, 
il quale su false lettere foggiate ad opprimerlo, lo 
dannava , inaudito, all' estremo supplizio. Il re affet- 
tando clemenza ne commutava la pena collo esigilo 
in Pavia; ma dopo sei mesi inaspritosi più che mai, 
lo fé' morire (era il 13 di ottobre del 525) in 
quella prigione al sommo del battistero di S. Pietro 
in Cieldauro, che serba ancora il -suo nome. L'ano- 

E. Celesia. Storia della Letter. in Italia. 2 



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18 

nimo Valesiano, il più antico scrittore che di lui ci 
abbia lasciata menzione e perciò il più credibile, narra 
che dopo strazi lunghissimi , strettegli con una fune 
le tempia in modo si atroce che gli occhi gli schiz- 
zaron dalF oibita, a colpi di verga fu ucciso. 
Dante nel decimo del Paradiso così cantava di lui: 

Or se tu l'occhio della mente trani 
Di luce in luce dietro le mie lode , 
Già dell' ottava con sete rimani. 

Per goder ogni ben dentro vi gode 
L' anima santa , che il mondo fallace 
Fa manifesto a chi di lui ben ode. 

Lo corpo , ond' ella fu cacciata , giace 
Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro 
E da esigilo venne a questa pace. 

Morto il pontefice Giovanni e Boezio, restava in 
Eoma il di lui suocero, Simmaco, già console ed or 
capo del senato, esempio vivente d'ogni più eletta 
virtù. La nobiltà del lignaggio, lo splendor dello in- 
gegno, le ingenti ricchezze ond' era fornito e che a 
larg^he nmni profondeva agli infelici, lo aveano reso 
caro ai Romani e rispettato dal principe. Ma tutti 
questi pregi , quasi strumenti di resistenza e di per- 
duellione, or contro lui si rivolgeano. I delatori, scri- 
veva Carlo Troja, non tralasciavano d'insinuare che 
non vi sarebbe mai speranza di quiete, finché 1' orgo- 
glioso patrizio si credesse il capo legittimo dei Ro- 
mani, e giudicasse essersi Roma trasfusa in lui o 
nella famiglia di Boezio. A vendicare il quale , di- 
ceano , sarebbero sorte schiere di clienti e d' affran- 
cati; Giustino avrebbe spedito pronti soccorsi: non 
esser più 1' ora da starsi tranquilli di fronte a tanto 
pericolo: volersi finalmente scegliere acquali dei due, 
se a Teodorico o se a Simmaco , salvarsi dovesse la 



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19 

vita. Giunsero facilmente accette al re queste voci : 
talché r infelice patrizio, condotto a Ravenna sotto il 
peso di bugiarde imputazioni, anch'esso fu morto. La 
romana stirpe vedeva così cadere 1' eletta de' mi- 
gliori suoi figli. 

Severino Boezio, delle cui opere prendiamo ora a 
trattare, avanzò ogni altro dell' età sua nelle scienze 
fisiche e naturali , di che ci son testimonio i suoi 
trovati meccanici , pioè due orinoli , uno ad acqua e 
r altro solare ) che Teodorico mandò in dono a Gun- 
debaldo suo suocero re de' Borgognoni. Sappiamo al- 
tresì da Cassiodoro , aver egli costrutto congegni 
astronomici [caelum gestaHle), i quali agevolavano, al 
pari delle odierne sfere, lo studio della scienza dei 
cieli. Alla quale egU allude scrivendo tra gli or- 
rori del carcere il mirabile poema De Consolazione: 

Hio quondam' coelo liber aperto 
Sitctus in etherios ire meafus 
Cemebat rosei lumina solia : 
Visebat gelldos sydera lunoe 
Et quecumque vagos siella recursus 
Exereet, varios flexa per orbes 
Comprensam numerìs 'vietar habebat, 
Quia volvat stabilem spiritus orbem, 
Vel cur esperia^ sidus in undas 
Casurum rutilo surgat ab ortu : 
Quis veris placidas temperet horas 
Ut terras roseis floribus omet : 
Quis dedit ut pieno fertilis anno 
Autumnus gravidis influat uvis 
Rimari solitus , atque latentis 
• Naturce varios reddere caibsas : 

Nunc jacet effoeto lumine mentis 
Et pressus gravibus colla catenis 
Declivemque gerens pondere vultum 
Cogitur, heu ! stolidam cernere terram. 



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20 

Per quanto ragguarda le matematiche, gioverà ri- 
cordare la sua opera De Aritmetica Lib. II, ver- 
sione del trattato del greco Nicomaco^ cui molto ag- 
giunse del proprio. Seguono tre libri, De Geometria, 
tradotti da Euclide, da uno infuori ch'egli stesso 
compose : dettò del pari un trattato , De Musica , 
allor parte precipua delle matematiche. Nella quale 
porse teoriche cosi profonde da prevenire, come os- 
serva dottamente il De Giovanni,, -quanto altri abbia 
scritto sull'arte e filosofato, come han fatto il Fornari 
e il Conti, suir armonia e sulla sua scienza. Già S. 
Isidoro avea giudicato non manco biasimevole di chi 
non sagf sse leggere , chi ignorasse la musica, senza 
la quale ninna disciplina poteva aspirare a perfezione. 
Infatti gli uomini de' bassi tempi, dice il L. Maitre, 
con quelle lor fantasie avide del meraviglioso, solean 
sprofondarsi in uno studio che apria loro i larghi 
orizzonti del misticismo. Come già Cicerone nel Sogno 
di Scipione, consideravano Y armonia cosmica e V av- 
vicendarsi delle stagioni non disgiunta da quella che 
governa le parti dell' anima e del corpo. Imparando 
la musica, credeano completar lo studio della gram- 
matica e della retorica: lo scrittore apprendeva da 
essa il modo di disporre armonicamente i periodi, e 
r oratore qual numero più si convenisse alle varie 
parti dell' orazione. Tai concetti che prima Boezio 
e quindi il venerabile Beda aveano dedotti dagli 
antichi scrittori, rivissero appresso dal nono al de- 
cimoterzo secolo per opera di Alenino , di Oddone 
da Cluny , di Notker , di Reginone da Prum ed altri 
scolastici. 

Non debbono, da chi detta la di lui vita, lasciarsi in 
disparte i suoi scritti teologici, come quelli che stret- 
tamente s' innestano colle vicende dell' età sua , e 



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21 

porgono il primo esempio dell' applicazione dei metodi 
peripatetici alla illustrazione dei dommi cristiani. Vol- 
geva allor queir età in cui gli errori di Nestorio, che 
vedeva in Cristo due persone distinte, e di Eutiche 
che in lui riconosceva una sola natura, turbavano la 
serenità della Chiesa, poiché Anastasio che aveva 
fetta sua r eresia degli Acefali , cacciava i vescovi 
cattolici della lor sede e ne facea ' fiero governo. 
Boezio dettava allora il libro Delle due nature di 
Gesù Cristo a confutazione degli avversari, indi- 
rizzandolo al suo amico Giovanni che fu appresso 
pontefice, cui pure indirizzò il secondo libro Sulla 
Trinità, essendo il primo intitolato al suo suocero 
Simmaco ; non che una Brevis de Fide Christiana 
complexio , nella quale passa a rassegna i precipui 
dommi della religione, vertendo V arido tema d'ele- 
ganza e di brio. Scrisse del Sillogismo categorico e 
del Sillogismo ipotetico: illustrò i Topici di Cice- 
rone , e a' conforti di Fabio suo amico Y Isagoge di 
Porfirio, già recato nella lingua del Lazio da Vittorino 
africano , che professava rettorica in Roma a' tempi 
di S. Agostino. Di queste e d'altre sue opere leva- 
vaio a cielo il re Teodorico, e Cassiodoro scriveagli 
— Per te si leggono dai Romani nella nativa lor 
lingua la Musica di Pittagora/ V Astronomia di To- 
lomeo , r Aritmetica di Nicomaco , la Geometria di 
Euclide , la Logica d' Aristotile , la Meccanica di 
Archimede : e tutto quanto sopra le arti e le scienze 
molti Greci dettarono, tu solo a Roma donasti, e di 
tale nitore abbellisti , che i loro stessi autori, se del- 
l' una e dell'altra favella fossero stati conoscitori, 
avrebbero avuto in pregio altissimo l'opera tua* — 
E qui mi si consenta avvertire con Francesco Puc- 
cinotti suo biografo, come da Boezio riprendesse la 



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22 

scolastica latina il suo])rimo fondamento matematico, 
predicato già nella scuola italica da Pitagora , e come 
s' incominci a travederne il carattere , che in se- 
guito per altri filosofi venne spiegato , e le differenze 
dalla scolastica alessandrina e dalla arabica; in nes- 
suna delle quali si rinviene quel sapiente ecclettismo 
tra i principi di Pitagora, di Platone e d' Aristotile 
che sì fulgido Spiccò in alcuni santi Padri, e primo 
fra i laici rinnovato da lui e trasmesso all' età suc- 
cessive. E appresso soggiunge , come il Poli ne* suoi 
supplementi al compendio della Storia della Filosofia 
del Tennmann avvertisse del pari che — V idea fon- 
damentale pitagorica di identificare la quantità di- 
screta alla continua, riducendo la geometria ad una 
aritmetica, esposta da Nicomaco in Grecia e inse- 
gnata ai Latini da Boezio,* conducesse il Eomagnosi 
al concetto della unità varia, contenente in se la de- 
terminazione misura di ogni algorismo possibile, e 
indicasse del pari al matematico lacotot la sua pro- 
posta riforma di capovolgere T insegnamento della 
geometria dal solido al punto , ossia dal composto al 
semplice. Non ha guari il Buoncompagni (il quale io 
loderò sempre per aver fatto conoscere ai nostri, che 
pur tanti nomi obliati ricondussero alla luce di una 
ricordevole e imitabile sapienza, che il nome di Boezio 
e gli scritti e le grandi virtù morali e civili meri- 
tavano sopra altri moltissimi di rientrare negli studi 
dei dotti del secolo corrente), parlando dei libri del 
senatore romano sulle matematiche , li dichiara i primi 
che fossero fatti conoscere ai Eomani, i quali non ave- 
vano che il succinto trattato di aritmetica di Var- 
rone, contenuto ne' suoi libri intitolati De disci- 
plinis. — 

Ei legavaci inoltre un gran numero di opere fi- 



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23 

losofiche, la più parte traduzioni e commenti d'Ari- 
stotile. Divisarne le fattezze e gli aspetti sarebbe un 
volere addentrarci nelle sottigliezze infinite della sco- 
lastica : il che ci trarrebbe assai lunge dall' impostoci 
tema. A noi basti indicar lo scopo ch'egli ebbe di 
mira : sceverare , cioè , dalla greca sapienzt ogni in- 
nesto non SUO: ricondurre dalle greche scuole al 
ginnasio di Boma il grande problema degli univer-- 
saliy per risvegliare nelle menti latine quell'impulso 
e quel brio, che dopo Tullio, Scipione e Seneca pa- 
reva assopito : dare infine a questo problema una tal 
soluzione, che assicuri alla sapienza avvenire la con- 
giunzione tra la metafisica e la scienza della natura 
col mezzo delle matematiche, mostrandola non solo 
legata ma identica colla nuova religione , i cui mi- 
steri che apparentemente si annettono e sconnettono 
dal sensibile, costituiscono una catena sferica di prin- 
cipi , che dalF ente all'esistente e da questo a quello 
sostanzialmente con perpetua vicenda ritornano. 

Suolsi da molti eziandio riferire a Boezio un trat- 
tato, De disciplina scholarium, che però troppo di- 
scorda dal dettato degli altri suoi libri , per crederne 
egli stesso l'autore. Ma siccome quest'opera risale 
a quei secoli oscuri, sento perciò il debito di richiamare 
air attenzione de' moderni un trattato, che qualunque 
ne sia l' autore, mostra a chiare note come si sapes- 
sero dettar savi precetti d' educazione in un' età in cui 
vuoisi che il magistero pedagogico sia stato pres- 
soché ignoto. 

Fiorisce in Alemagna una scuola di critici, che 
r acume dell' ingegno rivolge ad abbattere ogni gloria 
italiana, movendo da Tito Livio, da Cicerone e da 
Tacito fino a' più cospicui moderni. Severino Boezio, 
ultimo rappresentante della filosofia greco-romana e 



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24 

anello di congiungimento fra Y età antica e la nova, 
non potea sfuggire a' lor morsi. Enrico Ritter, loda- 
tissimo scrittore d*una storia della Filosofia, fu il 
primo a scendere in campo per contrastargli la sua 
cristianità, attribuendo ad altri quelle opere teolo- 
giche che*vanno sotto il suo nome. A lui tennero 
bordone il Langsdorff, V Heyne, V Hand, V Obbarius 
e forse altri che ignoro, i quali, facendo violenza 
alla storia, perfidiarono a negare a Boezio il carat- 
tere di filosofo laicale e cristiano. La Francia prima 
d' ora così proclive a far sue le intemperanze ale- 
manne , non volle mostrarsi da meno ; e il Mirandol 
ed in parte anche il Jourdain fecero eco a questa sen- 
tenza. La quale è mestieri distruggere come falsa 
nella sua essenza, e come fonte di funestissimi errori, 
tendendo ad atterrare il primo momento storico della 
filosofia mediovaie; ed i divari che corrono fra le quattro 
grandi scuole di Bologna, di Padova, diMonpellieri, 
e di Parigi n' andrebbero perciò sconosciuti. In esse 
infatti la scolastica assunse atteggiamenti diversi: e 
mentre lo spirito di Boezio, valicato in Taddeo, de- 
stava in Bologna la filosofia latina e cristiana che 
largamente poi propaga vasi nei loro discepoli, la scuola 
di Monpellieri e di Padova, Tuna dopo Y altra acco- 
glieano la dottrina di Avveroès, ed in quella di Pa- 
rigi i Nominalisti quasi esclusivamente tennero il 
campo. Ove nella storia della filosofia una sola 
pietra venga a sconnettersi, e un solo fatto si sleghi 
dalle proprie attinenze, l'intero edificio andrà privo 
di quella saldezza e di quella unità, nella quale, come 
in suo trono, risiede la scienza. 

Questi errori intorno a Boezio vennero scalzati 
dalle concordi testimonianze de' suoi contemporanei e 
da quelle che via via si produssero infino a noi ; né 



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25 

il Tiraboschi, il Muratori, il Mazzucchelli , il Gorì 
ed il Balbo mai misero in forse la di lui cristianità. 
A questi consuonano gli storici che a' di nostri ne 
fecero subbietto de' loro studi ; il Kebolini , il Comi, 
l'Aldini, il Di Giovanni, il Conti e il Eeali; nella 
stessa Alemagna valenti scrittori s' accostano a noi, e 
piacemi noverare tra questi il Baur, lo Sclienkl, il 
Suttner e il Bàhr. Arrogo che i sofismi del Bitter furono 
combattuti dal Bosisio e dal Buoncompagni: e Fran- 
cesco Pucinotti mostrava da sezzo l' erroneità degli 
argomenti recati dal Mirandol e dal Jourdain, che 
si fecero mantenitori dell' assurda calunnia. Queste 
amplissime confutazioni mi dispensano dall' entrare 
in un arringo che non sarebbe il più consono all' in- 
dole di queste istorie. Ond' è che l' autenticità delle 
opere teologiche di Severino deve omai riputarsi fuori 
di ogni contestazione: e a me preme porre in sodo un 
tal fatto, poiché il metodo da lui tenuto nella trat- 
tazione delle materie intorno alla Fede, torna a mas- 
sima gloria del nome italiano. E invero egli tolse 
pel primo a considerarla in modo affatto opposto a 
quello dei teologi che lo precessero, intento qual era 
a recar la fiaccola della ragione nel sacro bujo de' 
misteri cristiani , come già per lo innanzi recavala 
nelle filosofiche discettazioni. Non è invero picciolo 
vanto per lui V avere in un tempo in cui il principio 
di autorità assiderava le scuole, fatto quasi esclusivo 
uso del metodo razionale, fermando il principio di te- 
nere, per quanto è possibile, la Fede congiunta alla 
ragione. — Fidem, si poteris, rationemque coniunge. 
Ho indugiato fin qui a trattare dell'aureo libro 
Bella Oonsolatoria, perchè il più noto delle sue opere, 
e perchè pareami dicevole porre anzitutto in mostra 
il filosofo , alle cui fonti s' abbeverò largamente la 



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26 

scienza italiana de' secoli posteriori. Questo libro fu 
scritto in un colla sua Apologia, che andò perduta, 
fra le angoscie del carcere , cui la filosofia appar- 
sagli tenta alleviare, mostrandogli come Dio regga le 
cose terrene con arcani disegni impenetrabili ad intel- 
letto mortale. Notevole è l'osservare con qual nobile al- 
terezza scagioni se stesso delle fattegli accuse. — Se tu 
mi chiedi, dice egli alla Filosofia, qual mi si apponga 
delitto, dicono ch'io volli salvo il senato; se cerchi 
in qual modo , mi si reca a colpa 1' aver distolto un 
delatore dal rivelare al principe la trama orditagli 
contro nello intento di rivendicarci a libertà. Che 
tare or dunque, o maestra? Qual consiglio mi porgi? 
Negare la colpa? Ma se veramente ognor volli che 
fosse salvo il senato, né cesserò mai dal volerlo? 
Confessare eh' io rattenni il delatore ? Ma sarà scel- 
leranza 1' aver desiderato che non perisca queir or- 
dine ? Il quale per il giudizio profferito contro di me 
inver meritava che in altro conto io 1' avessi da quello 
in cui lo teneva ; ma l' impudenza di chi mente a se 
stesso non farà si che cessi d'esser lodevole ciò che 
tale è per propria natura: né a me lice nascondere 
il vero col negare ciò eh' è, uè assentire alla men- 
zogna confessando il contrario. Non parlerò delle let- 
tere che da me diconsi scritte nella fiducia di tornar 
Roma alla pristina sua libertà: la lor frode si sa- 
rebbe agevolmente scoperta, se mi avessero dato balìa 
di vedere i miei accusatori di fronte. Imperciocché 
qual libertà c'è più dato sperare? Piacesse a Dio 
che si potesse accarezzare una tale speranza ! Avrei 
risposto, come già Cannio a Caligola, quando questi 
accusavalo di consapevolezza in una congiura : se 
fosse stata a me nota, tu per fermo V avresti igno- 
rata ! 



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27 

L' opera è partita in cinque libri : nei tre primi 
troviamo quelle massime suir avversa fortuna che più 
meno riscontransi in tutti gli scrittori moderni ; i 
due ultimi contengono gravissime lucùbrazioni sui più 
gravi jtrgomenti della filosofia , suir origine del male, 
sul libero arbitrio, sulla concordanza della libertà 
umana colla prescienza divina , e su quant' altro ri- 
guarda i destini dell' uomo. Forse manca a quest' o- 
pera , quasi a suggello , il compimento del sesto libro, 
nel quale Boezio avrebbe chiarite le sorgenti delle 
consolazioni che sgorgano dalla dottrina del cristia- 
nesimo. Certo è però che niun libro, più di questo, 
esercitò efficace azione suir educazione intellettiva de' 
bassi tempi , e trovò imitatori , come Arrighetto da 
Settimello , Albertano da Brescia , Bono Giamboni e 
molti altri. Alfredo il Grande lo volse in lingua sas- / 
sone, come avea già vòlto in quella lingua le istorie 
d' Orosio e di Beda. Delle altre versioni eh' ebbe in 
]Srancìa, Germania, Inghilterra ed Italia, ricordo quella 
di Arend Coornhert, Goffredo Caucher, Kychard, Eey- 
nier, Meung, An§fìlm o Tanz O r B. Varohi, Co s imio Bartol i. ^ 
Un' intera letteratura s' aggroppa intorno al suo libro. 
11 quale fu allor comparato a quei di Cicerone e di Vir- 
gilio; ma troppo ci corre. Vero è per altro che la sua 
prosa e più ancora i suoi versi improntati di mesta ar- 
monia, avanzano di lunga mano i migliori dell' età 
. sua, e ci richiamano ai bei tempi delle lettere antiche. 
Ne giudichi il saputo lettore : 

Carmina qui quondam studio fiorente peregi 
Flebilis, heu! rncestoa cogor inire modoa, 

Ecce mihi lacera: dictant scribenda Camenas, 
Et vivis elegi fietihua ora rigant, 

Has saltem nullua potuit pervincere terror 
Ne nostrum comites prosequentur iter. 



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Gloria felicis olim viridisque inventa» 

Solatwr mceati nunc mea fata senìs. 
Venit enim properata malia inopina senectus, 

Et dolgr cetatem jassit inesse suam. 
Intempestivi fanduntur vertice crines, . 

Et tremit effetto corpore laxa cutis. 
Mora hominum felix, quce se neo dulcihus annia 

Inaeritf et mcestis scepe vocata venit, 
Eheu quam surda miseros avertitur aure, 

Et flentes oculos claudere sceva negai /.... 
Dum levibus nialefida bonis fortuna faveret, 

Pcene caput tristis merserat hora mernn, 
Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum, 

Protrdhit ingratas impia vita moras. 
Quid me felicem totiea jactatis, amici f 

Qui cecidit, stabili non erat ille gradu. 

Boezio nato al declinare della civiltà pagana e ai 
primi secoli del nuovo culto, dovea rappresentare queste 
due solenni epoche: e infatti, mentre la prosaond'è 
intramezzato il suo libro, svolge le teorie della filo- 
sofia stoica ed aleatica , i suoi canti lirici arieggiano 
le ispirazioni omeriche e virgiliane ravvivate al soflSo 
delle novelle credenze. Nelle sue pagine ti balzano 
innanzi le memorie del mondo antico e le speranze 
del nuovo : le asprezze della propria sventura con- 
forta nella fiducia d* un bene immortale. Famoso 
libro che tutte le letterature vollero possedere nelle 
lor lingue : splendido riflesso, lo diremo col Pucinotti, 
deir indole del sesto secolo : indole che più tardi 
spiegavasi con sì grandmali da coprir cielo e terra 
nelle tre novissime fasi della vita cristiana del poema 
dantesco. 

Con Severino Boezio la lingua latina manda ancor 
suoni armoniosi: ma son questi pur troppo gli ul- 
timi canti del cigno che muore. 



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CAPO II. 
CASSIODOEO E IL REGNO DE' GOTI 

SOMMARIO. 

Cassiodoro e re Teodorico — Sue sollecitudini pel restauro dei 
pubblici monumenti — Sue benemerenze verso l' Italia e le 
lettere — Sommosse popolari e fiere repressioni di Teodorico 

— Leggende diverse — Amalasunta regina dei Goti — È 
fatta strozzare da Teodato — Sue lodi — Generose larghezze 
di Rusticiana — Cassiodoro volge le spalle alla corte e fonda 
il monastero di Vivarieme — Sue opere — Accuse e discolpe 

— La dominazione gota in Italia — Il Codice argenteo dlJp- 
sal — La lingua ulfilana — Scrittori di quella nazione. 

Da quel di Severino Boezio non possiam scom- 
pagnare il nome di Marco Aurelio Cassiodoro, se- 
gretario di re Teodorico, che creavalo prefetto del 
pretorio e patrizio. Nato a Squillace nei Bruzj, spese 
la sua gioventù nelle oneste discipline, e contribuì 
non poco a piegare la Sicilia a fevorire le ragioni del 
re goto. Venne anche insignito nel 514 della dignità 
consolare, come ne' Fasti Capitolini troviam registrato. 
E qui prima di farmi a dire di lui , è mestieri pre- 
mettere alcuni cenni intorno a Teodorico , che seppe 
valersi del senno di così degno ministro. 



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30 

Rampollo d' illustri antenati , come quegli che an- 
noverava tra i suoi maggiori quel Gapto, onde di- 
scese Amali che die il nome ad una prosapia, da cai 
nacque, dieciassettesimo della sua stirpe^ appunto re 
Teodorico , ei prevenne di ben tre secoli V opera di 
Carlomagno, ma con migliore fortuna. H suo impero 
stendevasi dalle rive del Danubio nella Pannonia Sir- 
miense fino a quelle del Guadalquivir in Ispagna. 
Altri popoli al di là del Danubio per mezzo d'op- 
portune confederazioni aveva aggiunti al suo scettro. 
Ei fé' il suo trionfale ingresso in Soma nel 500. 
Usciva ad incontrarlo il senato, il popolo e il clero 
guidato dallo stesso pontefice. Benché ariano di fede, 
il re visitava anzitutto la basilica dì S. Pietro, ove, 
al dir de' cronisti, con devoto animo orava sovra la 
tomba dell'apostolo. Indi dal palazzo del senato, cioè 
dal luogo detto Palma Aurea, prese ad arringare la 
moltitudine, che plaudiva a questo uomo di Gezia, il 
quale dai rostri, ove tonò l'eloquenza di Cicerone, 
prometteale migliori destini. 

E tenne fede a que' patti, come quegli che, vinto 
Odoacre, e divenuto pacifico possessore d'Italia, la- 
sciò ai Romani le loro milizie e le dignità proprie: 
die primo l'esempio a' suoi Goti di deporre le bar- 
bare lor vestimenta e assumere le foggie de' vinti, 
imitandone le costumanze e l' urbanità, fino a radersi 
il mento. Protesse la fede cattolica onorandone i ve- 
scovi,^ e spegnendo lo scisma levatosi contro il pon- 
tefice Simmaco. Volse inoltre ogni più viva sollecitu- 
dine alla conservazione dello splendore artistico della 
città — verso la quale , diceva , ninno può nutrire 
neir animo sensi di indifferenza , non essendo essa 
straniera a nuli' uomo, essa madre d'eloquenza, ricetto 
d'ogni virtù, in cui si accolgono i più illustri por- 



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31 

tenti dell'orbe, di guisa che senza ombra di dubbio 
può affermarsi tutta Roma essere un vero miracolo — 
Con questi intendimenti pose mano a rialzare i cadenti 
edifici, assegnando in tali opere ducente libre d'oro 
annue sui balzelli del vino. Commise a Paolino pa- 
trizio la restaurazione degli antichi granai: a Gio- 
vanni quella delle cloache, degli acquedotti, delle 
mura e dei tempi. Eifece del pari i teatri, con espresso 
comandamento che si raccogliessero i marmi e le 
pietre disseminate fra' campi e ridonarle alla città, 
per valersene nelle sue costruzioni. Attestano la sua 
larghezza i monumenti eretti a Ravenna, ove accer- 
chiò di portici il regio palazzo, e fuor delle mura 
alzò il proprio sepolcro sormontato da enorme masso 
di marmo d'Istria a coperchio dell'urna di porfido. 
Altre sontuose opere edificava in Albano, Verona, 
Pavia, Milano, Monza, Terracina, Civitella e Ver- 
ruca in Val d' Adige. Ne' quali lavori anziché seguire 
i portamenti di Costantino, che spogliava gli aviti 
monumenti de' più eletti lor fregi per abbellirne i 
suoi propri, impose il più severo rispetto alle opere 
antiche. Il senso squisito del bello che informava 
questo re barbaro, si mostra aperto nelle lunghe in- 
vestigazioni da lui imprese per rinvenire una statua 
rubata in Como, ove die fuori un editto, che si sa- 
rebbero yersate cento libre d' oro a chi la trovasse , 
e condannato all' estremo supplizio chi la tenesse ce- 
lata. 

Dalle lettere dettate per lui da Cassiodoro racco- 
gliesi quanto vive fossero le sue cure pel buon go- 
verno d' Italia : allegerire i balzelli , promuovere la 
libera navigazione de' fiumi, restaurare i porti, asciugar 
le paludi , proteggere l' agricoltura. La quale dopo 
trenta anni di pace e di savi ordinamenti era per- 



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32 

venuta nel suo massimo fiore: a tale che la nostra 
Italia, sempre in penuria di viveri ai tempi de' Cesari, 
potè allora spandere per la Gallia i suoi grani. I 
prezzi delle vettovaglie, vilissimi: in guisa, che cor- 
rendo il 516 s'aveano 60 moggi di frumento o 30 
anfore di vino per un soldo d' oro ; tutta la penisola, 
più che mai stata non fosse, in prosperevoli condi- 
zioni. 

Non manco fiorente Y eloquenza e le lettere, ch'egli, 
interdicendole a' suoi, favori tra i Romani, talché 
Cassiodoro ebbe a scrivere — se altre regioni son 
feconde di vini, d' aromi e di balsami, Roma solo pro- 
duce il grato profumo dell' eloquenza, che scende con 
le sue dolcitudini in fondo de' cuori. — 

Senonchè venne il giorno in cui il senno del re 
offiiscossi di guisa, da renderlo in tutto da quel di 
prima diverso. Oscure tuttavia le cagioni. Correndo 
il 522 scoppiarono alcune sommosse in Sicilia : a Ra- 
venna gli Ebrei gettarono nel fiume le oliate, ossia 
le ostie sacre, per tema di essere costretti a subire 
il battesimo : onde levatasi a rumore la plebe arse la 
sinagoga. Ei né volle puniti aspramente i cristiani si 
in Ravenna che in Roma, ove il popolo ruppe del 
pari in eccessi contro gli Ebrei. E poiché S. Am- 
brogio e i teologi allora studiati insegnavano essere le- 
cito a' cristiani abbrucciare le sinagoghe, perciò Teo- 
dorico , che ne impose la restaurazione, s' ebbe in conto 
di un principe apostata, nemico di Dio e della Chiesa; 
gli animi degli Italiani alienaronsi interamente da lui, 
ed egli trovossi di schianto fra gli stranieri, stra- 
niero. Colui che per lo innanzi teneva in si gran 
conto i Romani da dire — che un romano povero è 
da pareggiarsi ad un goto, e un goto ricco a un ro- 
mano — prese ad insevire contro di loro, fino a vietar 



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83 

r uso delle armi. Con breve tirannide macchiò un lungo 
regno, che fu tra i più gloriosi che rammentino gli 
annali d'Italia. 

S' aggruppano intorno al suo nome curiose leggende. 
Narra Procopio che un di essendogli posto sul desco 
un gran pesce , egli credette ravvisarvi il teschio di 
Simmaco da lui fatto decapitare in Eavenna, il quale 
digrignando i denti e in truce atto sbarrandogli gli 
occhi sul .volto, lo minacciasse; perchè preso da ter- 
rore e rinsavito ad un tratto, detestò le sue scelle- 
ragini. E invero gli ultimi atti della sua vita furono 
improntati dal? usata magnanimità sua; onde si rende 
credibile , che il curto periodo delle sue crudeltà, fosse 
un delirio della sua mente, o necessità di ragione di 
stato, a suasione de' Goti , a' quali sapea troppo amara 
la prevalenza degli Italiani nel reggimento della cosa 
pubblica. Certo egli è che il nome di Dietrik von Bern 
(cosi viene appellato nelle saghe germaniche) sebbene 
non desse vita in Italia ad alcuna epopea, fu subbietto 
di strani racconti e di popolari tradizioni. Gli autori 
delle Epistólae obscurorum virorum lasciarono scritto 
d'aver visitato in Verona la casa ove ei debellò e 
pose a morte feroci giganti ; e queste sue imprese co- 
stituirono il fondo di leggende ancor vive tra noi nel 
secolo XVI e di fresco raccolte dal Grimm. Per contro 
gli storici devoti al papato favoleggiarono, che morto 
egli appena (30 agosto 526), l' anima sua nuda e ca- 
rica di catene venisse levata in aria dalle irate ombre 
di l^mmaco e di papa Giovanni, e scagliata nel cra- 
tere del vulcano di Lipari. Lo stesso Gregorio Magno 
reca ne* suoi Dialoghi la narrazione di questo atto 
di giustizia infernale. 

Cassiodoro, a cui giova omai ritornare, fu mondo 
degli atti di crudeltà imputati al suo principe: ei non 

E. Celesia, Storia della Letterat. in Italia. 3 



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34 

fu tra gli oppressori; grande più assai la sua fama, 
se come quei di Boezio e di Simmaco, il suo nome 
si trovasse fra quei degli oppressi. Ei continuò nelle 
cariche di prefetto del pretorio o capo del governo 
sotto il regno d' Atalarico, figlio d' Amalasunta, ch'essa 
ebbe in tutela e che educò alle arti liberali e alle 
lettere. Ma a ciò s' opposero i grandi del regno ch^ 
vollero strapparlo, com' e' diceano, alla ferula dei pe- 
dagoghi, per farne un eroe degno della gloriosa stirpe 
degli Amali. Cedette con dolore Amalasunta, cui gli 
storici a gara dipingono bella , gentile e coltissima , 
siccome quella che possedeva il gotico, il greco e il 
latino, aggiungendovi lo splendor delle lettere — che 
sempre, scrivea Cassiodoro, accresce la regale dignità. 
— Né la sola Amalasunta, se a lui dobbiam fede, ma 
tutte le altre donne della sua stirpe crebbero educate 
alle gentili discipline e agli studi; non ultimo esempio 
che gli odierni rettori de' popoli dovrebbero imitare 
dai barbari. 

Atalarico, distrutto dai vizi cui s'era cacciato in 
preda, a breve andare morì: e Amalasunta, esclusa 
per legge dal regno, fu costretta a darsi uno sposo, 
e scelse Teodato suo consanguineo, uomo nelle scienze 
speculative dottissimo, ma d'animo abbietto e feroce. 
Forse ella nutriva fiducia di poter governare in suo 
nome; senonchè Teodato presi a fastidio gli autore- 
voli ammonimenti della savia consorte, confinavala 
in una isoletta che galleggiava altre volte sul lago 
di Bolsena, e che poi fermossi presso le foci del Marta, 
ed ivi la fé' nel bagno segretamente strozzare. Così 
il più degli autori e perfin lo stesso Procopio nella 
sua Guerra Gotica, awegnacchè poi, contraddicendo 
a se stesso, nella sua Istoria Arcana ci narri, vera 
autrice della morte d* Amalasunta essere stata Teo- 



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35 

dora, moglie dell' imperator Giustiniano , la quale in- 
gelosita della singolare beltà e dell'ingegno acutis- 
simo della regina, avesse dato segreto incarico a Pietro 
di Tessalonica suo ambasciatore, di affrettarne la morte; 
locchè da lui veniva eseguito, non senza V intesa del 
feroce Teodoto. Il quale non sopravisse lunga sta- 
gione al suo maleficio. Imperciocché venuto meno 
dell'animo alle minacele dell' imperator Giustiniano 
che accingeasi a riconquistare il regno d'Italia, pro- 
mise avrebbe abdicato ; ma indugiando un tal atto , 
né osando porsi alla testa de' suoi per fare argine 
a Belisario, ne commise il comando a Vitige. I Goti 
sdegnando obbedire a un principe imbelle e ignaro 
dell' armi, l'uccisero, eleggendo Vitige a re loro. Ama- 
lasunta era cosi vendicata. 

La rammemoranza delle virtù sue durò lungamente 
nelle leggende de' volghi. Donna d'eccelsi e arditi 
spiriti, serbò illeso col braccio de' suoi capitani il 
reame di Teodorico: per lei fiorirono la pace e l'ab- 
bondanza nella penisola. Nata ìé Italia, ne amò le 
lettere e l'arti: e se dalle rive del Danubio traea 
que' virili propositi che 1' addestrarono a reggere i 
freni del vastissimo impero, fu romana per indole e 
per i pregi dell' intelletto. Attestano il suo amore per 
le arti l'Orfanotrofio, che, come scrive Agnello raven- 
nate, edificava del proprio, e la costruzione del suo 
famoso palazzo, ricco a musaici e adorno di preziosi 
marmi 'e d'oro. Trasse a compimento il mausoleo di 
Teodorico, rifece l' anfiteatro di Pavia, e scavando sot- 
terranei acquedotti provvide alla nettezza e alla sa- 
lubrità di Parma. Di altre sue diligenze pel restauro 
delle italiane città, fan testimono le lettere di Cas- 
siodoro. 

La storia non pose in obblio, che salita appena sul 



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36 

trono, ricordevole della ingiusta accusa onde furon 
morti Simmaco e Boezio, mandò si dovessero rendere 
ai loro figliuoli e a Eusticiana, vedova di quest' ultimo, 
gli averi, onde re Teodorico gli dispogliava. Me- 
morabile è r uso che fé' Eusticiana delle riacquistate 
dovizie. Nella furiosa guerra che divampò fra i Groti 
ed i Greci, guerra che per ben dieciasette anni pose 
a ruba le provincie italiane , Y illustre matrona uni- 
tamente ad altri romani patrizi, venne in soccorso al- 
l' estreme distrette in cui molti del popolo si trava- 
gliavano, e il fece con tanta larghezza che trovossi 
ben presto deserta d' ogni suo avere. Allor si videro 
in Eoma, doloroso spettacolo, i più cospicui senatori 
e Eusticiana innanzi a tutti , con vesti lacere e con- 
tennende, andar di porta in porta accattando dai 
loro stessi nemici un misero frusto per isfamare i loro 
figliuoli; ma i barbari, appena fu lor noto chi fosse 
costei, anziché porgersi soccorritori di tanta sventura, 
persuasero Totila lor re a condannarla alla morte, 
accusandola d' aver colle sue ricchezze indotto i Eo- 
mani ad atterrare le statue di Teodorico per vendi- 
care il supplizio del proprio marito. Senonchè il savio 
principe vietò si recasse alcun danno a quella ma- 
gnanima eroina, il cui nome dovrebbe proporsi ad 
imitabile esempio d' animo invitto , di carità generosa 
e d'amor coniugale. 

Cassiodoro presentendo non lontana la caduta di 
Vitige, pensò, troppo tardi per la sua fama, 'di vol- 
gere le spalle ai negozi del mondo, e abbandonata la 
reggia, trasse a Squillace in Calabria, ove presso il 
mare in luogo amenissimo , lieto d' erbe e d' acque 
vive, fondò un monastero, cui nomò Vivariense, e gli 
die regola propria. Nella quale consigliava il lavoro 
manuale , l' agricoltura , l' economia rurale e la tra- 



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37 

scrizione de' codici; non che lo stillo delle sette 
Arti, nelle quali fin da tempi anteriori ad Augusto 
era diviso il materiale dell* istruzione : e a ciò con- 
fortava i suoi monaci — non solo coir esempio di Mosè 
istrutto nella sapienza egiziana, ma con quello eziandio 
de' Padri santissimi, i quali non vollero sbandita 
la profana coltura, ma intesero anzi a conseguirla, 
mostrandosi assai addentro in ogni maniera di studi, 
come scorgesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Gi- 
rolamo, Agostino e molti altri. E chi ardirebbe più 
dubitarne , là dove quest' esempio e' è pòrto da uomini 
taU? — 

Fedele a' suoi primi divisamenti, ond'avea sotto il 
regno di Atalarico caldeggiato il pubblico insegna- 
mento in Italia, fondò nel suo monastero un corso di 
studi teologici , come per lo innanzi avea voluto, seb- 
bene invano, promuoverlo in Eoma sull'andare della 
scuola di Nisiba e d' Alessandria. A tal uopo ei dettava 
a edificazione de' suoi monaci il commento sulle epi- 
stole di S. Paolo ; un altro sopra Donato ossia sulla 
grammatica; un compendio delle Sacre Scritture dal 
diluvio fino al 519; le Sette Discipline; le Istituzioni 
sulle divine e umane lettere; il trattato Computus 
paschalis, seu de conditioniòus solis, lunae , e infine 
neir età di novantatre anni un' opera sulle leggi or- 
tografiche. In essa conforta i suoi confratelli a legger 
gli antichi che scrissero di tali materie: cioè Vello 
Longo, Curzio Valeriano , Martirio suU' uso del B e 
del Vy Eutichete sulla aspirazione. Poca sulla dif- 
ferenza dei generi. Aggiungete a queste cure, ei 
dicea loro, anche l' arte degli operai che sanno legare 
i libri, affinchè la venustà delle lettere sacre sia fatta 
maggiore dallo splendor della veste, imitando in 
qualche modo la parabola del Salvatore che in- 



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38 

vita i suoi el^ti al celeste banchetto, purché a- 
dorni dell'abito nuziale. A tal uopo intese a for- 
mare doctos artifices in codicibus cooperandis, ossia 
valenti legatori e copiatori di libri. Se noi consi- 
deriamo i tesori che in simil guisa sottrasse alla 
devastazione dei barbari , e la generazione d' esperti 
amanuensi a cui diede vita, giustizia chiede eh' ei 
s'abbia in conto di uno fra i più benemeriti educa- 
tori del popolo. Imperciocché a lui massimamente è 
dovuta la conservazione di molte opere antiche, delle 
quali non poche fé' voltare in latino dalla greca 
fevella, e fra queste i libri d'Origene, da Bellatore: 
trentaquattro omelie di S. Giovanni Grisostomo, da 
Muziano scolastico, e da Epifanio le tre istorie ec- 
clesiastiche di Socrate, di Zogomeno e di Teodoreto. 
Ma su tutte queste opere sue andò celebrato il libro 
DelV Anima , in cui si svolgono con chiarezza mira- 
bile le più ardue questioni; ed è sentenza di molti 
che non v'abbia scrittore di quell'età, senza eccet- 
tuarne ristesso Boezio, che ponga in maggior evi- 
denza la dignità della umana natura, riflesso della 
divina, e che indirizzi a miglior fine la volontà, 
illuminandone la intelligenza e sublimandone il cuore. 
Non parlerò della sua Storia de' Goti, nella quale 
svolgeva in dodici libri per dieciasette generazioni 
la serie dei loro monarchi, non conosciuta da noi 
che per 1' estratto fattone da Giomandes ; non delle 
sue molte orazioni e d'altre opere che non perven- 
nero fino a noi, ma che andarono a' suoi dì loda- 
tissime. Ci resta bensì un'ampia raccolta d'epistole, 
preziosissimo monumento di storia. Ei dispose in dodici 
libri queste sue varie lettere, come quegli che am- 
biva lasciar un'orma durevole degli onori e delle 
dignità onde venne insignito. I primi cinque libri 



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39 

contengono le lettere da lui scritte a nome di re 
Teodorico : i due seguenti le Formale o la descrizione 
degli uffici e delle cariche dello stato : nell' ottavo e 
nel nono troviamo le lettera dettate in servizio d'A- 
talarico o d' Amalasunta : nel decimo quelle per Teo- 
dato, Gudelina ^Vitige. Gli ultimi due ragguardano 
le ordinanze da lui emanate come prefetto al' pre- 
torio dopo il 534. Lo stile di queste, e in generale 
dell'opere sue, accusa un'aura retorica e un'affetta- 
zione propria dell' età sua ; ma non pertanto dai vizi 
della elocuzione ambiziosa di lui, lo diremo col Troja, 
grandi vantaggi risultarono ai posteri, che trovano 
ne' suoi libri registrate moltissime particolarità sui 
costumi, sugli ordini e sui magisteri di quel secolo , 
che invano si cercherebbero altrove. Morì, com' è fama, 
oltre ai cento anni, intorno il 580. Alcuni martiro- 
logi «registrano il suo nome • tra i santi ; certo p^r 
dottrina e virtù pochi ebbe che il somigliassero. 

Eppur taccie non lievi scaglia la storia sul capo di 
Cassiodoro. Non tornano invero a sua lode, come non 
poteano tornar gradite a Boezio ed a Simmaco , le 
parole che ei volse agli Italiani, confortandoli a star 
paghi alle cattedre ed agli esercizi del foro, ed a te- 
nersi alieni dall' armi riserbate esclusivamente ai Goti: 
gravissimo insulto alle razze latine che vedeansi te- 
nute da meno e -quasi asservite. Non io credo per 
fermo fondata l' accusa d' essere stato partecipe alla 
congiura contro la vita di Amalasunta: pur egli av- 
valorò cotal sospizione , poiché scambio di piangere 
l'eroica regina, si die subitamente a piaggiare con 
bugiarde lodi il vile Teodato e quella Gudelina sua 
druda, cui egli sporse la mano di sposo tinta ancora 
di sangue. I fatti compiuti nel lago di Bolsena at- 
terrivano i cuori e gli rimoveano dal nuovo re; ma 



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40 

Cassiodoro per contro era ammesso nelF intimità sna^ 
con Ini banchettava, per lui gravava i popoli di dori 
balzelli, i quali dovean sopperire alle convivali lau- 
tezze del principe. Né tenne' contrario alla sua gra- 
vità indirizzar lettere ai pubblici ufficiali nelle diverse 
Provincie del regno a procacciare fur le mense reali 
i cibi più lauti e i vini più peregrini. Usò ben anco 
minacele a tal uopo : in ispecie per avere i caci della 
Sila ne' Bruzi, il pesce dalla Sicilia , dal Danubio e 
dal Eeno: il vino Palmaziano e VAcinatico di Ve- 
rona: e gli parve consentaneo all'alto suo ufficio di- 
visarne le doti e le qualità più desiderate dal re, e 
i modi onde aveansi a giudicare. Ond'è che dopo 
simili comportamenti fu indizio d* animo sleale il 
gravarlo d' accuse e d' ingiurie quando egli cadde 
sotto il ferro di Ottari, e rimaner tuttavia sotto 
Vitige neir antica sua carica. Senonchè tonfct a 
sua lode V aver tenuto in onore il nome d' Italia fra 
i Goti, il regno de' quali concorse ad illustrare, fre- 
nando spesso i lor impeti , e piegandoli all' amore delle 
leggiadre discipline e della eloquenza: il non essersi 
prostrato vilmente ai Greci, innanzi a' quali anche i 
migliori abbiettavansi : e l' avere in mezzo agli Ariani 
professata arditamente la religione di itoma. Più grande 
assai che non tra il fasto della reggia degli Amali , 
ci si mostra Cassiodoro negli umili uffici del suo mo- 
nastero ! 

Del resto Cassiodoro e Boezio van noverati a buon 
dritto fra i grandi istitutori dell' occidente, e formano 
con pochi altri una catena d' uomini , che posti con 
un pie sui confini dei secoli antichi, e coli' altro sul- 
l'orlo del baratro della barbarie, tengono alta fra le 
mani la fiaccola della civiltà, che mai non vedrem 
spenta del tutto in Italia. Se il loro genio illumina 



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41 

gli ultimi istanti del vecchio mondo, e ne onora, sto 
per dire, i funerali, plaude del pari ed inneggia al- 
l'aurora dei nuovi tempi. 

L' illustre stirpe dei Geti o dei Goti, a'^quali recò 
Deceneo nuovo impulso di civiltà, non bassi, com' è 
noto, a confondere coU'aspere razze germaniche, dalle 
quali vivean separati d' alte barriere di monti e molto 
più da istituzioni e costumanze diverse. Nomadi nelle 
origini loro , da> fondo dell' Asia e dagli altipiani del- 
l' Imalaja s'avanzano ognor combattendo sulle rive 
dell' Eusino, sul Baltico e sino alle foci del Tebro e 
del Tago. Erodoto cinque secoli innanzi l'era cristiana, 
ce li addita in riva al Danubio, e molto più innanzi 
di tutti i popoli barbari per costumanze e riti reli- 
giosi e guerreschi, a' quali gli avea forse educati 
quel loro misterioso legislatore Zamolxi, la cui scom- 
parsa in un antro e la posteriore sua apparizione fé' 
avere in conto di un Dio. Cacciati -dalle invasioni degli 
Unni, che premevanli a tergo, sulla frontiera del- 
l'impero romano, ne schiacciarono l'infiacchita potenza; 
senonchè esso a sua volta li vinse e tirò a se con 
la fede , per quantunque in essi intorbidata dagli er- 
rori dell'arianesimo. 

Per ben sessanta anni dominarono i Goti in Italia, 
ed è loro dovuto se la civiltà antica mandò ancora 
qualche luminosa favilla. Imperocché fra tutti i po- 
poli discesi a dilaniar la penisola, essi soli in parte 
informaronsi a quella romanità di costumanze e di modi, 
a cui sempre si ribellarono gli altri nordici invadi- 
tori. E giova afforzare tale sentenza con l'autorità 
del gran Muratori che scrive: — Al nominarsi ora i 
Goti in Italia si raccapricciano alcuni del volgo ed 
anche i mezzi letterati, quasi 'che si parli di barbari 
inumani e privi affatto di leggi e di gusto. Cosi le 



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42 

fabbriche antiche mal fatte si chiamano d' architettura 
gotica, e gotici i caratteri rozzi di molte stampe fatte 
sul fine del secolo quintodecimo o sul principio del 
susseguen:Jp. Tutti giudizi figliuoli dell' ignoranza. 
Teodorico e Totila , ambedue re di quella nazione , 
certo non andarono esenti di molti nei ; tuttavia tanto 
fu in essi l' amore della giustizia , ' la temperanza , 
l'attenzione nella scelta dei ministri e degli ufficiali, 
la continenza, la fede nei contratti, «con altre virtù, 
che potrebbero servire di esemplare pel buon governo 
dei popoli anche oggidì. — Affrettiamoci adunque in 
nome della verità, storica a distruggere quella solenne 
ingiustizia che ci fé' avere i Goti in* conto di barbari, 
dove per converso hannosi a ritenere come i mante- 
nitori e custodi della civiltà antica. — Gothorum laus^ 
scriveva Cassiodoro, est civilitas custodita. — 

Né la gente gotica fu digiuna di studi. Vero è che 
nel modo istesso.coa cui si tenne incapace di pos- 
sedere un'arte sua propria, cosi se le contese ogni 
genere di coltura, da quella dell'armi in fuori; anzi 
Scipione Maffei negavale perfino la nozione dell' alfa- 
beto. Ma chi non ne riconosce oggidì in Ulfila il glo- 
rioso inventore? Chi non sa che questo alfabeto, ri- 
stretto in origine a sedici lettere, si conservò tale in 
Isvezia, s'estese a venti in Danimarca, a ventisei 
in Germania, a trenta in Inghilterra? Eppur nell'età 
del Maffei già aveasi contezza del codice Argenteo 
d'Upsal (così si disse perchè scritto con soluzione 
d' argento su pergamena purpurea) che rimonta al sesto 
secolo, e contiene la traduzione degli Evangeli im- 
presa da Ulfila nel 375 in quell'idioma che originò 
il gotico-teotisco , cioè quell'idioma, che Valafrido 
Strabone trovava nell'«820 assai somigliante a quello 
di Tomi, in cui tessè Ovidio un poema in lode d'Au- 



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43 

gusto. Pur nel secolo scorso niun sospettava che ^uel 
linguaggio fosse appunto quel desso, che portato nella 
nostra penisola dai re del sangue d'Amalo, venne 
ivi usato da Amalasunta e da Teodorico. Un papiro 
posseduto dalla reale biblioteca di Napoli, i mano- 
scritti 'di Bobbio, i palimsesti del Castiglione e del 
Mai, oggidì posero in sodo che il memorato codice 
argenteo fu scritto appunto in Italia per uso dei Goti, 
e poi trasportato dall'Italia a Werden, a Praga e 
infine ad Upsal. 

Cassiodoro rammenta con lode V ubertà di un tale 
linguaggio, che per la bellezza della sua forma e la 
varietà delle flessioni si rannoda al sanscrito, allo 
zendo, al greco ed al latino, nonché ai dialetti ger- 
manici ai quali di lunga mano sovrasta. I nomi gotici 
spirano ancora un' aura orientale : tale è la sentenza 
de' più saputi filologi. I quali e' insegnano che il nome 
dei Goti, analogo all'addiettivo gods o gut , cioè buono, 
arieggia l'indiano cuddhas, cioè puro. Il nome di anses, 
cioè geni , ricorda gli ases degli Scandinavi, gli aesir 
degli Etruschi, l' asar , il dio degli Assiri, l' asus in- 
diano, e gli asuras dei Veda. I nomi dei loro mo- 
narchi che terminano in reikc o He hanno il loro 
riscontro nell'indico rày, nel latino rex, e ci mo- 
strano in Teodorico il re delle nazioni, in Alarico 
il re universale, in Ermerico il re della terra. Il 
nome Amalo dall'indico amalas suona incorrotto. E 
di questo andare potrei continuare lungamente. 

È fama che Attila preso alle bellezze del goto, 
volle in sua corte preferirlo al mongolo, e divisasse 
sostituirlo al latino col renderlo obbligatorio a tutti i 
suoi popoli. 

Questo linguaggio che in breve si propagò nella 
Pannonia, nel Nerico, nelle Bezie, nella Gallia e in 



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44 

Ispagna, non potea diflfettar di scrittori. L'anonimo 
di Bavenna rammenta i nomi d* alcuni geografi e di 
quattro filosofi che in esso dettarono le loro lucubrazioni, 
come Marcomiro, Aitanarido, Eldebaldo e Menelaco : i 
libri de' quali andarono preda alle fiamme neir incendio 
della biblioteca di Ravenna avvenuto verso il 700 ; 
del che l'Anonimo venne di sovente deriso, quasi 
avesse di sua posta foggiato quei nomi , e cavato fuori 
una schiera de' dotti, de' quali non bassi contezza ve- 
runa in altri scrittori. Ma opportunatamente il Troja 
ricorda, che il principale fondamento dell'incredulità 
circa i detti del Ravennate, era appunto che i Goti 
ad altro non intendessero se non alla guerra, dandosi 
così all' oblio, ciò che Strabone racconta di Deceneo , 
Celso delle discipline antiche de' Goti , e Origene del 
somigliare in parte all'ebraica la lor, civiltà. H geo- 
grafo di Ravenna scrisse in quello intervallo che corre 
fra Teodorico e Carlomagno ; nel qual tempo fiorirono 
le scienze gotiche per curta stagione in Ravenna ed 
in Italia, più lungamente nella Gozia gallica e nella 
Spagna. Ond' è che l' oscurità e gli errori di questo 
scrittore non ponno esser d' ostacolo ad adagiarsi sulla 
sua testimonianza, rincalzata dalle quotidiane scoperte, 
le quali n' accertano che più di un Goto dettò nella 
sua nativa favella, e perfino da un lor calendario, 
ove son registrati i martiri di quella nazione. Arroge 
che l'idioma ulfllano non restringeasi ai soli Goti, 
ma insegnavasi nelle pubbliche scuole di Ravenna e 
di Roma; e il pafrizio Cipriano, per tacer d'altri, 
volle fosse appreso a' suoi figli, del che Cassiodoro 
assai commendavalo in nome del principe. Fonte di 
copiose notizie per l'età gotica è la Vila di S. Se- 
^verino, l'apostolo del Nerico, dettata da un prete 
Eugippio, che sottomise il suo lavoro al giudicio del 



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45 

diacono romano Pascasio, autore pure esso di due libri 
intomo lo Spirito Santo. 

Col rovesciamento del regno de* Goti sparve il loro 
idioma , la loro liturgìa , le loro arti e le eroiche lor 
tradizioni , che miste a quelle dei Burgundi e degli 
Unni , apersero altrove un ciclo di leggende epiche , 
cioè il Gnomo Laurin , la Corte di Worms, la Morte 
A'Atfart e la Battaglia di Ravenna, il cui eroe si è 
appunto re Teodorico: leggende che preludeano al- 
l' Uliade alemanna, l'immortale epopea dei Nibelungi. 
Colla loro caduta s' apri invece fra noi il vero periodo 
della prevalenza ecclesiastica. I Papi già accennano 
ad elevar V ediflzio della gerarchia spirituale, che pian- 
tava il suo vessillo sulle mine di Eoma. Ma in quelle 
mura cadenti esso salvava il principio latino dell'u- 
nità dell'impero, e custodia l'opera dell'antica coltura; 
da quelle mura cominciava la grande battaglia «contro 
i nordici conquistatori che Eoma informò alla nuova 
civiltà del cristianesimo : e contro Bisanzio quella lotta 
di questioni dogmatiche, che ben presto dovea tramu- 
tarsi in un vero rivolgimento civile. 



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CAPO III. 
I POETI CRISTIANI DEL VI SECOLO 



SOMMARIO. 

Condizioni del Cristianesimo nei secolo VI — Ennodio — Si- 
donio Apollinare — Poeti liguri : Proculo, Quinziano , Ara- 
tore — Venanzio Fortunato — Sue domestichezze con S. Ra- 
degunda — Sue opere. 

Quali erano le condizioni del Cristianesimo nel VI 
secolo ? Il sangue de' martiri fecondò la sua culla, ma 
pur ebbe a lottare lungamente contro ogni maniera 
d' ostacoli. La poderosa unità romana e la filosofia de' 
sapienti avversavanlo; le dottrine della Grecia e del- 
l'Oriente, il gnosticismo della scuola alessandrina 
tentarono velarne la primitiva scMettezza , ma non 
l'offuscarono; con maggior impeto la sapienza ariana 
ovvero il razionalismo del platonico Origene avvalo- 
rato dal peripatetico Eunomio, si volse contro di lui, 
ma cadde a breve andare schiacciato. Tanto avvenne 
del pelagianismo, che di fronte alla dommatica cri- 



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48 

stinaa personificata in S. Agostino , non ebbe forza 
a conquiderlo: Ogni nuovo contrasto segnò pel Cri^ 
stianesimo un nuovo trionfo. Alla discesa de* barbari, 
ei già costituiva un completo sistema di dottrine fon- 
dato su immutabili cardini. Nel IV secolo, grande per 
illustri vescovi e patriarchi, la chiesa assume aspetto 
d*una possente aristocrazia: nel V e nel VI i Papi 
già van divisando d' unire alla tiara la corona dei re. 
Ma vano era sperare potersi in men di cinquecento 
anni divellere un culto radicato da ben venti secoli. 
Il paganesimo durava tuttavia nella gente di lettere 
che difendeva ostinata gli Dei del suo Campidoglio 
contro i novatori del Golgota ; anch' esse le classi 
rusticane e quelle dei pagi, non poteano rassegnarsi 
a disertare i lor numi proteggitori dei campi, paga- 
nica numina, come dicevali Ausonio ; e e' è noto che 
i volghi della Toscana, correndo il 430, celebravano 
ancora nel solstizio d' inverno le feste d' Osiri. Il 
monoteismo era una religione troppo * profonda ed 
astratta per essere agevolmente compresa dal popolo : 
&cea quindi mestieri un lungo corso di secoli per 
tor di mezzo le viete superstizioni, se pur è vero che 
sieno oggidì del tutto sbandite. 

Sebbene Teodosio avesse fin dal 391 banditi fieris^ 
simi editti che vietavano sacrificare agli Dei sotto 
pena del capo, i più illustri intelletti si teneano le- 
gati air antico culto e il nuovo avversavano : come Sim- 
maco, console , Rutilio Numaziano, prefetto di Roma , 
il sofista Libanio, il retore Salustio eh' esclamava — 
r empietà che via via si propaga , non dover punto 
turbare gli uomini saggi; essa cesserà a un tratto 
e tornerà il mondo a' primi suoi numi. — E invero 
i templi dell'antiche deità sorgevano ancora: Roma 
nel V secolo nulla aveva ancora perduto del suo ve- 



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49 

tusto splendore. Eutilio Numazìano, partendo da Roma, 
cantava ancora di lei: 

Feeisti patrlam dlversk gentibus unam, 
\ Prof alt invitia te dominante capi. 

Sacra città pei pagani, i cristiani aveanla in conto 
d*una Babilonia, d'una Sodoma, come S. Agostino la dice; 
e s'egli versò una lagrima quand' essa venne in balia 
d' Alarico , altri invece, come S. Gerolamo , mise un 
grido di gioia su quell' immensa caduta. Questo stato 
degli animi, questa conflagrazione fra l'antico ed il 
nuovo, fra una religione che andava sfasciandosi e 
un' altra che levava su il capo, noi vedrem fedelmente 
ritratta ne' canti de' poeti cristiani. I quali in tal 
copia abbondarono, che dal V al XV secolo, cioè a 
partire da Aurelio Prudenzio, che dettò la Psicoma- 
chia e g\ Inni, fino a Ludulfo de Luco che ridusse 
la grammatica in versi, l' istoria letteraria ne novera 
non manco di cinquecento. E alcuni d'essi poetarono 
cosi nobilmente da ingenerar la credenza che i carmi 
medievali De P/iilice, De Philomena , De Velula^ ed 
altri, che soglionsi da alcuni attribuire ad Ofilio Ser- 
giano, e da altri a Leone bibliotecario, appartenes- 
sero invece ad Ovidio. Noi restringendoci ai soli ita- 
liani, lascieremo da parte la turba de' molti che la 
venustà della lingua latina imbrattarono con modi 
barbarici, per dir de' migliori che alla gravità del 
pensiero associarono una qualche gentilezza di forme. 

Enno'dio Magno Felice sortiva intomo il 473 non 
già^n Arles i natali, come tengono i Padri Maurini, 
bensì a Milano di nobilissimo lignaggio, come quegli 
eh' era stretto di parentado con Boezio, Avieno, Festo, 
Probo, Felice ed altri letterati di grido. 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 4 



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50 

Educavasi alle lettere in patria, sede allor rinomata 
di studi per le sue scuole palatine e per gì' ingegni 
che vi fiorivano, onde il detto che anche la Liguria 
(cioè la superiore Italia) produce i suoi Tullii, — 
A quelle •scuole, egli scrive, apprendesi a sfatare la 
crudeltà de' tiranni, a resistere alle seduzioni degli 
empi che le pecorelle consegnano alle zanne dei lupi: 
apprendesi a non temere pericoli per ottenere libertà 
e balia di recare conforto agli esuli ed ai prigionieri. -^ 
Rivivono nelle^sue pagine i nomi d'alcuni fra quegli 
uomini illustri: Servilione suo precettore, il diacono 
Silvestro versatissimo nel magistero dell'insegnare, 
Bonoso, il cui corpo, egli dice, se nascea nella Gallia, 
r anima per altro tenea fede della celeste sua origine : 
Simmaco, Ormisda, Cesareo d'Arles fra gli ecclesiastici; 
Fausto che tenne il consolato nel 490, e dettò una 
descrizione della città di Como e del Lario, in quei di 
lodatissima: Avieno, di lui figlio che fu pur con- 
sole alcuni anni appresso, degno emulo di Demostene 
e di Cicerone, fra i laici. Fra glt oratori trovo ram- 
mentati eziandio Olibrio chiamato il Grande, non che 
Eugenete che ottenne da re Teodorico la questura e 
il maestrato degli uffici: Importuno, che consegui il 
patriziato e Venanzio che fu conte dei domestici. 
Fanno a questi degna corona Festo, Probino, Cetego, 
Costanzo, Agàtipo e Probo, ambo innalzati alla di- 
gnità consolare, come del pari Boezio, che seppe portar 
nobilmente il nome del suo genitore. Arroge due co- 
spicue matrone, cioè Barbara, eh' ei predica degna di 
servire di specchio alle donne italiane, e Stefiinia, in 
cui la chiarezza del sangue era offuscata dallo splemor 
de' costumi, nel modo istesso che il lume d'una fiac- 
cola dai vividi lampeggiamenti del sole. 

Ecco ora in iscorcio quanto egli stesso ci apprende 



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51 

nel suo Eucharisticun intomo ai casi della sua vita. 
Rimasto orbo sui sedici anni di una sua consanguinea 
che avealo raccolto, ebbe non pertanto si amica la 
sorte d'impalmare una ricca fanciulla, che da men- 
dico qual era, lo innalzava, com'egli si esprime, a 
condizioni di re. Ma le dovizie, come suole, gli cor- 
ruppero il cuore: finché una ostinata infermità che 
duramente l'afflisse, fecegli aprir gli occhi alla luce, 
talché in un colla sposa Melanide, eh' ei non rifinisce 
mai d' esaltare pel suo profondo sentir religioso e per 
la rigidità del costume, si votò a Dio e abbracciò le 
austerezze della vita cristiana. Creato vescovo di 
Pavia nel 510, si trovò involto in tutte le contro- 
versie ecclesiastiche che allor s' agitavano : seguì le 
parti del pontefice Simmaco, di cui dettò l'apologia, 
e presso l'imperatore Anastasio, a cui due fiate in- 
viavalo il papa Osmida, combatté virilmente T ariana 
eresia. Mori il 17 luglio del 521 , e fti sepolto nella 
cripta della chiesa di S. Michele da lui edificata. 

Maraviglia il vedere in questo vescovo, annoverato 
tra i santi, rivivere intero lo spirito del politeismo. 
Ciò ben può condonarsi a quelle fra le sue poesie 
ch'ei dettava ne' primi bollori della sua giovinezza, 
quand' egli non aveva per anco volte le spalle ai tri- 
pu^ del mondo: ma non può scusarsi durante il suo 
ministero ecclesiastico. Egli avea solennemente pro- 
messo a S. Vittore di non più verseggiare : ma come 
tanti altri, venne manco al suo giuro. Di che im- 
prende a scagionarsi in più luoghi , allegando testi 
sacri e profani e X esempio eziandio de' profeti. Ne' 

fi Poemata Sacra dureresti fatica a riconoscervi 
vate cristiano. In un suo epitalamio, Amore si 
lagna con Venere che i precetti evangelici turbino 
il suo impero — più non si ode , egli dice , il tin- 



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52 

tinnìo della lira : i racconti amorosi son posti in non 
cale, e la fredda verginità, consuma con nuovo vigore 
i corpi di molti . . . . i quali non serbano che sola 
una fede: non lasciarsi» cioè, adescare da niun natu- 
rale piacere. — 

Frigida conaumang multomm possidet artua 

Virginitas ftrwyre novo 

Una fides, rerum nulla dulcedine flecti. 

Nel SUO Itinerario nella Oallia dopo essersi proster- 
nato sulla tomba de' martiri, ti esce fhori a parlare di 
Dedalo, di Febo e di Lete. Altrove pone le Parche 
al fianco di Cristo, aprendo cosi la via al Sannazzaro 
che nel poema De Partu Virginis, soverchiava ogni 
confine. Ma tale era l'andazzo di una età. che non 
sapeva ancom francarsi del tutto dal concetto pagano, 
di un età, in cui veggiamo un altro santo vescovo, 
amico d'Ennodio, cioè S. Avito cantare l'Olimpo e i 
voleri dei numi, e per soprasello porre tali espressioni 
idolatre sul labbro di Dio parlante a Mosé. Cosi Gio- 
venco che ridusse V evangelo in esametri, ne macchiò 
l'aurea semplicità con versi tolti a Virgilio: eppur 
il suo fu uno dei libri più accetti alla gioventù delle 
scuole. 

Le poesìe sacre d'Ennodio sommano a vent'una: 
le profane a centocinquanta, alcune delle quali, come 
quella sopra Pasifeee, assai licenziose. Troviam in esse 
movimento ed impeto lirico, ma il fraseggiare latino è 
spesso scorretto, e la prosodia quasi smarrita. Vo- 
glionsi però encomiare i suoi versi, quando in ispede 
punge i Romani perchè affettavano i modi e le fogpe 
de' barbari, e un cotal Gioviniano, che fornito di barba 
e di vesti latine, parea volesse nel piccioletto suo 



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53 

corpo rappresentare con funesta colleganza i due 
popoli : 

Barbaricam faciem romanos sumere vultos 
Miror et in modico distintas corpore gentes. 

Fra le diverse sue opere ricorderemo il Panegirico 
di Teodorico, momim&aio d'adulazione comparabile 
appena a quelli del III secolo, ma pur rilevantissimo 
dal lato storico, come quello che ci serba memoria di 
fatti taciuti da ogni altro scrittore. Di egual pregio 
rifulge la Vita di Epifanio, senza la quale, come il 
Gibbon ebbe ad osservare, la posterità non avrebbe 
avuto contezza veruna del nome e delle opere di un 
gran vescovo, quale fu appunto Epifanio. Arroge che 
questa sua narrazione rafferma in più luoghi dubbiosi 
r autorità di Procopio, e chiarisce non poche vicende 
sulla caduta dell' impero occidentale. Le Dizioni Sco-- 
lastiche, specie d'esercitazioni oratorie che solean 
recitarsi nelle scolastiche festività, o nella presen- 
tazione degli alunni alle pubbliche scuole, ammontano 
a ventinove, e mostrano quanto egli valesse in questo 
genere d'eloquenza, allor tenuto nel massimo onore. 
Sovrastano a tutti i suoi scritti le Epistole di cui 
abbiam nove libri, che pongono sotto gli occhi del 
lettore un fedele prospetto della società e dei costami 
del tempo in cui vìsse. 

A fianco d' Ennodio porremo Sidonio Apollinare che 
tenne la prefettura di Eoma , e che perciò , sebben 
nato nella Gallia nel 430, possiamo dir nostro. Eam- 
poUo d' illustre stirpe , menò in moglie Papianilla , 
figliuola di queir Avito , che fu imperatore dopo la 
morte di Massimo. In quella occasione ei trasse a 
Roma, e innanzi al senato ne disse il panegirico in 
versi, e volgendosi al sole — o Febo, esclamava, tu 



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54 

ehe alfin vedrai un tuo eguale sopra la terra che 
circondi, riserba i tuoi splendori pel cielo : per la terra 
basta il sole d'Avito. — Per questa sua conclone, 
decretarongli i senatori una statua ^i bronzo che 
vennegli eretta nel foro di Traiano. Al quaì fatto egli 
allude, cantando: 

8Ì8timu8 portUj geminai potiti 
Fronde corance: 

Quam mihi indulsit populus Qi^irini 
Blatti/er, vel quam trihuit senatus: 
Quam periforum dedit ordo consors 
ludiciorum : 

Cum 7neÌ8 poni atatuam perennem 
Nerva Trajanua titulis videret 
Inter auctores utriuaque fixam 
Bibliothecce, 

Coi quali ultimi versi ei mostra sperare che Traiano 
stesso contempli il simulacro, che a testimonianza 
del suo poetico ingegno eragli innalzato fra i più 
celebrati scrittori; come del pari apprendiamo che 
queste antiche consuetudini d' onorare i più prestanti 
intelletti non erano ite in disuso ; e che il saccheggio 
dei Vandali avea risparmiato la biblioteca Ulpia e le 
statue degli uomini illustri che ne decoravano le sale, 
n suo panegirico non recò lieti auspici al nuovo 
Cesare , U quale dopo appena un anno d' impero fu 
morto. Gli successe Majorano non forse incolpevole 
dell' uccisione d' Avito ; e non pertanto ecco ancora 
Sidonio a predicarne le lodi. Egli sentì, a dir vero, 
quanto ciò a lui sconvenisse : ma scusa se stesso re- 
cando l'esempio di Virgilio che celebra Augusto, e 
di Orazio che abbandonate le parti di Bruto e di 
Cassio, si schiera sotto i vessilli d'Ottavio. Anche 



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55 . 

questo discorso tien fede al primo per la gonfiezza del- 
l' adulazione e per la sua forma allegorica; non dif- 
fetta però di qualche tratto robusto ed efficace. Chiu- 
dasi aJ pari dell' ^Itro con impromesse di futuri trionfi 
e glorioso avvenire. 

Recto 8Ì tramite servai 

Sldera Chaldaeus, novit si gramina Colchus, 
Fulgura si Tuscus, si Thessalus elicit umbras, 
Si Liciae sortes sapiant, si nostra volatu 
Fata loquuniur aves, doctis balatibus Hammon 
Si sanctum sub syrte gemit, si denique verum, 
Faebe, Themis, Dodona, canis : post tempora nostra 
lulius hic Augustibs erit 

Invano; che per opera del patrizio Eicimero fu co- 
stretto in Tortona a deporre la porpora di fronte ad 
una congiura che indarno tentò raffrenare, e peri in 
modo arcano. Fu uomo, scrive Procopio, giusto a' 
soggetti, metuendo a' nemici : ottimo fra tutti i prin- 
cipi che innanzi a lui regnarono in Eoma: per eccel- 
lenza di cuore e per Y esercizio d' ogni virtù a tutti 
primo. 

Ignoransi le cagioni per cui Severo, che successe a 
Majorano sul trono dei Cesari, non ebbe da Sidonio 
r usato panegirico. Ma vòlti dieci anni, Antemio 
chiamavalo a Eoma*, ed egli per la terza fiata disse 
l'orazione al nuovo eletto. Questa consuetudine di 
profonder lodi ai principi, in ispecie quando salivano 
al trono, passò dall' Italia in Africa ; e ancor leggonsi 
i versi di un romano di nome Fiorentino, indirizzati 
al vandalo Trasamundo, del pari improntati della più 
smaccata adulazione. Nel suo soggiorno di Eoma ben 
poco calse a Sidonio di quanto ragguarda la fede; brigò 
anzi con ogni possa ad acquistare i favori del prin- 
cipe, del che fan testimonio le sue lettere stesse. Né 



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. 56 

tardarono ad essere satisfatti i suoi voti : imperocché 
fu da lui creato patrizio e prefetto di Eoma. 

Sidonio era ornai pervenuto al compimento d' ogni 
suo desiderio; da questo punto per lui s'inizia una 
nuova esitenza : cessa V uom dagli onori faticosa- 
mente anelati e rivelasi il santo. La chiesa deside- 
rava tirare a se un personaggio si illustre, talché 
conferiagli nel 471 il vescovado d'Arvernum , o vuoi 
di Clermon. Egli si mostrò degno del nuovo suo 
ministero: lasciò ogni profana poesia, e quando la 
sua città, propugnacolo della romana potenza nelle 
Gallio, fu assalita dall' armi dei Visigoti, ei la difese 
in un con Ecdicio , per modo eh' e' furono costretti a 
cessare l'assedio e sbandarsi. Caduta appresso per altrui 
tradigione la terra, ei venne a mani de' suoi nemici; 
ma benché prigioniero , giunse ben presto a cattivarsi 
r animo d' Enrico, re loro, del quale scrisse pur anche 
il panegirico in versi. Bidonato alla sua cattedra epi- 
scopale, morì nel 489 in concetto di santità. 

Io non loderò soverchiamente i suoi versi: ma ciò 
che in essi v' ha di notevole, si è l' esatta dipintura 
de' tempi , e il ricordo di molte particolarità che ne 
mostrano l' indole , e che V istoria nella gravità del 
suo incesso sdegna raccogliere. La società romana e 
la barbara trovansi stupendamente ritratte. La vita, 
i costumi, le lautezze dei ricchi signori , il fasto dei 
loro castelli, la tortuosa loro politica per ingraziarsi 
alla plebe, onde la voce popularitas che in lui per la 
prima volta ci occorre, l' amore intenso che le classi 
patrizie portavano ancora alle lettere, i nomi dei più 
illustri scrittori, la quasi selvaggia corte d'Enrico, 
che si studia di sfoggiar modi e costumanze romane , 
tutto ivi è tracciato con si efficaci colori che il suo 
stile n' acquista evidenza e brio singolare. 



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57 

Ecco com' egli descrive quella tremenda compage 
di barbari: 

subito cum rupia tumultu 

Barbaries, totas in te trasfunderat arctos , 
Gallia. Pugnacem Rugum comitente Gelano 
Gepida trux sequitur, Scyrum Burgundio rogit 
Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Torlngus j 
Bructerus, ulvosa quem vel Niger abluit unda 
ProrumpU Francus cecidit cito secta bipenni 
' Hercinia in lintres 

Eppur, cosa strana ma vera; mentre egli si minu- 
tamente ritrae V età sua, non ha una sola parola di 
imprecazione e di sdegno per quei terribili scuoti- 
menti, che funestavano il secolo d'Alarico, di Gen- 
serico e di Attila. La terra mareggia di sangue, ma 
il nostro poeta volge altrove la faccia, solo intento a 
rammorbidare i suoi versi , quasi quel . turbine ster- 
minatore non soffiasse sulla sua patria. Pur troppo 
la storia letteraria ci porgerà appresso altri esempi 
di questi fenomeni. Il secolo XVI era pur esso attri- 
stato dai barbari ; le bande di Carlo V e di Francesco I 
stremavano la misera Italia, e intanto i suoi poeti 
belavano idili e madrigali! 

Chi scorre le poesie di Sidonio Apollinare vedrà 
levati a cielo due liguri poeti di cui perirono le opere, 
cioè Procttlo e Quinziano. Del primo d' essi canta con 
troppo aperta adulazione: 

Limans faceta quaeque sic poemata 
Venetam lacessat ut favore Mantuam, 
Homericaeque par et ipse ghriae 
Rotas Maronis arte sectans compari. 

Quanto a Quinziano, par ch'ei valesse del pari a 
trattar la spada non men che la cetra; scrisse un 



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58 

poema in lode di Ezio , che di sua mano tre volte 
incoronavato. Così Sidonio ne canta: 

Non tu hic nunc legerts, tuumque falmen, 
O dignÌ88Ìme Quintianus alter, 
Spemens qui Ligurum solimi et penates, 
Mutato lare, Gallias amasti, 
Inter classica signa, pila , tunnas , 
Laudans AeUum, va^ansque libro y 
In castra hedera ter laureatus. 

Di stirpe ligure nacque forse in Milano Aratore, 
erudito dapprima nelle lettere dal proprio padre e 
quindi da Lorenzo vescovo di quella metropoli, il 
quale 1* ebbe in conto di figlio e affidoUo a Deuterio, 
che insegnava con grandissimo plauso in Pavia. Ne* 
suoi giovanili anni scrisse versi profani, maPartenio 
consigliavalo a volgersi a sacri argomenti: 

Ad Domini laudes flectere vocis iter. 

Gli ammonimenti dell' amico non tornarono vani, 
poiché egli infatti si attenne alla cristiana poesia, 
senza smettere per altro gli studi forensi, ne' quali 
era si addentro, che d'ogni parte invocavasi il suo 
patrocinio. Agitò innanzi a re Teodorico la causa dei 
Dalmati, e questo re l'ebbe in tanto favore, che il 
volle a capo di quella solenne ambasciata che mandò 
all'imperator Giustiniano. Per opera di Cassiodoro la 
regina Amalasunta gli conferi nel 533 gli onori di 
conte de' domestici e delle private largizioni : senonchè 
le calamità in cui versava allora l' Italia il persuasero 
a girsene a Roma, come persuadean Cassiodoro a ri- 
trarsi in Calabria. In Roma, Papa Vigilio lo elesse a 
suddiacono della chiesa, dignità allora eminente e pari 
a quella degli odierni cardinali. Avendogli Aratore 



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offerto la sua Storia apostolica , ossia la perifrasi ia 
versi degli atti degli apostoli, venne pregato il ponte- 
fice a volerne ordinare pubblica lettura. La quale ebbe 
luogo nel vestibulo di S. Pietro ad vincola in sette 
giorni distinti, poiché il plauso vivissimo, onde il popolo 
accompagnava que' versi , e la ripetizione eh' egli 
chiedeva de' brani migliori, condussero in lungo la 
recitazione di quel breve poema. Altra pubblica let- 
tura se ne fé' appresso, cioè nell' anno 544. P^rve al- 
lora mirabil cosa una poesia eh' oggidì ci sembra ap- 
pena mediocre; ma l'opere letterarie voglionsi ognor 
giudicare alla stregua de' tempi che le produssero. 
Nella dedicazione ch'ei ne fece al Pontefice, scrive: 

Ecclesiam suÒeo dimUsa naufragus aula. 
Perfida mimdani deserò vela freti . . . 

Te duce tyro legor: te dogmata disco magistro: 
SI quid quid ab ore placet, laus monitoris erit. 

Più larghe parole spenderemo intorno ad Onorio 
Venanzio Fortunato, la cui vita è un tessuto di 
strane e curiose vicende. 

Nacque in Valdobiadena presso Trevigi il 530 , 
quando morto re Teodorico, Goti e Eomani insangui- 
navano le terre italiane. Studiò in Eavenna la gram- 
matica, l'eloquen^ e il diritto, e per quanto egli 
confessi la povertà del suo ingegno in que' versi : 

Ast ego sensus inops, italce quota portio linguas^ 
FcBce gravis, sermone levis, ratione pigrescens , 
Mente hebes, arte carenSy usu rudis, ore nec expers, 

nelle giuridiche discipline pochi avea che lo pareg- 
giassero. Abbandonata, qualunque ne sia la cagione, 
suir età di trentasette anni l' Italia , corse la Ger- 
mania e la Francia, e fermò da sezzo sua stanza in 



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60 

corte di re Sigeberto che lo creò suo poeta e Y ebbe 
assai caro. Eppur odasi con che romano dispregio egli 
parli de' barbari — pe' quali non corre divario al- 
cuno fra il grido dell* oca e il canto del cigno: ispidi 
accenti escono dalle lor labbra e strani suoni dalle loro 
arpe selvaggie .... Ed io affranto da lunghe pere- 
grinazioni e dai ruvidi loro banchetti, sotto un cielo 
freddo e brumoso, invocando la mia musa mezzo ebbra 
e mezzo |p.ssiderata, getto, novello Orfeo, i miei canti 
ai venti delle foreste. — 

Intanto i Longobardi invadeano V Italia , e forse 
questa fu la cagione per cui non gli die il cuore di 
più risalutare la patria, talché decise d'accettare i 
fevori di Sigeberto, di cui cantò le nozze con Bru- 
nechilde. Ma stanco alfine della corte d'Austrasia, 
oggidì Normandia, sen venne a Tours a venerarvi 
il sepolcro di S. Martino, da dove quindi si ritrasse 
a Poitiers. E qui s'apre una poco nota pagina della 
sua vita, di cui non vo' defraudare i lettori. 

Neil' abazia di Santa Croce a Poitiers vivea Rade- 
gunda figliuola di Bertario, che dopo la strage de' 
suoi fratelli principi di Turingia e l' intero sterminio 
del regno, era stata dal re de' Franchi Clotario I, 
ancor fanciulla condotta seco qual preda, fatta alle- 
vare neir arti romane, e poi disposata ; senonchè com- 
presa da orrore pel proprio marito, distruttore della 
sua stirpe, fuggì da lui, e venuta a Poitiers avea 
preso il velo di monaca. S. Medardo la consacrò 
diaconessa. Era bella, gentile e devota alle lettere: 
l'amore d'uno sposo celeste non l'avea tratta agli 
altari : il mondo non era morto ancor nel suo cuore , 
e solea con liete accoglienze onorare i personaggi più 
illustri e virtuosi che spesso la visitavano. Non è 
perciò a dire con quali dimostrazioni di stima rice- 



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61 

vesse il nostro poeta di coi si alto volava la fama. 
Quale da quel giorno fosse la vita loro narrerò colla 
scorta dell'opere sue, non che del Tierry e dello 
Ampère, che assai addentro indagarono questo periodo 
di storia. 

Accolto dalla regina e da Agnese badessa del chio- 
stro con le cortesie più squisite, Fortunato non sapea 
più spiccarsi da un luogo che queste due donne gli 
aveano sparso di fiori. Volgeano le settimane e i 
mesi, e a più doppi cresceano le cure, Y ammirazioni 
e le lodi delle due monache: ond'egli trovò modo a 
dilazionare la sua dipartita. Ma venne il di finalmente 
in cui fu mestieri parlar di commiato; senonchè la 
reina: a che partire; gli disse: restate con noi. For- 
tunato non ebbe forza a resistere a tanto invito, e 
pose sua sede a Poitiers, ove resosi sacerdote, fu ac- 
colto nel clero di quella città. 

n suo nuovo carattere agevolò d' assai le sue rela- 
zioni colle due amiche, ch'egli soleva appellare coi 
più teneri nomi. Ogni di quei legami divenivano più 
stretti che mai. Occorreva a quel monastero Y opera 
solerte d'un uomo che ne vigilasse i vasti poderi, e 
gli ottenesse dai principi concessioni e privilegi. A 
questo intese con indefessa sollecitudine il nostro 
poeta , talché in breve tirò ogni negozio a sue mani. 
£ non solo giunse a governare le cose esteme del 
chiostro, ma pervenne anche ad indirizzarne le in- 
teme, facendosi arbitro delle querele che scoppiavano 
talor fra^i^e suore, e temperando l'asprezza delle lor 
discipline con opportuni consigli. Ebbe eziandio piena 
ed assoluta balia delle loro coscienze , e gli ammo- 
nimenti che solca porgere in versi, tendeano sempre 
a recare una qualche larghezza ai loro religiosi do- 
veri. 



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62 

E invero, benché sacerdote, non mostravasi di so- 
verchio severo per quanto avea tratto al costume: 
avido oltre ogni dire nei cibi, stemperato nel bere. 
Nei banchetti a cui Y invitavano le ricche sue pro- 
tettrici, ora imbanditi all' uso barbaro, ora al romano, 
ei solea abbandonarsi alle voluttà della gola: ond'è 
che le due monache intente a legarlo di più stretti 
vincoli a loro, nulla risparmiavano per appagare i 
suoi voraci appetiti. Ne' giorni poi in cui non solea 
desinare nel monastero, esse affi*ettavansi di mandarli 
su piatti di cristallo, di diaspro e d' argento ogni fior 
di primizie, copie di vivande elettissime , camangiari 
delicati e legumi in più foggio conditi. Più spesso 
però lo voleano a lor commensale , e allor la pompa 
della sala e la sontuosità dell'imbandigione sover- 
chiava ogni limite. Tutto spirava delizie e profumi: 
ghirlande di fiori pendenti a festoni ornavano le pa- 
reti: uno strato di foglie di rose copriva le tavole: 
i vini più prelibati spumeggiavano in tazze preziose. 
I lor conviti, a dir curto, arieggiavano quei di Fiacco 
con Lalage e di Tibullo con Delia. 

Agnese, la badessa del chiostro, toccava appena i 
trenta anni d'età: un po' più innanzi negli anni era 
Eadegunda: e per quantunque egli usasse chiamar 
questa col nome di madre e l'altra con quel di so- 
rella, non mancavano più ardenti espressioni a signi- 
ficarne r affetto, e spesso suonavano stvra il suo lab- 
bro le voci di mta mia, luce e delizia delV anima. 
Erano slanci di uno spirito amante, ma pu|^: di una 
^amma intellettuale ed eterea: e non pertanto assai 
diversamente il mondo giudicava di loro: sinistre voci 
correano sulle famigliarità sue colle due suore, talché 
Fortunato si vide costretto a schermirsi dalle accuse 
che contro di lui si levavano, e lo fé' in versi, chia- 



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63 

mando Cristo e la Vergine in testimonio della purità 
del suo cuore. 

Scorrendo i canti ch'ei dettava in questo periodo 
della sua vita, cioè dopo il 567, ci par d' avere alle 
mani un Canzoniere amoroso, ma casto. In mezzo alle 
cure e allo zelo del culto cristiano e alle raffinatezze 
di una società che mandava i suoi ultimi lampi, ci oc- 
corrono le più minute particolarità sulla unione di 
questi tre cuori, che un amor celestiale confondeva 
in un solo. H poeta pone ogni studio a descriverci 
l'andar dolce e affettuoso della lor vita: le brevi 
assenze, le gioie del ritorno, i doni ricambiati, i fiori, 
le frutta, tutto infine, non esclusi i canestri dì vimini 
eh' egli di sua mano tesseva per farne presente alle 
due sorelle del cuore. 

lata meis manibua fiscella est vimine texta, 
Credite me, charae mater et alma soror. 

Et quae rura ferimt hie rustica dona ministro ^ 
Castaneas molles, quas dedit arbor agris. 

Arroge la descrizione dei desinari fatti nelle mura 
del chiostro e resi di tanto più cari da piacevoli ra- 
gionamenti: non che di quelli che talor Fortunato era 
costretto a &r da solo in sua casa, dolente dì non 
poter deliziare, come il palato, anche gli occhi e 
gli orecchi nella presenza e nella voce delle sue 
amiche: 



Nescivi fateoT mihi prandio lassa parari, 
Sic animo mereor posse placare tuo, 

Nec poterant aliqui vultu me avellere vestro 
Si non artificis fraus latuisset inops. 

Quis mihi dat reliquas epulas ubi voce jfideli 
Delicias animae te loquar esse meaef 

• 



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64 

A vobìa absens colui ieiimia prandens , 
Nec 8Ìne te poteram me saturare dbo. 

Pro summis epulis avido tua lingua fuisset, 
Remplissent animum duleia verba mewnU 

Ma per altro il ventre e la gola, che si spesso 
occorrono ne* suoi versi, son sempre la principal musa 
all' implacata avidità del poeta : 

Deliciis variis tumido me ventre tetendi 
Omnia svmendo: lac, olus, ova, butyr. 

Quid petit istigane avido gula nostra barathro 
Excipiunt oculos aurea poma meos. 

Non V* ha sensazione o circostanza eh' egli non rivesta 
di canto, ^a l'anniversario d'Agnese, sia il primo giorno 
di quaresima, in cui Radegunda, in adempimento di 
un antico suo voto, solea raccogliersi nelle sue stanze 
e darsi a pratiche di austere astinenze. E allora il 
poeta con lamento che troppo sapea di profano, escla- 
mava — ove la mia luce s'asconde? chi la fura a' 
miei sguardi? — 

Quamvis sit caelum nebula fugiente serenum , 

Te celante mihi stat sine sole dies. 
Sed precor horarum ducat rota concita cursus, 

Et brevitate velint se celerare dies. 

Ma non appena, sorgeva il giorno di Pasqua e la reina 
uscia dalla sua cella, ei tosto versava la piena del 
suo contento, cantando — tu avevi teco portato ogni 
mia gioia : or essa ritorna con te ; tu mi fai doppia- 
mente festare questo giorno solenne. — 

Paschalemque facis bis celebrare diem, 

Quamvis nudits ager nullis oneratur aristis, 

Omnia piena tamen te redeunte nitent. 



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65 

Questa felicità cui niuna nube veniva ad offuscare, 
era accompagnata dalla gloria che circondava il nome 
di Fortunato in tempi così poveri d' eletti ingegni , 
massime in Francia. I barbari lo ammiravano per la 
fama che correva di lui: i suoi versi anche i più 
semplici , i suoi distici anche gì' improvvisati tra i 
fumi delle dapi e del vino , erano avidamente tras- 
critti: ogni poesia che mettea fuori costituiva un 
pubblico avvenimento. Ei potea credersi nato a re- 
staurare una letteratura di cui era l'ultimo anelito: 
ma per quanto s'adoperasse a far rivivere ne' suoi versi 
r antica coltura, non gli venne fatto di sciogliersi da 
quella atmosfera di barbarie che d' ogni parte accer- 
chiavalo. Inferiore ad Ausonio e a Sidonio Apollinare 
per poetico brio, senti in lui la decadenza e il mal 
gusto, da cui cerca invano prosciogliersi. In lui trovi 
stranamente accoppiate le virtù del prete cristiano co' 
modi propri de! barbari e con la sensualità de' tempi 
. pagani. Esaminiam più d' appresso l' opere sue. 

Io non deggio intrattenermi per fermo de' suoi libri 
teologici, dacché questo poeta epicureo, sebbene abbia 
dopo Platone, occupata la sedia episcopale di Poitiers 
nel 599, non poteva in divinità valere gran cosa. Ep- 
pur, strano a comprendersi, dobbiamo in lui venerare 
l'autore di parecchi inni liturgici e in ispecie del 
Vexilla regis prodeunt , dettato nell' occasione in cui 
r imperatore Giustino mandò ^ un frammento della 
Croce a S. Radegunda. Lasceremo pur anco da banda 
que' versi artificiati che accusano la prostrazione 
d'ogni buon gusto, e que' suoi teoksti, anagrammi 
ed acrostici a figure di angoli, di quadrati, di croci, 
che sventuratamente furono troppo imitati ne' secoli 
appresso, e de' quali egli, che primo ne porse con 
Eabano Mauro l'esempio, singolarmente tenevasi. 

E. Cblesia. Storia della Letterat. in Italia. 5 



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66 

Anche la vita di S. Martino in versi esametri, vita 
ch'egli svestì di quelle fantasiose leggende che ci 
occorrono in Sulpizio Severo, non va annoverata tra 
i suoi migliori poemi. Ne' quali Fortunato, al paro di 
molti altri, awegnacchè in modo più parco, fa uno 
strano innesto di concetti cristiani e mitologici. Nel- 
Tepitafio ad Eusebia noi troviamo, a mo' d'esempio, 
accanto al nome di Cristo quello di Minerva e di 
Venere. 

Per contro pietosamente gentile è il poema che 
scrisse sulla funebre istoria della infelice Galsvinda 
che andò sposa a re Chilperico, e che la feroce Fre- 
degonda fé' uccidere. La quale ben presto vedovata 
di due figli chiese conforto alla musa di Fortunato, 
che dettò allora per lei le Consolazioni. Freme ogni 
animo onesto leggendo le lodi ond' egli esalta la tru- 
culenta reina, fino a predicarla: 

Provida conailiisy solerà, cauta, utilis aulae, 
Ingenìo pollens, munere larga placens. 

Omnibus excellens meritis, Fredegundis opima^ 
Atque serena suo fulget ab ore dieif. 

Begia magna nimis, curar um pondera portans , 
Te bonitate coleus, utilitate juvans, 

A' pia liberi voli s' innalza nei canti eh' egli scrisse 
a nome e per impulso di Badegunda. Noi abbiam più 
sopra toccato la funesta catastrofe , che in una con 
la sua famiglia sovverse il di lei regno: sprofondata 
nel pensiero dell' eccidio della patria diletta, coli' im- 
magine innanzi agli occhi del suo ben amato fratello 
mortole, e non in battaglia, dal proprio marito , essa 
agognava vendetta, e spinse perciò Fortunato a det- 
tare il suo De excidio Thuringiae ex persoTta Rade- 
gundis, eh' è forse il più commovente e notevole de' 
suoi poemi. 



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67 

Dopo alcune considerazioni generali sulla instabi- 
lità dell'umane vicende, egli si fa a descrivere gli 
orrori e le stragi di quella guerra. — Io vidi, è Ea- 
degunda che parla, io vidi le donne trascinate al ser- 
vaggio, legate le mani e sparse le chiome: Tuna 
camminava a pie nudi sul sangue del proprio sposo, 
l'altra si facea via del cadavere del proprio fratello: 
ognuna ebbe larga cagione di lagrime, ed io piansi 
per tutte. Io piansi i miei parenti trafitti; è mestieri 
altresì ch'io pianga anche quelli che tuttora respi- 
rano r aure vitali. Quando la fonte delle mie lagrime 
è inaridita, quando i miei sospiri si tacciono, non 
tacciono però le mie angoscie. Allorché mormora il 
vento, io intendo l'orecchio se per avventura non 
mi recasse una qualche novella; ah ! che l'ombra d'al- 
cuno de* miei mai non si oflBre al mio sguardo! — 

Essa invia questo straziante carme ad un suo cu- 
gino Amalfredo che viveva a Costantinopoli, oggetto 
de' suoi più ardenti sospiri. La parola d' amore e 
d' amante vi ricorrono ad ogni tratto. — Eicordi, essa 
dice, Amalfredo , ricordi i nostri verdi anni , e ciò 
che Radegunda era allora per te: come tu m'amavi, 
adorabile fanciullo , tu pure, diletto figlio al fratello 
del mio genitore. Tu solo mi tenevi luogo di padre, 
di madre, di fratello e di sorella che io aveva per- 
duti. 

(ìuod 'pater extintus poterai, quod mater haberi, * 
Quod soror aut frater, tu mihi solus eros. 

Piccola ancora, tu mi prendevi teneramente per mano: 
il tuo balsamico flato mi carezzava e mi inebriavi di 
baci. ... Ciò che ora sovra ogni cosa mi affigge e 
m'apre al cuore acerba ferita, si è di non ricevere 
da te segno alcuno di tua esistenza : una tua lettera 



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68 

mi pingerebbe U tuo volto che tanto desidero e che 
pur non mi è dato vedere: • 

Quem volo, nec video, pmxÌ88et piatola vuUum, 

E segue dicendo: se la santa chiusura del monastero 
non mi fosse d* intoppo, giungerei inattesa nel luogo 
del tuo soggiorno : la mia nave vincerebbe i tempe- 
stosi mari: io sfiderei con gioia il loro furore : colei 
che ti ama non si atterrirebbe per certo di ciò che 
fa pavidi gli istessi nocchieri: 

Et quae nauta timet, non pavitasset amans. 

Io traverserei il pelago sovra un legno fluttuante, e 
se la sorte mi defraudasse dì questo estremo soccorso, 
io nuoterei verso di te con mano infaticata, e te veg- 
gendo, più non crederei all'orror di un naufragio che 
mi sarebbe dolce per* te. — 

Questa, o ch'io m'inganno, è vera poesia: è il 
grido d'un anima amante e lacerata, che il cilicio e 
le asprezze del cristianesimo non aveano ancor po- 
tuto domare. Ma l'età e il chiostro dovevano alfine 
trionfer del suo cuore; e infatti più mite è il suo 
sdegno e men febbrili i suoi impeti in una seconda 
poesia, che, morto Amalfredo, manda al di lui figlio 
Àrtachi. In essa tu scorgi come la santa abbia alfine 
debellata la barbara. Basterebbero questi ultimi canti 
per ravvisare in Fortunato un poeta degno d' essere 
ancora ammirato. 



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CAPO IV. 
LE LETTERE NEI SECOLI VI E VH 

SOMMARIO. 

Carattere del secolo VI — Gregorio Magno e sue opere — ^ 
Uomini illustri — Giornandes e la Storia de* Goti — Pro- 
copio — Le Belle arti e V industrie — Esistenza delle scuole 
laicali — E delle ecclesiastiche — Creazione delle scuole 
rurali — Esercizi e discipline scolastiche — Elio Donato e 
Felice Capella — Benemerenze del monachismo — S. Bene- 
detto — S. Colombano — La biblioteca di Bobbio — Mo- 
nasteri diversi — I chiostri rifugio dell' antica coltura -^ 
Letteratura sacra. 

Negli aurei secoli delle lettere greche e latine lo 
splendor della forma signoreggiava il pensiero; false 
talora, incerte e nebbiose le idee, ma ingentilite da 
una venustà senza pari, che facea testimonianza di 
spiriti educati alla religione dell'arte e del bello. Ma 
questa plastica peregrinità s' ebbe troppo corta du- 
rata, e i secoli posteriori ci si offrono vedovati In 
gran parte da ogni nitore di forma, rudi nella pa- 
rola, viziati nel metodo, infermi nel processo della 



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70 
ragione. E nondimeno in tanto cadimento delle clas- 
siche discipline e in tanta asperità di linguaggio, gli 
scrittori de' bassi tempi mal letti e manco compresi, 
accasano una potente operosità intellettuale, e man- 
dano scintille di verità filosofiche e di originali bel- 
lezze. 

Volgeva allor quell'età in cui la morente filosofia 
degli antichi cedeva il campo alla nuova scienza teo- 
logica, 0, meglio, runa si compenetrava nell'altra, 
e i diversi sistemi assumevano aspetto d'errori o di 
dogmi. Rado incontra nella storia del pensiero poter 
assistere ad un periodo di trapasso si spiccato e no- 
tevole. Ciò che di consueto si svolge in un lento av- 
vicendarsi di età, a noi si mostra raccolto in quésta 
sola epoca, in cui la pristina civiltà piega al declino 
per aprir le porte alla nuova : e in cui scende a ten- 
zone il vecchio mondo contro i novelli elementi, e 
si vanno aggroppando que' fatti, che come in nube, 
chiudono in grembo le origini degli odierni progre- 
dimenti. 

Questo fenomeno istorico merita d'essere ben ad- 
dentro studiato. Nel punto istesso in cui la civiltà 
latina sta per coprirsi d'un velo, una nuova reli- 
gione innalza la raggiante sua face, e rompe d'un 
solco di luce quel buio che stava per addensarsi sul- 
r umano consorzio. L'unità politica va dissolvendosi, 
ma l'unità religiosa si fonda. La chiesa, levandosi 
gigante fra le comuni mine, afferma l'unità della 
fede e la universalità del suo dritto; in mezzo al- 
l'urto* di popoli non ad altro anelanti che a cornici 
ed a sangue, echeggia una voce che li chiama a 
quella fraternità di principi ed a quell'assetto di 
società spirituale , di cui gli uomini non avean fino 
allora contezza veruna. E quest'idea, la più grande 



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71 

e più pura che abbia balenato giammai sulla terra, 
rinnoTa le menti, purifica i cuori e salva T umanità. 

Dissi società spirituale: tale infatti nella sua es- 
senza si mostra la chiesa: tale nelle dottrine di cui 
si fé' banditrice. La chiesa con la forza morale in- 
frena la forza materiale de' barbari , e colla propria 
legislazione li condùce ad una tempra di vita ordi- 
nata e civile , preparando i germi che appresso daran 
frutti di ottime ordinazioni, di futura civiltà e di 
ricomposizione di popoli. E i volghi deposta la ferina 
natura appiè degli altari, riconobbero un vero che 
die loro unità di propositi e nuovo indirizzo civile. 
La chiesa, àncora di salute nel generale naufrc^io, 
seppe sol essa tener vive le più feconde istituzioni 
e afiratellar tutte genti. Invano l'oriente si separa 
dall' occidente : invano questo va più ognora smem- 
brandosi in istati diversi ; essa sol una regge con 
saldo braccio i freni della nazione e la stringe al 
materno suo grembo. Essa parla dapprima colla voce 
de' Padri: appresso con quella de' sinodi. Nello in- 
tervallo che corre fra il quarto e l'ottavo secolo s'in- 
•dissero sei concili ecumenici, e tutti in oriente. 
Eppur non ostante i dissidi che serpeggiavano fra i 
vescovi di Eoma e i patriarchi di Costantinopoli e 
d'Alessandria, non ostante la diversità dei costumi, 
delle favelle e dei luoghi, i canoni sanciti in que' 
solenni comizi furono ovunque accettati: tanto l'idea 
dell' unità religiosa stava radicata negli animi che 
un nodo spirituale stringeva fra loro. Egli è questo 
il più spiccato carattere, onde improntasi il secolo che 
noi trascorriamo. 

Sebben Boezio e Cassiodoro l' abbiano riempiuto dei 
loro splendori, non può dirsi perciò che fosse povero 
di altri egregi intelletti, e che non fiorissero alacre- 



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"72 

mente gli studi. Basterebbe il solo nome di S. Gre- 
gorio Magno a provarlo (590-604). Fu scritto che per 
soverchio zelo di religione si porgesse nemico ad ogni 
coltura che non fosse teologica; taluni lo accusano di 
avere arso la biblioteca palatina, distrutto i monu- 
menti di Roma, avversate le lettere, e acerbamente 
rampognato il vescovo Desiderio di Vienna, perchè 
facesse insegnar la grammatica — trovando indegno 
d* assoggettare la parola di Dio alle regole del Do- 
nato. — Ma la sua avversione a quanto sapeva ^ 
classico, e quel fanatismo che lo spinse a disumare in 
Ravenna il cadavere di Teodorico e a gettarlo in un 
sterquilineo, non ci porrà in guisa la benda da di- 
sconoscere i benefici ch'ei rese alle lettere. Il suo 
Pastorale, ossia il libro sui doveri dei pastori del^ 
r anime, corse per le mani di tutti, lodato, levato 
a cielo in ogni età dai concili e dai Papi, recato in 
greco da Anastasio patriarca d'Antiochia, e tre se- 
coli appresso in lingua sassone da Alfredo il Grande, 
re d'Inghilterra, pei vescovi del suo paese. Dettò 
quaranta Omelie sopra i Vangeli, ventidue sopra 
Ezrechiello, ed i Morali, ossia commentario sul libro di 
Giobbe , quattro libri di Dialoghi, che lodatissimi al- 
lora e tradotti in ogni lingua d'Europa, la critica 
oggi rifiuta, come quelli che intendono a suggellare 
con scempie superstizioni e apparimenti di spiriti 
le -verità della fede: ma opportuni in que' tempi in 
cui, come osserva il Fleury, non aveansi a combat- 
tere filosofi che oppugnassero con ragioni il dogma 
cristiano. Non restavano allora altri idolatri che con- 
tadini, servi, rusticani e rozzi soldati, i quali, assai 
più che coi sillogismi, poteansi con fatti meravigliosi 
convincere. Degnissimi di laudazione sono quattordici 
libri di lettere, che mentre trattano più specialmente 



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73 

dei riti, gittano vivi sprazzi di luce sull'istoria di 
queir età. Arroge che a lui dobbiam la riforma di 
quel canto religioso che serba ancora il suo nome, 
pel quale eresse due scuole , Y una presso la basilica, 
di S. Pietro e l'altra in Laterano; non lieve pro- 
gresso, se si considera che, la musica, una delle 
sette arti liberali d'allora, traea l'obbligo espresso 
di conoscere le altre per l'intelligenza dei sacri testi: 
end' è che questa umile fondazione di Gregorio di- 
venne poi fonte di una intera scuola teologica e let- 
teraria. A buon dritto ei venne appellato Padre dei 
riti e delle religiose cerimonie, e meritò d' essere con 
S. Agostino, S. Ambrogio e S. Gerolamo una deUe 
quattro colonne miliari della chiesa cattolica. Il suo 
Liier Sacramentorum ed il suo Antifonario diedero 
norme alla liturgia latina, ed ebbero tal osservanza 
ne' posteri, che il rito più solenne ed augusto, la 
Messa, segue tuttavia que' precetti che vennero det- 
tati da lui. Né dobbiamo non dire come le sue costu- 
manze fossero tutte romane : ninno de' suoi famigliari, 
scrive il suo biografo, avea nulla di barbaro, né nella 
lingua, né nella civile convivenza. Roma sotto di lui 
continuò ad essere il focolare dell* antico sapere : e la 
chiesa addottando per suo idioma il latino soffolto 
dall'ebraico e dal greco, cementò più saldamente 
l'unità sua, salvando il passato e aprendo la via del- 
l' avvenire. 

Egli è noto che nel VI secolo la Francia non avea 
lume dì lettere. Scrive Gregorio di Tours che nelle 
città della Gallia — non poteasi rinvenire un gram- 
matico esperto nella dialettica. . . . Onde ne gemeano 
le genti, dicendo: sventura all'età nostra! Perocché 
l'amor degli studi é morto fra noi, né v'ha chi 
sappia ritrarre in carte gli odierni avvenimenti ! — 



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74 

Ben altre erano invece le condizioni d' Italia. Non la 
caduta dei Goti, non gli eccidi di Totila e i diser- 
tamenti di Belisario e Narsete ebbero forza di spe- 
gnervi il genio delie lettere antiche. Ennodio recitava 
in Milano i suoi versi tra i festeggiamenti del po- 
polo: Aratore in Roma, ove nel l'oro Trajano leg- 
geasi ancora Virgilio; i poeti, di cui non v'era pe- 
nuria, vi diceano i lor canti, e il senato giudice di 
quelle letterarie tenzoni , solea decretare ai più degni 
il premio di un tappeto in drappo d'oro. Né faeeano 
diflfetto i grammatici ed i retori ; il fascino della elo- 
quenza portava nel 590 il romano Beftario al seggio 
episcopale di Chartres. Viveva allora quel Turcio 
Bufo Apronimo Asterie (la moltiplicità de' nomi ^- 
gniflcava vetustà d' illustri prosapie raccolte in un 
solo) , uomo sovra ogni altro dottissimo e rivestito 
della dignità consolare. I di lui scritti perirono: ma 
a lui si deve l' aver purgato da molti errori un codice 
di Virgilio, già antico a' suoi tempi, or fatto anti- 
chissimo, prezioso cimelio della biblioteca Lauren- 
ziana in Firenze. Ricorderò eziandio quel famoso Dio- 
nigi detto il Piccolo, che scita d'origine, fu mo- 
naco in Roma, come quegli che primo fermò l'era 
cristiana e ne divulgò l'uso, iniziandola dal gennaio 
seguente alla morte del Redentore , cioè all' anno 734 
della fondazione di Roma. Che s' egli ne' suoi com- 
putamenti commise l'errore di circa quattro anni, 
rilevato da posteriori investigazioni, cert'è chela 
moderna cronologia da lui ripete le origini. Cassio- 
doro lo predica — uomo nella greca e latina lingua 
versatissimo, in cui il sapere andava consunto con 
la pili grande semplicità, coli' umiltà la dottrina e 
r eloquenza colla sobrietà del parlare. — Lodatissimi 
corsero allora gli scritti di Fausto, Avieno, Sim- 



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75 

maco, Olìbrio, Probo, Festo, Pascasio, Eugipio ed 
Elpìdio Eustico, che fu medico di Teodorico, e dettò 
un poema sai benefizi della morte di Cristo : non che 
altri, oggidì oscuri, di cui possono riscontrarsi l'opere 
e i nomi nel Tiraboschi. 

Le memorie sulla storia de' Goti raccolte in do- 
dici libri da Cassiodoro , per comandamento di re Teo- 
dorica, fino a noi non pervennero, ma per compenso 
ci giunsero quelle, che a' conforti del suo amico 
Castalio, compilava Giornandes, o meglio Jordanìs, 
alano di stirpe , ma fatto italiano, e assunto a vescovo 
di Crotona. Neil' opera sua De Oetarum sive Oothorum 
origine ei corresse gli errori del suo antecessore, e lo 
completò con notizie derivate dagli scritti di Ablavio, 
ora perduti, dalla cronaca del conte Marcellino ri- 
mastaci, dalle antiche leggende de' Goti, da autori 
greci e latini e da altre fonti a noi sconosciute. Im- 
perciocché di quei di leggevansi ancora i libri sulla 
guerra gotica di Trajano contro Decebalo e di Tacito 
nella parte smarrita delle sue storie, e forse anche 
quei di Critone , che Giustiniano ebbe in gran pregio. 
Niun dubbio che Giornandes potè avvalorarsi di sif- 
&tti presidi, anzi plagiatore talora, tacque le fonti 
onde derivò spesso per intero le sue narrazioni, com'è 
provato dalla prefazione della sua opera, tolta di sana 
pianta da una prefazione di Enfino sopra uno scritto 
di Origene. Dettò ancora un breve compendio storico 
dedicato a papa Vigilio De regnoi^um et temporum 
successione da Eomolo ad Augusto , seguendo l' orme 
di Floro. 

Giornandes non fé' motto di Totila, ma di lui fu 
insigne lodatore Procopio da Cesarea, che avendo 
accompagnato Belisario nella sua spedizione d'Italia, 
narrò in sette libri le istorie della guerra persiana, 



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76 

vandalica e gotica. V'ha in esse tai brani di nar- 
razione che rivaleggiano coi migliori storici antichi. 
Tale la descrizione del combattimento presso TAniene^ 
in cui Belisario fé' prove di più che umano ardimento. 
Ei cavalcava , scrive Y autore , un bianco destriero 
detto dai Goti òalan, sul quale, ricacciati ch'ebbe 
nel loro vallo i nemici, per l'irrompere di nuove 
schiere fu costretto a ritrarsi; senonchè giunto alla 
porta Pinciana e non essendo, coperto com'era di 
polvere e sangue, riconosciuto da' suoi, die ancora 
indietro, disserrandosi sulla cavalleria gotica che lo 
stringeva tra il fosso e le mura; dopo di che gli 
venne fatto di valicare la porta, che allor cambiò il 
nome in quello di Belisaria. Altro episodio descritto 
con tocchi vibrati e possenti è l'assalto alla mole 
Adriana ) le cui nobilissime statue, trofei di tante 
celebrate vittorie, scagliaronsi sul capo de' Goti; 
talché, da quel giorno il glorioso mausoleo vedovato 
dei miracoli delle greche sculture, fu ridotto a for- 
tilizio, senza poter più risorgere al primitivo splen- 
dore. Lo stesso autore racconta gli ordinamenti di 
Belisario nello intento di restaurare i monumenti di 
Roma, specie il ricinto delle mura, delle quali scor- 
gonsi ancora le traccie nelle porte Appia, Latia e 
Pinciana. Non senza altissimo ardire mise a nudo le 
nefandigie del greco impero , che parebbero oggidì fa- 
volose, ove non se n'avesse riscontro nell'opere di 
Giovanni di Lidia, Le sue Storie Arcane o gli Aned- 
doti dettati nel 558, infamano i più tristi de' suoi 
contemporanei, e fanno ampia fede della sua rettitu- 
dine. Ebbe a suo continuatore 1' alessandrino Agazia 
che protrasse il racconto fino all'anno 559. 

Col fiorir delle lettere fioriano del pari le belle 
arti e l' industrie , massime in Roma , in Benevento , 



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in Eavenna e in Milano. Già toccammo dei sontuosi 
edifici innalzati da Teodorico in molte città; di pit- 
tore, scottare e musaici ci occorrono ad ogni tratto 
pregiati ricordi. Ben poco dell* antica coltura era an- 
cora perito. La stenografia, a mo' d'esempio, inse- 
gnavasi perfin nelle scuole. Il poeta Ausonio diceva 
a colui che raccoglieva i suoi versi — quando dal 
mio labbro prorompono le parole impetuose qual gran* 
dine, il tuo orecchio non esita, la tua pagina non 
si confonde, e la tua mano vola di guisa che sembra 
non muoversi punto. — Arroge i costumi leggiadri e 
raffinati che dìstingueano le razze italiane da quelle ,, 
dei barbari. Mario Vittore rimprocciava le donne del- ^ ^ ■ f' 
Y età sua, per non avere alla discesa degli Alani e '^'^^*^<^' 
de* Goti deposte le vesti sfarzose, e il bianco e il 
vermiglio [cerusa et minium) onde pingeansi le guancie. 
E dacché accennammo alle scuole, gioverà ram- 
mentare che gr insegnamenti laicali né allora né ap- 
presso vennero meno in Italia. Soprastavano a tutte 
quelle di Milano, di Lucca, di Pavia e di Ravenna, 
che per impulso di re Teodorico convertivasi in un 
focolare di operosa coltura. Trovo che in un ginnasio 
di questa città Ennodio diceva un suo discorso d'inau- 
gurazione. Che la gerarchia religiosa rappresentasse 
esclusivamente il senno e il patrimonio intellettuale 
della nazione, fìi scritto da molti: ma nuovi studi 
hanno omai posto in sodo l'esistenza di un insegna- 
mento affatto laico , che si rannodava da un lato aUe 
scuole imperiali di Eoma, e dava mano dall'altro ai 
primi nuclei delle università nostre. Nelle scuole an- 
zidette esercitavansi ancora i discepoli negli argo- 
menti delle favole greche e latine: i gemiti di Teti 
sulla salma d'Achille: i lamenti di Menelao alla vista 
di Troja in fiamme: le parole d'un guerriero che 



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avendo salvata la patria, chiede in premio la mano 
d'una vestale. In Milano, che fin dai tempi degli 
Antonini meritò il titolo di nuova Atene , leggea let- 
rere umane Deuterio, come raccogliesi dagli scritti 
d' Ennodio, che di molte lodi celebra la Liguria o 
vuoi l'alta Italia, feracissima di splendidi ingegni 
Alcune buone pratiche e discipline ci occorrono nei 
ginnasi d'allora: e primamente i discepoli venivano 
con grandi solennità e con ornate orazioni consegnati 
al maestro: pubbliche recitazioni faceansi in iscuola: 
testimonianze d' onore confortavano i più strenui di- 
scenti: tutto infine ci mostra il desiderio vivissimo 
di restaurare le lettere e di onorarne i cultori. 

Accanto alle laicali sorgeano le scuole ecclesia- 
stiche, cioè le episcopali e le monastiche. Senonchè 
le prime non aveano norme e ordinamento di scuole: 
erano piuttosto un* accolta o un seminario di giovani 
onde si circondava ogni vescovo, destinati al ser- 
vizio del culto in qnalità di lettori, cantori ed altri 
più umili ufBici. Vere scuole bensì le monastiche, 
che in esse, oltre la trascrizione dei codici, veniva 
appreso quanto ancor galleggiava dell'antica coltura. 

Ma gloria somma d' Italia fìirono allora le scuole 
campestri, imitate quindi in altre contrade. Negli atti 
del concilio di Vaison del 529 leggiamo — che se- 
guendo il costume d'Italia, debbano i sacerdoti delle 
campagne raccogliere intomo a sé i giovani non ma- 
ritati per allevarli da buoni padri dì famiglia, e ap- 
prender loro il leggere , lo scrivere e i precetti di 
Dio. — Queste diverse istituzioni ci attestano, non 
essersi interrotte fra noi le vetuste tradizioni in un 
tempo in cui la forza brutale parea soverchiasse ogni 
cosa. 

L' antico assetto degli studi ripristinavasi secondo 



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la costituzione di Valentiniano, in virtù della quale 
i discepoli dalle mani de' grammatici passavano a quelle 
de' retori e appresso alle scuole dei giurisconsulti. 
Gli alunni erano tuttavia tenuti a dare il lor nome 
all' ufficio dello stato civile [magister census] ; vieta- 
vansi loro le segrete adunanze, i rumorosi banchetti, 
e giunti all'età di venti anni costringevansi a di- 
partirsi da Eoma. Due rescritti di Teodorico, che 
concedono ad alcuni giovani siracusani di prolungare 
la loro stanza in città, ci chiariscono che le antiche 
prescrizioni non erano ite in disuso. 

Debbonsi a Cassiodoro ì primi onori, come a colui 
che pose ogni cura ad avanzare in meglio gli studi. 
A' conforti di questo degno ministro, Atalarico man- 
dava assegnarsi a' professori delle scuole romane que' 
stipendi eh' erano stati lor tolti. — Lo scoraggiare , 
egli scriveva, gl'istitutori della gioventù è un vero 
delitto. Fondamento delle lettere è la grammatica, de- 
coro del genere umano e maestra della parola : adu- 
sandoci a buone letture, essa ci rende palesi tutti i 
consigli de' secoli andati. I re barbari non la cono- 
scono, è vero, giacché essa tenea fede ai soli legit- 
timi dominatori del mondo. Le altre nazioni cono- 
scono l'uso delle armi: l'eloquenza soltanto i Ro- 
mani. . . . Vogliam dunque che ogni professore, sia 
grammatico, retore t) giurisconsulto, riceva senza manco 
veruno quel che s'ebbe il suo predecessore; e affinchè 
nulla si lasci all'arbitrio dei computisti, ordiniamo 
che le paghe di ciascun semestre sieno saldate al 
termine istesso del loro scadere. Conciossiachè, se 
prowigioniamo attori per dare spettacoli al popolo, 
a maggior dritto è mestieri mantenere e nutrir co- 
loro che ci conservano l'urbanità nei costumi e l'e- 
loquenza perpetuano nel nostro palagio. — Ben sa- 



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rebbe a desiderarsi che i reggitori de' popoli in tempi 
che diciam culti, nutrissero per gli educatori della 
gioventù, tenuti oggidì in minor conto dei loro staf- 
fieri, alcunché d& quella riverenza che lor professava 
un re barbaro! 

Fra i libri ch'erano nelle scuole più in uso ten- 
gono il primo luogo quelli di Boezio e Cassiodoro, e 
la grammatica di Elio Donato, che insegnò umane let- 
tere in Roma intomo il 356, nel qual tempo S. Gi- 
rolamo gli si diede a scolare. Il suo trattato corse 
ne' secoli di mezzo come testo in tutte le scuole*, 
anzi la voce Donato fu tolta a sinonimo di qualsiasi 
grammiatica. Il merito di questo libro, specie ove tratta 
dell'oratoria, non potea non destare una turba di 
chiosatori, tra i quali andarono allor lodatissimi i nomi 
di Cledonio, di Pompeo e di Sergio, che dottamente 
ragionò della metrica e della accentuazione latina. 
Superiore a Donato parve a taluni l'opera di Pri- 
sciano Cesariense, che in dieciotto libri raccolse le 
regole della sintassi, della metrica e dell'intera let- 
teratura; né manco divulgate delle sue Istituzioni 
Grammaticali, che Rabano Mauro ridusse ad epi- 
tome , andarono altri suoi trattati , come De Figuris 
numerorum, De metris Terentii, De praecittamentis 
rethoricis, che dettati in forma dialogica, come se 
avessero luogo tra docente e discepolo, servirono di 
norma a tutte le esercitazioni scolastiche. L'autorità 
di Prisciano regnò assoluta per molti secoli, in un 
cogli scritti di Valerio Probo e di Mario Vittorino 
sulla versificazione e sull'arte grammaticale, che fu 
tolta ad esempio dai successivi scrittori. E poiché 
trattiam dei grammatici, non deggionsi lasciai*e in 
disparte i nomi di Sosipatro, Carisio, Diomede, Aspro, 
Palemone, Metrorio, Vittore, Giuliano, Onorato ed 



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81 
altri men noti, senza accennare ai molti trattati in 
versi, agli scolii, glosse e commenti, suppellettile 
immensa, che pur tanto contribuì ad agevolare lo 
studio della lingua latina. Degli antichi scrittori pochi 
erano i noti, e il più d'essi soltanto di nome, e per 
gli estratti e citazioni che ne recarono i primitivi 
grammatici e in ispecie gli autori di metrica. Più 
usati nelle scuole i poeti cristiani, come Prudenzio, i 
cui sette poemi correano a mani di tutti : divulgati 
del pari il Carmen de mortibus di Severo, gl'inni 
d'Ambrosio, di Giovenco, di Fortunato, i versiculi 
di Valentino , gli epigrammi di Prospero d'Aquitania, 
i versi di Paolino da Nola, di Sedulio e d'Aratore. 
n venerabile Beia nella sua celebrata grammatica 
non volle citar di Porfirio che un brano soltanto, di- 
cendo non potersi valere di lui come pagano eh' egli 
era. Infatti le prescrizioni canoniche e lo spirito asce- 
tico di quell' età non potean comportare che si svol- 
gessero autori estranei alla fede , e se qualche grazia 
ottennero i poemi di Stazio, ciò fu per la credenza 
allora comune eh' egli avesse abbracciato il Vangelo. 
Niun libro per altro andò più celebrato di quello 
che ha per titolo Be Nuptiis PMlologiae et Mercurii 
di Marziano Mineo Felice Capella, maestro africano 
del V secolo, come quello che allettò di tal guisa le 
menti, da non trovar riscontro veruno. Scritto sul- 
l'andare della satira Menippea di Varrone, con poe- 
tico brio, misto di prosa e di versi, abbracciò tutta 
la sapienza de' tempi suoi. In esso cantasi il mari- 
taggio di Mercurio con una vergine, che sebbene 
ignota fino a quel giorno all'Olimpo, pure è am- 
messa, cosi intimando l'oracolo d'Apollo, nel cielo. 
Giove raccoglie l'assemblea degli immortali, e legge 
i patti di nozze ; intanto vengono presentate alla sposa 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 6 



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le sette vergini che il consorte le dà per ancelle , cioè 
la Grammatica , la Dialettica , la Rettorica, la Geome- 
tria, l'Aritmetica, l'Astronomia e la Musica. Notevole è 
l'osservare come in quest'opera trovisi accennata la 
vera costituzione del sistema solare. Ornai sembra accer- 
tato che Copernico, il quale cita Capella, abbia da lui 
derivato le sue più illustri teoriche, quelle in ispecie 
dei pianeti Mercurio e Venere roteanti intorno al 
sole con cerchio più ampio: drca solem laxiore am- 
bitu circulantur, Senonchè noi per non deviar dal- 
l' oggetto di queste istorie, lasciate da banda tali 
disamine, dobbiam restringerci a dire, che gli uomini 
di quell'età, massime i barbari, i quali fastidiano 
ogni libro, avrebbero fuor di dubbio chiuso l'orec- 
chio al maestro che avesse tolto ad erudirli nelle 
asprezze della grammatica e delle altre discipline che 
r accompagnano : ma docili e intenti porgeansi al rac- 
conto dell'unione- di un Dio con una bella mortale, 
e a udir le meraviglie dei celesti sponsali ed i canti 
delle sette ancelle, che loro aprivano i campi del- 
l'umano sapere. Questa divisione delle sette arti li- 
berali già indicata da Filone l' Ebreo fu accolta dal- 
l' universale, trasfusa nel Trivio e Quadrivio, e il 
libro del Capella regnò per oltre mille anni in tutte 
le scuole. 

Troppo spesso addiviene che acciecati da ingiusti 
pregiudizi si neghi per noi la debita riconoscenza 
agli autori de* bassi tempi, da' quali primamente ci 
venne quel lume di scienze e di lettere che mutò 
faccia all' Europa ; che dico ? fino il lor nome ben so- 
venti e' è ignoto , e l' opere loro abbiamo in conto di 
rugginosi vecchiumi. L'importanza di questi uomini 
nella storia del pensiero non può invero apprezzarsi, 
se non da coloro che sanno quanto un complesso di 



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piccoli fatti eserciti una mirabile eflScàcia sul cam- 
mino della civiltà e del progresso. Se per poco ci 
facciamo a considerare qual aspra fatica doveano e' 
durare, perchè venisse lor fatto di procacciarsi co- 
dici costosi e rarissimi, e come in quell'età batta- 
gliera e intorbidata da assidue inondazioni d'eserciti 
forestieri ed ostili ad ogni coltura, non fosse agevol 
cosa dare opera alacre agli studi, sarem costretti ad 
averli in queir osservanza a cui han dritto uomini 
singolari e dottissimi. 

Ond' è eh' io non deggio defraudare i monaci di 
quella lode che loro è dovuta per essersi fatti vigili 
custoditori delle lettere antiche. Il monachismo fino 
allora foggiato sugli esempi orientali, cambiò in questo 
secolo indole e modi, assumendo fattezze sue proprie 
in tutto consone alle tradizioni latine. Non ultima 
cagione degli errori della chiesa bisantina e del ra- 
pido declinare delle civili istituzioni, servi in occi- 
dente a dar forza alla chiesa, a porre un argine alla 
barbarie e a ridestare la vita operosa ed attiva. 

Sotto il regno de* Goti nel primo scorcio del VI se- 
colo, alcuni pastori di Subiaco credettero vedere una 
belva accovacciata in una vicina caverna : perchè fat- 
tisi in essa, vi scopersero un giovane che tosto eb- 
bero in conto di una angelica apparizione. Egli era 
Benedetto, nato d'illustre lignaggio nella Nursia su 
quel di Spoleto, che affranto dai tedi di una vita 
senza costrutto, erasi colà rifugiato. Il suo esempio 
fu seguito da molti; finché xjostretto ad abbandonare 
il suo primo ricovero, tramutavasi a Monte Cassino, 
ove le ruine di un tempio d'Apollo divennero pei* 
opera sua un asilo di studi e di •pace. 



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Quel monte, a cui Ca^no é nella costa, 
Fu frequentato già in su la cima 
Da la gente ingannata e mal disposta. 

Ed io son quel che su vi portai prima 
Lo nome di Colui, che in terra addusse 
La verità, che tanto ci sublima ; 

E tanta grazia sovra me rilusse , 
Ch*io ritrassi le ville circostanti 
Dair empio culto che il mondo sedusse. 

Queste parole pone Dante sulle labbra di lui nel 
XXII del Paradiso. E invero precipua cura de* suoi 
seguaci era il lavoro che nobilita l'uomo, la pre- 
ghiera che a Dio l'avvicina, la carità che con- 
quista la terra. Io non narrerò la sua vita nota 
abbastanza, non la visita ch'ebbe da Totila, né le 
conseguenti leggende. Debbo bensì ricordare che la 
sua Regola fu studiata da principi e da legislatori, 
e Cosimo de' Medici e Kinaldo d'Este in ispecie vi 
attinsero insegnamenti pel governo dei popoli. E per 
fermo v' ha qualche cosa di grande nel sapere volgere 
gli animi da una corruzione egiziale al più austero 
rigor de' costumi: obbedienza, povertà, lavoro ma- 
nuale, protratti studi, meditazioni e digiuni, senza 
cadere in quelle ascetiche intemperanze e ciurmerle 
eh' erano proprie a gran parte de' solitari d' oriente. 
Chi giudica gl'istituti monastici colle odierne vedute, 
non può render giustizia ad un uomo qual fu Bene- 
detto; ma chi si fa a tener conto delle necessità di 
que' tempi, dee ragguagliarlo ai più illustri, e tro- 
vare appena il suo riscontro in Pitagora. Entrambi 
furono ispirati, come tiene il Gregorovius, da un po- 
tente idealismo sociale. Come l'antico savio ebbe di 
mira la fratellanza degli uomini forti, che informati 



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all'amore della libertà e della scienza, volgeano l'o- 
perosità loro a prò' della famiglia, della società e 
dello stato, così Benedetto nella sua religiosa repub- 
blica creò un consorzio d'anacoreti che intendessero 
a diyolgare con pratici insegnamenti le dottrine del- 
l' ossequio alla legge morale , della abnegazione, della 
umiltà, dell'amore e della comunanza de' beni. Alle 
prescrizioni di Benedetto dobbiamo eziandio le terre 
dissodate, le paludi asciugate, i codici trascritti e 
conservati. Che se queste virtù de' primi monaci si 
spensero ne' lor successori, i quali si porsero cosi 
nimichevoli ad ogni civile progredimento, debito è di 
giustizia che le benemerenze da questi uomini, affa- 
migliati in società monacali, acquistate in quell'epoca, 
non vengano poste in oblivione dagli avvenire. 

Nobilissimo intendimento di S. Benedetto fu quello 
d' accendere l' amor degli studi ffa i monaci con pub- 
bliche letture e colla trascrizione de' codici. Sede an- 
tica di studi fu Monte Cassino, ove un di Terenzio 
Varrone ebbe splendidissima stanza : talché que' so- 
litari, raccogliendo il retaggio del più gran savio di 
Koma, furono spinti a seguirne i gloriosi vestigi. E 
grandi eruditi, quanto i tempi portavano, ci si mo- 
strano Fausto, Sebastiano e in ispecie quel Marco, il 
cui poema in lode di S. Benedetto venne levato a cielo 
da Paolo Diacono. Odasi con qual facile vena ci ram- 
memori i trionfi del santo sugli idoli antichi: 

Cacca profanatas colerei dum turba figuras, 

Et manibiLs factos crederei esse Deos: 
Tempia rulnosis Me oUm struxerat aris 

Q'àìs dahat obscaeno. sacra cruenta Jovi. 
Sed jussu veniens heremoque vocatits ab alta , 

Pargavlt sanctus hanc Benedictus humiim, 
Sculptaque confractls dejecit marmora signis, 

Et templum vero praebuit esse Deo. 



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Non deggio dagli anzidetti disgiungere i monaci 
Auperto e Teofano, ch'esaltò in versi non ispregie- 
voli le virtù della Vergine, né S. Bertario autore di 
parecchie opere, fra cui YAnticimenon, o spiegazione 
dei tratti de' sacri testi apparentemente discordi. Di 
Paolo Diacono, gloria precipua dell'ordine Benedet- 
tino e d' altri monaci in quèll' età lodatissimi , dirò 
con più larghezza tra breve. 

In altra parte d'Italia tra le selve dell'aspra Li- 
guria apriasi del pari alcuni anni appresso un altro 
riccetto agli studi. La tribù monastica di S. Colom- 
bano partita dal chiostro di Iona nelle Ebridi, facea 
rivivere in Bobbio le dotte tradizioni irlandesi, re- 
candovi molti codici antichi, che già per lo innanzi 
erano d' Italia passati in quelle settentrionali regioni. 
Ivi il gran missionario dettò la sua Regola che in 
breve si diffuse dovunque, e alcune epistole intorno 
alla celebrazione della Pasqua e alla famosa questione 
dei Tre Capitoli: non che sedici Istruzioni ovvero 
sermoni, da lui detti in parecchie occasioni del suo 
ministero. Ne' quali spicca il brio delle immagini , lo 
slancio del cuore e quella rigida applicazione delle 
sacre dottrine, che avversa ad ogni ipocrita inter- 
pretazione, mena dritto al suo scopo e soggioga le 
menti. Ci occorrono in essi tai massime che rendono 
testimonianza di quanto avanzasse il suo secolo. Egli 
è noto come allora si scambiassero per atti di reli- 
gione le macerazioni del corpo , i lunghi digiuni e le 
austerità della vita; ma di ciò non s'appaga il santo 
uomo: e come già con ardita fierezza avea denun- 
ciato le lascivie di Teodorico II re di Borgogna, e 
chiuse le porte del suo monastero alla regina Brune- 
childe, eh' avea morto di veleno e di ferro ben dieci 
suoi consanguinei, così non teme ora sfatare i so- 



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verchi rigori de' monaci. — Vano è con digiuni e 
vigilie, e' diceva, sottomettere i sensi, ove la rifor- 
mazione del costume faccia difetto. Macerare le carni 
quando l'anima non dà frutti di vita, è come il col- 
tivare faticosamente la terra senza poi spargervi il 
seme per fecondarla; è come costrurre una statua 
d' oro al di fuori e dentro di fango ..... Che dire 
d' un uomo die tenga mondo il suo vigneto all' intorno 
e presso i tralci lasci crescere rigogliosi i vèpri e le 
spine ? Che giova una religione d' apparenze e di lu- 
stre, a che approdano i martori del corpo e lo studio 
degli abiti esterni, se non cura altresì l'anima sua? 
La pietà vera non risiede nell' umiltà dell' aspetto , 
bensì in quella del cuore. — Pochi altri monumenti 
ci restano del suo sapere soffolto dalla conoscenza 
dell' ebraico e del greco, e dalla sua focosa eloquenza. 
Però i versi adonici diretti al suo amico Fedolio spi- 
rano un' aura tutta pagana, dacché vi troviamo citati 
il vello d'oro, il giudizio di Paride, gli amori di 
Danae e di Giove ed altre favole gentilesche. Edu- 
cato alle forme classiche della scuola d'Irlanda, ei 
non sapea del tutto spogliarsene. Ma senza profonda 
commozione non ponno leggersi i v^rsi in cui parla 
di sé stesso e degli affanni che l'oppressavano: vera 
eco de' bardi della nativa sua terra: 

Haas tbbi dlctabam, morhis oppressus amaris, 
Corpore quos fragili patlor, trlstique seneota, 
Nam dum praecipiti labuniur tempora cursu 
Nunc ad olympiadis ter sence venimus annoa. 
Omnia pretereunt, fU'git irreparàbiLe tempus ; 
Vive, vale laetm, tristisque momento senecione. 

La luce che S. Colombano diffuse, scrivono gli au- 
tori della Storia letteraria di Francia, in tutti quei 



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luoghi che accolsero i semi del suo sapere, lo fecero 
equiparare da' suoi coevi al raggio del sole nel me- 
ridiano suo corso. Né questa luce venne manco per 
la di lui morte. I suoi successori nell'abazia di Bobbio, 
cioè Attalo , Bertulfo , Bobolano e in ispecie Giona da 
Susa, vi mantennero più che mai vivo l'amor delle 
lettere. ^ quest' ultimo dobbiamo la vita di S. Co- 
lombano, di S. Attalo, di Bertulfo, di S.* Eustosiae 
parecchie altre, che resero assai celebrate le scuole 
di Bobbio , talché d' ogni parte accorre vasi a quella 
fonte di scienza sacra e laicale. La biblioteca del 
. chiostro divenne ben tosto il più vasto deposito di 
tutta la sapienza de' bassi tempi. Il suo catalogo che 
risale al secolo X pubblicato dal Muratori, fa fede, 
che oltre gli scritti dei SS. Padri e le Vite de' Santi, 
vi si rinvenivano in diversi esemplari tutte le opere 
degli autori profani. I monaci si compiacevano d'in- 
dagare la verità attraverso il velame delle mitiche 
fole, conforme cantava il loro abate Teodolfo : 

Et modo Pompeium, modo te. Donate, legebam, 
Et modo Virgilium, te modo, Naso, loquax. 

In quarum dictia quamquam sint frivola multa, 
Plurima sub falso tegmine vera latent. 

Ma il numero veramente prodigioso de' codici era 
quello che ragguardava la grammatica, la prosodia, 
e in genere quanto avea tratto agli insegnamenti che 
nelle bobbiesi scuole impartivansi. Ivi appare in quale 
onore fossero allor tenute le opere di Acroezio e di 
Capro s\}S\! Ortografia, di Papirio ^vM' Analogia, di 
Flaviano sulla concordanza dei nomi coi verbi, di 
Onorato suU' arte della versificazione. Sventurata- 
mente tanti tesori andarono in poco volgere di tempo 
dispersi. Il secolo XV ne vide lo sperpero. I monaci 



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perduta la primitiva rigidità de' costumi e Famor 
delle lettere, consentirono che quella ricca lor sup- 
pellettile andasse in altrui mani. Son noti gli ardori 
febbrili onde il Poliziano, il Poggio e il Filelfo s'in- 
trodussero nelle biblioteche monastiche; da quella di 
Bobbio, Giorgio Merula cavò un' ampia raccolta di co- 
dici, come rilevasi da una sua lettera del 24 febbraio 
1495 diretta al Poliziano. S'annoveravano fra questi 
gli scritti d'Ausonio, di Velio Longo, il poema di 
Terenziano Mauro sulle Regole della poesia, e quel di 
Sulpizia suir Editto di Domiziano, che avea posto al 
bando dell'impero i filosofi. Altri preziosi volumi an- 
darono più tardi divisi fra le biblioteche Vaticana e 
quelle di Torino e Milano. Una tal dispersione non è 
per altro a rimpiangersi , ove si consideri che la clas- 
sica letteratura ne cavò non lievi vantaggi. Imper- 
ciocché allor vennero alla luce i manoscritti di Proho, 
di Sergio il grammatico , di Cassiano Basso e di Cor- 
nelio Frontone, precettore di Marco Aurelio ; e la 
scienza moderna seppe scoprire ne' palinsesti bobbiesi 
la Repubblica di Cicerone, le. sue orazioni per Tullio, 
Scauro e Fiacco, non che altre opere antiche. Ma 
giova omai ritornare al nostro argomento. 

I chiostri di Monte Cassino e Bobbio non furono i 
soli asili aperti agli studi; anche gli eremi del So- 
ratte, di Casauria, di Farfa e quel di Novalesa, ricco 
di ben seimila seicento volumi, tesoro immenso a que' 
tempi, serbarono intatti i depositi della latina sa- 
pienza. La comunità monastica di Clusa in Piemonte 
meritò d' essere paragonata a Clugny , i cui rettori 
cavavano dall' Italia i ^ migliori discepoli , testimone 
S. Magliolo che trasse seco il monaco Guglielmo, di- 
venuto indi abate di S. Benigno in Bigione, ed uno 
fra i più insigni riformatori di Francia. Anche i 



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sodalizi di S. Pietro in Pavia ed in Mantova, di 
S. Giorgio in Venezia, di S. Giovanni Evangelista 
in Parma, di S. Siro in Genova, di S.* Maria in Fi- 
renze, di S. Apollinare di Classe in Eavenna, di 
S. Lorenzo in Capua accoglieano coloro, che schivi 
delle agitazioni del secolo, amavano spendere nella 
pietà e nelle letterarie Incubrazioni i di loro. E in- 
vero qnel che ancor rimaneva dell' antica coltura 
erasi, come in sicuro ricovero, rifugiato fra le mura 
de' chiostri. 

A' monaci senza fallo è dovuto l'aver tenuto ac- 
ceso l'amor delle lettere; dalla loro povertà volon- 
taria nacque il libero lavoro che succedette a quel 
degli schiavi: la coltura dei campi per essi impresa 
valse a ricostituire la proprietà. Uomini senza fami- 
glia, coir integrità del costume pervennero a rigenerar 
la famiglia ; uomini di solitudine, pervennero a rior- 
dinare la società. Imperciocché le abbazie, specie 
quelle del secolo VII, popolate da quattrocento e più 
monaci, erano non solo baluardi alle correrie barba- 
resche, ma eziandio scuole di moralità, di scienza, 
d'agricoltura e di molteplici industrie. Egli era d'uopo 
che fossero versati nella astronomia e nella cronologia 
per fermare la serie dei giorni festivi e degli ufSci 
divini; nella medicina per sanare i loro corpi e quei 
di coloro che traevano ad invocarne 1* aiuto : nell' a- 
ritmetica per tenere una regolata amministrazione: 
nella geometria per determinare la superficie dei lor 
vasti poderi: nella idraulica per infrenare l'urto dei 
fiumi abbandonati alle proprie licenze : nella meccanica 
e nella dinamica per costrurre molini, gualchiere, fab- 
bricare argani, torchi e cosiffatti altri ingegni. 

Toma oggidì assai malagevole il farsi ragione del 
gran numero de' cenobiti che intendeano alla trascri- 



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91 

zione dei codici, e dell'aspra fatica cui dovean sob- 
barcarsi per condurre a perfezione i lor pregiati la- 
vori. I più de' quali, come le tante volte venne 
osservato, non appaiono invero gettati giù in fretta 
ed a vanvera: che anzi le lettere ci si mostrano ac- 
curatamente formate e direi quasi incise: le linee 
orizzontali non deviano dalla retta d' un solo capello : 
le perpendicolari cadono a fil di sinopia : ricchi i mar- 
gini, quadrangolari le pagine. Qual de' moderni cal- 
ligrafi saprebbe riuscire a tale? Celebrati andarono 
allora in tal magistero i monaci irlandesi: tra i no- 
stri primeggiavano , per testimonianza del Gerson , i 
menanti lombardi. Si ascrive la prima invenzione di 
quest' arte a queir Ursicinum lectorem , che intorno 
al 517 copiò il Sulpicius Severus, pregiato cimelio 
della biblioteca capitolare di Verona. 

Quando Eumene, circa due secoli innanzi l' èra vol- 
gare, fondò, in Pergamo una biblioteca ricchissima , 
Tolomeo re d'Egitto, punto da invidia, vietò l'espor- 
tazione del papiro che traeasi dalla corteccia del 
giunco : ond' è che l' Asia Minore dovè appigliarsi al 
già dimesso costume di scrivere sovra le pelli. L'arte 
d'acconciarle perfezionata in Pergamo valse a queste, 
il nome di Charta Pergamena, di vituUna ed eziandio 
di velina, quando la pelle era di vitello affinata. Si 
deve agli Arabi l'aver recato in Europa la carta di 
bambagia da essi rinvenuta nel 704 in Samarhanda: 
si nomò Charta Damascena per le fabbriche che ne 
furono erette in Damasco , donde poi venne a Valenza, 
a Toledo e a Fabriano in Italia. Ma prima che questi 
trovati passassero tra noi, solcano i monaci prepa- 
rare essi stessi la pergamena, gli inchiostri e quanto 
fsMJea lor di mestieri nella trascrizione de' codici. 
Adoperavasi generalmente l'inchiostro rosso, come il 



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92 

Virgilio di Firenze e il Livio di Vienna fan fede: e 
perciò si disse rubrica la ricapitolazione delle materie 
di un libro. A dimostrazione del pregio in cui tene- 
vasi un codice , usavasi in esso la porpora e il minio, 
onde l'arte di miniare 

Che aUuminare è cbiamata in Parisi. (Purg, XI) 

Perciò i popoli d'occidente riconoscono la conserva- 
zione delle lettere antiche e della conseguente civiltà 
da quei sodalizi, i cui seguaci non paghi di spargere 
la parola di vita fra noi, volarono, intrepidi atleti, a 
propagare la buona novella in quelle plaghe remote, 
ove non osarono un di cimentarsi le romane legioni. 
Come queste provvide istituzioni siensi intristite, e 
come 

Le mura che soleano esser badia, 
Fatte sono spelonche, e. le cocolle 
Sacca son piene di farina ria, 

non è del mio ufficio il discorrere. 

Intanto le tradizioni del politeismo andavano man 
mano oscurandosi, e l'idea cristiana nelle lettere in 
ispecie cominciava a trionfare del mondo pagano. 
Questa nuova letteratura, di cui furono iniziatori i 
Padri del III e IV secolo, S. Gerolamo, S. Agostino 
e S. Ambrogio, ebbe nelV età successive mantenitori e 
custodi Boezio, Cassiodoro, Ennodio, Sidonio Apolli- 
nare, Aratore, Venanzio Fortunato ed altri poeti; 
gli agiologi, i cronisti, gli autori sacri ne prosegui- 
ranno la serie, talché sorgerà alfine una, direi, nuova 
scuola, non romana, non greca, ma universale, poiché 
andrà svolgendosi in tutte le lingue, assumerà nuove 
forme e costituirà un nuovo ciclo nell'arte. Parecchi 
scrittori aveano tentato il conubbio delle idee genti- 



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93 

lesche con le cristiane, innestando a queste le teorie 
di Platone, e sforzando perfino la mitologia a dimo- 
strare le verità del Vangelo. Senonchè dopo gli sforzi • 
di Gregorio Magno che volle spezzato ogni» vincolo 
colle lettere antiche , il divorzio fra le due scuole di- 
venne pressoché pieno e completo. Il vecchio mondo 
iva in dileguo; ma l'umanità sopravvive al naufragio 
della civiltà antica , sulle cui reliquie van rassettan- 
dosi nuovi stati vigorosi di giovinezza e di vita: in 
Italia co' Longobardi, nella Gallia co' Franchi, in 
Inghilterra cogli Anglo-Sassoni. La chiesa cattolica 
si costituisce qual principio vitale fra questi gruppi 
di popoli che van raccogliendosi ad unità, mercè la 
distruzione delle parziali isette e dei scismi. E ciò 
avviene, come osserva il Gregorovius, nel tempo in 
cui eguali tendenze ferveano in oriente: e Maometto, 
figlio del secolo stesso, accingeasi a porre le fonda- 
menta di una religione destinata a riunire in una 
sola compagine i popoli orientali dell' impero romano. 
Gregorio e Maometto ci appaiono come i due sommi 
sacerdoti d'occidente e d'oriente, che fondarono sui 
ruderi dell'antica civiltà le due gerarchie, dal cui 
urto elettrico dovea scaturire in gran parte la vita 
del medio evo romano-orientale. Eoma e Mecca, San 
Pietro e la Caaba sono i due tempi simbolici della 
nuova coltura nelle due parti del mondo antico. 



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CAPO V. 
CARLOMAGNO E L' ITALIA 

SOMMARIO. 

m 

Carlomagno e gli scrittori francesi ^ Com'egli unicamente 
intendesse a promuovere l' istruzione nel clero -— I cantori 
di Roma — D' Alcuino , suo istitutore — Chiama in Francia 
alcuni illustri italiani a ravvivarvi V amor degli studi — 
Con qual criterio abbia la storia a giudicare di lui -— Com* e' 
divenisse un eroe leggendario ed un santo — La cronaca di 
Turpino — L'Editto di re Lottario — Scuole laicali in 
Italia. 

Mentre in Francia venia meno, come vedemmo, 
ogni luce di lettere, la coltura vigoreggiava in Ispagna 
per opera d'Isidoro di Siviglia, in Inghilterra ger- 
mogliavano i semi sparsi da Beda, e in Italia educa- 
vansi que' valenti intelletti , che Carlomagno a breve 
andare trarrà seco oltremonti. 

È antico vezzo de' francesi scrittori levare a cielo 
r azione civilizzatrice di lui , vuoi come guerriero , 
vuoi come riformatore delle discipline ecclesiastiche , 
vuoi come fondatore delle scuole della loro nazione. 



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Sia lecito ad essi magnificare quest'uomo, che con 
quaranta anni di guerre oppose un insuperato argine 
ai Sassoni ed alle irruzioni unniche e slave : il vinci- 
tore dei Longobardi, degli Arabi, degli Avari, il 
terribile nemico di Vitichindo e d' Abderrame, il pos- 
sente alleato d'Haroum e d'Irene; sia lecito ad essi 
inneggiare a colui che nel concilio di Francoforte del 
794 frenò gli abusi del clero, interdi a' monaci 
di dar opera a' temporali negozi , agli abati di mu- 
tilare i loro soggetti, e richiamò i vescovi allo studio 
de' canoni e alla riformazione de* costumi ecclesia- 
stici. 

Imperciocché i portamenti del clero erano allor 
giunti a tale, che toccavano l'ultimo limite della abbie- 
zione. Vescovi e prelati, abbandonato il santuario, 
popolavano le reggie e gli eserciti, traendosi dietro 
le mogli, i paggi, i falconi: e in tempo di pace il 
monaco di S. Gallo ce li descrive abitanti sontuosi 
palagi, adorni di morbidi tappeti e di vasellame d'oro 
e d' argento gemmato , sedenti su molli origlieri di 
piume, avvolti in seriche vesti, e di nuli' altro bi- 
sognevoli che di uno scettro per essere pareggiati a 
monarchi. Altrove ce li mostra assisi a mensa con 
leggiadre monache, colle quali dopo d'essersi avvi- 
nazzati passavano in turpi lascivie le notti; perocché 
non punto dissimili erano i costumi delle suore che 
si consacravano a Dio: e S. Adelmo che visse in 
que' giorni, ci lasciò , fra le altre memorie , la descri- 
zione delle vesti di una badessa: onde appare che a 
tutt' altro erano intese che a macerazioni e a digiuni. 
Essa indossava , egli scrive , una sottana finissima 
color violetto con tunica di scarlatto a larghe maniche: 
sandali di pelle vermiglia, cuffia di seta vergata: 
capelli arricciati col ferro e inannellati le ornavano 



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la fronte e le tempia: un soggólo trattenuto da bei 
nastri sul capo scendeale sul seno, e poi dietro le 
svolazzava fino alle piante : le unghie avea lunghe e 
aguzzate come artigli di falco. 

Carlo intese a sbandire dal clero e dai chiostri le 
turpitudini che gY inquinavano, e per quanto a nulla 
approdasse, tanto erano radicati gli abusi, la storia 
non può defraudarlo di quella gloria che gli è me- 
ritamente dovuta. Ma ch'egli abbia contribuito a 
rifiorire la condizione degli studi fra noi, e fondato 
le università di Parigi, di Pavia e di Bologna, 
è affatto contrario ad ogni istorica testimonianza. 
L' Italia non ebbe invero ad attendere V impulso 
del rozzo Kunec germanico chevolea tramutarsi in 
un Caesar, per vedere prosperar le sue scuole; e se 
la Francia ha il debito di riverire in lui quel prin- 
cipe- che impresse nuovo rigoglio agli studi, questo 
debito non corre ai Welschen o popoli latini, che 
diedero alloca alla Francia i lor migliori docenti a 
diradare queir emisferio di tenebre che Y opprimeva. 
Niun creda adunque aver Carlomagno seminato 
l'impero di vere scuole laicali, come intendiamo og- 
gidì. Gl'istituti da lui promossi furono puramente 
ecclesiastici. Fino dal 787 in un suo mandamento 
diretto ai vescovi intese a ravvivare \ istruzione 
nel clero, e il fé' con argomenti si strani e sofi- 
stici, che meritano d'essere in parte qui addotti, 
per farsi un giusto concetto di lui e dell'età sua. 
« Noi abbiamo considerato, egli scrive, che i ve- 
scovi ed i monasteri alle nostre cure da Cristo com- 
messi , oltre una vita esemplare e V esercizio della 
religione, devono intendere ad ammaestrare coloro, 
che colla grazia di Dio ne sono capaci : talché come 
la regola promuove T onestà de' costumi , cosi l' assi- 
fi. Celesta. Storia della Letterat. in Italia. 7 



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duità deir insegnare e dell' apprendere renda ordinata 
ed adorna la serie delle parole ; acciò chi aspira a 
piacere a Dio con un retto tenore di vita , gli possa 
del pari, favellando con garbo, piacere. Egli è scritto ; 
tu sarai condannato o giustificato dalle tue stesse 
parole; imperocché quantunque il ben fare sovrasti al 
sapere, questo nondimeno precede Fazione. Ognun 
miri adunque allo scopo propostosi in guisa, che 
come la mente dee profondamente comprendere ciò 
che meglio possa tornarle dicevole, cosi la lingua, 
senza il menomo errore, percorra le lodi di Dio. » 

A questi contorti argomenti Carlomagno aggiunge 
i più meschini sofismi suir utilità della scienza. 
« Siccome in questi ultimi anni ci furono da di- 
versi monasteri trasmessi più scritti, ne' quali ab- 
biam scorto un dritto senso , ma un incondito lin- 
guaggio ..... fummo presi da tema , che come la 
scienza facea difetto nello scrivere, così l'intelligenza 
de' sacri testi fosse al disotto di quantȏ richiesto. 
Or tutti sappiamo, che sebbene gli errori della pa- 
rola sian perniciosi, di ben peggior danno tornano 
quelli di senso ; ond' è che noi vi esortiamo non so- 
lamente a coltivare lo studio delle lettere, ma ancora 
per desiderio di rendervi utili e più accetti a Dio , 
di rivaleggiare di zelo, acciò vi sia dato penetrare 
più agevolmente e più addentro nei misteri delle sacre 
scritture. Conciossiachè trovandosi in esse non poch 
figure , tropi e siffatti altri modi , potrà ciascuno 
leggendole, afferrarne più presto il senso recondito, 
quanto più sarà versato nelle letterarie discipline. 
Scelgansi adunque a tal uopo uomini tali, che abbiano 
la volontà e la potenza d' apprendere e il desiderio 
d' instruire altrui ; e ciò si faccia soltanto nel pietoso 
intento che fu da noi divisato. Noi chiediamo che, 



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come veri soldati della chiesa , voi siate benefici, dotti 
e casti al di dentro, che, cioè, cristianamente vì- 
viate : ma che del pari siate dotti all' esterno , cioè 
fecondi parlatori, per modo che chiunque vorrà in 
voi contemplare V interezza e la fede, in ciò che rag- 
guarda il nome del Signore e la santità della vita, 
resti edificato del pari e in una istrutto dalla vostra 
dottrina. La quale si potrà riconoscere nel modo che 
voi saprete leggere e cantare .... » 

Non occorre andare più innanzi. Eccoci adunque 
di fronte a un re teologo , che per tema d' offender 
Dio con soUecismi , prescrive agli uomini di chiesa 
lo studio delle lettere, senza punto curarsi dell' uni- 
versale dei laici , quasi egli intendesse che la scienza 
abbia ad essere esclusivo privilegio del clero. E che 
così veramente sentisse , appar manifesto da un suo 
capitolario del 789, in cui manda che in ogni mo- 
nastero ed episcopio s'aprissero scuole di grammatica, 
dì computo e di musica. Vero è eh' egli aggiunge do- 
versi in ogni parecchia per opera del curato insegnar 
la lettura a' fanciulli che gli verranno affidati, ma 
ciò evidentemente nello scopo d'avviarli per tempo 
agli uffici ecclesiastici. La stessa scuola palatina, 
se pur sussisteva, venne organata sull'andare delle 
scuole episcopali e monastiche, secondo il testimonio 
dei più autorevoli scrittori di Francia. 

Egli intese al postutto co' suoi ordinamenti a indi- 
care la coltura che dovea possedere il clero, col- 
tura ristretta più alla conoscenza del rituale litur- 
gico, che alle gentili discipline e alle lettere. La 
scuola allora altro non era che un avviamento al mi- 
nistero ecclesiastico ; ciò spiega la povertà degli studi 
ne' chierici delle estere nazioni. E invero il nostro 
Teodolfo, che tenne il seggio episcopale di Orleans, 



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si vide costretto a non chiedere a' sacerdoti altre 
nozioni, che quelle dei riti, del dogma e del canto; e 
Incmaro di Kheìms volle solo eh* e* comprendessero 
quanto leggeano , e in ispecie le omelie di Gregorio 
Magno. Non molto diversi gli statuti di Eicolfo del- 
l' 886. Ma in ben nugliori condizioni versavano le 
scuole italiane, e ben più innanzi n'erano i chierici, 
come dal processo di queste istorie parrà manifesto. 

La vera gloria onde Carlomagno rifulse , è gloria 
italiana, dacché egli trasse d'Italia i migliori intel- 
letti, massime da Soma, in cui non erano spente 
ancor le faville delle lettere antiche. Stando egli in 
questa città nella Pasqua del 787, sorse tra i can- 
tori romani educati alla scuola di Gregorio Magno 
ed i Franchi una viva disputazione sul modo di sal- 
meggiare , la quale venne a lui sottoposta acciò ne 
giudicasse. Ed egli rivoltosi a' suoi — qual' acqua, 
diceva, è più pura, quella del fonte o quella de' rivi 
che ne discorrono? — Certo, rispose ognuno, quella 
del fonte. — Or bene, allor riprendeva, tornate al 
fonte di S. Gregorio che voi corrompeste. — Indi 
chiesti al Papa antifonari e due cantori dottissimi, 
cioè Teodoro e Benedetto, mandavali alle scuole di 
Metz e di Soissons, perchè n' educassero i giovani 
al canto romano, e degli intrusi errori purgassero i 
libri corali. Ma pur invano; perocché, aggiungono gli 
scrittori del tempo, i Franchi con quelle lor prefe- 
renze ispide ed acri, rompeano e non rendeano le 
voci. In quella occasione i cantori romani recarono in 
Francia anche l'organo, che fino allora -eravi ignoto. 

Fra coloro che trasse seco d* Italia a risvegliare 
in Francia l' amor delle lettere, primeggia il monaco 
Alenino. Nacque quest'uomo illustre in Inghilterra 
nel 735 , in quello stesso anno in cui moriva quel 



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Beda, che fu a un tempo teòidgò/ diklettico e astro- 
nomo. Alenino, giovane ancora, fu in Roma a com- 
piervi la sua letteraria educazione. Carlomagno co- 
nobbelo in Parma nel 780, e lo tolse a consigliere e 
ad istitutore non men di se, che de' suoi figli, Carlo, 
Pipino e Luigi. Appresso gli die' il governo della 
scuola di Tours, ove per altro tornò pressoché pun- 
tile il suo magistero. « Fo scarsi progressi, scriveva 
al monarca : avanzo assai lentamente nel battermi 
ognora contro l'ignoranza di questi popoli ». Né 
ciò deve ingenerar meraviglia se si pon mente ai 
metodi usati a que' di, eziandio dai migliori. Giova 
addurre in parte un suo dialogo con Pipino re d' Ita- 
lia, onde potrà il savio lettore argomentare in quai 
povere condizioni si tapinasse V insegnamento, più che 
di sode ragioni , vago d' arguzie , e inteso a tutto ab- 
bracciare, senza sapere addentrarsi in cosa veruna. 

Pipino. Che cosa é la scrittura? Alenino. La de- 
positaria della storia. 

P. Che cosa é la parola? A, L'interprete del- 
l'anima. . 

P. Che cosa é il cielo? A. Una sfera mobile, una 
vòlta immensa .... 

P. Che cosa é il sole? A. Lo splendore dell'uni- 
verso, la bellezza del firmamento, il riso della natura, 
la gloria del giorno, il distributore del tempo .... 

P. Che cosa é la terra? A, La madte degli esseri, 
la nutrice di quanto esiste, il granaio della vita, il 
vortice che inghiotte ogni cosa. 

P, Che cosa é il mare? A, Il campo degli audaci, 
il confine della terra , l' albergo dei fiumi , la sorgente 
delle pioggie .... 

P, Che cosa é la vita ? A. La felicità degli eletti, 
la sventura dei reprobi e l' attesa della morte. 



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P. Che cosa è ì'ùonio? A. Un viatore che passa. 

P, Quali sono i suoi compagni? A. Il caldo, il 
freddo , la secchezza , Y umidità. 

P. Quali le sue sensazioni? A. La fame, la sazietà, 
il riposo, il lavoro, il sonno, la vigilia. 

P. Quale è la sua libertà? A, L'innocenza. 

E ^egue di questo andare, finché Alenino voltosi 
al suo scolaro , gli dice : 

A. Dacché sei giovane dabbene e d'ingegno, io ti 
moverò alcune domande: fa di rispondermi. 

P. Vi porrò ogni mio studio : se erro , correggimi. 

P. Sia. Un ignoto conversò meco senza lingua né 
voce; non era prima, né sarà dopo; io non lo intesi, 
né lo conobbi. 

P. Forse un sogno? 

A, T apponi. 

E qui nuovi enimmi, nuove arguzie e indovinelli 
dello stesso tenore. 

Grande ostacolo a progredir negli studi era l'inopia 
de' libri, della quale Alenino forte lagnavasi, e sospirando 
la sua biblioteca d' York , assai più ricca di tutte in- 
sieme quelle di Francia, chiedeva all'imperatore gli 
fosse dato provvedersi di codici in Inghilterra. 

Fra coloro che spianarono alla Francia la via del 
sapere , va noverato Pietro da Pisa , che tenne scuola 
in Pavia fin da' tempi del re Desiderio, avendolo Al- 
enino negli anni suoi giovanili udito in quella città 
disputare con V ebreo Tulio. Caduto il regno de' Lon- 
gobardi, Carlomagno il volle seco e apprese da lui i 
rudimenti della grammatica. E' può dirsi a ragione, 
come affermano gì' istessi Francesi , il primo istitutor 
delle scuole nella loro nazione. Gli vengono dietro 
Teodolfo, goto d'Italia e poi vescovo d' Orleans , au- 
tore di poesie, di scritti teologici e d' istituzioni sco- 



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103 

lastiche , un Colominos ebreo pure d' Italia , che in- 
segnò in Aquisgrana le scienze fisiche e le matema- 
tiche: S. Benedetto, nato in Settimauia ed abate di 
Anagni, e Paolino patriarca di Aquileja, dottissimo 
uomo, come i suoi scritti ci testimoniano, il quale 
sebbene non seguisse in Francia il suo principe , non- 
dimeno lo spronò in mille guise a propagarvi la luce 
degli studi e Y amor del sapere. A tutti per altro so- 
prasta quel Paolo Diacono, di cui diremo con mag- 
giore larghezza più innanzi. 

L' opera di questi illustri valse a ingentilire la 
Francia e a risvegliarvi l'amore delle ottime disci- 
pline : ma sventuratamente per assai breve stagione ; 
il regno di Carlomagno fu un lampo che rese più buia 
la notte. Tutto ciò eh' egli tolse a fondare perì con esso 
lui , al pari di quella Accademia , in cui egli assunse 
il nome di David, Alenino quello di Fiacco, Angil- 
berto di Neustria quello di Omero, Gisla sorella di 
Carlomagno quel di Lucia, e di questo andare tutti 
gli altri accademici. Lui morto, la Francia ricadde 
nella primitiva barbarie, testimone • Lupo di Ferriè- 
res, che appunto in que' giorni scriveva « ognuno 
si duole della ignoranza de' maestri e della penuria 
de' libri ». E Floro cantava « le pievi non hanno 
curati, né dottori le cattedre ». 

Praeauliòus plebea viduae , doctore cathedrae. 

Fondatore impotente, giova ripeterlo, nulla durò di 
quanto aveva creato. E chi benedirà, a mo' d' e- 
sempio, al bastardo impero d'occidente, ch'ei tentò 
far rivivere ? La restaurazione dell' impero de' Cesari 
era un sogno d' infermo , poiché 1' aggregazione di 
tanti popoli diversi sotto un sol freno, nulla poteva 
aver di durevole. Della romanità primitiva erasi omai 



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104 

perduto il midollo , ed in ogni caso le vitalità indivi- 
duali dei singoli popoli erano già troppo innanzi, perchè 
si potessero cementare come già per lo passato, e 
mantenerle aggregate in un corpo omogeneo. Arroge 
che le razze barljare, le quali nella fiacchezza delle 
stirpi latine aveano preso il disopra , erano allor sprov- 
vedute, come pur incontra a' di nostri, d'ogni virtù 
assimilatrice : ond' è che molte d' esse veniano travolte 
nel grembo di una qualche nazionalità neo-latina. La 
podestà imperiale de' Franchi, non solo non die' dritti 
all' Italia sovra alcuna nazione , ma somministrò per 
converso il pretesto a diverse nazioni d' accampar 
dritti sovr'essa. E di quante sventure , di quanto spar- 
gimento di sangue questo pretesto fu origine, lascio 
che agevolmente sei vegga chi ancor non ha rinne- 
gato la propria coscienza e la storia. E che diremo 
del sistema feudale da lui, se non eretto, per certo 
almeno restaurato e svolto, e giunto quindi al suo 
colmo colla costituzione di Corrado nel secolo XI? Si 
levò a cielo la sua sapienza, ma oggidì è dubbio s'ei 
fosse abile a vergare il suo nome, ed Eginardo ci 
afferma , che essendosi assai tardi applicato a tracciare 
le lettere, vi riusciva assai poco; — panim successit 
labor praeposterus ac sero inchoatus, — Si parlò della 
magnanimità sua, ma la strage de' cinque mila Sas- 
soni ai quali fé' mozzare il capo, ne mostra \ animo 
efferrato e crudele. Si celebrò il suo valore guerresco, 
ma di tante battaglie da lui combattute una sola è 
rimasta nella ricordanza degli avvenire: la disfatta 
di Roncisvalle! Si lodò la sua tolleranza in tema di 
religione: ma ne' suoi Capitolari troviamo fulminata 
la pena di morte a que' Sassoni, che ricusassero d' as- 
soggettarsi al battesimo, e ardessero i cadaveri in-, 
vece di sepellirli. Tali non erano invero gli ammae- 



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105 

stranienti che quel malvagio Sicambro ebbe da Alenino, 
il quale insegnava, — Qucmodo pctest homo cogi ut 
credat quod non crediti Impelli potest homo ad bapti- 
smum, non ad fidem, — 

Non tutti per altro tenean Carlomagno in quello 
alto concetto in cui volle locarlo la chiesa di Eoma. 
Ben altrimenti ne giudicava un secolo appresso il 
monaco Vittino nella sua famosa visione, che trovasi 
registrata negli atti dell' ordine di S. Benedetto. Vit- 
tino levatosi in estasi, vide il malo spirito, che se- 
guito da una lunga tratta di demoni, voleva impa- 
dronirsi di lui. Senonchè gli angioli scendono in sua 
difesa, e tradendolo con essi loro traversò scoscese 
montagne ed irti burroni, potè scorgere in mezzo a 
questi aflfogato in una ardente fiumana un numero 
stragrande di preti, alcuni de' quali ei potè ricono- 
scere alle fattezze conte. Fm que' tormentati scorse 
pur Carlomagno, avviluppato e morso da un immane 
colubro. Del che forte meravigliando , seppe che quel 
principe \enia così martoriato pe' laidi suoi porta- 
menti. Valafredo Strabone che verseggiò questa leg- 
genda, a designarlo con più di chiarezza v'inseriva 
un acrostico — Carolus imperator — 

Parrà quindi cosa assai strana che intomo al nome 
di Carlomagno abbiano potuto aggropparsi imprese su- 
blimi ed eroiche: più strano ancora che tante favo- 
leggiate avventure sieno divenute popolari in Italia, 
a fronte de' Longobardi, non più stranieri fra noi, 
ma fatti, dopo oltre due secoli di civil reggimento, 
per indole e per costume italiani. Senonchè i Longo- 
bardi aveano osato scuotere il giogo di Roma, la quale 
invitando il franco monarca a calare in Italia, dopo 
le di lui facili vittorie, ne circondò il nome di un'au- 
reola di gloria a troppo lieve prezzo acquistata. Vo- 



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106 

lendo fare di lui il fondamento delle sue future usur- . 
pazioni , incorouavalo col diadema de' Cesari , e pre- 
dicandolo per uomo santissimo e inviato da Dio, ne 
ascondea le brutture che lo deformavano. Perciò con- 
corro agevolmente nella sentenza di chi tiene esser 
stata la corona imperiale di Carlo pensiero e forza 
di tradizione romana: ond' è che necessariamente dovè 
rieccitare lo studio e l'imitazione delle lettere del- 
l'impero latino, sebben venuto a mani d'un barbaro. 
E come i Cesari si ebbero i lor piaggiatori fra i loro 
aderenti, cosi egli era mestieri che anche il nuovo 
imperatore s' avesse i suoi laudatori fra i chierici: e 
invero fu un monaco di Fulda, Eginardo, che prima 
tolse a dettame la vita, seguito poi da Turpino e da 
parecchi altri. La corte di Roma avvolse di un fu- 
cato splendore il capo di Carlomagno, che di re stra- 
niero e di malvagio avventuriere tramutava in un 
santo, in un legittimo principe, in creatore di una 
epoca nova di civiltà e di grandezza. Fu agevole 
allora raccogliere intomo a lui, e suggella? del suo 
nome anche le gesta già da molti anni compite per 
opera di Carlo Martello, e con lui confondere ap- 
presso un terzo Carlo, cantando le ribellioni de' grandi 
contro il potere imperiale: lunga schiera di perso- 
naggi, che più manco ebbero tutti il loro poema. 
Laonde non è a maravigliare se presso i popoli cri- 
stiani prevalse Y idea di scorgere in lui il simbolo 
del vero eroe , da cui si svolse un intero ciclo di mi- 
rabili avvenimenti. H nome di Carlomagno passò in 
tal guisa in un' atmosfera d' idealità , d' epopee , di 
leggende per opera esclusiva di Eoma e di colui che 
scrisse la cronaca attribuita a Turpino, amico e com- 
pagno del principe nella sua impresa contro i Sara- 
ceni di Spagna. La quale impresa sebbene abbia sor- 



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107 

tito un miserrimo fine, fu nondimeno, al pari dell' II- 
liade, il luogo comune, da cui poeti e novellatori at- 
tinsero ispirazione e derivarono i loro canti. 

Questa cronaca rivela ad ogni pie* sospinto Y in- 
tendimento che proponeasi la curia romana: far, cioè, 
di Carlomagno il tij)0 del guerrier religioso , che do- 
cile al comandamento de' papi, imprende la guerra 
contro i nemici del nome cristiano. Ond' è che opino 
col Vossio nel credere, che non già Turpino, ma 
papa Calisto II sia stato il vero autore di questa 
cronaca. Di recente G. Paris intese provare che dal 
primo al quinto capitolo sia stata scritta da un mo- 
naco di Campostella nel secolo XI, e che i seguenti 
capitoli vi fossero aggiunti da un altro monaco di 
Saint-André di Vienna tra il 1109 e il 1119. Ma 
questa opinione chiede ancora il rincalzo di più effi- 
caci argomenti. 

Ne sporrò a brevi tratti il contenuto. Carlomagno 
sprofondato negli ozi della sua reggia ha una visione: 
pargli scorgere un solco mirabile di luce che attra- 
versa gran parte d' Europa: e dietro 1' apostolo S. Ia- 
copo, che con aspre rampogne lo spronasse a rompere 
il suo indegno letargo, purgare la Spagna dai Mori 
e far tronfare la chiesa di Cristo. Riscosso a tai voci, 
il principe non pone indugio all' impresa; raccoglie i 
famosi suoi paladini superstiti di tante battaglie, e 
move alla santa crociata. Ogni suo passo è segnato 
'da grandi prodigi: il sole arresta per tre giorni il 
suo corso: le mura di Pamplona cadono al pari di 
quelle di Gerico: nella giornata di S. Facondo l'iaste 
de' suoi guerrieri conficcate al suolo vi metton radici 
e fioriscono : innumerevoli croci vermiglie scintillano a 
tergo de' combattenti. Turpino rapito in estasi, con- 
templa le anime dei caduti in battaglia cinte della 



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108 

palma dei martiri, fra cui quella del beato Orlando, 
ucciso per mano di Bernardo del Carpio, che accom- 
pagnata da un* angelica schiera vola ai gaudi de' cieli. 
Altre meraviglie , altri portenti lascio da parte per af- 
frettarmi deviatamente alla fine : cioè al solenne con- 
cilio dei prelati, dei principi e (Jei vescovi, in cui 
il fortunato vincitore impone che tutti i signori , i 
grandi ed i re della Spagna in perpetuo obbediscano 
al vescovo della chiesa di S. Iacopo, e che tutti gli 
Spagnoli paghino del pari in perpetuo un annuo tri- 
buto a quella chiesa che da Turpino vien consacrata. 
La prevalenza del potere teocratico sovra ogni altro 
potere è affermata : Calisto proclamando autentica una 
tal cronaca, ponea quel tessuto di favole sotto il pa- 
trocinio dell' infallibilità pontificale. 

Questa cronaca, come avvertimmo, fti la sorgente d'in- 
numerevoli altri poemi , cui soprasta la famosa chan- 
son de Roland, Nella quale non veggiamo del pari 
che un messo di Dio, un monaco armato perla causa 
della fede, il cui solo intento è Y acquisto della bea- 
titudine eterna; il che tuttavia non gli contende di 
scendere talora dalle sue ascetiche contemplazioni 
per accostarsi alla terra, ed ardere qualche granello 
d* incenso a quelle beltà, che V oriente inviava a rin- 
forzar le sue schiere , e a tentar 1' animo dei guer- 
rieri di Cristo. E con ciò V epopea carolingia, che ha 
per fondamento un fatto isterico, dà la mano a' romanzi 
fantastici del ciclo del re Arti, fusione che spicca 
apertissima nei poemi del Pulci, del Bojardo e del- 
l'Ariosto, non che del Cid Campeador, onde s'illu- 
stra la letteratura spagnola. Nel concetto italiano 
Carlomagno del pari subì una gravissima degradazione 
epica, e divenne un volgare tiranno e un insidiatore 
della virtù femminile, quale appunto ci si manifesta 



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109 

nel poema franco- veneto d' Ugo d' Alvernia , posse- 
duto dalla biblioteca del Seminario di Padova. E valga 
a suggello dell'esposte cose l'aggiungere che il poeta 
della rettitudine, Dante Alighieri, noi tenne degno 
d' essere accolto in ninna parte dell' immortali sue 
cantiche. 

Se nulla deve a Carlomagno l' Italia , non reputo 
abbia maggior aspetto di vero 1' opinione che tiene, 
doversi all' editto di re Lottano la restaurazione 
delle scuole italiane e il conseguente fiorir delle let- 
tere* Questo monarca, dopo aver dolorato che per 
ignavia dei preposti agli studi ogni lume di coltura 
si fosse smarrito , correndo Y 823 bandiva — che tutti 
coloro i quali per sovrano comandamento stanziavano 
in designati luoghi nell'intento d'insegnar la gram- 
matica, debbano con ogni possa ingegnarsi, acciò i 
discenti ad essi aflSdati s'avvantaggino dei loro ammae- 
stramenti, e attendano a quelli esercizi , che gli odierni 
bisogni richieggono. E per dare a ciascuno la maggiore 
agevolezza ad occuparsene, abbiam stabilite alcune 
sedi da ciò, affinchè la lontananza e la povertà non 
possano servire di scusa ad alcuno. E le sedi fien 
queste. Vengano primamente in Pavia alla scuola di 
Dungallo que' di Milano, di Brescia, di Lofti, di Ber- 
gamo, di Novara, di Vercelli, di Tortona, d'Acqui, 
di Genova, d'Asti e di Como. In Ivrea il vescovo 
regga egli stesso la scuola. Convengano in Torino 
quei di Ventimiglia, d'Albenga, di Vado e d'Alba. 
Traggano ad erudirsi in Cremona quei di Reggio , di 
Piacenza, di Parma e di Modena. Abbiano quei di 
Toscana, Firenze. Mandino a Fermo i loro discepoli 
la città del ducato di Spoleto : a Verona quei di Man- 
tova e Trento: a Vicenza quei di Padova, di Tre- 
viso, di Feltre , di Ceneda e d' Asolo. Le altre città 



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110 • • 

awieranno i loro discenti alla scuola di Cividale 
nel Friuli. — Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Fi- 
renze, Fermo , Verona , Vicenza e Cividale erano 
adunque le città privilegiate a diffondere T insegna- 
mento; ma merita veramente Lottario le lodi onde 
gli son larghi gli storici , come ordinatore delle 
scuole italiane ? Se si considera che pressoché tutte le 
pievi e cattedrali d'Italia già possedeano ab antico una 
scuola ad uso de* chierici, e che papa Eugenio nel 
concilio di Roma dell' anno 826 e quarto del regno di 
Lottario, deplora l'universale diffetto de' precettori, e 
manda che in ogni sede vescovile e in ogni pieve v'ab- 
bia un maestro che insegni grammatica e svolga al 
popolo le divine scritture, noi andremo agevolmente 
persuasi, non altro aver avuto di mira Lottario, se 
non prevenire il decreto del concilio romano; talché 
le finora credute pubbliche scuole al postutto non eranp 
che scuole ecclesiastiche, ristrette per soprassello al 
solo salterio, e tutto al più ai primi rudimenti della 
grammatica , e quindi di ninno o d' assai scarso sus- 
sidio pei laici. 

Ma indipendentemente da queste, v' aveano in pres- 
soché tutte le italiane città vere scuole pel popolo. 
Leggeva fn Pavia intorno al 700 il grammatico Fe- 
lice , onorato pe' meriti suoi da re Cuniberto d' un 
bastone ornato d' oro e d' argento. Successe alla sua 
cattedra Flaviano che gli era nipote e divenne il mae- 
stro di Paolo Diacono. Il vedere nell' editto di Lot- 
tario nominata Pavia per la prima, e l'averle asse- 
gnato un numero di città maggiore assai che ad ogni 
altra, ci mostra aperto essersi in essa conservate dai 
tempi dei re longobardi non lievi traccie di lettere e 
chiarezza di studi. Di Dungallo nomato nell' editto 
come docente in Pavia, difficile il dire: opino fosse 



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Ili 

quel Dungallo scozzese che Carlomagno nel 780 avea 
chiamato in quella città, da cui tramutavasi nel mo- 
nastero di Bobbio: e non già il Dungallo di Saint- 
Denis, che in un suo trattato sopra l'eclisse mostrasi 
affatto scevro de' pregiudizi che infestavano le menti 
d' allora. Non inferiore a Pavia per vivezza d* arte e 
di studi era Lucca, ove troviam cattedre d' eloquenza, 
di dritto e di medicina , e abbondanza di pittori , d' orafi, 
e d' altri artefici. Benevento, ultimo limite della lon- 
gobarda dominazione, e Salerno levavano già di se 
fama grandissima. 

A questi istessi tempi risale la prima fondazione 
in Milano di un Brefotrofio per • opera dell' arciprete 
Dateo (787), il quale raccogliendo i parvoli abban- 
donati sulle pubbliche vie, dava alla sua istituzione, 
mercè d' una associazione di pie matrone , il vero 
carattere de' nostri asili d', infanzia. Nel secolo istesso 
Gesone vescovo di Modena, concedendo (769) la chiesa 
di S. Pietro in Siculo all'arciprete Vittore, ordina- 
vagli di raccogliere e d' istruire i fanciulli. Ma tutti 
avanza il vescovo Attone di Vercelli, il quale inse- 
gnando — r ignoranza essere madre di tutti gli er- 
rori e perciò da causarsi , massime dagli ecclesiàstici 
cui era commesso il carico d' addottrinare le moltitu- 
dini — volle che in ogni angolo della sua diocesi ve- 
nissero gratuitamente istruiti i fanciulli negli ele- 
menti delle lettere. Ebbe amico e imitatore il diacono 
Gunzone di Novara, che recò dalla Spagna in Italia 
oltre cento volumi, fra i quali il Timeo di Platone, 
e sparse in Francia e in Germania, ove Ottone III 
chiamavalo , 1' amore della sapienza. Al pari di lui 
Stefano di Novara, famoso grammatico, passò in Ale- 
magna a dirozzare que' popoli. Accanto a questi por- 
remo Adalberto da Bergamo, Pietro e Gozzellino da 



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112 

Padova, Zenobio da Fiesole e Adalberto d* Arezzo, 
de' quali ci duole non potere, cacciati dal lungo tema, 
divisare r opere e i pregi, paghi di dire, che per 
aver fevoreggiato ogni maniera di studi, meritano spe- 
ciale ricordazione ne' posteri. 



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CAPO VI. 
PAOLO DIACONO E I SUOI CONTINUATOEI 

SOMMARIO 

Il monaco di San Gallo e le scuole francesi — Le quali son 
opera d' illustri Italiani e in ispecie di Paolo Varnefrido — 
Errori che corsero sulla vita di lui — Suoi maggiori e sua 
giovinezza — Paolo in corte d* Arichi — Si rende monaco 
a Montecassino — Carlomagno ascrive a lieta ventura d' a- 
verlo in sua corte — Storia de' vescovi di Metz, e T Ome- 
liai-io — Suo ritorno in Italia: morte d' Arichi e sue lodi — 
Diverse opere di Paolo e sua scuola — L* Epitaffio d' Ilde- 
rìco — L' istoria de' Longobardi — Discepoli e continuatori 
di Paolo ; Autperto , Bassario , Erchemperto e i due anonimi 
Salernitani — Liutprando e cronisti diversi — Dell' idioma 
longobardico — L' editto di Rotari. 

H monaco di San Gallo, primo raccoglitore delle 
leggende carolingie, neir intento d' esaltare il franco 
monarca e crescergli riverenza ne' posteri col baglior 
de' portenti, anziché riferire agli Italiani, da Carlo- 
magno tratti in Francia, il rigoglio de' buoni studi 
in quella nazione, ne ascrive Y origine a casi insoliti 
e fuor dell' usato. Ei ci narra che alcuni mercatanti 
britanni avendo approdato ai lidi di Francia, mentre 

E. Celesia. Storia della Letterat in Italia. 8 



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114 

erano intesi allo spaccio delle loro derrate, due Scoz- 
zesi cacciatisi in mezzo alle turbe, si fecero con gran 
lena a gridare: « Chi vuole acquistare sapienza ac- 
corra a noi che ne teniamo a ribocco ». Senonchè 
gli astanti, ignorando che cosa fosse sapienza, né 
veggendo posta in mostra suppellettile alcuna, gli 
ebbero in conto di sciatti e tirarono oltre. La no- 
tizia del fatto giunse àgli orecchi di Carlo, il quale, 
avuti a se i due forestieri, e udito da lor confermare 
che avevano sapienza da vendere, ne gli richiese. dei 
prezzo. E quelli al monarca :^« non danajo si cerca da 
noi, si bene luoghi acconci ad insegnare e ingegni 
capaci ad apprendere, oltre quel po' eh' è mestieri 
alle necessità della vita ». Il re lieto oltremodo del 
caso, ritenne per alcun tempo presso di se i due 
Scozzesi, e quando fu costretto a partirsi, travolto 
com' era in assidue imprese di guerra, ordinò che 
r un d' essi fondasse in Francia uria scuola per eru- 
dirvi la gioventù, e V altro venisse in Italia nel lào- 
nastero di Sant' Agostino in Pavia a darvi opera del 
pari a insegnamenti diversi. Il favore onde re Carlo 
accolse i due sapienti si divulgò per tutta, Inghil- 
terra, e mosse un tale Albino od Alenino a riten- 
tare la prova. Perchè salita una nave , fu in breve al 
cospetto del re , che gli fu largo non solo d* oneste 
accoglienze , ma il volle a suo precettore ed amico. 
Appresso creavalo abate del monastero di San Martino 
di Tours , acciò potesse vacare tranquillamente agli 
studi, che per suo impulso crebbero a tale,, da con- 
vertire la Gallia in una nazione emula d'Atene e 
di Roma 

Questo racconto del monaco di San Gallo, oltre la 
inverosimiglianza del fatto, urta per ogni lato colle 
isteriche testimonianze, che tutte concordano nel- 



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115 

r affermare V origine delle scuole francesi non po- 
terai riferire a Scozzesi o a Britanni, bensì a quegli. 
Italiani di cài più sópra toccammo, e; in i$pecie a: 
Pietro da Pìsa^ a Teodolfo, a Paolino patriarca d* A- 
qnileja e parecdii altri. 

Ma' fra .i piiu saputi uomini che Garlomagno trasse^ 
d' Italia ad indirizzare il suo regno nelle vie de' ci- 
vili progredimenti e a ridestarvi Y amor delle lettere, 
niuno avanza, per quanto sien grandi i meriti del 
monaco di Jork, quel Paolo Vamefrido, più noto col 
nome di Paolo Diacono,* che in tema di storie fu lo 
scrittore più eminente de' suoi tempi e di molti se- 
coli appresso. Non è agevole impresa narrarne b, 
parte a parte la vita, e sceverare quanto di falso; 
innestaronvi le leggende sparse a larga mano in tutte 
le cronache, massime in quelle di Leone Ma,rsicano. 

Narrano alcuni che condotto in Francia dal re» 
dopo il sacco di Pavia, e venuto in sospizion^ de'- 
cortigiani per la fede da lui serbata a Desiderio, 
suo antico signore, lo accusassero di tramare alla 
vita del loro monarca. Il quale avutolo innanzi a se, 
udì raffermare dal suo labbro V immutabile sua de-; 
vozione alla causa de' Longobardi ; perchè acceso, 
d' ira ordinò gli venissero tronche le mani. Seiio.nchè- 
tornato ad un tratto a più miti consigli , «: óve uoy 
troveremo » diceva « se gli si mozzano le mani,: 
uno scrittóre a lui pari? ». Allora i grandi sog- 
giunsero: « Giusto è commiserare a tanto uoino:;r 
però ti consigliamo a fargli cavar gli occhi, acciò: 
non iscriva più verbo contro di te »^ E a sua voll.^. 
re Carlo : « Dove troverem noi un istorlógrafo ed uu 
poeta della sua tempra ?» — Gonvenhero quindi di 
mandarlo a confine nell' isola di Tremiti :» altri scrive 
per contro che veramente lo abbacinarono. 



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116 

Ma poste queste ed altre invenzioni da banda, noi 
ci faremo a coglier di lui que' tratti di vero, che la 
pertinacia di lunghe ricerche ci pose dinanzi. 

Caviamo anzi tutto da Paolo stepso la storia de' 
suoi maggiori. I quali venuti in Italia co' primi Lon- 
gobardi, posero la loro stanza nel Friuli sotto Gi- 
sulfo fondatore di quel ducato; senonchè alla discesa 
degli Avari furono condotti schiavi in Pannonia, 
e di cinque fratelli eh' erano, a un solo di nome 
Leufi, venne fatto di poter sciogliersi dalla sua cat- 
tività in guisa al tutto inusata. Imperciocché ignaro 
delle vie da percorrersi, si die' a seguire le traccio 
di un lupo, finché estenuato dagli stenti e da pro- 
tratti digiuni, sarebbe perito, se una vecchia slava 
non r avesse opportunatamente soccorso. Pervenuto 
in Italia, non d' altro armato che d' una faretra e 
d' un arco, trovò deserta la casa nativa, anzi con- 
versa in un mucchio di macerie, tra le quali cre- 
sceano rigogliosi i rovi e le spine. Un olmo sor- 
geva nel suo bel mezzo : ivi appese arco e faretra, 
e diessi a sterpare le male erbe e i pruneti che la 
ingombravano : finché sovvenuto da parenti ed amici 
crebbe le sue possessioni, menò moglie e n' ebbe un 
figliuolo cui pose il nome d' Arichi. Questi generò 
Varnefrido, il quale a sua volta die' vita a Paolo, il 
narratore delle gesta de' Longobardi. 

Nacque egli adunque d' illustre prosapia in Civi- 
dale del Friuli a mezzo il secolo Vili, e fu educato 
in corte di Eachis alle discipline liberali; fra i suoi 
docenti ricorderò quel Flaviano grammatico , cui 
serbò fino all' estremo riverente osservanza. Fu caro 
eziandio a re Desiderio che 1' ebbe a suo cancelliere. 
Pare che ascritto al chiericato passasse ad Aquileja, 
ove esercitò V uflScio di diacono ; dalla quale città 



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117 

tramutossi a Benevento, chiamatovi, per la fama dei 
suo sapere, ad ammaestrar nelle lettere la gentile 
Adalberga consorte d' Arichi, duca di quella città. 

Era allora Benevento sede illustre d' ogni coltura, 
promossi alacremente da Arichi, autore egli stesso 
di non spregevoli versi, come quegli che a detta di 
Paolo « nostrae aetatis solus paene principum sa- 
pientiae palmam tenet ». E invero alcuni anni ap- 
presso Ludovico II vi rinveniva ben trentadue filosofi, 
vuoi professori di lettere umane. Arichi eh' aveva 
tolto in moglie la figliuola del re Desiderio, udita la 
cattività del suo signore, anziché prostrarsi dell* a- 
nimo, ardì assumere titolo e insegne di principe, 
quasi volesse restaurare nell' Italia cistiberina il re- 
gno de' Longobardi; ma Carlo con numerosa oste si 
rovesciò sopra lui, facendolo suo tributario, e traendo 
seco in ostaggio il suo primogenito. In corte d' A- 
richi, supremo rifugio del nome longobardo, Paolo 
dettò le iscrizioni per i sontuosi edifici cui il prin- 
cipe aveva posto mano, fra i quali un monastero e 
una. chiesa presso il suo palagio di Benevento, con- 
sacrata alla Divina Sapienza, onde fu detta di Santa 
Sofia. 

A richiesta d' Adalberga dettò pure quel compendio 
di storia, che per essere compilata da brani di au- 
tori diversi, nomava Historia miscella. È divisa in 
ventiquattro libri ; i primi undici son cavati dal 
Breviario d' Eutropio con parecchie addizioni: i 
cinque seguenti, i soli che appartengano a Paolo, 
comprendono il periodo che corre dal regno di Va- 
lentino a quello di Giustiniano. Gli ultimi otto vo- 
glionsi attribuire a Landolfo il Sagace, e pervengono 
sino all' 806, cioè fino all' elevazione di Leone IV 
all' impero. 



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Senonchè la caduta e la schiavitù di sua gente 
trionfata dai Franchi, gli erano spine all' animo già* 
travagliato da domestiche disavventure : dall' esiglio, 
cioè, del fratello, che per aver preso parte alla insur- 
rezione del Friuli giacea da ben sette anni prescritto , 
collo strazio d' aver dovuto abbandonare nelle più 
fiere distrette una moglie amatissima, gravata del peso 
di quattro figliuoli: e di una sorella a lui caramente 
diletta, che ridottasi monaca, aveva pel soverchio la- 
grimare perduto affatto il vedere. Ond' è che volte le 
spalle alla corte, divisò vestir l' abito monacale a 
Montecassino. In qual anno ciò avvenisse non e' è 
dato chiarire. Certo egli è, che nell' aprile del 771 
ftironò presentati in Eomaa Carlomagno alcuni versi 
elegiaci, coi quali Paolo implorava la reale clemenza 
a prò' del fratello, acciò rendesse al «aptivo la patria 
e una parte delle avite fortune. 

Septimm annua adest, ex quQ tua cama dolorea 

Multiplicea generai, et mea corda quatit, 
Capttvus vestris ex tunc germanvbs in oris 

Est meu8, afflUsto pectore, nudus, egens. • 

NoblUtajs periity miseria accessit egestas: 

Debuimus, fateor, asperiora pati, 
Sed misererCy potens rector, miserere, precamur, 

Et tandem finem his, pie, pone malis. 

Non sembra che Carlomagno si porgesse arrende- 
vole alle fattegli supplicazioni; talché. l'anno ap- 
presso recossi in Francia egli stesso per addolcire la 
sorte del fratello, e rinnovar le preghiere per la di 
lui liberazione. 

Carlo ascrisse a lieta ventura la venuta del mo- 
naco; eh' e' in quel tempo travagliavasi appunto a 
cercar ^ente erudita per ammaestrare i suoi popoli; 
onde commise a Pietro da Pisa di festeggiare poeti- 



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119 

camente V arrivo in corte di quell' uomo dottissimo, 
'quasi inviato da Dio a coltivare co' semi della sa- 
pienza gli ignavi intelletti de' Franchi: « ut inertes 
aptes fecundls seminibus ». E Pietro rispose al de- 
siderio del re con lodi a Paolo eh* oggidì sembre- 
ranno eccessive, chiamandolo Filone neir ebraico, 0- 
mero nel greco, Virgilio nel latino; ma tale era Y an- 
dazzo di queir età e Y opinione che s' avea del buon 
cassinese, e gli uomini hannosi ognora a giudicare coi 
concetti de' tempi in cui vissero.- Come stemperati 
gli encomi, così umili troppo e rimessi i sensi di 
Paolo, respingendo nella sua risposta ogni elogio, e 
affermando non possedere conoscenza veruna dell' e- 
braico e del greco, cosa eh' egli altrove smentisce , 
dicendoci aver nelle scuole appreso alcun che di quelle 
due lingue. E invero re Carlo, trattolo seco in Aix- 
la Capelle, gli commise di erudire nel greco i chie- 
iici destinati a scortare in Costantinopoli la princi- 
pessa Eotrude allor fidanzata a Costantino figliuolo 
dell' imperatrice Irene. Nei quattro o cinque anni 
eh' ei visse in corte di Francia e nel monastero di 
Metz, causa gli indugi del re a graziare il fratello 
e i suoi compagni d' esigilo, tolse a insegnar la poe- 
tica e r oratori^b : a lui d' ogni parte traeano per 
udir r esposizione dei classici latini di cui gran pe- 
nuria era in Francia : i dotti stessi lui come sovrano 
precettore ammiravano. Questi insegnamenti che sve- 
gliarono in quella regione 1' amor degli studi, non 
gli impedirono di dar opera a scritti di varia ra- 
gione ; tali le inscrizioni funerarie per la regina Ude- 
garde e per due figliuole e due sorelle del re: tale 
la storia dei vescovi di Metz dettata per impulso 
d' Angelramo, vescovo di quella città : tale infine la 
collezione di omelie, cui intese per commissione di Carlo. 



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120 

Questa raccolta trascritta in molti esemplari sotto 
la direzione d' Alenino, va preceduta da una lettera 
dello stesso monarca, che mette in sodo il metodo 
seguito da Paolo, e il vivo ardore e la pietà onde 
il . re travaglia vasi a rialzare gli studi teologici. 
« Essendo mio fermo intendimento » egli dice « dlm- 
megliare le condizioni delle nostre chiese, con assidua 
cura vegliamo ad avanzare le lettere, cui la ignavia 
degli avi nostri lasciò ire a ritroso, volendo che il 
nostro esempio sia stimolo a . seguirci nello studio dei 
libri sacri. E già i testi dell' antico e del nuovo Te- 
stamento dair ignoranza dei copisti stranamente alte- 
rati, vennero sottoposti, la Dio mercè che in tutte 
cose ci assiste, ad una emenda accurata. Mosso dal 
desiderio di calcare anche in ciò le vestigia del nostro 
genitore Pipino, di veneranda memoria, che intro- 
dusse in tutte le chiese della Gallia V uso del canto 
romano, noi vogliamo che queste possano egualmente 
arricchirsi di scelte e opportune lezioni... Ond'è che 
avendo accolto il disegno di riformare i testi scorretti , 
noi ne affidammo il carico a Paolo Diacono, nostro 
famigliare. Il quale dopo avere con indefessa solleci- 
tudine compulsati gli scritti dei Padri della chiesa, 
doveva, a seconda dei nostri desideri, raccogliere dagli 
stessi, come da prato ubertoso, i più odorosi fiori e 
farne ghirlanda. Egli affrettandosi a compiere i nostri 
voti, rilesse i trattati, i discorsi e le omelie de' Padri, 
e i brani più notevoli ne cavò fuora per comporne 
due volumi che ci presentò, e che comprendono una 
serie di lezioni ordinate, monde da errori e accomo- 
date a ciascuna festa deir anno. E siccome questo 
testo fu da noi sottomesso a minuta disamìnazione, 
perciò munito della piena autorità nostra , lo inviamo 
alla vostra pietà, e ne raccomandiamo la lettura in 



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121 

tutte le chiese cristiane ». L' Omeliario di Paolo 
sali in tanto credito, che per parecchi secoli non vi 
fu libro più accetto e più divolgato. 

Non ostante la domestichezza di Carlo e il bene- 
volo, sebben tardo accoglimento delle sue supplica- 
zioni per quanto ragguardava la cattività del fratello, 
molti fra i principali Longobardi e gì' implicati negli 
insorgimenti friulani logoravano ancora neir esiglio 
la vita: e per essi s' adoperava il buon monaco, e indu- 
giava il suo ritorno in Italia, che pur tanto stavagli 
a cuore. Di che tenea ragguagliato Teodemaro, abate 
di Montecassino, accertandolo che non appena vedrebbe 
spezzati i lor ceppi, nulla potrebbe ritardargli la di- 
partita. « Sebbene io mi trovi » cosi egli scriveagli 
« fra cattolici e seguaci di Cristo : sebben tutti mi si 
porgano cortesi e usino meco benignamente per Y os- 
servanza che nutrono verso il nostro padre San Bene- 
detto e i meriti vostri, non pertanto a confronto del 
monastero la corte mi ha V aspetto d' un carcere, e 
al paragone della calma che si gode costi, parmi di 
essere travolto in mezzo ad un turbine ». Ma venne 
il di finalmente che ottenuto Y assenso del re, non 
pose indugio a risalutare la patria e gli ermi recessi 
del monastero. Noi lo troviamo infatti a Montecas- 
sino tra il 786 e il 787 assorto in opere di schietta 
pietà, e inteso a dettare la storia de' Longobardi, 
dalla loro uscita di Scandinavia fino allfi morte di 
Liutprando avvenuta nel 744. 

La solitudine in cui traeva i suoi giorni rese in 
lui più intenso Y amore alla memoria del duca Arichi, 
che ferito nel più vivo del cuore per la subitanea 
perdita di Eomualdo suo primogenito, usciva di vita 
il 26 agosto del 787 neir età di cinquantatre anni. 
La sua morte fu pianta a calde lagrime da tutto il 



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sao popolo. Della bontà, della giustizia, dèi senno di 
Arichi fan fede le lodi tessutegli da Paolo in un fa- 
condo epitaflSo ; la sua munificenza attestano parecchi 
edifici per istruttura ed ornamenti fastosi. Lasciava 
due figliuole ^ il giovinetto Grimoaldo, ostaggio di 
Carlo. Adalberga sua vedova prendea le redini del 
ducato, donna di mente sagace se altra fu mai, or- 
nata di lettere e versatissima nelle filosofiche lucubra- 
zioni. Paolo intese a consolarla nelle affitte fortune, 
dipingendole dapprima il dolore dei popoli già sog- 
getti ad Arichi, e le lacrime per essi versate sulla 
salma del loro signore, ed esaltandone quindi le pe- 
regrine virtù, sebbene a degnamente onorarlo sia 
tf uopo, egli dice, posseder la vena di Cicerone e le 
armonie di Virgilio, Ecco a saggio del suo poetare 
alcuni versi su tale subbietto: 

Lugentum tacrymls populorarn rosclda tellus 

Principia haec magni nobile corpus hahet, 
Hic namque in cunctis recaham celeberrimus heros 

Praepollens Arichis, oh ! decits atque dolor. 
Tullius ore potens cujus vix pangere laudeè 

Ut dignam est posset, vel tua lingua, Maro. 
Tarn felix olim, num tamque miserrima conjux 

Regali in thalamo quam Ubi junxit amor: 
Eheu ! perpetuo pectus transfixa mucrone, 

Languida membra trahens, te, moribunda^ dolete 
Viderat unius, heu ! nuper pia f urterà nati : 

Ast alium extorrem, Gallia dura, tenes. 
Huic geminae natae vernanti flore supersunt , 

Solamenque m^li, sollicitusque tim^yr. 
Has cernens reddi vultus sibi credit am^atos : 

Haec ne praeda fiant, fluctuabunda pavet. 

Fra le opere che dettò Paolo, oltre le già cennate, si 
hanno le vite di S. Gregorio papa, di S. Cipriano, dì 
S. Arnolfo, quelle dei SS. Benedetto, Mauro e Scola- 



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ytica': non che poesie lodatissimè, fra le quali Y inno 
a S- Giovanni Battista, assai noto nell' istoria della 
musica per Y applicazione alla misura dell' ottava fat- 
tane da Guido d' Arezzo, non che 1 versi in omaggio 
dell' anzidetta Santa Scolastica. Erano allor in uso gli 
enimmi, e Paolo da Pisa gliene indirizzava uno di 
quarantasette versi, al quale il nostro poeta rispose 
egualmente con altro enimma. Lo stesso re Carlo si 
compiacque di proporgliene alcuni. Imperocché vivo era 
tuttora r aiSfetto eh' egli nutriva per lui, di che fan 
testimonio due rozzissime epistole a lui dirette, Y una 
delle quali incomincia; 

Pàrvùla rex Carolus seniori carmina Paulo 
Dllecto fratri mittit honore pio : 

e si chiude col seguente commiato; 

lille quàere m>eum per sacra culmina Paulum: ' 

Ille habitat medio sub grege, credo, Dei. 
Inventumque senem devota mente saluta: 
. Et die .; rex Ca/rolus mandai aveto tibi. 

In un' altra sua epistola rende eziandio testimo- 
nianza di lode alla fioritissima scuola che Paolo aveva 
aperta in Montecassino ; e volgendosi alla sua musa 
gì' impone di salutare gli almi fratelli del chiostro , 
dai quali fluia tanto miele di sapienza, e i cui versi 
stillavangli tanta dolcezza nel cuore; 



die vale fratribus almia 

Dulcia qui nobis doctrinae mella ministrant, 
Carminibusque suis permulcent pectora nostra. 

E qui non possiamo non dire come alla scuola an- 
zidetta usassero coloro che amavano erudirsi nelle di- 
scipline sacre e profane ; né soltanto Stefano II ve- 
scovo di Napoli vi mandava i suoi chierici, ma dalla 



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124 

Grecia, dalla Germania, dair Africa, per testimonio di 
Leo, autorità non sospetta, traeano a Montecassino 
tutti coloro che aveano sete d' apprendere. 

A completar pienamente la vita di questo illustre 
intelletto, è mestieri consultare il poema in versi a- 
crostici, 0, come allora diceasi, epitafio di queir Ilde- 
rico, che fu tra i suoi più strenui discepoli, a tale 
che per le sue molte virtù meritò d' essere eletto nel- 
r 834 ad abate di Montecassino, sebben ne tenesse il 
governo per soli quarantatre giorni. Egli imprende a 
ricordare la chiarezza della stirpe dei Varnefrido, che 
soprastava per potenza e lautezza di censo a quante 
altre prosapie stanziavano in riva del Timavo , là 
dove colle chiare acque irriga il pian d'Aquileja. Ap- 
presso ce lo addita in corte di Rachis, che si compiacque 
informarne il cuore e la mente agli studi sacri, spe- 
randolo un dì gloria e presidio della nazione: 

Divino instinta regalia protinua aula 

Ob decua et lumen patriae te aumpait alendum. 

Omnia Sophiae coepiati culmina aacrae, 
Rege movente pio Batchia , penetrare decenter, 

E qui il poeta alludendo alla discesa dei Franchi, 
lietamente rammemora i tempi dei re longobardi, quando 
r ubertà della pace spandeva i suoi doni in Italia , e 
consentiva a' suoi figli d'abbandonarsi interamente agli 
studi. E volgendosi al suo diletto maestro, « tu allor 
cominciasti » gli dice « a salire sotto la scorta del 
principe le più alte sommità della scienza, e ne rac- 
cogliesti tai semi, che da te fecondati avvantaggia- 
rono le più lontane regioni », Dopo aver infine toc- 
cate le sue peregrinazioni nella Gallia, lo segue in 
Italia alla corte d' Arichi, V eroico duca de' Longo- 



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125 

bardi che tenne fronte da solo all' immane potenza di 
Carlomagno, finché una ispirazione divina spinse Paolo 
a volgere le spalle ai tumulti del mondo, e umiliare 
la fronte sotto il giogo di San Benedetto. Da questo 
istante, prosegue Uderico, Y umiltà, la pazienza e tutte 
le altre peregrine virtù fecero di Paolo la fiaccola del 
religioso consorzio. 

Mori il 13 d'aprile del 790. Eado incontra trovar 
nelle istorie de' bassi tempi chi al pari di lui alla 
gagliarda tempra dell' animo congiunga le più elette 
doti di mente e di cuore. A' suoi di fu comparato a 
Virgilio per la venustà de' suoi versi: a Catone per 
la costanza e fermezza dell' indole. S' è lecito dubitare 
della prima sentenza, ognuno converrà di leggieri 
sulla giustezza della seconda. 

La sua Historia Longobardorum, Libri VI, fu tenuta 
ognora in gran conto, come l'unica face che ci guidi 
attraverso le tenebre di quell'età. Fedele alle bene- 
merenze de' suoi re, e alle glorie della propria nazione, 
ei ne raccoglieva le gesta, non per vendicare un ab- 
battimento di cose omai fatto irrevocabile, ma per le- 
gare ai posteri la memoria dei vinti. I favori e 1' a- 
mista del franco monarca non ebbero forza a cancellar 
dal suo cuore la ricordanza di re Desiderio, eh' espiava 
in lontana cattività colpe non sue. Scrittore facile e 
per quei tempi purgato, innestava alla storia le sa^he 
tradizioni epiche del popolo longobardo, in ciò se- 
guendo Giornandes, raccoglitore de' canti leggendari 
e nazionali de' Goti. Vero è che a' di nostri, come 
osserva il Bertolini, per la compiuta conoscenza delle 
fonti onde Paolo derivò la sua storia, questa scadde 
alquanto di pregio: non pertanto i molti avvenimenti 
che in essa soltanto trovansi registrati, e la riprodu- 
zione ivi fatta della Cronaca di Secondo, abate nel 



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126 

moMStero di S. Giorgio presso Trento, morto nel 61% 
dèlia quale non ci pervenne che un brano monco é 
scorretto , la rendono meritevole d' essere tuttavia 
compulsata. E invero prima di lui altra guida non ci 
soccorre se non \Origo Qentìs Longoiardornm, opera 
d* assai lieve momento, per quanto ci abbia trasmesso 
le memorie di quel popolo, senza X innesto delle alte-t' 
razioni recatevi dalle leggende gotiche e frahclie. tJn 
altro sommario di storia longobarda anterióre a quella 
del Varnefrido e più povero assai dell' Origo, si è il 
prologo premesso air Editto di Rotari. Fra gli stra- 
nieri ci restano le rozze cronache di Gregorio Turo- 
nese e di Fredegario scolastico; ma la storia di Paolo,' 
per quanto difetti talora di critica, sarà sempre il pia 
pregevole monumento letterario di queir età. 

Paolo ebbe di molti e valorosi discepoli, oltre il me- 
morato Ilderico: fra i quali primeggiano Autperto che 
fu abate del suo monastero dall' 834 all' 837, e dettò 
sermoni e omelie : non che Bassario che resse pure a 
sua volta quell'archicenobio dall' 837 all' 857, e ci la- 
sciò diversi trattati, specie un lodatissimo De exempUs 
naturalibus. Ma più che a' suoi discepoli, gioverà ac- 
cennare ai continuatori della sua storia, cioè ad Er- 
chemperto e a' due anonimi, V un di Salerno e l'altro 
di Benevento, che vissero a un dipresso nel tempo me- 
desimo. Echemperto , longobardo d' origine, sebben 
nato a Palano, terra oggi distrutta nel contado di 
Tiano, a breve tratto da Conca, esercitò dapprima il 
mestiere dell' anni, ma fatto prigione hell* 881 e spo-^ 
gliato d'ogni suo avere, riparò a Montecassìno , ove- 
si rese monaco. Ma l'ombre del chiostro non gli fu- 
rono schermo contro altre avversità che gli occorsero, 
e eh' egli stesso ci narra nella sua Historiola; impe-^ 
roche venuto a mano de' Greci, gli fii mestieri riscat- 



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tarsi a gran prezzo, per patir poi le violenze d'Atea 
nolfo conte di Capua, che lo privò delle terre ammi-t 
Bistrate da lui per conto del suo monastero. Passò di 
vita neir 898. Ei dettava una cronaca dei principi 
longobardi di Benevento, che può riguardarsi come 
una prosecuzione di quella di Paolo.; senonchè a noi 
noa rie giunse che uno scarno compendio, che movendo 
dal 774, anno in. cui re Desiderio perde la corona, fl^ 
Bisce neir anno 888. ' \ 

Fu scrittore acerbo, sdegnoso. . Siccome, e' scrive nel 
suo proemio. Paolo Diacono intese a trattar dell'ori^- 
gine e dei gloriosi fatti de' Longobardi fino al regno 
di Eachis, ma ruppe a iriezzo il suo disegno per non 
dire delle sventure che gli oppressarono, io, seguendo 
opposta sentenza, non vo' le glorie discorrere di quella 
nazione, si bene il presente suo vituperio. E abbomi- 
nande invero erano le opere di quei principi longo- 
bardi, e tali da emulare le immanità de* Saraceni e 
de' Greci, che poneano a soqquadro quelle infelici con- 
trade. La sua cronaca di cui tanto avvantaggiossi 
Leone cardinal d' Ostia, giacque negletta più secoli 
per r ignoranza dei trascrittori, che in mille guise ne 
sconciarono il tèsto: delle quali mende purgaronla Anton 
Caracciolo e il. Muratori. 

L' Anonimo salernitano, forse di nome Arderico, con- 
dusse la sua cronaca, riboccante di leggende e di fole, 
fino air anno 980 ; più accurato narratore ci si mostra 
r anonimo di Benevento, che protrasse il suo lavoro 
fino al 996, nel qual tempo si estinsero le picciole si- 
gnorie che i Longobardi tuttavia conservavano nel- 
r estrema parte d' Italia. 

Chiude la serie de' cronisti del secolo X quel Liut- 
prando, pavese di patria, che ci lasciava una storia 
delle cose più memorabili avvenute a' suoi tempi. Ei 



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128 

segui le parti d' Ottone I, che nel 962 rialzò in Italia 
la potenza imperiale e assodò sul capo de* re alemanni 
la corona dei Cesari. Uom dato agli intrighi di corte 
che gli procacciarono nel 948 il vescovado di Cremona; 
caro air imperatore Costantino Porfirogenito e a Be- 
rengario n re d' Italia di cui fa segretario, è ripu- 
tato il più colto scrittore dell' età sua. Dettò la sua 
storia dal 960 al 964 con istile acre, mordace e spesso 
anche faceto : pura la lingua, la sintassi talor scompi- 
gliata, ma franco e largo il concetto e sciolto da ogni 
nebbia scolastica. 

Poiché r opera di Paolo Diacono ci spianava la via 
a dir di coloro che, seguendone le vestigia, salvarono 
dal naufragio dei tempi le memorie de' Longobardi, 
parmi dover aggiungere alcune altre fonti di storia, 
che avvalorano le narrazioni de' memorati cronisti, e 
ragguardano anch' esse que' secoli in cui i Longobardi 
allargarono la loro dominazione in tanta parte d' I- 
talia. Accenno, come ognun vede, all' Historia eccle- 
siastica, Chr ortica tripartita, Liher Pontificalis, la 
quale benché rimonti al VI secolo, ebbe il suo più 
compiuto svolgimento nel secolo Vili, e venne appresso 
continuata da Anastasio biblotecario de' papi, col nome 
del quale va designata l' intera opera, vero tesoro di 
notizie sacre e civili. Dopo 1' anno 891 smarrì assai 
della sua dignità, essendo invalso il costume di re- 
stringere le vite de' papi a poveri e loschi compendi; 
ma nel secolo XI i suoi continuatori le ridonarono, per 
copia abbondevole di fatti narrati, il primitivo valore. 

Parecchi anni appresso un Guido monaco di Ravenna 
dettava parimente le Vitae Pontificum romanorum 
che andarono perdute: in questo Guido v'ha chi 
riconosce l' Anonimo di Eayenna , che ci legava 
cinque libri di geografia assai utili a consultarsi , 



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per quanto lo s' accusasse più volte d' aver foggiato a 
sua posta nomi di città^ di fiumi e di monti che ninno 
conobbe mai, e una serie d' autori ignoti all' univer- 
sale. Chi per altro togliesse a purgare la sua cosmo- 
grafia dei molti errori che la cecità dei menanti v' in- 
truse, e a raddirizzare gli storpi delle topiche appel- 
lazioni, troverebbe il ravennate meritevole di men se- 
vera sentenza. 

Ben è a dolere che ninno de* nostri scrittori abbia 
ancor rivolto il pensiero a portar nuova luce su quel- 
r età sconsolata, facendo capo ad altre sorgenti tuttora 
per la più parte inesplorate ed intatte. E dacché questo 
periodo di storia si è quello appunto della signoria 
bisantina in Italia, parmi sarebbe prezzo dell opera 
aggiungere al domestico patrimonio quelle particolarità 
che delle cose italiane ci porgono il Continuatore di 
Teofane, le Cronache di monaco Giorgio e quelle di 
Genesio, che sono le vere fonti originali per la storia 
di queir età. Che se a queste si unisse una serie d'inda- 
gini sugli altri cronicatori del greco impero, cioè su Leo 
grammaticus, Joel, Julios Polydeuces, Theodosios Mi- 
litenos, Symeon magister, Giorgio Cedreno, Ephraim, 
Costantinos Manasses, Johannes ZoJiaras e parecchi 
altri, niun dubbio che la storia d' Italia dei secoli 
Vin e IX sì intricati ed oscuri, ne sarebbe lumeg- 
giata d' assai. 

E invero troppe son tuttavia le lacune che ad ogni 
pie sospinto s' incontrano da chi intende a farsi un 
adeguato concetto dell* età longobarda e della condi- 
zione de' volghi italiani. Noi restringendoci a ciò che 
più direttamente s' attiene al nostro subbietto, diremo 
che il fitto velame ond' è involto tuttora l' idioma lon- 
gobardo vuol essere alfine squarciato, non fosse che 
per iscalzare la sentenza di alcuni dotti tedeschi, i 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 9 



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130 

quali perfidiano a credere aver questo esercitato una 
potentissima azione' sullo svolgimento del patrio nostro 
volgare. Sventuratamente né Paolo Diacono, né i suoi 
continuatori ci porgono lume in proposito. Alcuni mos- 
sero il dubbio se i Longobardi possedessero veramente 
una lingua scritta, dubbio originato dal titolo 386 del- 
l' Editto di Eotari, in cui si legge : « inquirentes et 
rememorantes antiquas leges patrum nostrornm, quae 
scriptae non erant; » ma ogni dubitazione dilegua di 
fronte al titolo 225 sull'eredità dei liberti , a cui per 
istudio di brevità rimando il lettore. L' usuale loro 
dialetto, per quanto può giudicarsene dalle scarse re- 
liquie che ne rimangono (poiché rado incontra che tro- 
vinsi accozzati due loro vocaboli), e dalle inflessioni di 
alcune parole, ritraea più d'ogni altro dell' odierno te- 
desco, massime di quel degli Svizzeri, e perciò assai 
discosto dall' armoniche eleganze del gotico, come dagli 
ispidi modi dei Franchi e degli Anglo-Sassoni, simbolo 
dei lor ferrei costumi. Chiamavano, a mo' d' esempio, 
Reihs i lor condottieri, che i Franchi, aspreggiando, 
dicevano Reks e che i Latini confusero facilmente con 
rex ; appella vansi del pari Cyning o Kuhning (onde il 
moderno Kónig] che valea joro^^, confoime al concetto 
che aveano di un buon capitano. Pochissime le aspi- 
razioni e queste assai tenui, come appare dai loro vo- 
caboli aldiOy are, obros; amavano le vocali: dal con- 
corso di troppo aspre consonanti abborriano. È opi- 
nione del Bianchi Giovini che in iscambio del sch' te- 
desco, di cui fan tanto abuso gli Svizzeri, dicendo sce, 
sci ogni s avanti a consonante, pronunciassero sk o ss 
semplicemente, come sogliono Danesi, Islandesi e Sve- 
desi, a modo dei quali possedeano forse un' intonazione 
di vocali e sillabe lunghe e brevi. Pare eziandio che 
avessero la labiale th degli Scandinavi ed Inglesi, si- 



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mile al th de' Latini e al theta de' Greci : per contro 
era loro estranea la lettera w, usando sostituire al t? 
semplice, come appunto gli Scandinavi, T u che proffe- 
rivano a un dipresso come gli Inglesi moderni. È cre- 
dibile eh' e' avessero tre generi : il mascolino, il fem- 
minino ed il neutro, e che T infinito de' verbi termi- 
nasse con una vocale ; ma da queste induzioni in fuori, 
nulla e' è dato arguire sul loro assetto grammaticale. 
Pur v' ha chi stima doversi ravvisare non pochi lon- 
gobardici influssi vuoi nella nostra pronuncia, vuoi nelle 
mutazioni del genere, vuoi infine nelle flessioni e nella 
sintassi ; il Blume in ispecie certifica, essere di mani- 
festa derivazione longobarda nell* uso dei verbi la pre- 
valenza dell' accusativo adoperato con qualsiasi prepo- 
sizione, col verbo esse, coi verbi passivi, colla formola 
incipit, invece del nominativo, come dell'ablativo ass(V- 
luto e spesso con modi diversi, talché, gli altri casi ras- 
sembrino meri ausiliari. Ma queste ed altre arguizioni se 
giovano per avventura a lusingare la vanità della nazione 
tedesca, che vorrebbe perfino nella nostra favella scorgere 
i semi della spuria superiorità sua, non ponno venire 
accolte dagli Italiani per ragioni che ci trarrebbero a 
troppo lungo discorso ; ed anzi tutto perchè di questi 
modi riscontransi già esempi tra noi, prima che i Lon- 
gobardi ponessero stanza in Italia: senza pur accennare 
alla impossibilità in cui erano i vincitori così scarsi 
di numero, d' imporre una trasformazione qualsiasi ad 
una loquela che risuonava da secoli sulle labbra di una 
numerosa nazione. Più ovvio è il credere che giunti ap- 
pena tra noi, il loro alfabeto cedesse il campo al romano, 
e che la favella piegassero ad atteggiamenti latini: 
anzi appar certo ch'avrebbero in poco volgere d' anni 
smesso del tutto il loro dialetto, se il concorso di molti 
Baveri, che usavano, per testimonio di Paolo Diacono, 



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il loro istesso linguaggio e che con essi si mescolarono, 
non ne avesse mantenute vive per qualche tempo le 
profferenze e le forme. La romanità gli soverchiò d'ogni 
parte e con essa la lingua latina. Del che non vogliamo 
altra prova che quella somministratane da una lapide 
saluzzese del VII secolo, in cui già si rinviene la 
forma latina di Rothari invece del Hrotarit longo- 
bardo. Anzi un protocollo d'Acquino del 963 in un co- 
dice cassinese già ci offre in alcune deposizioni testi- 
moniali modi affatto italiani usati in un atto giuridico ; 
il qual fatto ha il suo riscontro in quello di Ludovico 
il Tedesco e Carlo, il Calvo, che neir 842 anch' essi 
giurarono nel patrio loro linguaggio, anziché nel la- 
tino. 

Privi di un* idioma comune, sentirono più vivo il 
Wsogno di raccogliere in un sol corpo le nazionali 
lor consuetudini : ond' è che settantasei anni dalla 
lor discesa in Italia, Rotari [Rot-her, signor della 
pace) pubblicava il 22 novembre del 643 in Pavia il 
suo celebre Editto, che contiene trecento novanta 
statuti ; il più perfetto monumento di legislazione bar- 
barica, come quello eh' è informato a temperanza, ad 
equità, all' amore della pace e della concordia co' 
vinti, e che affatto va scevro di quella verbosità dot- 
torale, che offende le ultime compilazioni delle leggi 
romane. Ne fu principalissimo autore Valcauso, notaio 
romano, che dettavalo in latino rustico, se ne togli 
forse un centinaio di voci teutoniche, che come ter- 
mini tecnici gli era mestieri serbare, avendo cura per 
altro di collocare accanto ad esse la rispondente frase 
latina: il che ci rinsalda nel credere che la lingua 
de' vinti fosse già dagli invasori accettata. La ninna 
efficacia della lor parlatura è altresì confermata dai 
nomi corografici, che sono ovunque latini; nuovo ar- 



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gomento che mostra V esiguo lor numero a fronte de' 
popoli indigeni, e perciò il pronto abbandono dei lor 
nativi dialetti. 

Bensì ritennero più lungamente alcune reliquie del- 
l' avito lor culto : e Paolo Diacono, che riempie tutto 
il primo libro della sua storia colla narrazione delle 
loro leggende, afferma aver per lunga stagione ser- 
bato quelle selvagge costumanze che ci son descritte 
da Tacito. Senonchè pei Longobardi la religione era 
cosa d' assai lieve momento, come quelli che non ave- 
ano né sacerdoti, né altari; e se più tardi porsero 
facile orecchio ai vescovi gojti della setta d' Ario ri- 
masti ancora fra noi, non perciò deposero le lor patrie 
superstizioni: talché ai tempi di San Gregorio ve- 
diamo i Longobardi della Toscana e della Campania, 
già fatti cristiani, offrire ancora le loro adorazioni a 
una capra, forse a ricordo della capra Heidhrnm, 
r Amaltea scandinava, abitante la reggia d' Odino, 
dalle cui poppe si spremea l' idromele, onde cibavansi 
^li Einheriar, ovvero gli eroi tratti in cielo. Adora- 
vano del pari la vipera, ed aveano per sacra la quercia, 
da cui facean penzolare una striscia di cuoio, e colui 
che cavalcando a'distesa ne staccasse, saettando, un 
brandello, tosto con venerazione e pietà recavalo a' 
denti, aspettando da questo strano cibo il maggior 
prò' per l'anima sua. Nella 'superiore Italia conver- 
tirono il Thorr delle loro leggende in S. Michele , 
come i Franchi avean tramutato i lor bellici numi 
Segamo, Camulus e Teutates in S. Martino, di cui 
recarono il culto nelle regioni per essi occupate. 



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CAPO VII. 
LE FONTI EPICHE 

SOMMAEIO. 

L*epo« non è opera individuale, ma lenta gestazione de' secoli 
-^ Della ispirazione intuitiva de* popoli — Come la leggenda 
dallo stato di tradizione valichi nelle scritture — Perché 
r Italia non abbia altre leggende, dalle classiche in fuori — 
Le quali nel concetto de' volghi si convertono talora in cre- 
azioni ideali e fantastiche — Leggende straniere trapiantate 
in Italia — Ove depongono le originarie fattezze e assumono 
aspetti diversi , come quella d' Attila — Una leggenda lon- 
gobarda narrata dal monaco di S. Gallo — Altre reliquie 
d'epopea longobarda cavate dalla cronaca di Novalesa -^ 
Del ciclo carolingio e del bretone : lor diffusione e muta- 
menti in Italia — Il S. Graal — Patria del romanzo caval- 
leresco, la Francia — Leggende orientali in Italia — Qual 
fosse l'epica degli Italiani ne' tempi di mezzo. 

n nome di Carlomagno ci spiana la via a trattare 
del ciclo poetico e leggendario eh' ebbe vita da lui ; 
ed anzi tutto delle fonti epiche e delle controversie 
che ad esse collegansi. 

L' epos non è opera indivi4uale , ma lenta gesta- 
zione de' secoli, poiché il tempo soltanto può espli- 
carne le forme incerte dapprima e ondeggianti nelle 



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incondite rapsodie popolari. Un intervallo non minore 
di settecento anni divide V Iliade dall' Odissea ; la 
leggenda che nei Niebelungi acquistò il suo intero 
organamento in tempi diversi e mercè T opera di 
molte generazioni, non riusci a conseguire il suo pieno 
svolgimento negli Eddas. Queir abbondanza di vita 
che ammirasi nelle sterminate epopee del Kàmàjana 
e del Màchàbarata, rimase, sto per dire, soffocata nei 
canti ossianici, che non ebbero modo di potersi ele- 
vare a dignità di poemi. Imperciocché Y evoluzione 
epica tiene fede anch'essa alla teoria darviniana, 
rivelandoci una — selecHon — nelle forme che poi 
r arte raccoglie, dove le altre son destinate a perire, 
come quelle che non rispondono alla coscienza del 
popolo, primigenia fonte dell' epos- 

Vi ha nella vita delle nazioni un periodo di ispi- 
razione intuitiva, ch'io chiamerò ciclo epico delle 
nazioni , in cui la leggenda si forma nel sentimento 
de' volghi, e la poesia sgorga più largamente, perchè 
alimentata dalla vena di tutti. In quei primi albori 
della coscienza , in quella fucina di spontaneità popo- 
lare, l'estetica si manifesta assai poco ; bensì il genio 
incolto sfolgora di luce sua propria non rallegrata dai 
lenocini dell' arte. Luce abbagliante ma interrotta 
da strani contrasti : poiché indarno vi cerchi queir idea 
archetipa, quell'armonia di concetto, che costituisce 
la vita dell'epica. Le correnti dell'ispirazione vi 
abbondano, il lavoro 4i addizione prosegue, senonchè 
vi diflfetta la virtù creatrice, che accozzi que' sparsi 
frammenti, quelle rapsodie disgregate, e inspiri loro il 
soffio vitale. Solo il genio della riflessione e dell'arte 
può volgere ad unità quel complesso di narrazioni e 
di miti, quale usci dalle rozze fantasie popolari, le- 
garvi un' idea , e imprimervi quel movimento epico , 



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che risponde alle nuove condizioni dello spirito umano. 
— In questo momento storico della infanzia de' popoli, 
prevalendo la fantasia, sorge imperioso il bisogno del 
raccontò e del canto, onde poi germina, in deter- 
minate circostanze di tempi, di credenze e di luoghi, 
la leggenda e il poema. Imperciocché al primitivo 
racconto van man mano aggregandosi nuovi fatti : si 
innestano al primo nucleo altre finzioni, che ingrandite 
dalla immaginativa de' volghi e dalla necessità di 
gagliarde sensazioni, acquistano un aspetto lor proprio, 
finché sorga quell'uno che raccogliendone le sparse 
membra , dia loro un assetto definitivo e una forma. 
Allor la leggenda entra nel suo secondo periodo, 
poiché dallo stato di tradizione valica nella scrittura, 
si trasmette da un popolo all'altro, attendendo quel 
genio che vi trasfonda 1' alitò creatore e ne costituisca 
il poema. 

Giosi l'epica si formò presso gli antichi; così av- 
venne nel medio evo in Europa. Ma perchè ; mentre 
abbondano di ricche epopee la Francia, la Germania, 
il Portogallo e la Spagna, la sola Italia di que' tempi 
n'-è priva? Gli è questo un fenomeno letterario che 
e' è mestieri chiarire. 

Vero periodo epico non ebbe l' Italia, poiché in essa 
mai non concorse quel complesso di condizioni morali 
e civili che si ricercano a costituirlo : essa non versò 
mai in quella infanzia eh' è necessaria a creare un 
tal ciclo. In Italia la fioritura degli intelletti e la 
prepotenza delle vetuste tradizioni troncarono il volo 
alle creazioni fantastiche, onde abbondano i popoli cui 
non venne fatto d' educarsi per tempo alle pratiche 
osservazioni e all' abito del severo ragionamento, che 
i nostri padri in un colla scienza del giure eredarono 
dagli antichi Romani. Fra noi le invasioni de' barbari 



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138 

non furono mai si numerose e feroci da spegnere la 
vita della nazione , sepellire le sue vetuste memorie 
e originar nuove leggi, nuovi costumi, nuove correnti 
di tradizioni e d' idee. L* Italia fu sempre latina , e 
la gi*andezza e maestà di Eoma anche ne' secoli della 
sua prostrazione , tenne sempre assorti gli spiriti in 
guisa, da non poterne mai cancellare l'immagine. Le 
favole di Carlomagno, del re Artù e d' altri tali, mai 
non ebbero virtù d'attecchirvi se non di rimbalzo, 
poiché gì' Italiani possedeano un patrimonio lor proprio 
che dovean custodire , e infatti troviamo in essi 
anche in que' secoli qualche cosa di classico, e l'arte 
anzitutto che li legava ai loro avi. E però la loro 
leggenda sarà Virgilio, il poeta delle origini troiane 
di Eoma. Gli eroi della Tavola rotonda non eran 
propri di genti che aveario per eroi gli Scipioni ; ond'è 
che Petrarca cercando un tema epico non potea sce- 
glier che X Africa. Lo spirito del rinascimento in noi 
si manifesta non coi canti de' paladini, ma colle pre- 
dicazioni d'Arnaldo, coli* audacie di Cola da Rienzo, 
collo studio del diritto romano, colla scuola di Salerno, 
con le guerre dei Ciomuni, con la lega lombarda. La 
poesia de' padri nostri era l'azione. Ad altri popoli 
il crear leggende : ad essi il dar tema d' eroiche gesta 
all'istoria. Anche scrivendo il volgare^ gli Italiani 
non si, sentirono tin popolo nuovo : ma conobbero che 
aveano dietro a sé un'aurea letteratura che dovean 
continuare : e perciò d' essa informaronsi in guisa , 
che giunsero a darle quelle parvenze estetiche che 
men si discostassero dai latini esemplari. 

La patria nostra non ebbe adunque vere leggende, 
dalle classiche infuori. Ove è arte, coltura e vivezza 
di studi, esse non metton radici, come quelle eh' han 
mestieri di ben diverse condizioni, perché lor sia dato 



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sbocciare. Fra noi, come accennammo, v'era rigoglio 
di scuole, e balenavano lampi d' antica sapienza. Chi ci 
dipinse V età di mezzo come un baratro d' ignoranza 
e di tenebre, non conobbe della storia che la sola 
corteccia. Non ultima prova che attesta quanto vigo- 
reggiassero gli studi tra noi, dove su tutte le altre 
nazioni fitta incombeva la notte della barbarie, si è 
appunto il vedere che Italia non ebbe proprie leg- 
gende : il che fa testimonianza che le splendide sue 
tradizioni non furono interrotte mai da quel periodo 
infantile, che solo può dar vita alle larve delle fan- 
tasie popolari. Da ciò deriva che Italia non ha epica 
medievale, poiché l'epica sua* era Y operosità intel- 
lettiva e la storia ; non ha poemi cavallereschi, poiché 
la cavalleria fu un tallo straniero ; ha bensi il poema 
di Dante, come quello che assembra l'universa sa- 
pienza e che appartiene a tutto il genere umano. 

L' amore dell' antichità e degli eroi storici fu di 
insuperabile ostacolo allo svolgersi dell' epopea, per 
quantunque questi eroi stessi si convertissero talora 
nel concetto de' volghi in creazioni ideali destituite 
di vero. Tale è quella dell' ossa di Giulio Cesare che 
dicevansi chiuse nella palla d' oro che Sovrasta allo 
obelisco vaticano; quella di Trajano che le preghiere 
di Gregorio Magno strappano alle pene infernali; di 
Diocleziano che nel Gesta Rornanorum si tramuta 
in un principe umano e dabbene; di Virgilio con- 
vertito in un mago : di Troja, quale é narrata da Da- 
rete Frigio, da Dite Cretese, da Pindaro Tebano e altri 
Éivolegglatori di quell'età. Tale quella eziandio di Ales- 
sandro, che scende negli abissi marini a leggervi le 
maraviglie della natura; e ai poveri Sciti che gli chie- 
devano, perchè avesse osato si mirabili imprese, ri- 
spondea con tanta sapienza — noi dobbiam porre in opera 



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quelle virtù cui la provvidenza elargiaci : al mare fu 
dato il vento che Y agiti : io del pari ho d* uopo di 
oprare; che sarebbe la vita se tutti a voi' somiglias- 
sero? — Dal che si trae che gli stessi errori del 
volgo informavansi alla classica antichità, poiché in- 
nanzi gli occhi degli Italiani non grandeggiava che 
Roma. Ond' è che se la sa^a può costituire un capi- 
tolo assai notevole delle storie letterarie straniere, 
altrettanto non potrebbe farsi in Italia che in tutto 
n*è priva. Il più infaticato raccoglitore di leggende 
fra noi, il Da Varagine, non ci die che vite e nar- 
razioni di Santi. 

Però ritalia eulta abbastanza per non creare pro- 
prie leggende, non potea non raccogliere quelle degli 
altri popoli, che a noi veniano portate da novellatori, 
trovieri e giullari, e talora aggiungere a queste, come 
suole travalicando di una in altra nazione, qualche 
innesto di suo. N' è prova una tradizione di Modena 
che narra, come Attila appressandosi a quella città, 
venisse dall' alto di una delle torri interrogato dal 
vescovo, chi fosse e che cosa volesse. Io sono Attila, 
rispondeva quel truce : il flagello di Dio. E il vescovo 
a lui : sii adunque il benvenuto , ed affrettati ove il 
vento della collera celeste ti spinge. Attila allora si 
introduceva co' suoi guerrieri in città, ma senza 
scorgere cosa veruna, poiché una nube miracolosa 
abbaccinoUi di guisa, che nulla fu lor dato vedere di 
quanto volgeasi d' intorno. Questo racconto per altro 
non nacque in Italia, bensì vi fu trapiantato da Troyes, 
nella quale città il vescovo S. Lupo si diportò ap- 
punto nel modo che ascrivesi a S. Geminiano. 

Spesso ancora le straniere finzioni sotto il cielo di 
Italia deponeano le native fattezze e assumeano aspetto 
diverso. Valga ad esempio quella del memorato Attila, 



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che die* vita ad un intero ciclo epico. Gli Anglo- 
Sassoni cantano il loro AÙa : gli Scandinavi dipin- 
gono con la stessa medesimezza di tinte il loro Aéli, 
come i Germani il loro Flzel. — Cosi, scrive il D'An- 
cona, YAtla-mal e YAtta-Quida, non che la Vol^ 
snnga-saga e la Niflunga-saga trasmettevano la sua 
memoria nell'estrema Europa, e il Biterolf e \ Et-^ 
zels Hofthaltung ed altri canti ^(^^ Heldenhuch e 
sopratutto i Niebelungen la teneano desta in Ger- 
mania; intanto che lo stesso ufficio compievano fra le 
popolazioni franche il canto di Tldehrando e fra le 
visigotiche il poema di Waltarius, — Ma di queste 
tradizioni che suscitarono altrove si larga vena di 
canti, qual traccia serba l'Italia? La sola memoria 
dei disertamenti e mine che attribuisconsi ad Attila. 
L' animosità fra le genti settentrionali e latine era 
tale, che dove le prime inneggiavano al loro eroe, le 
seconde dovessero rappresentarlo coi più tetri colori. 

Oggidì gli Italiani , mossi all' esempio dei fratelli 
Grimm , raccolgono gli scarsi frammenti di questi 
popolari racconti, come già Salvator Eosa che tra- 
smetteagli al Lippi. Affrettiamoci a nostra volta sul- 
l'orme del suo dotto illustratore, il già accennato 
d'Ancona, a trattare della leggenda di Attila, qual 
veniva alcuni secoli addietro raccolta da un Eoccò 
degli Ariminesi, e da lui stemperata in povere stanze. 

Nella tradizione magiara Attila nasce dalla figliuola 
di re Asdrubaldo fecondata da un raggio di sole; 
nella italiana, dalla stessa fanciulla fecondata da un 
cane. Questo mutamento accusa l' odio de' vinti , se 
pur non origina dal frantendere la voce BJian, si 
frequente sulle labbra degli invasori. Fors' anche le 
truculenti fisionomie mongoliche, unniche e tartare 
giustificavano in parte una tale variante. Attila scende 



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in Italia, rovescia ogni intoppo e va ad oste sotto 
Aquileja. Il re Menappo e suo fratello Antioco stre- 
nuamente combattono, finché tornata inutile ogni difesa, 
abbandonano la città al vincitore che la rade dalle 
sue fondamenta, e viene a campo sotto Concordia. La 
quale era allora governata da Giano re di Padova, 
rampollo di un imperatore romano e di S. Giustina, 
che muove contro Attila, ma dopo una fiera battaglia 
nella quale la sorte dell' armi pende indecisa, la notte 
pon fine alla strage. Intanto il re unno funestato da 
orrenda visione , interroga il suo indovino , che spe- 
culate le sfere, annuncia eh' egli sarebbe morto da 
Giano. Ma questi veggendosi alle prove troppo assot- 
tigliato di forze di fronte al suo nemico, si ritira 
in Aitino, e Concordia è posta a sacco ed a ruba. 
L' invasore 



Fé' poi drizzare il campo a poco a poco 
Verso i monti di Feltre e di Bellona , 
E distrusse dintorno in ogni loco 
Asolo e Uderzo. 



Aitino cade pur essa : non resta che Padova contro 
la quale move Attila. Presso quella città avviene fra 
i due principi una regolare disfida; Attila impone a' 
suoi di non soccorrerlo, sebbene perdente e di rispet- 
tare le condizioni fermate : ma essi scortolo balzato 
di arcióne, con una orecchia già mozza e il ferro del 
re nemico appuntate .alla gola, volano a lui in numero 
di ben cinquecento e fan prigioniero il re Giano. 
Attila, leal cavaliere, lo scioglie dai ceppi e fa im- 
pendere tutti coloro che aveano violato i patti con- 
chiusi. La leggenda subìa gl'influssi della gentilezza 
latina. 



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Intanto per più anni con •diverse vicende divampa 
la guerra, finché Giano fatto ornai impotente a resi- 
stere, sgombra la sua città e si rinforza in Eimini. 
Ivi pur r insegue Attila, il quale volendo ornai troncar 
d' un colpo la guerra, divisa fra sé il modo d'uccidere 
a tradigione il nemico. Imperocché aveva in una nuova 
visione veduto 

a lui venir la Morte 

Dicendo ; tu mi sfuggi, can ghiottone : 
Ma al tuo fuggir saran le strade torte ; 
Che il buon re Giano cattolico e giusto 
A forza il capo tuo trar dee dal busto. 

Eisoluto a conseguire il suo intento, piglia il cap- 
pello, il saio ed il bordone di un romeo ch'era nel 
campo, e celatosi in seno un pugnale, entra in 
città, ove 

limosinando 

Parca Bernardo con le 'sue man giunte. 
Giunse al palazzo, dove che giocando 
Stava re Giano e il cavalier d'Almonte. 

Ma di ferirlo era nulla, coperto qual era da capo a piedi 
di ferro, talché poggiatosi al suo bordone, si pose ad 
osservare quel giuoco ; finché la canina faccia e la 
tronca orecchia avendo rivelato chi fosse, non gli 
valsero né supplicazioni né scuse, poiché Giano 

Con la feroce man trae fuori il brando, 
E gli percosse il collo d' un riverso 
Che morto cadde aUa terra tremando , 
Gli occhi volgeva ali* uno e ali* altro verso 
Il crudel capo dintorno balzando, 
Spargendo il sangue di si larga vena 
Che ove nasce il Renon tanta non mena. 






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Giano ne manda la testa a' nemici, che perduti di 
animo a quella vista, levano a un tratto le tende e 
si danno alla fuga. Ei gii insegue, gli sbarraglia e 
uccide in tal numero, che ne resta purgata l'Italia. 
Indi sen muore, e sorge da quel trionfo Venezia. 

Sarebbe prezzo dell' opera rappiccare alla di lei 
fondazione altre strane narrazioni cavate dal Dandolo : 
ma bastino queste ali* intento che ci siamo proposti , 
quello, cioè, di mostrare, che se l'Italia non ha un 
patrimonio di finzioni sue proprie, seppe lavorar sulle 
altrui e vestirle di nazionali concetti. Che se alcune 
per avventura sbocciaronvi , queste non ebbero agio 
di svolgersi, uè passare allo stato epico per le già 
addotte ragioni e per altre circostanze esteriori. I 
Longobardi , ad esempio , ne possedettero alcune che 
la loro caduta estinse sul nascere. Un di questi lor 
canti, mesto ricordo della loro estrema catastrofe, 
venia raccolto dal monaco di S. Gallo ed a noi tra- 
mandato in un racconto jehe giova qui riferire , come 
quello che mostra il sorgere del ciclo favoloso di Car- 
lomagno e le di lui prime trasformazioni in eroe leg- 
gendario. 

Ogerio, un de' principi franchi, che per offese recate 
a re Carlo avea dovuto cercar ricovero in corte di 
Desiderio, all' appressarsi dell' esercito di Carlomagno, 
sali col re sopra una altissima torre, donde l'occhio 
potea spaziare all'intorno e vederne l'arrivo. Sfila- 
rono dapprima le salmerie in copia sì strabbocchevole 
che tante non ne noveravano le spedizioni di Dario 
e di Cesare- — Desiderio disse allora ad Ogerio : è 
forse Carlo in quest'oste sì sterminata? Ma quei 
rispose: non è ancor lui. Indi il re osservando l'e- 
sercito composto di bande raccolte da ogni parte 
dell' impero : riprese : senza dubbio è là Carlo , che 



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tripudia fra le sue schiere. E Ogerio rispondeva : non 
anco, non anco. Il re allora cominciò forte a turbarsi 
dicendo : che fia di noi , ove un maggior numero de' 
suoi r accompagni ? E Ogerio a lui : tu vedrai con 
quai forze ei verrà, ma qual sorte e' attende non mi 
è dato conoscere. E mentre si intratteneano in questi 
parlari, passava innanzi a loro la scuola che mai non 
conosce vacanza. E Desiderio veggendola, percosso da 
nuovo stupore , prese a dire : ecco Carlo I E Ogerio : 
non anco, non anco. Indi transitarono i vescovi, gli 
abati , i chierici, i cappellani e coloro che gli scor- 
tavano. E Desiderio osservandoli e già odiando la 
luce del giorno e desiando la morte, gridò tra i sin- 
ghiozzi: scendiamo e celiamoci nelle viscere della 
terra per non veder 1' aspetto di questo tremendo 
nemico. Al che Ogerio, sgomento egli pure, come quei 
che conosceva il corteggio dell' incomparabile Carlo, 
essendone stato parte in tempi migliori , rispose : 
quando vedrai i campi coprirsi di messi di ferro, e 
il Po e il Ticino inondar le mura •della città con 
negre onde di ferro, allor Carlo ti parrà innanzi. 
Aveva appena ciò detto, quando da settentrione e 
dall' occidente si levò una tetra nube che converse in 
tenebre il giorno. Man mano che l' imperatore appres- 
savasi, il buio faceasi più intenso. Allora si mostrò 
Carlo , tutto irto di ferro , con elmo e braccialetti di 
ferro : una corazza di ferro copriva il suo petto, colla 

sinistra palleggiava una lancia di ferro sopra il 

il suo scudo non scorgeasi che ferro : di ferro il 
cavallo : il suo intrepido volto tenea pur esso del 
ferro. Coloro che lo precedeano, quei che lo circon- 
davano e lo seguivano , anch' essi splendeano dello 
stesso metallo : il ferro riempiva i campi e le piazze : 
i raggi del sole riverberavano sulle punte del ferro.... 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 10 



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Ohimè ! Ferro , ferro dovunque ! urlavano le turbe 

smarrite Queste cose ch'io tolsi a narrare con 

più lungo discorso, Ogerio, la scorta veridica, avendo 
di un rapido sguardo abbracciate, disse a Desiderio : 
ecco, ecco colui del quale chiedevi contezza. E ciò 
dicendo, il re cadde esanime a terra. — 

Questo brano di cronaca nella sua forma selvaggia 
ci pon sott' occhio il terrore che precedeva Y avan- 
zarsi di Carlo. Quell'immensa tratta d'esercito, il 
lento progredire del re , il ferro che d' ogni lato il 
circonda, la natura stessa che convertesi in ferro, ed 
infine quel grido di ohimè ! ferro , ferro dovunque ! 
delle sgomente moltitudini, tutto dipinge l'oiTor di 
que' giorni. H monaco di S. Gallo raccolse per fermo 
il grido de' popoli oppressi, che aveano tradotto in 
poetiche lamentazioni quelle calamità spaventose, le 
quali avrebbero costituito forse un ciclo epico, se il 
trionfo de' Franchi non avesse sostituito il fortunato 
guerriero al vinto re Desiderio. 

Anche nella c'tonaca di Novalesa occorrono alcune 
reliquie d' un epopea longobarda — guae, scrive Beth- 
mann nella prefazione alla stessa, cyclum popu- 
larem extitisse demonstrant, cui ad magnum Carmen 
epicum nil defuit, nisi quae et WiticMndo Victoria, 
Sed ob hoc ipsum tanto pluris faciendae mihi m- 
dentur haec reliquiae, praeceteris vero venerandae 
Italis, eo quod hi poesis ipsorum romanticae hic 
habent incunabula, — Tali sono le avventure d'A- 
delchi, che costituiscono una di quelle epopee popolari 
che non attinsero il pieno lor svolgimento, ma che 
correano tradizionalmente nel volgo. Ne giudichi il 
lettore dai due capitoli XXII e XXm del m libro, 
eh* io traduco dalla cronaca stessa. 

— Essendo il regno d' Italia sommesso tranquil- 



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lamenta a re Carlo, il qaale ayea sua stanza nella 
città del Ticino, chiamata pure Pavia, Adelchi figli- 
uolo di Desiderio spinto da temerità giovanile, ebbe 
r ardimento d' introdarvisi , e co' propri occhi osser- 
vare quanto ivi avveniva. Intrepido di cuore, forte a 
maraviglia e dato interamente alla guerra, v' entrò , 
senza essere scorto da alcuno, e vi giunse sovra un 
burchiello, non con la pompa di figliuolo di re, ma 
chiuso in panni volgari e seguito da pochi. Soggior- 
nato qualche tempo in città senza che alcuno de' 
Franchi s' adasse di lui, venne alfine ravvisato da 
tale, che era stato famigliare del di lui padre e di 
lui stesso, quando ancora non avea perdite né padre, 
né regno. Vistosi conosciuto, senza potere oltre dis- 
simulare chi fosse, prese a supplicare colui, che per 
la fede altre volte giuratagli, non volesse designarlo 
al re franco. Il suo famigliare promise, dicendogli, io 
non ti scoprirò, finché mi sarà dato celarti. E Adelchi 
a lui : amico, io ti prego di volere oggi, quando il re 
si porrà a desinare, farmi sedere air un de' capi della 
sua tavola, e di recare innanzi a me tutte le ossa che 
dopo aver servito ai convitati, verran tolte dal desco, 
tanto quelle che saran state da loro totalmente spol- 
pate, quanto quelle che non fiano ancor tali. Bispondea 
quel devoto : farò quanto t'aggrada. E invero agevol- 
mente il poteva, esercitando egli appunto 1' ufficio di 
imbanditore delle mense regali. 

— Allorché adunque i commensali s'assisero al 
desco, l'amico d'Adelchi, in adempimento della pro- 
messa, gli fé' servir le ossa, che veniano da lui stri- 
tolate per trangugiarne il midollo, a guisa di un leone 
che divora la preda. Gli avanzi gettati sotto la tavola 
s'alzarono a un cumulo enorme. Indi levossi*e parti 
prima d'ogni altro conviva. In quella, rimosse le 



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tavole, il re viste quell'ossa disse agli astanti: chi 
è colui che ne spezzò si gran numero? Tutti rispo- 
sero : ignorarlo ; un solo aggiunse : io vidi qui assiso 
un guerriero di forza straordinaria, che frangea Tossa 
di cervo, d'orso e di bue come si stritola lo stelo di 
un flore. Allora il re chiamato a sé chi aveva il 
carico delle imbandigioni reali , gli chiese : chi è 
dunque e dove è ito il guerriero che si è qui seduto, 
e che sminuzzava tant' ossa ? Io l' ignoro o, sire : ri- 
spose colui. Per la corona del mio capo tu il sai, 
replicò il re. E quei veggendosi scoperto, cominciò a 
tremare a verga e non osò più rispondere. Allora il 
principe còfciprese esser quella un'opera di Adelchi, 
e forte gli dolse d'averlo lasciato partire. Da qual 
parte s'è vòlto? chiese egli a' suoi cortigiani. Ei 
venne sovra uno schifo, disse l' un d' essi, onde opino 
che sarà sovr' esso salpato. Mio sire, riprese un altro , 
vuoi tu eh' io lo raggiunga e l' uccida ? E il re a 
lui: per qual modo? Consegnami un de' tuoi brac- 
cialetti, ripigliava colui; io saprò con questo mezzo 
adescarlo. Il re gli porse allora un de' suoi braccia- 
letti d'oro: e quei via di schianto a raggiungere 
Adelchi. 

— Corse infatti per terra rapidissimo in traccia 
di lui che andava per acqua, finché scortolo e chia- 
matolo a nome, gli fé' conoscere come re Carlo in- 
viavagli in dono i suoi braccialetti d' oro : e nmpro- 
verandolo d' essersi allontanato senza farsi pur rico- 
noscere, lo indusse ad appressar riva riva il suo 
navicello. Adelchi veggendo il messaggiero di Carlo 
porgerli il dono sulla punta d' una lancia , comprese 
il pericolo, e indossata la sua corazza e brandendo 
a sua volta la lancia, dissegli: ciò che colla lancia 
mi porgi, colla lancia raccolgo. Se il tuo signore mi 



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invia doni fraudolenti, non è questa una ragione per 
dimostrarmi men generoso di lui ; ond* è eh' io pure gli 
fero il mio presente. E ciò dicendo, porse i suoi brac- 
cialetti al messaggiero, acciò gli recasse a re Carlo. 
E quei fellitogli il colpo, tornossi al suo principe, cui 
consegnò i braccialetti di Adelchi. Carlo volle porseli 
al braccio, ma visto che gli scivolavano fin quasi 
agli omeri , non è a stupire , disse , eh' ei sia privi- 
legiato di si gran forza. E da quel punto temè 
sempre Adelchi, sia perchè avealo privo in un col 
padre del regno, sia perchè conoscealo vigoroso ed 
audace. — 

Come è agevole scorgere, questo brano nulla ha di 
storico, dai nomi infuori : il resto è Jinzione e poesia 
in onore de' Longobardi , frammento d' un' epica , il 
cui protagonista era Adelchi , ma il cui svolgimento 
rimase strozzato per le sopra discorse ragioni. L'alito 
della cavalleria non l'informa, poiché questa istitu- 
zione non era ancor nata. 

Vera patria della cavalleria fu la Francia, ch'ebbe 
due cicli di narrazioni poetiche : il carolingio ed il 
brettone. Il primo rimonta al secolo ottavo e si protende 
al nono e al decimo; il secondo non si mostra se 
non quando il primo volge al suo declinare. Ma tanto 
il periodo di Carlomagno quanto quello d'Artù, tanto 
le canzoni di gesta , quanto i romanzi cC avventura 
non valsero a vigoreggiare tra noi, e a costituire una 
vei-a scuola , italiana. Pur siccome largamente vi si 
diffusero, cosi importa indagare quali alterazioni e 
mutamenti subissero nella lor patria d' adozione. 
* Sull'ultimo scorcio del secolo XII per un concorso 
di circostanze che qui non giova scrutare, la Marca 
Trivigiana erasi levata a tal pienezza di vita, che 
Dante nel XVI canto del Purgatorio cantava: 



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150 



In sul paese ch'Adige e Po riga 
Solea valore e cortesia troyarsì. 



Naturalmente Tamor degli studi consertavasi a quel 
rigoglio di civiltà: senonchè difettando ancor l'uso 
di un idioma letterario, si fecero buone accoglienze alle 
due lingue d' oc e d' oli, d' assai facile intelligenza e 
in parte già note. Ond' è che nelle Provincie padane 
ebbe allor voga una letteratura bilingue, la quale 
accese nelle classi elevate V amore per la poesia nar- 
rativa francese , laddove presso i volghi prevaleva la 
favella occitanica, che i giullari andavano mescendo 
ai parlari locali. 

I romanzi d' avventura , come i cantari di gesta 
trovarono ivi un terreno propizio , ed i nomi d* Artù 
e dei paladini divennero assai popolari nella penisola. 
L' immaginazione de' volghi incapace a creare , ne 
trasportò le imprese nelle provincie italiane» I Fio- 
rentini credeano che Carlomagno avesse rifatto la 
città loro distrutta da Attila: i Sienesi riferiano 
del pari al re franco la erezione delle lor mura. 
Presso a Castel Seprio in Lombardia si rinvenne, 
diceasi, la spada di Tristano, di che facea fede la 
scritta che in essa leggevasi. Narra una cronaca 
lombarda che Uberto della Croce, uomo di vigoria più 
soprannaturale che umana, scagliasse nell'assediata 
Pavia un immane Catullo di rupe, quello stesso che altra 
volta Orlando vi avea del pari slanciato. H nome del 
quale ci si fa innanzi in più luoghi: nella grotta di 
Fiesole, ove fu reso invulnerabile: nel Finale ligu- 
stico presso Cornei in una forra, che serba tuttavia 
il nome di Colpo d'Orlando, poiché favoleggiano que' 
terrazzani aver ivi spaccato la rupe con un colpo 
della famosa sua spada: e tK)sì in altri luoghi. I 



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151 

nomi del re Artù, di Tristano, amante della bionda 
Isotta, di Lancilotto del Lago che sortì a nutrice la 
fata Viviana e ad amica la regina Ginevra, di Girone 
il Cortese preso della dama Maloama, dello incan- 
tatore Merlino generato dal demonio e da una gen- 
tildonna di Bretagna, e altri non pochi corsero assai 
divulgati fra noi. In Sicilia narravasi una curiosa 
leggenda serbataci da Gervais de Tilbury, che scri- 
veva intorno il 1221. — Ivi, egli dice, trovasi il 
monte Etna, che gl'isolani nomano il monte Gibel. 
È comune credenza che a' dì nostri il possente re 
Artìi, sia comparso nella solitudine di quelle mon- 
tagne. Lo stalliere del vescovo di Catania avendo un 
dì ben strigliato un cavallo, questi fatto riottoso, 
fuggì di botto e prese la via dell' Etna : e dietrogli 
il garzone in cerca di lui tra balzi selvaggi, finché, 
tornata inutile ogni fatica, scese ne' più ombrosi re- 
cessi del monte, tra i quali una via angusta, ma 
agevole, lo trasse in una amenissima valle. Ivi in 
un palagio costrutto con arte mirabile vide re Artù 
disteso sovra splendido letto. Il re, scortolo appena, 
gli chiese della sua venuta, e conosciutane la cagione, 
ordinò gli fosse reso il cavallo smarrito, acciò lo ri- 
menasse al vescovo. E gli raccontò che da lunga 
stagione avea stanza in quel luogo, infermo com' era 
per le ferite che al ricorrere d* ogni anno gli si ria- 
privano, ferite eh* egli avea toccate in battaglia contro 
il di lui nepote Modred e contro Childerico, duce de* 
Sassoni. — Ma ciò non è tutto, aggiunge Y autore — 
perocché intesi narrare, che Artù colse quel destro 
per mandare in dono al vescovo di Catania oggetti 
che furono visti da molti e ammirati come maraviglie 
stupende. — 
Ma più che gli eroi della Tavola rotonda , gli eroi 



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152 

carolingi trovarono liete accoglienze tra noi. I ger- 
mogli di questo ciclo trapiantati in Italia, crebbero 
e fruttificarono; in altri termini i nostri poeti s'im- 
padronirono di queste favole, le rifecero sotto aspetti 
diversi, aggiungendovi non poco del proprio. Il tipo 
carolingio fu tanto fecondo, quanto fu pressoché ste- 
rile il tipo brettone. Tutta V epopea di Carlomagno 
prese allora forme originali e diverse da quelle 
che ebbe oltremonti. Come egli fu detto TAgame- 
none del medio evo , cosi Orlando n' è Y Ercole. Ma 
l'immagine dignitosa e severa dell'Orlando francese, 
quale è tratteggiata nella Chanson de Roland, spogliò 
tra noi le sue native fattezze, e assunse un far gio- 
coso e festevole, mercè l'innesto delle avventure d' a- 
more proprie del ciclo d'Artìi. Ciò avvenne princi- 
palmente per opera di Nicola da Padova, il quale nel 
suo poema \ Entra en Espagne fa innamorare il pa- 
ladino francese di una bella persiana, per quanto il 
ricordo della sua Alda, servendogli di talismano, gli 
abbia impedito di lungamente impigliarsi in que' lacci 
d' amore. A Nicola da Padova soglionsi altresì riferire 
la Prise de Pampelune, il Mq^caire, il Bueve Hanstone, 
il KarletOy il Berte e Milon ed altri poemi dettati in 
una lingua tra franca e italiana, che si conservano 
neiromai reputatissimo codice di S. Marco. 

Anche i poeti d'arte de' secoli posteriori si occu- 
parono del ciclo carolingio, lasciando quasi deserto il 
secondo. Vi attinse in ispecie il Pulci nei suo Mor- 
gante , cavandone la più parte delle sue narrazioni : 
nuovi in lui soltanto i caratteri di Margutte e d'A- 
starotte. Uni per converso i due cicli il Bojardo, e 
ne rampollò il tipo d'Angelicfi così vero e così ideale 
ad un tempo ; anche Ariosto intese dare ad entrambi 
cittadinanza italiana. 



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153 

Più scarsamente attecchìronvi le leggende relative 
al San Graal, ossia quel vaso con cui Gesù Cristo 
celebrò la sua novissima cena. S. Matteo lasciò scritto 
ole Giuseppe d'Arimatea andò a Pilato per chiedervi 
il corpo del Salvatore, che involse in un lenzuolo e 
pose nel suo sepolcro. Questo racconto allargò , come 
suole , la fantasia popolare ; aggiungendo eh' ei rac- 
colse in un vaso le stille del sanguinoso corpo del 
Cristo, e che approdando nel 61 anno dell' era volgare 
all' isola d'Albione, vi avea predicato la fede cristiana 
e fondato il monastero di Glastonbury. H Graal (dal 
basco greal o grazal che suona 'oaso o catino) dotato 
di maravigliose virtù, fu già recato in cielo e custo- 
dito dagli angeli , in attesa che una eletta d' eroi 
fosse degno di possederlo e di bandirne il culto sopra 
la terra. L'ebbe dapprima un Titurello, che nobilmente 
rispose al sublime suo ufficio : ei costrusse suU* e- 
sempio di quel di Salomone un tempio in Gerusalemme, 
ove depose il catino e ne indisse la religione. Ma la 
dischiattata sua stirpe non ne segui le gloriose ve- 
stigia. La milizia o la cavalleria istituita a custodirlo 
era una cavalleria religiosa, forse un richiamo ai 
primitivi cavalieri del Tempio. Quindi i voluminosi 
poemi che trattano del Graal sono informati a idee 
mistiche e sacre ; e tutto ci conferma nel credere che 
su qualche fiaba monastica abbiano i romanzieri ec- 
clesiastici ordita la tela de' loro fantasiosi racconti. 

Del resto il romanzo cavalleresco non può dissi- 
mulare le sue origini oltramontane. Molti n'ebbe la 
letteratura occitanica, sebbene tre soli ne siano a 
noi pervenuti, secondo pensano il Eaynouard ed il 
Diez: cioè il Girardo di Roussilon e Filomena, 
ambo del ciclo mitico di Carlomagno, e Faufrè del 
ciclo favoloso della Tavola rotonda, romanzo eh' è te- 



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154 
liuto in conto di un de' migliori. N' ebbe in vero pa- 
recchi altri, come la Storia di Pietro di Provenza 
e quella Bella Bella Maguelona nella quale, come 
suona la fama, Petrarca, mentre dava opera agli 
studi in Monpellieri, pose le mani, migliorandola assai 
da quel eh' era in origine ; senza pur accennare a 
quelli di Arnaldo Daniello , che giusta l' autorevole 
testimonianza di Dante, nei 

Verei d' amore e prose di romanzi 
Soverchiò tutti ; 

ma questi non giunsero in lingua provenzale fino a 
noi. Però, rispettando quanto in contrario ne disse il 
Fauriel, slam d' avviso che la vera patria del romanzo 
non sia la Francia meridionale , ove scrivevasi in 
lingua di eco y sibbene la Francia nordica, ove paria- 
vasi la lingua d' otl de' troveri. • 

L' Italia che assai si piacque de' romanzi cavalle- 
reschi, ebbe care eziandio parecchie leggende orientali, 
come quelle dei Sette Savi, la Storia di una crudele 
Tnatrigna, 1 compassionevoli avvenimenti d' Erasto, 
non che quelle del pari asiatiche De' Sette Dormienti y 
di Barlaam e Josafat e del Re Superbo che attin- 
gemmo dagli Arabi, e che fornirono un largo pascolo 
alle fantasie popolari. Tai narrazioni, al pari de' Reali 
di Francia, di cui s' ha una riduzione in elettissima 
lingua italiana e in cui si compresero persin* le fin- 
zioni anteriori a Carlomagno, a partire da Costantino 
fino all' istoria di Berta , furon tutte dettate in ori- 
gine in idioma francese, e da menestrelli francigeni 
cantate nelle corti feudali, per le vie e per le piazze, 
segno ai sarcasmi de' dotti , ma accolte con ebbrezza 
dai volghi. 



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155 

Dal fin qui detto si trae, che se Italia non ebbe 
proprie epopee medievali, ciò deve ripetersi dal non 
essere mai caduta in quelle condizioni di piena roz- 
zezza, che, secondo i pensamenti del Vico, vale stato 
epico. La nostra poesia fu allora, giova ripeterlo, la 
costituzione de' comuni, la lotta per la libertà, 1* ere- 
zione delle basiliche, il genio di Nicola da Pisa e di 
. Cimabue. H vero ciclo nostrano e nazionale è il con- 
cetto classico, fatto allor popolare dalle tradizioni 
troiane e latine, comuni persino alle donne che 

. . . traendo alla rocca la chioma, 
Favoleggiavan con la lor famiglia 
De* Trojani, di Fiesole e di Koma. 



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CAPO Vili. 
INFLUENZE DE' BARBARI 



SOMMARIO. 

Errori storici — Cause che determinarono le irruzioni de' bar- 
bari — Le bande d* Odoacre — I Groti — De' Longobardi 
e de' Franchi — I barbari ingiustamente accusati del deca- 
dimento delle lettere — Ed' aver disertato le provincie ita- 
liane — Loro azione sui vinti — Idiomi e alfabeto degli 
invasori — Voci germaniche passate nella lingua italiana — 
Scienze occulte — La nuova mitologia medioevale. 



Egli è questo un tema in cui fa d' uopo distruggerà 
di molti errori che V istoria raccolse , e eh' oggidì 
la nuova critica intende a divellere; principali fra 
questi la moltiplicità delle razze invaditrici, laddove 
furono per la più parte germaniche, massime quelle 
che stanziarono più lungamente fra noi: il numero 
sterminato delle loro orde , che sappiamo per contro 
assai scarso: V uniformità del loro stato sociale, ch'or 
invece ci appare vario e disforme sia negli ordini 
politici che militari: la loro intrepidezza e valore. 



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158 

invero assai povero, perocché altra forza non ispie- 
garono che la difensiva, quella cioè che nasce dalla 
coscienza di non avere alle spalle paesi vuoti, ove, 
in caso di sbarraglio , ritrarsi : la fusione infine delle 
lor razze co' vinti, e tali altri errori. 

I tentativi d' invasione cominciano a manifestarsi 
sotto Gallieno nel IH secolo, e si compiono nel IV, 
ma temporanee; soltanto un secolo appresso abbiam 
le durevoli. 

Che la gente calata in Italia a manomettere i li- 
miti fermati da Augusto all'impero, appartenessero 
principalmente alle razze germaniche, non può rivo- 
carsi più in dubbio dopo i profondi studi su questa 
materia. L'elemento teutonico fuse in se le scarse 
reliquie cimbriche, scandinave e, se vuoi slave, che 
traea seco, e delle quali non trovi più traccia, dove 
la superiorità delle genti teotische appar manifesta 
dalla permanenza dell' antica lor lingua , dai nomi loro 
quali ci furono tramandati da Cesare, Tacito ed altri 
latini scrittori, dalla Bibbia d'Orfila e sopratutto dalle 
lor leggi e dagli odierni loro dialetti. 

Vero è che i diversi rami di questo gran popolo 
disseminato tra i fiumi Main ed il Veser aveano as- 
sunto nomi diversi accomodati alle peculiari lor con- 
dizioni, significanti qualche borioso lor vanto, come 
i Franchi o gì' intrepidi, gli Angli o uomini delVamo, 
i Vandali o gli erranti , i Sassoni o i branditori di 
Coltello, e dì questo andare le altre loro tribù. Però 
il nome di Germani o uomini ^^;? d^^^flj divenne uni- 
versale di tutte le lor genti, poiché tutti impugna- 
vano medesimamente quell'arme, non men de' Lon- 
gobardi uomini dalla lunga partigiana. 

La critica odierna scrutando la istoria de' popoli 
-asiatici, potè chiarir le cagioni di quelle grandi ir- 



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159 

razioni, che dagli ultimi confini d' oriente si rovescia- 
rono sopra r impero. I fieri rivolgimenti eh* avvennero 
nella Tartaria e nella Cina, impressero un urto ir- 
resistibile a tutte le nomadi tribù dell' Asia centrale, 
le quali sospinte sulle nazioni germaniche, costrin- 
sero queste ad accavaUarsi sulle altre e fitr impeto 
sulle nostre frontiere: cioè i Goti, i quali varcando 
il Danubio aUa sua foce, e parte ivi stanziando e 
parte risalendolo, poterono calare in Italia e quindi 
allargarsi nella Gallia meridionale e in Ispagna: i 
Vandali che tennero Y istessa via diretta alle stesse 
regioni, da cui travalicarono in Affrica: gli Svevi, i 
Franchi, i Borgognoni che seguirono con lievi muta- 
menti le orme de' primi, tutti quanti incalzati alle 
terga dagli Unni, a respingere i quali fii mestieri che 
tedeschi e romani, vincitori e vinti si collegassero, 
in ispeciQ per ricacciare al di là delle alpi il truce 
Attila, il flagello di Dio. 

E qui messa da banda ogni altra questione , come 
estranea al nostro istituto , giova osservare se v'ebbe 
fusione fra questi invasori e i popoli italici, fusione, che 
tranne forse pei Longobardi, noi ci ostiniamo a negare. 

Odoacre cala in Italia : divide fra le sue turbe rac- 
cogliticcie il terzo delle terre , ma noti distrugge 
l'impero, che anzi ei riconosce, pago del solo nome 
di re: nulla muta degli ordini interni: senato, con- 
soli, magistrature d' ogni ragione proseguono gli uflBci 
loro : la prevalenza del nome romano non è messa in 
dubbio: e dal comando dell'armi in fuori , da cui erano 
da lunga stagione disavezzi gl'Italiani, nulla facea 
credere eh' ei ne fosse il vincitore. Fusione adunque 
non v'ebbe con gli Bruii, i quali durarono fra noi 
poco più di due lustri , troppo breve stagione per vero 
ad a£frattellare due popoli. 



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160 

Questa unione venne bensì tentata da Teodorico, 
che r imperatore d' oriente avea spinto contro le bande 
di Odoacre, e ch'egli in parte spense e in parte 
ricacciava in Germania. I Goti sottentrano allora al 
terzo delle terre dei vinti, ma tranne questo fatto 
del resto consueto, nulla del pari immutavasi. La mo^ 
derazione di re Teodorico tiene quasi dell' incredibile. 
Ei restaurò le città, rifece gli acquedotti ed i circhi : 
riparò le mine operate assai più dai cristiani che non 
dai barbari. Ei volle essere romano, e avvegnacchè 
non sapesse vergare il proprio nome, protesse gli studi, 
onorò i letterati e die latine leggi a' suoi popoli. 
Memorabili son le parole degli ambasciatori Goti a 
Belisario, quando questi riconquistò l'Italia all'im- 
pero. Noi occupammo il regftio d' Italia , e' diceano , 
ma le foggie del reggimento e gli ordini interni 
serbammo inalterati al pari degli antichi, impera- 
tori , . uè esiste legge alcuna di Teodorico o d' altro 
re goto. Infatti 1* editto che porta il suo nome è tolto 
in gran parte dal codice Teodosiano , dalle Novelle e 
dalle sentenze di Paolo. Non può pronunciarsi il nome 
di Teodorico senza rammentare Cassiodoro e Boezio; 
Cassiodoro, il ministro di Teodorico, di Amalasunta, 
d'Atalarico e di Teodato, il loro storiografo, colui 
che ravvivò le lettere in Eoma; Boezio il vecchio 
patrizio, il discendente degli Anicii e dei Manlii, 
in cui rivivono tutti gli onori della antica sua stirpe. 
Assiso nel foro sul suo seggio d'avorio in mezzo a 
due suoi figli consoli, circondato da suoi littori, egli 
comgarte al popolo le larghezze del suo monarca, al 
popolo che crede ritornati i tempi dei Cesari, dispen- 
satori di pane e spettacoli. Di questa romanità del 
re goto fremeano i suoi, che infatti lo spinsero negli 
ultimi anni del suo regno a incrudelire ; ma fa ripresa 



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161 

da Amalasunta sua figlia , che fé' educare Atalarico 
ne' costumi dei vinti. Oppressi alfine i Goti da Be- 
lisario dapprima e poi da Narsete, furono cacciati 
d'Italia, e i pochi che tuttavia rimanevano, vennero 
confinati negli angoli più remoti dell'alpi. Le terre 
occupate ricaddero allora ai Bomani. La fusione ago- 
gnata da Teodorico, promossa da Cassiodoro, come 
dalle sue lettere è manifesto, falliva collo sparire 
della gotica dominazione. 

Dubbio è ancora se vera fusione avvenisse colla 
gente longobarda, che costituisce (tralascio le tempo- 
ranee e le minime) la terza grande invasione teuto- 
nica. Ma se questa fusione ebbe luogo, non avvenne 
al certo ne' modi che prima d'allora avean tenuto i 
Sassoni in Britannia, i Franchi, i Burgundi, i Visi- 
goti nella Gallia , gli Svevi, i Vandali e gli stessi 
Visigoti in Ispagna. Imperocché i Longobardi ci si 
mostrano assai scarsi di numero , di che è prova il 
non aver mai potuto soggiogare né Ravenna, né Roma, 
né Napoli, né fiaccar l'orgoglio dei Greci, benché 
deboli e pochi. Ond'é che l'urbanità del romano co- 
stume non giacque estinta in Italia, poiché, in ogni 
ipotesi, questo affratellamento fu assai ristretto e tardo 
a compiersi , come quello che avvenne soltanto , quando 
dopo due secoli di dominio, i Longobardi, deposta la 
primitiva loro selvatichezza, erano già fatti d'abito, 
di lingua e di religione italiani. Arroge che questa 
mischianza di razze non fii ad ogni modo completa, 
dacché i Latini di Ravenna e del mezzodì dell'Italia 
non cessarono mai dal combatterli; solo al tempo de' 
Franchi di Carlomagno, tedeschi essi pure, e come 
leggiamo in S. Gregorio Turonense , assai più barbari 
dei Longobardi, la fusione fu piena ed intera, poiché 
tutti i vinti vennero ragguagliati ad una stessa con- 

E. CELE9IA. Storia della Letcerat. in Italia. 11 



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162 

dizione rispetto al vincitore. L' invasione franca a sua 
volta non fa che feudale, cioè ristretta a pochi conti 
e baroni, contro i quali T elemento italiano e longo- 
bardico, che costituia la maggioranza della nazione, a 
più riprese si ribellò ; e partorì alfine lo scoppio della 
grande rivoluzione comunale, origine prima delle nostre 
repubbliche. 

Quanto finora abbiam detto servirà a lumeggiare 
un'altra questione, la parte cioè ch'ebbero i barbari 
nel decadimento delle lettere. Ma chi non sa che chiuso 
appena il secolo di Augusto, cominciò il loro declino? 
Chi non ha avuto alle mani queir aureo libro , sia di 
Tacito d' altri, che è il Dialogo della perduta elo- 
quenze^ ? Le esercitazioni dei retori , i panegirici tronfi, 
gì' istorici costretti a mentire o ad uccidersi, 1* ecclis- 
sata libertà , l' immane sevizie dei Cesari, le occasioni 
del dire e del fare perdute, ecco le cause vere per 
cui le lettere tacquero o immiserirono. Arroge la guerra 
che la chiesa , i concili ed i Padri indissero a quanto 
arieggiava di classico. Imputare alle sole nordiche 
inondazioni la prostrazione degli studi, sarebbe un 
mentire alla storia ; il decadimento letterario era già 
pieno, quando esse non avean fatto ancor cenno di 
calare in Italia. Non giova qui indagarne le cause : 
altri già il fece , scoprendole nella natura speciale e 
nelle condizioni dell'antica civiltà; a me preme il 
dire, che se i barbari ponno considerarsi come una 
delle tante cause finali di quella immensa mina, non 
ne furono per fermo le cause efficienti e primarie. 

Due cose anzitutto esercitavano un fascino prepo- 
tente negli animi degli invasori : l' efficacia della le- 
gislazione latina che rispondeva a tutte le esigenze 
sociali, e il prestigio della urbanità rispetto alla loro 
rozzezza. Osserva saviamente il Gui/ot , che i vinci- 



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163 
tori divenuti proprietari del suolo , si strinsero più 
intimamente fra loro e coi vinti; anzi, pur conser- 
vando le costumanze paesane, trovaronsi, quasi a loro 
insaputa, involuti tra i nodi di quelle istituzioni giu- 
ridiche, che li costringeano, se non dal lato politico, 
almeno nelle contrattazioni civili, a sottomettersi in 
gran parte ai nuovi ordinamenti. D* altronde lo spet- 
tacolo di una civiltà di cui non aveano sentore al- 
cuno, e che tanto sembrava meravigliosa a lor occhi, 
lì soggiogava; la regolare gerarchia de' poteri, i 
monumenti dell'antica grandezza, le città, i circhi, 
i palagi, le terme, le vie erano per loro argomento 
d'altissima ammirazione e riverenza. Ben e' poteano 
sfatare individualmente un latino, ma nel suo com- 
plesso il mondo romano apparia loro tale un miracolo 
innanzi a cui doveano inchinarsi: e mentre intendeano 
a conquiderlo, si sentiano rapiti ad imitarne le foggie 
e gli esem^. Vincitori, e' doveano tenersi dammeno 
dei vinti. 

Esiste una scuola in Germania, che predica avere le 
stirpi nordiche rigenerato V Italia , infondendo un 
sangue giovane e vigoroso nelle sfibrate sue vene; per 
essa la civiltà nostra è suo dono : dal fondo delle selve 
scandinave e teutoniche balenò il raggio che ridusse 
a coltura la nostra penisola. Altri istorici, i nostri 
in ispecie, accarezzano un' opposta sentenza , ed aflfer- 
mano che i nepoti d'Arminio passarono nelle nostre 
contrade come un turbine di distruzione, un istru- 
mento di conquista e d* eccidio: incapaci a nulla fon- 
dare di stabile, non lasciarono dietro a se che diser- 
tamenti e mine. Questi ricisi giudizi ci sembrano 
egualmente fallaci : il vero non istà mai negli estremi. 
Coloro' che scrissero essere state Italia e Eoma distrutte 
dai barbari, non fecero che ripetere una vieta men- 



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164 

zogna, senza fondamento alcuno di vero. Non è pos- 
sibile addante a rincalzo delle loro affermazioni , lo 
dirò col Tiraboschi, il testimonio di alcun autorevole 
antico scrittore. Di rubamenti, rapine, talvolta ancora 
di stragi/ trovasi bensì qualche menzione: di rovine e 
di distruzioni non mai. Il cont^.tto co* vinti e la re- 
ligione ammansò in breve i loro furori. Non è tutta 
favola la leggenda che narra avere i nostri monaci 
dato ai ciechi la vista e a' sordi l'udito, essi che 
spargeano fra i barbari la parola di vita, e rivelavano 
loro la luce del cristianesimo. Quando S. Gallo caccia 
con nn segno di croce V orso che occupava piima di 
lui la caverna scelta dal Santo a sua stanza, chi non 
vede l'apostolo che nelle montagne d'Elvezia rende 
a' civili costumi un paese , i cui abitanti viveano a 
guisa di belve selvaggie? La predicazione della fede 
spoglia i barbari della lor ruvidezza, e i racconti 
leggendari porgeansi meglio d' ogni ragiollamento op- 
portuni a quell'uopo. 

Ma chi potrà negare da senno che le razze ale- 
manne non abbiano esercitato in così lungo dominio 
una qualche azione sui vinti? Che non abbiano in 
essi svegliato qualche nova idea, qualche novo sen- 
timento , e dato origine a qualche istituzione che pose 
quindi nuove radici in Italia.? È questione di tal 
momento da doversi con qualche ponderazione agitare. 
Niun dubbio che i Germani i quali viveano soli, in 
mezzo alle proprie famìglie, lontani dalle città, talché 
dicea Tacito ne pati quidam inter se junctas sedes^ 
colunt discreti et diversi, rivivono nei bassi tempi 
in que' fieri baroni, che innalzano le loro rocche, veri 
nidi di falco, sui picchi delle montagne. Essi erano 
essenzialmente guerrieri: lo stesso scrittore ci ap- 
prende ch'essi scieglievansi a condottiero il più strenuo 



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165 

fra loro. Troppo grave errore sarebbe il negare ch'essi 
non abbiano portato in Italia, disavezza dall'armi, 
quello ardor bellicoso si acceso dappoi, e di cui a' 
tempi dell' Enobardo fecero si ' duro esperimento. I 
loro istituti militari ravvivarono il valore pressoché 
morto delle stirpi latine. Il duello, ad esempio, sco- 
nosciuto agli antichi, è una istituzione gemJanica che 
non riuscimmo ancora a divellere. Il giudizio di Dio, 
che così spesso ci occorre ne' tempi di mezzo, passò 
anche fra noi quasi allo stato d' istituzione legale. Lo 
spirito di cavalleria, composto di così svariati ele- 
menti, fu pure, ch'io m'inganno, un portato de' 
popoli nordici , presso i quali l' amor della guerra, le 
avventure e il culto della donna erano profondamente 
sentiti. Anche il sistema dei feudi ad essi esclusiva- 
mente appartiene. Montesquieu ne intravide il prin- 
cipio nelle foreste germaniche, e perciò non nacque 
dalla conquista , com' è sentenza d' alcuni. In Italia 
penetrò ne' paesi eh' essi occuparono : né traccia mai 
se ne scorse nella Venezia dov' e' non posero il piede. 
Accenno, come ognun vede, e tiro oltre a dilungo. 

Ma di un gran beneficio van gli Italiani debitori 
alle genti invaditrici: cioè di quello. spirito di libertà 
individuale, ignoto ai popoli antichi, presso i quali il 
Dio-stato era tutto. I Germani per converso aveano 
in ben picciolo conto la podestà pubblica e i religiosi 
istituti: il lor vero carattere, il loro stato sociale in- 
formavasi a quel fiero senso d'indipendenza, che li 
traeva ad agire a seconda del proprio talento. H mondo 
latino ci avea dato il concetto di una società in cui 
prevalevano le savie discipline dell' ordine e del reg- 
gimento dei popoli: il cristianesimo v'innestava il 
principio della uguaglianza e della sana morale: le 
razze nordiche infine ci rivelarono quel sentimento di 



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166 
libertà e quel diritto di fare ciò che meglio torna a 
ciascuno, purché le nostre azioni non costituiscano 
una lesione ai diritti degU altri. Le antiche repub- 
bliche assorbiano l'uomo nel cittadino: le teocrazie 
non gli consentivano altra balia che d'immolarsi a' 
suoi numi; soltanto l'Europa moderna potè educar 
r uomo signore assoluto della sua volontà e degli atti 
suoi, i quali altro intoppo non trovano se non quella 
legge, che mentre ne frena gli abusi , ne tutela la 
libertà, E questo nuovo sentimento eh' esalta e rad- 
doppia l'operosità umana eredarono gli Italiani dai 
barbari. 

I quali anche dal lato morale concorsero a rigenerar 
forse i nostri corrotti costumi. — I Goti son perfidi, 
così scriveva Salviano, ma almeno pudichi: gli Alani, 
voluttuosi, ma fidi: i Franchi, mentitori, ma ospitali: 
la crudeltà dei Sassoni fa irinoridire, ma almeno è 
lodata la lor castità.,., poi facciam le meraviglie che 
Dio abbia abbandonate le nostre provincie a mano dei 
barbari , quando il lor pudore purifica la terra conta- 
minata tuttora dalle romane laidezze — E più d' uno 
in previsione dei beni che avrebbero un giorno recato, 
potè quasi desiderare di vederli assoluti dominatori in 
Italia. Fra questi un monaco spagnuolo del V secolo. 
Paolo Orosio che scrive — I Geimani pongono a ruba 
la terra : ma se giungessero (tolgalo Iddio) ad averla 
interamente a lor mani e a reggerla secondo gli ordini 
loro, forse un di i posteri darebbero nome d' illustri 
monarchi a quegli stessi, che oggidì noi abbiamo 
in conto di spietati nemici. — Infatti se pur si con- 
sidera che ciascun di questi invasori per vie arcane 
concoi :?e allo svolgimento della moderna e civiltà : che 
ciascun d' essi pagò il suo tributo all' umano progresso, 
cesseremo una volta le viete querele, ammirando quella 



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167 

forza morale che franse la spada dei percussori, e 
quella provvidenza divina, che seppe cavare il bene 
dal male, e far concorrere perfino le schiatte selvaggie 
alla nuova educazione del mondo. 

Venendo ora a ciò che più direttamente s'attiene 
al nostro istituto, diremo eh' e' aveano un sistema di 
scrittura, da poche alterazioni in fuori, a tutti co- 
mune, come il Grimm, giudice competente, c'afferma. 
Usavano infatti que' caratteri runici , a cui s' asso- 
ciavano tante magiche idee, sia" nelle n^^t^* del Nord, 
che nella cabala ebraica. Il loro alfabeto tenea molto 
di quello che Ulfila diede a' suoi Goti, e che poi restò 
proprio de' popoli scandinavi. 

La lor lingua , divisa in molti dialetti , dopo una 
resistenzi più o meno lunga, venne a perdersi e ad 
essere assorbita in quella dei vinti. Rado è che un 
popolo conquistatore giunga ad imporre ai soggetti la 
propria loquela. Valga fra i molti l' esempio dei Goti 
che tennero lungamente la Spagna, dove a stento 
t' avvieni in qualche vocabolo che serbi 1* impronta 
degli invasori. Del loro poetico idioma già più sopra 
toccammo. Nulla ci venne dagli Eruli e dalle altre 
bande di Odoacre, come quelle che assai sottili di 
numero, poco tempo accasarono nella penisola, né 
sopravissero alla conquista dei Goti. I quali a lor 
volta non istanziarono che due sole generazioni in 
Italia: onde assai tenue Ja loro influenza linguistica. 
Franchi , Unni , Saraceni invasero , o meglio , corsero 
qualche parte d'Italia , ma non mescolarono i lor sangui 
e le loro parlature con noi. 

Fra le scarse parole germaniche eh' entrarono a far 
parte de* nostri volgari, devonsi anzitutto annoverare 
quelle che hanno un qualche appicco o attinenza alle 
cose militari; tali, a mo' d'esempio, war , nella bassa 



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latinità werra, onde il nostro guerra; gund-fahne, 
gonfalone: wassen , fassen , vassallo: gard, onde il 
tedesco. ^«r^^;i, giardino: barone che nel primitivo 
suo significato nulla tien del feudale, deriva da ware, 
virile, ed ha la sua origine come il vir dai latini e 
il ver gaelico nel virah samscrito. Notevole è eziandio 
l'osservare che gl'Italiani tolsero dalla lingua de' 
vincitori il nome delle cosa più contennende ed ab- 
biette , come laido , brutto , bara , strega , capestro : 
altre volsero in senso spregevole, come land, cioè 
terra, che rimase applicato fra noi a un greto infe- 
condo. Della lingua de' Longobardi dicemmo a suo 
luogo. 

Fra i più funesti pregiudizi credati dai barbari, 
voglionsi registrare, come accennammo, i duelli e i 
giudizi di Dio , co' quali soleansi decidere le insorte 
eontestazioni, scegliendo ciascun litigante un cam- 
pione che pugnasse per lui. Talora per causare il 
sangue od anche la morte, reputavasi sufficiente a 
chiarire la verità il giudizio di Dio per la croce, che 
consisteva nel condurre in chiesa i due che piati- 
vano, costringendoli a starsi colle braccia stese ed 
apei-te, finché colui che per disagio era costretto ad 
abbassarle , teneasi per vinto. Erano anche comuni le 
ordalie o prove giudiciali dell'acqua e del fuoco. 
Gettavasi entro una vasca profonda il reo colla man 
dritta legata al pie sinistro e colla sinistra al pie 
dritto; se questi immergevasi, la chiarezza della sua 
innocenza non era più dubbia; se no, ei venia repu- 
tato colpevole del maleficio imputatogli, come se l'acqua 
che prima benedicevasi, 1' avesse rigettato da se. Così 
ragionavasi. Nella prova del fuoco introducevasi Ja 
mano in un guanto di ferro arroventato, ovvero por- 
tavasi fino alla distanza di nove o dodici passi una 



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spranga di metallo infuocato, o immergeasi la destra 
in un vaso d* acqua bollente. Tratta fuori dal guanto 
dal vaso, awolgeasi in un pannilino, sul quale giu- 
dice e denunciatore imprimeano i loro suggelli, finché 
scoperta dopo tre giorni, se trovavasi illesa, l'accu- 
sato n'andava assoluto, e punito per converso l'ac- 
cusatore. Non è chi non vegga come questi giudizi 
spesso altro non fossero, che il trionfo della frode, 
della forza brutale o del caso. 

Ninno ignora che ne' tempi di mezzo tenne il campo 
una mitologia popolare sostituita all' antica, composta 
di miti orientali , di avanzi di fole pagane , di pre- 
giudizi cristiani e di superstizioni germaniche. Gli 
antichi errori non erano del tutto ancora divelti. Nei 
concili del tempo troviamo i divieti d'invocar Bacco 
nelle vendemmie , di celebrare i lupercali , cavare 
augurii dal volo degli augelli, dal nitrir dei cavalli, 
dal muggito dei buoi, dallo sgorgare delle fonti, e altre 
gentilesche reliquie che inquinavano la purità della 
fede. Leggiamo, a' mo* di esempio , nelle lettere che 
S. Damiano indirizzava a papi e a prelati, essere i 
vulcani le porte dell' inferno : i diavoli vagar nei de- 
serti in traccia di legna per alimentar le fornaci d'a- 
bisso : conservare le anime eziandio dopo morte la lor 
forma corporea : essere stata vista quella di Benedetto 
Vni in groppa a un nero cavallo; quella di Bene- 
detto IX tramutata in un mostro, e condannata al 
pari dell'errante Giudeo a vagar sulla faccia del 
mondo fino al di del giudizio finale. Ei riteneva da 
senno che l' arcangelo S. Michele celebrasse ogni lu- 
nedi la messa in cielo , a cui assistevano tutti i beati, 
e altre tali credulità, più atte a commuovere l' imma- 
ginativa de' volghi, che non il processo della ragione, e 
che dall'universale venivano accolte senza pur l'ombra 



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170 

di un dubbio. Accanto alle quali correano pei volghi le 
più scempie credenze di castelli incantati, ove gemea, 
perchè riottosa ai voleri del suo signore , una bellezza 
infelice; or giardini e palagi, fatture di negromanti, 
ove il nuovo venuto perdeva ogni sua facoltà e pur 
veggendo Y amante non potea ravvisarla per tale : or 
cavalieri che assisi su alati destrieri percorrono la 
immensità dello spazio; magici anelli che rendono in- 
visibili chi li portava e a' quali era legata, come in 
quello di Salomone , piena balia sugli spiriti infernali: 
suoni di corno che mettono a sbarraglio un esercito : 
lancie d*oro che rompono ogni più possente malia, e 
spade che fendono a mezzo un gigante , ed elmi ed 
usberghi infrangibili a cozzo nemico, e altre somi- 
glianti fantasìe sulla cui verità non cadea dubbio di 
sorte, n mondo invisibile venia del pari popolato di 
geni , di elfe, di maliarde, di silfi e siffatte altre ge- 
nerazioni di spiriti, onde la ricca nomenclatura ctìfe 
riguardava le malie e i sortilegi: magus, malejicus, 
sortilegus, lamia, saga, strix, maga, sortiaria e altri 
assai. Giova indagare quali di questi errori sieno 
propri de' popoli italici, e quali imputabili ai bar- 
bari. 

Gl'Italiani eredarono dalla sapienza dello antico 
Egitto, per mezzo delle compilazioni degli Arabi, le 
aberrazioni sulle scienze occulte, suU' alchimia e sulla 
astrologia giudiciaria. Le scienze occulte tendeano ad 
assoggettare all' uomo gli agenti de' fenomeni cosmici 
e le potenze intermedie. Qualche scarsa nozione della 
ermetica di Trismegisto, qualche sentore delle opere 
di Olimpiodoro, di Proclo, di Zozim(» e di altri Ales- 
sandrini, ingenerarono la credenza che colla combi- 
nazione e col raffronto de' numeri, . delle lettere e de' 
segni geometrici uniti ad alcuni esorcismi e addatte 



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171 . 
sostanze, poteansi comporre filtri e incantagioni vale- 
voli ad evocare gli spiriti e a prolungare la vita. Por- 
firio avea scritto, che la luce è il veicolo celeste delle 
anime che calano in terra a rigenerare le piante e ad 
immedesimarsi cogli animali. Plotino avea svolte le 
relazioni che corrono fra i demoni e l'uomo, e chia- 
rito il modo d'unirsi ad essi nell'esercizio dell'arti 
teurgiche. Giamblico era ito più innanzi, dettando uri 
libro che fu tenuto come il codice della magia, mo- 
strando inoltre in qual modo l'uomo possa strigarsi 
dagli assalti del male. Per elevarsi alla divinità, egli 
scrive, non ha mestieri che l'uom possegga cogni- 
zione veruna, bensì ricchieggonsi cerimonie mìstiche, 
parole arcane, simboli e riti. Era sentenza de' savi, 
che esistesse in natura una serie di moti ascendenti, 
che come il legno attira il fuoco e il fuoco è avvi- 
vato dall'aria, con eguale attrazione sforzasse gli 
esseri inferiori a congiungersi co' superiori. Neil' or- 
dine naturale tutti i corpi omogenei si attirano: ond'è 
che i minerali, gli uomini e i bruti han continue at- 
tinenze cogli astri: ad ogni intelligenza fa riscontro 
un pianeta : poiché l' anima e l' astro appartengono 
entrambo all' ordine etereo. I nomi dei pianeti appli- 
cati ai metalli ed alle sostanze che da questi deri- 
vano, mostrano le relazioni che reputavansi esistere 
fra questi e i corpi siderei. Corre fra tutti gli og- 
getti un legame di simpatia, come emanazione che 
sono di un sol potere supremo. Chi saprà disvelare 
il segreto di questa corrispondenza s' innalzerà fino a 
lui, e sarà un Dio sulla terra. 

A queste speculazioni vennero ad a^ropparsi le 
teorie pitagoriche , sempre vive in Italia, e le caba- 
listiche. Si attribuì ai nomi un poter misterioso e 
prevalente sopra le cose: le lettere si anteposero 



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172 

ai nomi. All' -4, prima lettera degli alfabeti allor 
noti , si uni Y ultima lettera degli abecedarii la- 
tino, greco ed ebraico, e s' ottenne la parola AzotA , 
primo fondamento della pietra filosofale. L' Aira- 
cadabra foggiato a triangolo, i groppi di alcune 
linee, i numeri 3, 7 e 9 divennero egualmente ope- 
ratori di mille sognati portenti. Taluni consertando 
la croce, il triangolo e il circolo con alcune lettere 
dei tre suddetti alfabeti e invocando la Triade, s'ar- 
gomentavano di poter evocare gli spiriti immortali, e 
vivere con essi confusi nell'anima universale, antici- 
patamente fruendo le gioie ineffabili serbate agli eletti 
nel cielo. 

Senonchè i più di coloro che agognavano trovare 
la felicità sulla terra, volgeansi all'alchimia, nella 
quale ottennero gran nome Sinesio da Cirene, Geber, 
Morieuo, Adfar, Zozimo, il sultano Calid, Arnaldo da 
Villanova, Filattete detto \ Anonimo ed altri. A tal 
uopo usavano erbe che reputavano atte agli incanti e 
alla preparazione de' filtri, come il giusquiamo, la 
mandragora, lo stramonio e la belladonna, ovvero di- 
stillando diverse altre sostanze, e studiando mistioni 
per ottennere la panacea universale. Benché ciascuno 
possedesse i suoi speciali segreti attinti nelle opere 
di Archelao, di Salmanas, del Panopolitano e d'altri 
dottori più in fama in questo genere di operazioni, 
tutti però consentivano in questo : doversi i loro esor- 
cismi eseguire nell' ora del plenilunio, e per mezzo di 
un metallo che prevalesse ad ogni altro. Tale si ri- 
putava il mercurio — principio androgino, acqua d'ar- 
gento, non acqua, né metallo, né corpo, e pur fiuido 
al pari dell' acqua, che pesa e brilla al par del me- 
tallo, e che, come i corpi, contiene la vita e lo spi- 
rito. — Al preciso scoccare della mezzanotte mesceasi 



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173 

mercurio, sale ed aceto : tracciavansi sulla parete tre 
circoli concentrici, fra i quali insertavansi parole 
magiche e croci. Nel bel mezzo campeggiava a foggia 
di triangolo il sole, simbolo dell'oro: la luna sim- 
bolo dell'argento e il segno di Mercurio; nel cen- 
tro della figura poneasi il segno del zolfo : indi cir- 
conda vasi il tutto d' un serpe, il cui occhio di bragia 
significava il bene e la vita , e la coda a punta di 
freccia, il male e la morte. Compiuto il pentagramma 
e invocato Astarotte, il folgoratore, poneasi sul for- 
nello il crogiuolo la storta. Se durante la distilla- 
zione delle anzidette materie annuvolavasi il cielo 
coprendo d' ombra ogni cosa , 1* operazione potea 
dirsi fallita: nel caso opposto, tutto volgeva a se- 
conda. Il liquido ottenuto era appunto V elisire filo- 
sofale che eliminava ogni sinistro dal suo posses- 
sore. 

L'arte di convertire in oro i metalli, propria già 
degli Egizi , ci fu appresa anch' essa dagli Arabi. Ma 
cercando Toro trovossi la chimica, come cercando 
filtri e veleni trovaronsi i farmachi. Non è senza un 
profondo compiacimento l'assistere al processo dello 
spirito umano, che dalle più scempie fallacie si leva 
alle radiose regioni della scienza moderna. 

L'astrologia giudiziaria, ossia l'influsso esercitato 
dai corpi celesti, fu un errore universale, da cui neppure 
i più dotti uomini sapeano prosciogliersi. Luigi I il 
Pio, figliuolo di Carlomagno, cadde infermo nelF 837 
per tema d'una cometa, e tre anni appresso mori di 
sgomento alla vista di un ecclisse di sole. Si ebbe 
allor Giove in conto di un benigno pianeta : nocevole per 
contro Saturno. Allorquando Marte trovavasi in mezzo 
del cielo, piovea cosi esiziali influenze da sforzare 
alcuno ad uccidere altri di ferro: per l'opposto Marte. 



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in Ariete unito a Venere, rendea forti e in un de- 
licati coloro che nasceano nel punto di una tal con- 
giunzione. Venere in Capricorno e in Acquario tor- 
nava nefasta alle donne concepite sotto quella costel- 
lazione; congiunta nella propria casa con Mercurio, 
produceva istrioni : in casa di Mercurio, pittori. Tristo 
a colui che avesse veduta la luce sotto il segno dello 
Scorpione ! 

Colla intromissione degli Arabi ci vennero dalla 
Persia le leggende dei due famosi giganti Oog e Magog, 
vive ancora in alcune parti d'Italia nelle locuzioni 
d' Oga e Magoga, colle quali suolsi facetamente ac- 
cennare a qualche fantastica e lontana regione. Per- 
siano del pari il Griffone, eh' altro infine non è che 
il Scir-Morg di Ferdusi. 

I pregiudizi sugli hans o T anime dei morti , sui 
'verw'ólfey sui lupi mannari, sui vampiri o voukodlahs 
dei paesi slavi, si diffusero largamente in Italia, e 
s' insertarono cogli errori de' sortilegi, degli amuleti , 
dei patti col diavolo e delle favole che si spacciavano 
sulle virtù delle pietre^ intorno alle quali ottennero 
allora gran fama il libro di Damigerone col titolo De 
Lapidibus, e l'opera Orphei Zitkica, che tratta Ti- 
stesso subbietto in versi non destituti di vivezza e 
di brio. Ai Fauni dell'antica mitologia fan riscontro 
i Folletti , de' quali è principe il nano Oberone: la 
loro origine è mestieri cercarla nella cosmogonia scan- 
dinava, da cui per opera degli invasori passarono a 
noi, di poco mutati. La leggenda della primitiva lor 
patria ce li rappresenta or benefici, or per l'opposto 
tristissimi: tra noi il più delle volte ci si mostrano 
proclivi al soccorso ed affabili. Man mano che si di- 
scostano dalla lor patria d'origine, li vedi assumere 
carattere più umano e cortese : la lor natura si svolge 



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175 

a beneficare, anzicchè ad atterrire: diresti che subi- 
scano anch' essi r influsso della gentilezza latina. 

La credenza ne' lupi mannari è affatto scitica , e 
r accenna Erodoto come propria degli Iperborei. Fu 
diffusa in Italia dai popoli nordici, sebbene, a dir vero, 
ne avessero anche i Latini un qualche sentore. Infatti 
Virgilio neir egloga Vni canta di Meride che si mutò 
in lupo e internossi nel bosco. 

Più tristo dono ci fecero i barbari colle loro Streghe, 
che per opera della Inquisizione costarono tanto sangue 
innocente. Le Streghe che i popoli teutonici noma- 
vano Masche, Haze, Witch, Woten, Walhirieny si 
diceano accompagnate da gatti e da becchi, simboli 
della generazione , come quelle che si congiungeano 
co' demoni sulle vette de' monti, ove traeano nei 
nefandi lor sabbati a cavallo di scope. Ond' è che in 
Germania per lungha età si pose la scopa a traverso 
le soglie delle abitazioni nell'intento di schermirsi 
dai sortilegi. 

Più fiero oggetto di terrore le Strigi, le Versiere e 
le Lamie, che S. Isidoro dicea cosi nomate a laniando : 
come quelle che involavano dalla culla i bambini e li 
trangugiavano vivi. Esse avean per marito il terribile 
Dracas, il rapitore delle donne che si bagnavano nei 
fiumi, presso i quali egli ponea la sua sede. Nello intento 
di divellere le universali abberrazioni sulla crudeltà 
loro, Carlomagno in un suo Capitolare vietò se ne 
proferisse il nome, e minacciò l' estremo supplizio a 
chi spacciasse che alcuno si fosse tramutato in strige 
per divorare la gente , o che per impedire un tal ma- 
leficio, l'avesse arsa e devotamente mangiata egli 
stesso. Oggidì ninno più crede, come avvenia tra i 
Longobardi, che certe maliarde ingoiassero gli uomini; 
ma i vegii de' Borgognoni, che colle loro incantagioni 



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176 

agevolavano il ritrovamento degli oggetti smarriti, 
rivivono ancora in alcuni fattucchieri del volgo. 

Il popolo non distrugge gli enti che crea, bensì 
talor gli trasforma. Tanto avvenne alle deità mito- 
logiche, che colle mutate credenze si convertirono in 
enti malelSci. Cosi Apollo divenne un nume de' Sa- 
raceni, eh' è quanto a dire un demone nel concetto 
cristiano : così Giove nella Chanson de Roland è tra- 
sformato in un mago. Men foschi attributi ebber le 
Fate, alla mitologia delle quali concorse del pari il 
genio latino e teutonico. Latina n' è T origine e il 
nome : v' era in Roma nel Foro presso il tempio di 
Giano un'edicola sacra alle tre Fata, cioè alle tre 
dee. Ma dal nome infuori, ogni altro elemento è ger- 
manico, sebbene vi si aggiungesse più tardi, cioè al 
tempo delle crociate, qualche attributo delle Peri 
orientali. La Fata è sempre benefica: veglia alla 
culla de' pargoli, protegge chi ama e ci scampa da 
ogni sinistro. 

Gli irraggiamenti delle greche e italiche mitologie 
rifulgono perfino negli Edda, ove a Thor si attri- 
buiscono non pochi fatti di Giove e di Ercole. Noi 
vediamo nelle leggende scandinave Busiride tramu- 
tarsi in Busoyra , Gerione in Geifrdckr, Latona in 
Lackyn; le loro Nome arieggiano le Parche, Nimes, 
Minerva. I barbari attinsero dal loro contatto con le 
stirpi latine non pochi errori, ma in più gran copia 
vi diffusero i loro. Ond'è che il chiaro G. Rosa non 
dubitò di affermare, che la Frigga del Voluspa rivive 
nella Fregna bergamasca: li lotuni capostipiti di 
Vola , la profetessa d' Oddino , si trasformano nello 
lotene di Bergamo , e il nome di Baldur, trasfigura- 
zione di Cristo nell'Edda, ritrovasi nel monte Baldo. 

Niun meravigli in veggendo gravemente trattate in 



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queste pagine tante assurde credenze; ma rammenti 
che il loro studio, come già ne* tempi di Apulejo e 
Luciano, esercitò in questi ultimi anni il senno di 
uomini illustri ; rammenti eh' esse hanno un' impor- 
tanza gravissima sulla storia dell' immaginazione e 
dello spirito umano, e che ne' processi storici i più 
intricati e nebbiosi basta talora il più picciolo in- 
dizio a fornire il filo per iscoprire fatti notevoli. * 



E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. ' 12 



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Gòogle 



CAPO IX. 
GEEBEETO E I SUOI TEMPI 



SOMMARIO. 

Leggende — Grerberto in Roma, in Bobbio e in G-ermania — 
Sue lotte contro l' autorità pontificia — Notevole lettera al- 
l' arcivescovo di Sens — Sua esaltazione a pontefice — Ras- 
segna delle sue opere — Condizioni letterarie dei secoli IX 
e X : il Trivio e il Quadrivio — Nuovo indirizzo da lui dato 
agli studi — I Papi dal secolo IX fino ali* XI — Universale 
credenza sulla fine del mondo — Primi albori del risorgi- 
mento letterario e civile — Raterio ed Ottone — Operosità 
intellettuale. 

Chi togliesse a dettar la storia della letteratura 
leggendaria dei bassi tempi, avrebbe in Francesco 
Gerberto un personaggio che andò famoso, al pari di 
Virgilio e di Carlomagno, per una serie di fatti me- 
ravigliosi e fantastici, raccolti da Guglielmo di Mal- 
mesbury, da Alberico delle tre Fontane, da Gervasio 
di Tilbury, da Vincenzo di Beauvais, dal cardinale 
Bennone, da Martin Polono e da parecchi altri. Di- 
ceasi avesse egli fermato un patto col diavolo, in 



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180 

virtù del quale gli consentiva piena balia dell' anima 
sua, purché s' adoperasse ottenergli la sedia di Pietro. 
Giungeva infatti Gerberto ad assidersi sul soglio pon- 
tificale che tenne alcun tempo: senonchè un giorno 
ecco farsegli innanzi il suo sozio , e squadernatogli 
sugli occhi il fatale chirografo , chiesegli V adempi- 
mento delle giurate promesse. Parve temeraria T in- 
chiesta di Sàtana al vicario di Cristo, e tentava con 
sottili ragionamenti a schermirsene: ma il maligno 
che non sapeva armeggiare a parole , poiché non 
aveva appreso dialettica, come quel suo confratello che 
diceva a Guido di Montefeltro 

Tu non pensavi eh' io loieo fossi , 

gli ruppe senz'altro con un colpo la testa e sen 
portò l'anima seco, onde il famoso ditterio: 

Homagium diabolo fecit et male finivit 

Come agevolmente si scorge , la leggenda del dottor 
Fausto non è nuova, né propria della sola Germania: 
noi la troviam pure in Italia e immedesimata nella 
istoria de' papi. 

Altri aggiunge che Gerberto convenne col demonio, 
che gli sarebbe prolungata la vita, finché non avesse 
celebrata la messa in Gerusalemme: ma il poco accorto 
pontefice recatosi ad uflSciare in quella chiesa di Roma 
che chiamavasi di Santa Croce in Gerusalemme, Satana 
che ivi appostavalo, gli fu in un attimo addosso e lo 
spense. Altre leggende ci diranno della sua moltiforme 
sapienza, e del libro furato ad un arabo coli' aiuto 
della figliuola di lui, in virtù del quale coUegavasi 
con gli esseri sovrannaturali, i djinns degli orien- 
tali e i demoni del cristianesimo; ci diranno della 
statua nel campo di Marte in Roma, che portava 



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181 

scrìtto sul capo — Aie perente — le quali parole 
avendo il solo Gerberto interpretate, potè imprendere 
uno strano viaggio sotterra ; ci diranno della testa da 
lui fabbricata che gli profetava il futuro, ed altre me- 
raviglie siffatte, che mentre giovano alla pittura de' 
tempi, mostrano aperto com'ei fosse tenuto in conto 
di un uomo superiore a' suoi coevi. 

E invero Gerberto fu uno de' più grandi person- 
naggi politici del secolo X, e il primo che recasse la 
scienza sul seggio di Piero. Benché nato di umile 
sangue in Alvemia, l'Italia in cui passò parte della 
sua vita e che l'ebbe sul più eccelso de' troni, lo 
annovera a buon dritto fra i suoi. 

Condotto da Borello conte di Barcellona in Ispagna, 
frequentò lo studio di Cordova, e in quel focolare 
della civiltà arabica apprese la chimica e la mecca- 
nica in guisa da poter poscia costrurre il suo famoso 
orologio a bilanciere, e queir organo, i cui tasti erano 
messi in movimento dal vapore. Eeduce dalla Spagna, 
pose sua stanza in Eoma, ed entrò in favore d'Ot- 
tone il Grande, che gli commise 1' ufficio di precet- 
tore del proprio figliuolo, ed indi per compenso gli 
ottenne nel 965 la dignità abaziale nel monastero dì 
Bobbio. Ma lungamente non potè esercitare il nuovo 
suo ministero. L'abbazia bobbiese trovavasi allora 
nelle più estreme distrette per opera dei vicini si- 
gnori che tentavano usurpare la miglior parte delle 
sue terre, e massimamente di Pietro vescovo di Pavia, 
poi papa Giovanni XIV, che armata mano ne diser- 
tava le possessioni. Gerberto in una sua lettera 
espone all'imperatore ed alla di lui madide Adelaide 
le dure privazioni imposte a' suoi monaci — E' muo- 
jonsi, diceva, di fame: non han vesti per coprii'e le 
loro nudità : deserti i granai, la farmacia senza droghe. 



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182 

vuota la borsa comune .... Io non invoco che sola 
una grazia: mi sia concesso di recarmi in Francia, e 
vivere nel disagio da solo, piuttosto che mendicare in 
Italia con tanti infelici, bisognevoli, al pari di me, 
d'ogni cosa. — 

A queste sventure s' aggiunsero in breve le tribo- 
lazioni interiori provocate da' suoi stessi soggetti, 
che esacerbati da tanti mali, e spinti, com'io penso, 
da quella violenta reazione che allora cominciava a 
manifestarsi in Italia contro l'autorità dei conti, 
dei vescovi e degli abati d'origine franca e germa- 
nica, in una rivolta lo cacciarono dal monastero e 
gli elessero un successore. 

Recatosi in 'Germania , fu accolto lietamente da 
Teofania moglie di Ottone II; indi venuto a Reimg 
presso l'arcivescovo Adalberone, prese a diriggere 
quella scuola episcopale ed ebbe a discepolo Ro- 
berto, flgUo d'Ugo CapetoT Da questo punto s'apre 
una nuova vita per lui, un campo larghissimo a mene 
tortuose e a intrigamenti sacerdotali e politici. Ne' 
quali noi noi seguiremo, come quelli, che affiitto 
alieni dal nostro letterario istituto, più strettamente 
s' annestano alla storia di Francia. 

Non possiamo per altro passare in silenzio, come il 
futuro papa sentisse e qual giudizio portasse dell' au- 
torità pontificia: onde ci sarà agevole arguire, quanto 
egli abbijt avanzato nelle invettive contro la curia di 
Roma gl'istes^i più audaci fautori della Riforma. Il 
concilio raccolto in Reims nel 991, avea per precipuo 
intento il raffermare la deposizione d'Arnolfo, ba- 
stardo di re Lottarlo, dalla sede arcivescovile di quella 
città, alla qual dignità era stato eletto in sua vece 
lo stesso Gerberto, e di non riconoscere V opposizione 
del papa. Due fsizioni stavano a fronte: la papale e 



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183 

r episcopale : capo della prima il famoso agitatore Ab- 
bono di Fleury, partigiano dei monaci e ostile ai: ve- 
scovi: sostenitore della seconda il nostro Gerberto. 
Passando sopra alle contenzioni, talora anche batta- 
gliere e manesche, eh' ebbero luogo in quella sinodo , 
diremo soltanto, che fu in essa fermato, non doversi 
attenere alle decisioni di Roma: poiché se alcuni 
pontefici dei primi secoli della chiesa aveano ben me- 
ritato del clero, ninna osservanza era dovuta a coloro- 
che allora inquinavano la sedia apostolica. Che se 
al concilio paresse non essere il caso d'emettere la 
propria opinione nella causa d'Arnolfo, meglio tor- 
nava recarla innanzi ai vescovi della Grermania e del 
Belgio, anziché a quelli della nuova Babilonia, da 
cui nulla poteva cavarsi che a prezzo d' oro. 

A fronte di tali contumelie Eoma non potea starsi 
inerte: ond'é che papa Giovanni XV sospese tutti 
quei vescovi che erano intervenuti al concilio. Ma 
Gerberto non volle darsi per vinto, né riconoscere 
una tal sospensione. Scrisse a tal uopo all' arcivescovo 
di Sens una lettera che pel suo tenore giova in parte 
qui riferire, a sgannar quegli illusi, che non veggono in 
quella età che prono ossequio e intera sudditanza alla 
chiesa. « In qual modo i nostri avversari ponno affermare 
che a balzare Arnolfo di seggio richieggasi il giudizio 
del vescovo di Eoma? Possono ei sostenere che un 
tal giudizio sia al disopra di quello dì Dio? Il 
primo apostolo di Roma, anzi il principe degli apo- 
stoli dice : d' uopo é obbedire piuttosto a Dio che agli 
uomini; e Paolo, precettor delle genti, esclama: se 
talune annuncia insegnamenti diversi da quelli che 
egli ha ricevuto, fosse anche un'angelo, anatema sul 
di lui capo I Forse perchè papa Marcellino bruciò in- 
censi in onore di Giove , è egli mestieri che tutti 



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184 
i vescovi sacrifichino a Giove del pari? Io sto saldo 
nel credere, che se il vescovo di Roma peccò contro 
il Padi'e suo, e per quantunque più vojte ammonito 
non volle ascoltar la voce della chiesa, egli dico, il 
vescovo di Eoma, dee giusta il divino precetto te- 
nersi in conto di un eresiarca e di un pubblicano; 
imperocché più eminente è il grado, più profonda sarà 
la caduta .... E s* egli perfidia a crederci indegni 
-della comunione, perchè niun di noi conaente a pen- 
sare contrariamente alle verità del Vangelo , ei non 
varrà per altro a separarci da Cristo . . . Voi non 
potevate adunque essere sospesi, al pari di rei che 
confessano il lor maleficio o che ne sono convinti; 
voi non siete ribbellanti né refrattari : voi non avete 
mai rifuggito dai santi concili, voi puri nella co- 
scienza e negli atti, voi non colpiti legalmente da 
ninna condannazione. . . . Respingiamo adunque una 
falsa accusa, disppezziamo un giudizio illegale, aflSn- 
ché volendo sembrare innocenti davanti la chiesa, 
non diveniamo colpevoli innanzi a noi stessi ». 

Lji voce di Gerberto sonò onnipossente presso Y e- 
piscopato francese, che non volle piegarsi innanzi alla 
sospensione papale. Senonché morto Ugo Capeto e 
salito al trono suo figlio Roberto, più monaco assai 
che monarca, Roma potè trionfare dei vescovi, e Ger- 
berto venne deposto. Lasciata allora la Francia, cercò 
un asilo presso gli antichi suoi protettori, gli impe- 
ratori tedeschi: e infatti il giovane Ottone in di cui 
era stato maestro, il trasse seco in Italia, ove ebbe a 
sostenere in Ravenna una solenne disputa sulle ma- 
tematiche contro Otrico sopranominato il filosofi) in- 
nanzi air imperatore*e a quello Adalberone arcivescovo 
di Reims, di cui per lo innanzi, come avvertimmo, era 
stato il segretario. Superato e costretto al silenzio il 



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185 

suo avversario , benché dottissimo , s' ebbe in premio 
r arcivescovato di Kavenna, da cui, morto Gregorio V, 
ascese colla protezione imperiale nel 999 il seggio di 
Pietro col nome di Silvestro II. 

Merita d* essere qui riferito, come pittura de' tempi, 
il decreto, con cui Ottone III lo innalzava in modo 
affatto irregolare al papato; decreto, la cui autenticità 
non fu posta in forse uè dal Baronio, né dal Fan- 
tuzzi, né dal Muratori. « In nome della Triade una ed 
individua: Ottone servo degli apostoU e per volohtà 
di Dio imperator dei Romani: 

» Confessiamo essere Eoma la metropoli del mondo 
e madre di tutte le chiese romane, sebbene abbia per 
ignavia ed ignoranza de' papi offuscato il suo primo 
splendore. Conciossiachè e' vendettero quanto essa 
possedeva al di fuori, e ciò che più accora, e' fecero 
in questa nostra stessa città d' ogni cosa mercato, 
dando a ragion di danajo ciò eh' altri appetiva , e ra- 
pinando perfino gli altari dei SS. Pietro e Paolo. 
Messe in fondo le leggi, avvilita la chiesa, salirono i 
pontefici in tanto orgoglio, che fatto gitto de' loro 
beni per satisfare la lor vanità, si rivolsero contro il 
nostro impero, e si risarcirono con involarci parte assai 
ragguardevole delle nostre province. 

» A coonestare le loro usurpazioni cavarono fuori fa- 
vole e menzogne, delle quali per altro l' età fé' giusta 
ragione , ma eh' essi spacciarono sotto il nome del 
gran Constantino, laddove per contro è a nostra sa- 
puta essere state vergate in caratteri d' oro dal dia- 
cono Giovanni nomato il Sema-dita, 

» Eguale mendacio é la donazione che attribuiscono 
ad un certo Carlo (il Calvo), il quale die ciò che non 
era suo e che dar non poteva, e che male aveva car- 
pito e disperava di poter conservare, siccome quei 



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186 

che fu scacciato e balzato di seggio da un altro Carlo 
(il Grosso) di lui più legitimo. 

» Respinte adunque tai fole e vane scritture, noi, 
come per Tamor di S. Pietro abbiamo eletto a papa 
Silvestro nostro precettore, e coir aiuto di Dio po- 
stolo in seggio, così per amore dello stesso Silvestro 
e ad onore di Dio e del principe nostro S. Pietro, 
offriamo e doniamo ad esso S. Pietro gli otto contadi 
di Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Fossombrone, 
Calii, Iesi ed Osimo, volendo che gli possegga tran- 
quillamente, e se altri oserà molestarlo, vogliamo sia 
condannato a restituire il mal tolto e a perdere i 
propri averi ». 

Gerberto, salito il soglio, c'appare un altro uomo: 
le sue opinioni sovra il papato mutano affatto : Sil- 
vestro fa obliare Gerberto. Egli riconosce e conferma 
quell'Arnolfo medesimo, che per lo innanzi tanto 
acremente avea combattuto. Non fu sul trono ponti- 
ficale un santo per vero, sì un papa di una grandezza 
fino allor sconosciuta. Egli tanto rialzò la dignità 
della tiara, quanto già l'aveva abimata. 

Gerberto morì agli 11 maggio del 1003. È pura 
favola che Stefania vedova di Crescenzio, gli abbia, 
come ad Ottone, propinato un veleno. Fu interrato 
in Laterano , ove Sergio V suo discepolo gli eresse 
un sepolcro. Per lunga stagione si tenne (tale era pur 
la credenza del Platina) che quando un papa versava 
in fin di vita, questo sepolcro trasudasse al di fuori, 
e si agitassero Tossa al di dentro. 

Ed or lasciato da parte il pontefice, dobbiamo con- 
siderar r uomo di lettere , il maggior scienziato del 
secolo. Ci resta di lui una raccolta di circa ducento 
epistole, prezioso tesoro per la storia dell'età sua. 
In essa vedesi l' uomo tenero ancora de' classici studi. 



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187 

Dettò un trattato di logica col titolo De rationali et 
rationi uti, Ubellus : un altro in risposta ad una que- 
stione mossagli da Ottone II sopra V Introduzione di 
Porfirio, e nella occasione del suo episcopato in Ea- 
venna un discorso De in/ormatione episcoporum, in 
cui esalta la supremazia episcopale di guisa , che il 
comparare , egli dice , a questa dignità la corona dei 
re , sarebbe come raffrontar Y oro col piombo. Fu 
sommo teologo : il suo trattato sul mistero eucaristico 
fa tenuto come il più profondo del secolo , vuoi per 
gl'intrinseci pregi, vuoi per aver egli dedotto le sue 
arguizioni non dalla sola autorità dei Padri, come al- 
lora era stile, ma bensì dalla dialettica, dalla fisica 
e perfino dalle matematiche. Chiamò, a dir breve, le 
scienze positive a rincalzo delle materie dommatiche. 
Scrisse anche dei versi che son per ferm.o i mi- 
gliori di queir età. A' conforti d' Ottone III dettò 
repitaffio che doveva adornare il mausoleo eretto 
nella chiesa di S. Pietro- in Cieldauro a Boezio, di 
cui canta : 

gladio bacchante Gothorum 

Libertas romana perii, tu coiiaul et exsul 
Insignes titolos praeclara morte remittis. 

Ma ciò che lo fé' straordinario a suoi tempi, che 
r ebbero in conto di negromante e di mago, fu lo ster- 
minato sapere attinto dagli Arabi, e in ispecie le co- 
. gnizioni meccaniche e matematiche ond' era fornito a 
dovizia, nonché molti segreti scientifici, che vennero 
da lui divolgati nelle scuole di Reims, di Germania 
e di Bobbio. A lui deve l'Europa l'introduzione delle 
cifre arabiche conosciute già da Boezio, e con esse 
il sistema decimale , awegnacchè sien volti più se- 
coli innanzi se ne propagasse per opera del Fibonacci 



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188 

r usa nelle scuole e nel popolo ; la sua geometria me- 
rita d* essere anche oggidì compulsata per chiarità di 
dettato, eccellenza di metodo e dicevolezza d* applica- 
zioni. Nelle discipline astronomiche la sua scienza 
tenea del prodigio, per aver chiarito il modo di fer- 
mare il meridiano e la circonferenza della terra, di 
costrurre sfere celesti in un coli* orizzonte e i. segni 
zodiacali , non che orinoli solari. 

L'arte degli orinoli mai non venne manco in Italia, e 
e' è noto che Pipino il Breve ebbe in dono da papa Paolo I 
una clepsidra a ruote e a complicati congegni. Ma sol- 
tanto Silvestro II riprese, dopo dodici secoli, il disegno 
attribuito ad Archimede della forza motrice per opera 
dell'azione incessante di un peso unito a una corda 
avvolta a un tamburo munito della ruota dentata, 
dalla quale dipendeano tutti i moti dell'orinolo. È 
agevole il comprendere che questo trovato non avrebbe 
potuto operare che mediante un moderatore, il quale 
ad eguali intervalli arrestasse la ruota dentata: il 
che ottenne Gerberto col mezzo di un bilanciere, 
che sei secoli appresso Galileo Galilei condurrà a 
perfezione colla scoperta dell' isocronismo del pendolo. 
Si crede a lui ben anche dovuta l'invenzione degli 
organi idraulici, ottenendo col calore dell'acqua, la 
corrente d'aria valevole alla produzione del suono. 
E per restringere in breve assai cose , e' non solo 
raccolse in sé tutto il sapere de' suoi contemporanei, 
ma l'avanzò di gran tratto; talché il D'Alembert 
sentenziava, che s' ei fosse visso all' età di Archimede 
forse l'avrebbe eguagliato. 

E qui prima d'accennare alla sua scuola e alle 
novità introdotte nel suo insegnamento, gioverà divi- 
sare lo stato delle cognizioni in Francia , e in parte 
anche in Italia , quasi tutte ristrette ai soli Trivio e 



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189 

Quadrivio, che reputavansi contenere il tesoro di tutta 
r umana sapienza. 

Il Trivio, quasi triplex via ad eloquentiam, come 
leggesi in Uguccione, comprendea la grammatica, la 
rettorica e la dialettica. La prima versava sullo studio 
della lingua latina, perocché del greco non aveansi 
altre scuole che quelle d' Italia, specie in Eoma , in 
Ravenna ed in Napoli, per le relazioni che le strin- 
geano colla corte orientale. Per altro il latino di 
queir età era una lingua barbara, informe , in cui le 
regole grammaticali foggiavansi con metodi assurdi ed 
empirici. Si svolgeano agli alunni le diverse parti 
del discorso, la prosa, la poesia, l' ortografia, l'etimo- 
logie ed i tropi, ma senza dar loro norma veruna a 
causare gli errori e procacciarsi un leggiadro stile. 
Succedea la retorica, la quale, priva anch'essa di giusti 
criteri, restringevasi a trattare dei diversi generi di 
eloquenza e delle più usitate figure. La dialettica 
porgea la definizione delle idee generali, e V arte e i 
modi di sillogizzare; ma da poche regole infuori per 
ben usare il sillogismo, in nulla contribuiva a forti- 
ficare gl'ingegni e a formare i veri oratori. 

Il Quadrivio a sua volta contenea T aritmetica, la 
geometria, l'astronomia e la musica. La prima gui- 
dava i giovani, più che ai precetti del calcolo, all' ac- 
quisto delle arti magiche e cabalistiche allora in gran 
pregio; la geometria porgea qualche sentore delle li- 
nee, delle figure e dei solidi, ma i teoremi d' Euclide 
erano affatto ignorati ; l' astronomia e la musica smar- 
rivansi in erronee nozioni intorno gli epicicli, i poli, 
il movimento degli astri , il divario delle stagioni e 
intorno alcuni istrumenti , senza avvalorare le teoriche 
di veruna pratica applicazione. Né questa umiltà delle 
scienze dee meravigliare gran fatto se si fa stima , 



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190 

che tutte doveano assoggettarsi alla teologia, di cui 
nomavansi ancelle. AI di là della quale ogni sapere 
era vano. Perchè doveasi imparar la grammatica ? Per 
conoscere le figure ed i tropi dei libri sacri. Perchè 
la prosodia? Per conseguire una qualche nozione dei 
vari metri dei salmi. La dialettica? Per distinguere 
il bene dal male , il vero dal felso , e possedere in 
essa un'arme per combattere gli eresiarchi. La geo- 
metria? Per conoscere le dimensioni dell'arca noe- 
tica e del tempio di Salomone. L'astronomia e la mu- 
sica? Perchè 1' una insegnava il ricorrere delle fe- 
stività religiose , e l' altra le salmodie della chiesa. 
Tali erano le condizioni delle scuole francesi. 

Ma ben altro indirizzo v' impresse Gerberto, il cui 
metodo ci è riferito dal suo discepolo Eichero in tal 
guisa — Lo studio della dialettica iniziavasi colla In- 
troduzione di Porfirio, nella versione e nei commen- 
tari di Vittorino e di Manlio, con le categorie e il 
libro delle interpretazioni d'Aristotele, con la topica 
nella traduzione di Cicerone e nel commento di Manlio; 
con quattro libri De topicis differentiis, due intorno 
ai sillogismi categorici, tre agli ipotetici, uno delle 
definizioni ed un altro delle divisioni. Guidava i suoi 
alunni allo studio della retorica mercè una accurata 
lettura e imitazione dei poeti, mettendo loro alle mani 
Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio ed Orazio. 
Come parte della logica insegnavasì eziandio la sofistica. 
Nelle matematiche con fatica e sollecitudine addottri- 
nava soltanto i migliori. L'aritmetica le precedeva. 
Una gran lastra da conteggiare , sulla quale per la 
prima volta era posto in veduta il sistema dei numeri 
arabici, insegnava agli attoniti popoli d' occidente le li- 
brettine. Seguiva appresso la musica, pressoché ignota 
fino a quel giorno alla Francia, ì cui generi col mezzo 



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191 

del monocordo ei sottopose all' intuizione ed al cal- 
colo. Veniva da sezzo T astronomia , la quale tenuta 
fino a quel dì per incomprensibil cosa , egli con ac- 
conci istrumenti appianò alla intelligenza dell* uni- 
versale. Una sfera fingeva la distesa de' cieli; un 
cerchio massimo orizzontale, l' orizzonte : un diametro 
proporzionalmente obliquo all'orizzonte, l'asse. Ap- 
presso appuntava l' oriente e 1' occidente : e 1' osser- 
vazione degli a^tri al loro sorgere e declinare sug- 
geriva i circoli paralelli, ne' quali e' si muovono. Per 
altre indagini assai gli valse l' uso d' un semicerchio 
dal diametro mobile, e in cui le semicorde in rispon- 
denti lontananze indicavano la posizione delle cinque 
zone, n semicerchio divideasi in trenta parti. Lon- 
tani dal polo sei parti, vedeansi controsegnati i cir- 
coli polari: alla distanza di undici, i solstiziali. Il 
raggio paralello all' orizzonte rispondeva all' equatore. 
In un'altra sfera aveva indicato, oltre la posizione 
dei cinque circoli principali, anche il zodiaco, e in- 
torno a lui il ben inteso andar dei pianeti. In una 
terza sfera per ultimo raflEigurava la volta celeste, 
segnando i singoli astri con punte di ferro e di bronzo : 
e una canna bugia serviva a mirar per essa la stella 
polare , e orientare in tal guisa la sfera. Del che 
ognun forte meravigliava come di cosa divina, poiché 
anche agli ignari era dato, non appena loro addita- 
vasi una costellazione e l'immagine sua sulla sfera, 
rinvenire agevolmente tutte le altre costellazioni nel 
cielo. 

L' insegnamento delle scienze astronomiche che 
Gerberto estese alla Francia veniva,, assai più che 
generalmente non credesi, coltivato nelle scuole ita- 
liane. Ne sia prova il calendario del IX secolo che 
si conserva in Firenze, e che venne dall'abate Xi- 



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192 

menes dottamente illustrato. Questo documento risale 
all'anno 813, e contiene — traccie si belle, dice il 
suo chiosatore, di osservazioni astronomiche, eh' è ve- 
ramente da ammirare come mai in un secolo sì ca- 
liginoso, si giungesse a questa chiarezza. Imperocché 
si vede da esso manifestamente, che in Firenze fino 
dal secolo IX già si erano accorti dello spostamento 
dei punti equinoziali e solstiziali sofferto dal concilio 
Niceno fino a quel tempo nel calendario Giuliano , che 
allora la chiesa seguiva. Né ciò si arguisce per qualche 
dubbiosa congettura, ma apparisce manifestamente da 
quattro passi dello stesgo calendario , che a prima 
vista reca ammirazione e confusione. — E segue ad- 
ducendo non dubbife prove delle sue attestazioni, prove 
che come affatto aliene al nostro argomento si vo- 
gliono omettere; paghi sol d'accennare che questa 
scienza fii sempre viva tra noi, e ne saranno in 
breve dittatori e maestri queir Alberico monaco cas- 
sinese, che nel 1079 Gregorio VII chiamava alla sinodo 
romana perch'ivi tenesse il campo contro l'empietà 
di Berengario: e quel Pandolfo di Capua pur cas- 
sinese, uom parimente di molte lettere, e nelle astro- 
nomiche discipline dottissimo. 

Francesco Gerberto che dalle più umili origini sì 
leva a si cospicua altitudine, può tacciarsi di subdoli 
intrighi, d' aver mutato parte e linguaggio a tener 
degli eventi, ma ninno gli può contendere la gloria 
d' essere stato il più saputo de' tempi suoi; ninno gli 
negherà d'aver perdonato, pontefice, a quegli avver- 
sari, che privato, avea perseguiti. Non picciol vanto 
in un secolo che vide papa Formoso giudicato, sebben 
già morto, dallo stesso suo successore. Imperocché 
fattone disumare il cadavere, ordinò si collocasse sullo 
sgabello dei rei, e gli si assegnasse un difensore. Indi 



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193 

tolse a interrogarlo — o vescovo di Porto, come ti 
venne fatto innalzarti fino al trono di S. Pietro? — 
Invano il suo patrocinatore prese a scagionarlo con 
eloquenti parole : i giudici non si lasciaron convin- 
cere. Laonde spogliato delle sue ornamenta il cada- 
vere pontificale, gli vennero dapprima mozze tre dita 
e quindi tronca la testa. Il corpo fu scaraventato nel 
Tevere. 

Tristo secolo invero pei disordini del sacerdozio, e 
pei malvagi papi che aveano in pastura il gregge 
di Cristo. Da Giovanni Vili suir ultimo scorcio del 
IX secolo, fino a Leone IV neir undecime, s' ebbe una 
serie di cinquanta fra papi e antipapi, tali che mos- 
sero il Baronie, Y istorico dei pontefici , a scrivere in 
tono sarcastico — Dio per certo dormiva profondo 
nella sua navicella fra gli orrori di quella tempesta; 
le cortigiane disponevano allora del seggio di Pietro. — 
E alludeva alle sanguinose libidini di Marozìa e Teo- 
dora cfie posero i loro drudi sulla sedia apostolica. 

Volgeva allor queir età in cui Y universale credenza 
tenea per imminente la consumazione dei secoli. Fino 
dai primi tempi del cristianesimo essa venne annun- 
ciata alle genti: lo affermavano alcuni tratti del Van- 
gelo, e più chiaramente quelli dell' Apocalisse — Dopo 
mille anni Satana lascierà la sua prigione e sedurrà 
i popoli che sono ai -quattro angoli della terra . . . 
Il libro della vita sarà aperto: il mare renderà i suoi 
morti: l'abisso infernale i suoi: ciascuno sarà giu- 
dicato secDudo r opere sue da Colui eh' è assiso sovra 
un trono raggiante, e vi avrà allora un nuovo cielo 
ed una nuova terra — Lattanzio nel settimo libro 
delle sue Istituzioni divine, seguendo gli oracoli dei 
libri sibillini, sulla autenticità dei quali punto non 
dubitava , l' avea del pari predicata assai prossima. 

E. Celesia, storia della Letterat. in Italia. ft 



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194 

Come vi ebbero sei giorni per la creazione, seguiti 
da un giorno di riposo, cosi dovean svolgersi per la 
vita del mondo sei mille anni e non più, seguiti dal 
millenario di Cristo, sabbato finale dei tempi. Secondo 
l'anzidetto scrittore, il sesto giorno assegna vasi in- 
torno al mille, tignale dottrina era stata dagli Arabi 
diffusa in Europa, essendo noto che Maometto avea 
scritto — il mondo avrà sette mila anni di vita: io 
son venuto neir ultimo millenario di questi sette mila 
anni : ond' è che il giorno del novissimo giudizio non 
può dirsi lontano. — 

A queste credenze cattoliche e saracene consuona- 
vano inoltre i presentimenti pagani. I Eomani che pur 
reputavano eterna la loro città, non poteano scuotere 
il terrore che loro incuteva un vaticinio etrusco, se- 
condo il quale le città e gì' imperi dov^ano percorrere 
un ciclo fatale , volto il quale era mestieri che al 
pari degli individui cadessero. Questo ciclo era di 
dodici secoli, i quali aveano appunto avuto il Wr com- 
pimento nel tempo in cui giacque l'impero occiden- 
tale. Ond' è che un* ansia mortale, una irrequieta cura, 
un lugubre presagio occupava gli spiriti affranti nella 
espettazione della formidata catastrofe. L' agonia del- 
l' impero latino era suonata; ora attendeasi quella 
del mondo. E tutti guardavano con isgomento rav- 
vicinarsi del mille: e più questo appressava, più gli 
spiriti davansi in preda ad arcani terrori. Burcardo, 
un monaco di Turingia , lo predicava alle genti : i 
Padri della chiesa lo raffermavano; chi potea dubi- 
tarne? L'eternità stava, diceano, per cominciare do- 
mani ; talché i popoli erano divenuti a tale, che appena 
satisfaceano alle più stringenti necessità della vita. 
Ogni cosa interrotta : spezzato ogni vincolo. I grandi 
legavano alle chiese, ai monasteri le lor terre e i 



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195 

loro castelli: e più prodigo di larghezze mostravasì 
chi più avea Y anima contaminata di colpe ; i molti 
atti di donazione fino a noi pervenuti, cominciano 
appunto con le bieche parole — essendo imminente 
la fine del mondo. — Molti ancora desiderando pia- 
mente morire traeano in Palestina per appressarsi 
alla valle di Giosafat , ove aspettavano d* essere in 
breve chiamati al giudizio finale. Intanto innumere- 
voli turbe di penitenti, uscite dalla Germania, dal- 
ringhilterra e dalla Francia (che in Italia e in Ispagna, 
come più còlte, potè assai meno il terrore del giorno 
supremo) percorreano l'Europa, mostrando attriti i 
lor corpi dai protratti digiuni e sanguinenti dalle 
battiture e cilici onde si maceravano; dove altri per 
converso, o men creduli o più legati alla t^rra, si 
tuffavanp, finché avean tempo, in ogni sorta di godi- 
menti e di vizi. 1 servi disertavano le officine ed i 
campi, né i signori curavano di richiamarli; a che 
durar nel lavoro, se tra poco ogni cosa doveva ces- 
sare ? Ogni ora chtf volgeva era un passo di più verso 
la tomba. Alla vigilia del giorno fatale le popolazioni 
estereffatte da tetre paure si riduceano confusamente 
nelle chiese, nelle basiliche, ne* recinti consacrati, at- 
tendendo fra i singulti e le lagrime Y universale sov- 
vertimento. 

Ma sorse il mille, e i segni precursori dello ster- 
minio non appariano : gli astri non si staccavano dal 
firmamento : le sette trombe degli angeli profetati non 
echeggiavano per la volta celeste. Altri anni volgeano, 
e la natura immutabile nelle sue leggi proseguiva 
nel regolare suo corso. 

Non pertanto Y erronea credenza rimettea talora • 
radice: anzi un vescovo di Firenze, Ranieri, con 
tanta ostinatezza la predicava, che Pasquale II si 



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196 

vide costretto a raccogliere nel 1115 un concilio in 
quella città per divellerne i talli funesti; senonchè i 
seguitatori del vescovo sollevarono tali sedizioni in 
seno alla sinodo stessa, che impedirono la di lui con- 
danna. Ma intanto lo spirito umano cominciò a sol- 
levarsi: Tuomo apre ancora gli occhi alla luce, e 
vede questa terra allegrata dal sorriso di Dio, non 
soggiorno di riprovazione e di pena, ma sede di gioia 
e d' amore : e sente in lei quel divino, che avea prima 
riposto soltanto nei cieli. Da questo istante comincia 
un* èra novella : una operosità non più vista agita i 
popoli. Le crociate, di cui si deve, anziché a Pietro 
d'Amiens , il primo concetto a* Gerberto , aprono un 
vergine campo air arti , alle industrie ed al traffico : 
sorgono i municipi, e con essi il bisogno delle libertà 
popolari ; ogni città erige la sua cattedrale, il palagio 
del comune; e quando Gregorio VII si affermerà si- 
gnore del mondo, i popoli italici comincieranno quella 
lotta di secoli, eh' è tanta e si dolorosa parte della 
storia nazionale. 

Anche gli studi e le nobili discipline veniano con 
rinnovata lena ripresi. Cominciavano a fiorire le scuole 
di Salerno e di Parma, illustrate dai maestri Ivone 
e Gualtero: instituivansi le scuole private , la cui 
fondazione s'ascrive al famoso Katerio. 

Benché sortisse in Liegi i natali sul declinare del 
IX secolo, noi possiamo a buon dritto ritenerlo come 
italiano, avendo in questa sua patria d'adozione tra- 
scorsa la vita, di continuo travolta in quelle agitazioni 
civili, che aprono agli ambiziosi il campo per levarsi 
dalla volgare schiera. Correndo il 931 conseguiva 
' rinfule episcopali di Verona, dal quale seggio indi 
re Ugo balzavalo , per aver Eaterio schiuse le porte 
della città ad Arnolfo il Bavaro. Questa sua fellonia 



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197 

scontò assai duramente con tre anni di carcere. Rimesso 
da Berengario nel pristino grado, ebbe avverso il 
suo clero , talché gli fu mestieri rifugiarsi in Pro- 
venza, iSnchè Ottone I gli ottenne da Giovanni XII, 
per la terza volta la sedia episcopale di Verona, che 
dopo infiniti contrasti dovè ancora abbandonare. Usci 
di vita nel 974: uomo d'immensa coltura, fatta 
ragione de* tempi in cui visse; ma' d' ingegno torbido 
ed intollerante. Le animosità del suo clero furono 
suscitate dai severi provvedimenti da lui messi in 
opera per far in esso fiorire gli studi. Egli è strano 
come in mezzo alle lotte partigiane di cui fu parte 
principalissima nell'età sua, abbia trovato modo e 
tempo sufficiente per dettar quegli scritti che di lui 
ci rimangono. I più son di polemica; la nan*azione 
del suo viaggio in Roma è una pittura della sua 
indole, che gli rendea nimichevole chiunque lo avvi- 
cinasse ; il suo Agonisticon, dettato durante la sua 
prigionia , è una raccolta d' istruzioni e di precetti 
cavati dalla Bibbia, dai poeti e dai greci autori che 
egli avea famigliari : tra questi è notevole un disegno 
di educazione del principe. Ma su tutte le opere sue 
tiene il primo luogo una grammatica che stranamente 
intitolò Serva dorsum o Spara dorsum (dal fiamingo 
sparen , preservare) , quasi volesse significare ai di- 
scenti, di causare per essa le battiture, che i mae- 
stri d'allora non risparmiavano ai loro discepoli. 

Cominciano in questa età :i prosperare ovunque gli 
studi. Ottone, vescovo di Vercelli, apre nella sua diocesi 
insegnamenti gratuiti pei laici. Abbiamo di lui un 
commento sulle lettere di S. Paolo ed altre opere, 
fra le quali un libro De Pressuris ecclesiasticis , di- 
retto a rintuzzare le violenze dei laici, e a conseguire 
l'indipendenza e i privilegi del clero: segno non 



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198 

dubbio deir avversione dei popoli al potere teocratico. 
Quanto egli soprastasse al suo secolo, appare dall'a- 
vere fieramente condannato il duello introdotto dai 
Longobardi, dal quale non ayean modo a sottrarsi gli 
uomini di chiesa, né i vescovi stessi, tuttavolta do- 
vessero provare per se e per altrui la giustizia e 
r equità* delle loro ragioni. 

Anche Atanasio vescovo di Napoli fonda istituti di 
lettori e cantori, e zela ogni maniera di studi. La 
giurisprudenza riprendeva gli antichi metodi e n' e- 
rano celebrati maestri Bonomo, Bonifacio ed Attone.: 
L'amore per ogni genere di coltura cresceva: per le 
scuole andava lodatissimo il carme di Berengario; i 
codici veniano ricercati e trascritti: e a tale si giunse, 
che decretaronsi pubbliche preghiere per coloro che 
avessero offerto libri alle biblioteche claustrali. Ger- 
herto, primo fra tutti, promuove lo studio e l'emen- 
dazione delle opere antiche , che d' ogni parte solea 
raccogliere, profondendovi ingenti tesori , del che le 
sue epistole fan piena fede. In una d' esse indiretta 
a Eainaudo Monaco scrive : « tu non ignori con quanta 
sollecitudine io raccolga d' ogni parte gli antichi 
esemplari: tu non ignori quanta copia di libri nelle 
città e ne' villagi d' Italia s' incontrino » ; prova 
apertissima che gli studi delle lettere non gia- 
cevano tra noi così in fondo, come per molti si tiene. 
Raccoglitori del pari indefessi n' erano quel Desi- 
derio abate di Montecassino che fu poi papa col 
nome di Vittore III, e Gerolamo abate nel monastero 
della Pomposa, nel quale, come in quello di Casauria 
Pescara, vivissimo era il fervore che regnava tra i 
monaci nel copiare e miniar libri, aprendo cosi la via 
a coloro che in quest' arte illustrarono il secolo XII, 
cioè Mauro, Giovanni e Olderico. Questo fervore per 



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199 

ogni nobile disciplina travalicava d' Italia oltremonte, 
poiché vedremo tra breve sorgere in Francia le scuole 
di Lione, di Reims e di Fleury ; in Alemagna quella 
di Utrecht, di Paderbon e di Fulda. Perfino le comu- 
nità, femminili risentono questo intellettuale risveglio, 
e ne sia testimonio quella Hroswita, monaca di Gau- 
dersheim , che si tradusse a tanta eccellenza di fama 
per i suoi poemi e le sue tragedie latine. Questo se- 
colo ci dà l'immagine di una di quelle notti luminose, 
in cui gli ultimi raggi del tramonto si prolungano 
fino ai primi splendori dell' alba. E V alba invero non 
era molto lontana. 



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CAPO X. 
LE CEONACHE 



SOMMARIO 

Delle cronache e delle leggende. — Cronache monastiche di 
Farfa , di Novalesa e di Casauria — La Cassinese di Leon 
Marsicano — -^ Pietro Diacono — Amato da Salerno — Ar- 
nolfo e Landolfo, danno alla cronaca fattezze laicali — Fra 
Salimbene da Parma — Scrittori delle due Sicilie — Caf- 
faro e i suoi continuatori. — Ogerio Alfieri e Guglielmo 
Ventura — Cronache in versi: Guglielmo Apulo — Il 
Carmen d'Ursone — Donizone e la Vita della Contessa 
Matilde — Poemi e tradizioni sul Barbarossa — Altri canti 
storici — Leggende sui primordi delle città italiane : Gal- 
vano Fiamma — Malespini e Villani — Hicobaldo ferra- 
rese — Graphia aureae urbis Bomae — Sull'origine delle 
principali famiglie : Beroldo — Letteratura sacra — La 
Leggenda Aurea. 

S* inizia nel 1050 , epoca assegnata dal Muratori 
al risorgimento degli studi italiani, la vera lettera- 
tura de' tempi di mezzo. A capo della quale porremo 
le notevoli cronache di Farfa, di Novalesa, di Ca- 
sauria, la Cassinese di Leon Marsicano e poche altre. 



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202 

Non ha molto che un illustre storiografo, il Botta, 
largo e fecondo dicitore, ma scarso di critica, levava 
la voce contro X invasione delle cronache e delle leg- 
gende , profetando , per poco che a tale andazzo non 
si ponesse una diga, il ritorno della barbarie tra noi. 
Se r autorità di un tanto uomo fosse prevalsa , se 
intenti soltanto alle illecebre della dizione, si fossero 
da noi trascurate le fonti onde emana la storia, la 
narrazione degli ^avvenimenti passati, chiusa in troppo 
esigui confini, mal avrebbe potuto avvantaggiarsi di 
tante memorie che i codici e le pergamene de' no- 
stri archivi racchiudono, e costituire una inesplo- 
rata congerie di materiali al futuro dettatore della 
storia d' Italia. Ond' è che le cronache , per quanto 
incondite e scabre, anziché porsi in disparte, vogliono 
essere ben addentro studiate, come le uniche faci che 
possono stenebrarci la via traverso un'età, che poco, 
a dir vero, curavasi di tramandare alla memoria degli 
avvenire le proprie vicende. 

Della cronaca dell' abazia di Farfa in Sabina giova 
addurre il giudizio che ne porge il Muratori anzidetto, 
il cui latino io traduco: « meraviglia il vedere quanto 
una tal cronaca, sebbene scarna e poco allettevole al 
più de' leggitori, valga a chiarire le costumanze e la 
coltura di que' rozzi secoli, siccome quella che ci dà 
piena contezza del reggimento civile, de' riti giuri- 
dici, dei diversi maestrati, della condizione dei servi 
e dei liberi, delle forme dei contratti, degli atti pub- 
blici ed innumerevoli altre nozioni ». Si sente infatti 
nel suo autore, il monaco Gregorio di Catino (1062), 
che un pensier nuovo comincia a destarsi: che urge 
raccogliere i fatti pria che il vento dell'età li disperda; 
ma che meglio torna il silenzio , anziché adulterare 
in qualsivoglia guisa la verità. Nelle sue pagine cessa 



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203 

per la prima volta il miracolo, e la storia riprende 
il suo ministero. 

Abbiamo nel patrizio Abbone il fondatore del mo- 
nastero di S. Pier della Novalesa, cui legò gran parte 
delle ricchezze da lui possedute in Borgogna , in vai 
di Susa e ueir Italia longobarda, come Biciati in 
vai Diubiasca, Talveco su quel di Pinerolo e altre 
terre. AflEatto sconosciuto per contro e' è Y autor della 
cronaca, sebbene sia noto che nacque d'illustre li- 
gnaggio in Vercelli a mezzo il secolo XI, ed abbia 
professato sotto l' abate Gezone la regola di S. Bene- 
detto , dapprima nel monastero di Braraeto ed indi a 
Novalesa in una con un suo consanguineo di nome 
Brumingo. Ivi dettò a lunghi intervalli, come le in- 
terruzioni e le diversità dello stile fan fede, i cinque 
libri della sua cronaca, in cui raccolse le cose più 
favolose de' tempi suoi, travalicando dalla storia alle 
più scempie leggende, dai fatti più eroici ai più 
umili. E non pertanto è da averisi in non picciolo 
conto, come quella che ricorda gesta e tradizioni, di 
cui non has d altrove riscontro veruno. Essa va special- 
mente notevole per la narrazione delle strane vicende 
in cui fu travolto Valtario , figliuolo d' Alfieri re di 
Acquitiuia. Il conte Napione, che ne compendiava 
il racconto, tiene doversi ravvisare nel cronografo di 
Novalesa il primo inventore del romanzo italiano; 
senonchà un poema sopra Valtario cavato fuori non 
ha molto per opera del Fischer da un chiostro della 
Baviera, distrugge una tale opinione. Il Fauriel ri- 
vendica questo poema alla Francia, e ne & autore 
un frate Geraldo, vissuto neir ultimo scorcio del se- 
colo IX, i cui racconti il monaco della Novalesa 
raccolse e fuse nella sua cronaca. Il Pertz ali* op- 
posto lo afferma d' origine teutonica, e vuole ne sieno 



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204 

subbìetto le ivecchie canzoni, onde si compose V epopea 
dei Niebelungi. Io son di credere che un tal poema 
canti le guerre romane della Gallia contro i Franchi, 
nelle quali ful^e si vivo il valor d' Ezio, vero prota- 
gonista del poema medesimo, il cui nome per succes- 
sive tramutazioni sì converse in Voltario. 

Il Chronicon Casauriense , opera di un monaco 
Giovanni figliuolo di Berardo , che la dettava nel 1 182 
per comandamento dell'abate Leonato, contiene una 
lunga serie d* avvenimenti che raggiiardano la fonda- 
zione del monastero, tavole cronologiche d'imperatori 
e di re e numerose collezioni di diplomi principeschi 
e papali. Si narra nel primo libro la discesa di 
Luigi II figlio di Lotario nelF Italia meridionale : e 
un poema in esametri lo esalta qual fondatore del- 
l' abazia di Casauria (866), edificata sur un' isola del 
fiume Pescara su quel di Penne, e da lui arricchita 
di popolose terre e di notevoli possedimenti sì in 
Roma, che nelle contee di Osimo , di Fermo ed al- 
trove. Il secondo libro tratta delle bellezze del mo- 
nastero. Casa Aurea, nome giustificato dallo incan- 
tevole prospetto del luogo e dalle dovizie e domini da 
lui posseduti. Nel terzo si contiene la narrazione dei 
fatti che collegansi all'istoria dell'abazia, e i privi- 
legi accordatile da Luigi II , da Ottone il Grande , 
non che da altri principi. 

La cronaca di Leone d' Ostia, noto altresì col nome 
di Leon Marsicano per essere nato nel paese de' 
Marsi sui primordi del secolo XI, è da riguardarsi 
quale uno tra i primi documenti che accusano il ri- 
torno agli studi dell'antichità, come quello che cita 
Sallustio, Cicerone e Virgilio; e per quanto il prin- 
cipale suo intento sia quello di svolgere i casi di 
Montecassino , non pertanto accenna talora ai rivol- 



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205 

gimenti civili della nazione. Ei pose mano a questo 
lavoro a suasione dell'abate Oderisio, e vincendo le 
difficoltà dell'impresa, cagionate da due incendi che 
aveano in gran parte distrutti i documenti del suo 
monastero, la recò a fine in tre libri. Fu nomata la 
picciola cronaca per distinguerla dalla maggiore^ 
compilata da Pietro Diacono, il quale arrichì éì tren- 
totto capitoli r opera del suo predecessore , oltre un 
quarto libro che protrae la narrazione fino alla morte 
dell' antipapa Anacleto. 

Pietro Diacono nacque in Eoma di illustre casato 
verso il 1102, figlio com'era d' Egidio conte di Fra- 
scati, e fanciullo ancora fu consacrato a Dio sotto la 
moderazione dell' abate Girardo nell' archicenobio cas- 
sinese, di cui divenne appresso bibliotecario. Fu caro 
a Lotario III imperatore che .lo elesse a suo legato 
e segretario. Oltre la cronaca, ei tramandavaci non 
pochi altri scritti, come lettere, sermoni, inni e vite 
di -Santi; trattò d'astronomia, compendiò Vitruvio, e 
scrisse degli uomini illustri del suo monastero. Im- 
modesto laudatore della nobiltà di sua stirpe, ebbe 
animo altero e cupido di gloria più che a monaco non 
si convenisse : ma la vastità del sapere e la bontà 
del dettato lo fan meritevole di speciale laudazione. 

E degna d' onorata menzione fra gli scritti della 
età sua parmi Y Istoria dei Normanni di Amato 
da Salerno, della quale, smarritosi il testo originale 
latino, più non resta che una versione in quel vecchio 
francese, che arieggia quello di Villehardouin e di 
Joinville. Monaco anch' esso di Montecassino e poi 
vescovo di Nusco fino al 1093, anno della sua morte, 
tolse a narrare in otto libri, suddivisi in diversi ca- 
pitoli, le memorande imprese dei Normanni dalle 
prime loro invasioni nella Spagna, in Inghilterra, in 



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206 

Italia , fino alla morte di Riccardo principe di Capua 
avvenuta nel 1078. V'ha chi afferma, e fra questi 
il ChampoUion-Figeac, che autore della versione fran- 
cese sia un italiano vissuto sul declinare del secolo 
Xni; niun, credo, vorrà dissentire da una tale sen- 
tenza. Con Amato da Salerno le narrazioni mona- 
stiche vanno ornai trasformandosi. Esse si seguono, 
è vero, senza interruzione veruna, come gii Annales 
Beneventani, il Cronicon VoUurnense e altre assai; 
ma queste più non son che un preludio alle cronache 
cittadine che si mostreranno tra breve. 

E invero Y elemento laico già sorge a soverchiare 
il claustrale in due scrittori lombar.li , Arnolfo e 
Landolfo, che ci conducono in mezzo alla piena dei 
cittadini tumulti e al furiare delle avverse fazioni. Jl 
piimo d' essi nelle sue Gesta Archiepiscoporum Me- 
diolanensium ci descriverà le contenzioni e le lotte 
fra il popolo ed il clero, le pretensioni della corte 
papale e le resistenze della chiesa ambrosiana. In 
questa cronaca già presenti la storia, come quella 
che accenna al nesso dei fatti, ed attesta che — ex 
praeteritis pendent praesentia, — La libertà del 
pensiero comincia a ritrovar la sua via. Il secondo 
d'essi, Landolfo, con intendimenti di chierico e di 
cittadino, unione difficile sempre, difficilissima allora, 
narra i più memorabili avvenimenti che scombuiarono 
la sua natale città; senonchè non pochi concetti propri 
de' tempi moderni e la fierezza delle sue vedute di- 
mostrano come innanzi a ogni intento egli ponga la 
carità della patria. Questo sorgere della storia con 
' fattezze in tutto laicali, con fremiti cittadineschi, con 
un tumultuar di passioni fino allora ignorate, rivela 
che nella coscienza de' volghi comincia ad agitarsi 
qualche cosa d'insolito e di grande. 



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207 

. E insolite e grandi cose ci dà infatti il secolo XII. 
La potente parola d' Arnaldo risuscita Roma, che me- 
more delle vetuste sue glorie, si assetta a reggimento 
di popolo ; le città lombarde scuotono il giogo di 
Cesare : i volghi abbassano la potenza dei vescovi e 
dei feudatari, e levano su il capo dall'antica abbiezione. 
La storia raccoglie tai fatti e si fa ognora più oggettiva 
e più viva col Morena e col Eaul : il primo de' quali ab- 
bonda d' ire partigiane, vero specchio del popolo lodi- 
giano in mezzo a cui vive l'autore, e di cui ritrae 
r indole con tocchi vibrati e possenti ; il secondo per 
contro ti narra impassibile le pugne de' suoi Mila- 
nesi col Barbarossa e il trionfo ottenuto a Legnano. 
Intanto Venezia ci dà la Cronaca Sagornina che 
suolsi ascrivere al diacono Giovanni (1108): la Crra- 
dense, YAUinate e quella del Dandolo riboccante di 
curiose leggende : Brescia la narrazione delle sue 
lotte contro l'autorità episcopale (1112). Poco dopo il 
.Cobelli ci dirà le vicende dei discendenti romani di 
Forlì in un colle imprese dei barbari. 

Come fedele dipintura del medio evo, non sarà fuor 
di luogo accennare alla cronaca, che Fra Salimbene 
da Parma indirizzava a suor Agnese sua nipote, mo- 
naca in S. Chiara di quella città: cronaca che unisce 
i pregi della storia e le amenità del romanzo , e in cui 
senti le voci volgari già pronte a soverchiare il latino ; 
e vedi poste in mostra le cose pubbliche, sia civili che 
ecclesiastiche, avvenute in Italia dal 1212 al 1287; 
e i vizi, le virtù, le consuetudini de' suoi tempi 
tratteggiate in modo franco e sicuro. Egli nacque in 
Parma il 9 d'ottobre del 1221 da Guido d'Adamo, e 
giovane ancora si rese monaco francescano, ma ei ci 
si porge anche fra V ombre del chiostro in aspetto di 
libero cittadino che osserva e che sente la vita; il 



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208 

cenobio non è tutto per lui; al di là delle mura 
claustrali si agita un mondo i cui casi meritano di 
essere descritti , e una storia che si deve raccogliere. 
Egli, guelfo, maledice a Federigo II che chiama 
con nomi d' obbrobrio, e che dice figliuolo di un bec- 
caio di Iesi, anziché delV imperatore Enrico, ma 
pur ne celebra le buone parti; sferza in più luoghi 
r avarizia papale, il nepotismo di Nicolò IH e d'Ur- 
bano IV; esulta alla morte di Onorio IV ch'ei tiene 
per uomo dammeno ; le ladrerie dei cardinali e del 
clero percuote acerbamente ; con eflScace evidenza 
dipinge gl'Italiani dell'età sua e ne traccia i co- 
stumi. In lui muore la cronaca e s' apre un' epoca 
nuova. Scrisse pure un Memoriale Podestatum Re- 
ginensium per commessione del comune di Reggio, 
che avealo in altissima estimazione. 

Restringendoci ai soli migliori, diremo che le scrit- 
ture di Goffredo Malaterra, Ugo Falcando, Lupo Pro- 
tospada, Falcone Beneventano, e appresso Nicolò de- 
lamsilla. Guido di Cervara, Saba Malaspina, Ghe- 
rardo Maurisio, Nicolò Smórego, Rolandino Marchio © 
d'altri parecchi, costituiscono una serie di cronache 
che andranno man mano esplicandosi in forme più 
leggiadre e più larghe, passando dalla città alla na- 
zione, per poi giungere ai grandi storici del secolo 
XVI. In esse vien meno il vecchio latino, cessa l'arte 
classica, e comincia una forma che respinge ogni re- 
miniscenza di scuola, perchè parte della coscienza 
del popolo. Invano alcun di loro s'adopera con ogni 
sforzo di attennersi agli antichi esemplari : i suoi 
conati sono il gemito estremo di una letteratura che 
muore, e il vagito d'un' arte nuova che sorge. 

Fra i sopraccennati cronischi Goffredo Malaterra ed 
Ugo Falcando normanni, narrano de' loro connazionali. 



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209 

questi Pelasgi de' bassi tempi, in prosa latina. Fra 
i Siciliani, Kiccardo di S. Germano tratta degli av- 
venimenti occorsi dal 1189 al 1243; Saba Malaspina 
di quelli dal 1250 al 1276. Nicolò de lamsilla scrisse 
di Federigo e de' figli Corrado e Manfredi dal 1210 
fino al 1258; Bartolomeo di Neocastro le cose avvenute 
nei tempi che corrono dal 1250 al 1293. Questi scrit- 
tori del regno ti offrono già una tal quale forma or- 
ganica che ti ifa presentire la storia ; ond' è che il 
Tiraboschi non dubitò di affermare , che le cronache 
« degli autori siciliani sono le migliori per avventura 
e le meno inculte che di quei tempi ci sieno rimaste ». 

Ma su tutti si leva com' aquila il Caffaro. Siamo 
ai tempi delle crociate; l'Italia, la sola allora che 
potesse apprestar navi e macchine da guerra all'oste 
di Palestina, dovea profondamente commuoversi al 
grido di Dio lo vuole. I nostri savi traggono da quei 
grandi scuotimenti occasione per tracciare gli annali 
di quelle gesta. Primo fra tutti, il gran Caffaro che 
con gravità veramente romana iniziò gli annali di 
Genova. 

Nato nel 1080, sull'età appena di venti anni, salpò 
coli' armata genovese di 34 navi spedite nel 1100 a 
Laodicea nella Siria per soccorrere i combattenti di 
Terrasanta. Keduce in patria, fu al concilio tenuto 
in Laterano da papa Calisto II, dove contro i Pisani 
difese il diritto de' Genovesi sopra la Corsica. Cor- 
rendo il 1125 purgò il mare dai Pisani che lo infe- 
stavano : ed espugnata Piombino , difesa da grosso 
esercito, ne trasse in Genova tutti gli abitatori. Pro- 
fligò più volte i Saraceni in navali fazioni ; conquistò 
Minorca, travagliò fieramente Almeria, ed ebbe tributo 
dai re mori. Allorquando il Barbarossa raccolse nel 
1154 in Roncaglia i principi e i deputati delle città 

E. Celbsia. Storia della Letterat. in Italia» U 



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210 

libere , trattò il Caffaro la causa della sua patria , e 
nella terra del Bosco, ove convenne per accontarsi 
con Federigo, patteggiò che Genova rimarrebbe fida 
air impero, ma senza obbligo o carico alcuno. Fu sette 
volte rivestito della dignità consolare e di quella dei 
Placiti; uomo, come osserva lo Spotorno, da para- 
gonarsi a quei Greci e Romani, che le loro repubbliche 
difesero o ampliarono colla mano e col senno ; modesti 
in casa, formidabili in faccia al nemico; se a lui 
mancò un Plutarco che ne sponesse le gesta, non gli 
mancarono quelle virtù che lo fean degno di così 
illustre encomiatore. 

Imperocché al pari di Cesare, egli seppe prode- 
mente operare, e con quella mano istessa che solea 
fulminare i nemici, volle le operate cose descrivere 
con istile men barbaro di quello che usavano gli 
scrittori de' tempi suoi. Giunto all'anno 1152, e te- 
mendo non r età senile gli fosse d' ostacolo a conti- 
nuare quegli annali, ai quali, giovanissimo ancora, 
aveva dato opera, presentò il suo volume al consiglio 
e ai consoli del Comune, i quali deliberarono venisse 
riposto ne' pubblici archivi, acciò agli avvenire rima- 
nesse testimonianza delle genovesi vittorie. Nondi- 
meno potè proseguir6 gli annali fino al 1163, e tre 
anni appresso mori nell' ottantesimo sesto anno di età. 

A continuare 1' opera sua i consoli del Comune 
elessero Oberto Cancelliere, che scrisse intercalando 
versi alla prosa, ornamento di rozzi tempi : gli ven- 
nero appresso Ottobuono Scriba, Ogerio Pane, Mar- 
chisio e Bartolomeo Scriba. Neil' anno 1264 chiama- 
ronsi a tale ufficio Lanfranco Pignolo , Guglielmo di 
Multedo, Marino Usodimare ed Arrigo marchese di 
Gavi, con incarico — di scrivere solamente la verità 
intorno gli avvenimenti di Genova così prosperi come 



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211 

avversi. — Questi si restrinsero a compiere la nar- 
razione dei fatti occorsi nel 1264, e per quelli dei 
due successivi anni furono deputati per pubblico de- 
creto Marino di Marino e i già accennati Guglielmo 
di Multedo e Marino TJsodimare , a cui s* aggiunse 
Giovanni Sozzobuono. Neir anno appresso rinnovossi 
la legge di notar negli annali anche le jatture de' 
Genovesi, e di allargare la narrazione alle principali 
vicende di Toscana e di Lombardia , non che dei 
paesi frequentati dai Liguri. Con ciò la cronaca s'in- 
nalzava allo splendor della storia: e ne furono spo- 
sitori, oltre il Guglielmo anzidetto, Nicolò Guercio, 
Buonvassallo TJsodimare e Arrigo Drago. Non molto 
dopo vennero eletti quattro giuristi e savi uomini, 
cioè Oberto Stancone, Jacopo di Pietro d' Oberto Doria, 
Marchisio di Cassino e Bartolomeo di Bonifacio a 
scrivere per un decennio le genovesi cose, — re- 
jecta falsitate et mera meritate amplexa — E* ces- 
sarono coir anno 1280, ma V opera loro fu ripresa da 
Jacopo Doria che la condusse fino al 1284, e con 
essa si chiude la serie dei continuatori del Caflfaro. 
I quali in numero di venti ci danno Y istoria di due 
secoli ; senonchè la fama di Caffaro fu si potente, che 
prevalse 1' uso di citarli col di lui nome. 

Non v' ha municipio in Italia che possa, al pari di 
Genova, additare una sequela di istorici, che pel corso 
di ben duecento anni abbiano trattato di fatti gravis- 
simi, de' quali furono partecipi o quanto meno con- 
temporanei ; solo municipio, come afferma il Muratori, 
che vanti istorie scritte per pubblico incarico e per 
pubblica determinazione approvate. Non più favole o 
leggende monastiche, onde più o meno ribboccano i 
cronicatori di quell'età, ma narrazioni d'imprese 
magnanime e in. tutto. verìdiche, dettate in istile non 



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212 

certo purissimo, ma di tale schiettezza e semplicità 
da far piena fede della verità delle esposte cose. 

Fra le innumerevoli cronache, onde s* illustrano i 
comuni italiani, tengono, a mio avviso , onorato luogo 
quelle di Ogerio Alfieri e Guglielmo Ventura, ambo 
d'Asti, come quelli che con maggior chiarezza trat- 
tarono delle diverse vicende cui andarono trabalzati 
i Comuni , delF autorità usata primamente dai conti 
ed altri maestrati imperiali e appresso dai. vescovi, 
dai consoli, a cui sottentrarono i podestà forestieri; 
ed è ben a dolere che il Muratori, il quale accolse 
questi due scrittori nella sua vasta raccolta, non gli 
abbia forse tenuti nella debita estimazione. Ninno per 
altro potrà negare all' Alfieri d'averci offerto il primo 
esempio d'istoria documentata, come quelli che nel 
suo lavoro inserì i capitoli che ragguardano al pub- 
blico reggimento. Non minore commendazione dobbiamo 
alla cronaca di Guglielmo Ventura, in cui trovi me- 
mori(3 non solo delle principati famiglie della sua 
patria, ma ben anco d' altri signori italiani, come dei 
marchesi di Saluzzo e di Monferrato, del principe di 
Acaja, dei Visconti, dei Torriani , dei re Carlo e Ro- 
berto, d' Ugo del Balzo e d' altri non pochi. Con istile 
evidente, brioso e sparso di bibliche immagini, ci de- 
scrive le principesche tirannidi, il giogo che aggra- 
vava le moltitudini, la fede oggi giurata e rotta il 
domani , il levarsi de' volghi , le lotte delle varie 
fazioni, le sventure patite, l'insolenza de' vincitori e 
le miserie de* vinti. Le quali cose egli giudica con 
animo non partigiano, e con rettitudine di senno mo- 
derno. 

Appartengono eziandio* alle cronache municipali, 
que' narratori che si piacquero di dar forme poetiche 
ai fatti per essi raccolti. Cominciò Romualdo arcive- 



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213 

scovo di Palermo a mescere i versi alla prosa, come 
fino dal V secolo avea fatto Marciano Capella : e in 
ciò imita vaio il sopra memorato Oberto Cancelliere : 
ma Guglielmo Apulo nel suo poema De rebus Not- 
mannoTum adoperò il solo verso, in cui senti talora 
un afflato delle lettere antiche. Egli infatti inco- 
mincia : 

Gesta ducum veterum veterés cecinere poetae : 
Aggredior vates noims edere gesta novorum. 
Dicere feri anìmìis, quo gens Normanica ductu 
Venerit Italiatn, fuerit quae cama morandi, 
Quosve secuia duces Latii sit adepia triumphum. 

Vero è che cade ben presto nell' incolto e nel rozzo, 
per quanto si tenga degno ed invochi il favor di 
Ruggero, come già Virgilio quello d'Augusto: 

Tu duce romano dux dignior Octaviano 

Sis mihi , quaeso , boni spes , ut fuit ille Marom. 

Superiore a questo d* assai, è il Carmen d' Ursone, 
notaio genovese, che descrisipe la vittoria ottenuta da* 
suoi concittadini sopra l' armi di Federigo II. Il suo 
poema ci offre una svariata pittura di costumi, di 
persone, di battaglie e di luoghi, l'una all'altra si 
bellamente intrecciata, che t' avvisi d* averli vivi sotto 
occhio ; ond' è che dimentico talvolta del suo soggetto, 
si leva a lirici rapimenti, e tutta in essi trabocca 
la foga delle sue tumultuose passioni. Tal si appalesa 
in quella apostrofe a Pisa, che un secolo appresso 
verrà con più di fierezza ribadita sul di lei capo dal 
cantor ghibellino. Giova qui riferirla a saggio del suo 
poetare, giacché nuli* altro può forse appuntarglisi , 
che una soverchia libertà di vocali, inesplicabili in- 
vero fra tanta copia e ricchezza di lingua latina. 



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214 

Pisa memor veteria gemitus et conscia damni 
Praeteriti, parai insidias et bella minatur, 
Detegit et rabido quam portai pectore fraudem . . . 
Fravkdibus insistens solitia disaolvit amica 
Foedertty nec recolit quid cauti scripta requirani . . 
Pisa^ nota vitium radicis germine natura, 
Nec miri novitate stupe, sed crede suetum, 
Quod vitium radice fluens in frondibus haeret, 
Porrigit in flores vitiaios herba sapores, 
Laesaque causatum producit causa nocivum. 
Graeca stirpe satus Pisanae conditor urbis 
Namque fuit, cuius per mundi dimoia fraudes 

Noscantwr 

Sic gratta levitate fidem pactumque resolvit 
Pisa, nec antiquum depellii pectore morbwn. 

Per contro in forma affatto plebea cantò quel Do- 
nizone monaco del chiostro di Canossa, che scrisse 
il poema J)e Bello et excidio urbis Comensis, e VBe- 
Toicum carmem, ossia la vita della contessa Matilde. 
Ne giudichi da per se stesso il lettore dal brano se- 
guente , in cui narra l' incontro d' Arrigo III e di 
Gregorio VII, che per la sua storica importanza 
doveva infiammar \ anima del poeta e dargli ali a 
gran volo: 

Ante diem septem, quam finem Janus haberei 
Ante suam faoiem concessii Papa venire 
Begem^ cum plantis nudis, a frigore captis ; 
In cruce se jactans Papae, sanissime clam^ans, 
Parce, beate Pater, pie parce mihi peto piane. 
Papa videns flentem, miseratus ei satis est, 
Nam benedixit eum, pacem tribuit sibi, demum 
Missam cantami 

Appartiene a questo genere di scritture la Vita 
dello Enobardo, dettata parte in prosa, parte in versi 
leonini da Goffredo di Viterbo, che Corrado IH, 



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215 

Federigo 1 e Arrigo VI adoperarono in diversi ne- 
gozi ; non che un poema in dieci canti e in esametri, 
sotto il nome di Ligurinus , che suolsi ascrivere a 
un Guntero italiano. Né son questi i soli canti, onde 
venne celebrato in Italia il buon Barbarossa: poiché 
altri pur n'ebbe allorché nel 1158 tenea la sua dieta 
in Eoncaglia, di che fa fede il Radevico, continuatore 
della storia di Ottone di Frisinga. Ond'é che perpe- 
tuavasi la sua memoria nelle lettere italiane , come 
si trae dalle Cento Novelle antiche e da una leggenda 
valicata dalla Germania fra noi, la quale lo addita 
come avvinto da magico sonno in attesa del suo suc- 
cessore ne' sotterranei del castello di Kyfifhàuser, 
colla barba che gli scende fino alle piante, mentre 
intorno al suo capo aleggiano stuoli di corvi. 

Non di molto migliori per forma ci si mostrano di- 
verse altre cronache versificate, come Y Historia 
metrica de rebus a Perusinis gestis , il compianto 
sulla ^cattività di Ludovico II, e i versi In laudibus 
Bergomi dettati dal dotto Moyse nel 1120. Arroge 
il carme per la vittoria dei Pisani del 1088, un altro 
per le cose da essi operate in Majorca, T epinicio 
guelfo che celebra la vittoria di Parma contro Fede- - 
rigo II : r inno dei soldati di Modena minacciata 
dagli assalti degli Ungheri : e il carme in lode di Be- 
rengg^rio, il cui ignoto autore si mostra assai saputo 
nel latino e nel greco, e tratta il suo subbietto con 
franchezza e con brio. 

Queste ed altre poesie popolari mettono in sodo 
che se le classiche reminiscenze duravano ancora 
ostinate, la forma antica si ribellava dinnanzi alla 
spirito de' nuovi tempi. GÌ' Italiani si sentiano per 
istinto latini ; poche erano 'le fonti delle vetuste me- 
morie che era dato a lor consultare: i più conosceano 



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216 

Orosio, Isidoro, Gotifredo e Mariano Scoto: pochi 
Giulio Africano, Eusebio e Giustino; e non pertanto 
con invitta pertinacia volgeansi agi* antichi. Ma troppo 
sentendosi lontani dair aurea lor forma, tentarono dar 
risalto allo stile coir abbondanza dei tropi, coir arti- 
ficio de' giri, con giuochi di parole e bisticci, di che 
fa fede , fra le tante scritture di queir età, il Po- 
littico d' Attone vescovo di Vercelli, e più ancora il 
panegirico d'Arrigo IV recitato da Benzone, vescovo 
scismatico d'Alba, che mise a ruba i poeti latini per 
servire alle lodi di un principe, di ogni lode inde- 
gnissimo, e della contessa Adelaide sua suocera, me- 
ritevole invero di men ignobile encomiatore. Senonchè 
il genio dell' età gì' incalzava e gli cacciava rilut- 
tanti sovra un altro sentiero. Essi sono, per così 
dire, il ponte che lega gli antichi secoli alla moder- 
nità. Sotto la polve classica che gli involge, pullulano 
già i semi del nuovo linguaggio e delle idee nuove. 
E, cosa strana, ma vera, non solo nel nuovo linguaggio 
volle il popolo celebrare le sue storiche imprese, ma 
eziandio ne' più rozzi dialetti; e valga per tutti il 
Codice Molflno , scritto tra il 1270 e il 1320 , che 
contiene in volgar genovese alcune poesie per le vit- 
torie de' Genovesi sui Veneti del 1293 ottenute da 
Lamba Doria, e qjielle del 1294 per opera di Nicolò 
Spinola; la lettera del doge Pietro Ziani del J226, 
eh' ei volle esposta in volgare, il capitolar deli 
camarlengi del comuno del 1262 e parecchie altre 
scritture. 

V ha una curiosa pagina dell' istoria letteraria 
de' bassi tempi, di cui pur giova occuparsi, come 
quella che serve mirabilmente a chiarire lo spirito di 
quella età. In essa naiTatbri e poeti, veggendosi pre- 
clusa la via dell'antica sapienza, anziché rinunciare 



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217 

allo orgoglio di sentirsi romani , tolsero a foggiare 
a lor posta la storia, confondendo luoghi ed età, 
e sconvolgendo ogni cosa, purché venisse lor fatto 
di tenersi per discendenti de' Troiani e di Koma. A 
questo ciclo di favole e di tradizioni che la fantasia 
popolare creava, e che le cronache poi tramandavano 
agli avvenire, appartengono le leggende che troviamo 
sui limitari di tutte le città italiane, ambiziose d'il- 
lustrare con gloriose memorie i lor bassi principi, 
onde Tito Livio ebbe a scrivere — datnr haec venia 
antiquati, ut , . . . primordia urUum augustiora 
faciet — Come Jacopo da Varagine facea tesoro di 
tutte le fiabe che intomo alle vite dei Santi correano 
ne' volghi , così Galvano Fiamma raccoglieva le tra- 
dizioni civili sulle origini delle città nel suo Ma- 
nipolus Florum, e non è senza diletto il seguirlo. 
Ei ci apprende anzitutto che i greci eroi aveano 
regno in Italia. Evandro signoreggia in Piemonte, 
Achille negli Abruzzi, Diomede nella Puglia, Ercole 
in Calabria, e i suoi figli Sardine e Cimo in Sar- 
degna ed in Corsica. Agamenone re di Sicilia salpa 
da questa isola per muovere all'assedio di Troja. I 
cui profughi, alla condotta di Enea, edificano le prin- 
cipali città italiane , come Piso che fabbrica Pisa , 
Marzio le città della Marca d' Ancona e de' Marzi , 
Giano, Genova — et noòilis domina Verona, Veronam, 
r- Niun meravigli in veggendo il molle Paride, 
tramutato in eroe, farsi il principal fondatore di 
molte cospicue città. Egli approda in Sicilia e la 
soggioga : indi co' suoi compagni gitta le fondamenta 
delle più illustri sue terre: da Palerio tira il nome 
Palermo, da Missino, Messina, da Brundio, Brindisi, 
da Siculo — Siciliam, quae totae provi?iciae nomen 
dedit. — Ma ciò non gli basta : scende nel continente, 



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218 

ove i suoi gnerrìeri dan mano ad innalzare nuove 
città : Aquilo, Aquileja , Veneto , Venezia ; passa del 
pari in Alemagna, ed ivi Colonia ha da Colono il 
nome, da Maganzio, Magonza. 

Senonchè Milano, patria del Fiamma, dee a tatte 
le altre città soprastare per antichità e altezza d'o- 
rigini quasi divine. Sarà perciò costrutta un 932 
anni prima di Boma, da un principe ebreo di nome 
Subres, nipote di Jafet, e quindi ridotta a più civili 
costumi da Saturno, che vi recò di Grecia Tarti e 
le leggi : ond* è che — propter ista merita inter 
Deos relatus est. — È ovvio il credere, che mentre 
si ascriveano a Milano si alti principi, le città a lei 
nemiche dovessero avere origini odiose e contennende. 
E perciò Lodi sarà popolata dai pirati che vinsero 
Pompeo — a qua gente scelerata , Scelera jlumen^ 
vulgo il Seri nomen accepit. 

Firenze fa del pari rimontare la sua fondazione a 
Giove discendente dì Cham, che venne in Europa 
con Elettra sua moglie e Apollo suo astrologo, e co- 
strusse la prima città della terra sulla collina di 
Fiesole.... Arrestiamoci con reverenza innanzi a queste 
romanzesche tradizioni, che risalgono, secondo il giu- 
dizio del Niebuhr, oltre Y epoca di Carlomagno, e che 
fiirono appresso raccolte dal Malespini e dal Villani. 
Il fondo delle quali è la congiura di Catilina, che 
viste scoperte le sue trame, guadagna i monti di 
Fiesole. Ivi lo raggiungono i Eomani e si combatte 
un'accanita battaglia, dopo cui più non restano a 
Catilina che soli undici fanti, e ventiquattro al ge- 
nerale nemico. Un secondo esercito move contro di 
lui che si chiude in Fiesole, ove il duce romano, di 
nome Fiorino, lo cinge d' assedio . Invano , perocché 
sorpresi i Eomani dai Fiesolani nello stesso lor vallo. 



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219 

son messi a fil di spada, ucciso fin anche Fiorino, e 
Bellisla sua moglie ferita, è fatta prigioniera da Ca- 
tilina, e Tiberina sua figlia viene a mani di un cen- 
turione. 

Troppo lungo sarebbe il divisare gli amori delle 
belle cattive coi due capitani; io dirò solo che un terzo 
esercito è inviato a vendicare Fiorino, e questa volta 
n'è al comando Giulio Cesare. Egli si pone ad oste 
contro la città che resiste beh otto anni , sei mesi e 
quattro giorni: quindi chiede di capitolare, e Cesare 
detta i patti di dedizione : la città da capo ft fondo 
sarà distrutta; i suoi abitanti innalzeranno un'altra 
città sulle sponde dell' Arno , nel luogo istesso in cui 
Fiorino fu morto, e questa città dal di lui nome di- 
rassì Fiorenza. I Fiesolani abiteranno in essa con 
que' Romani che chiedessero ivi fermare la loro 
stanza. Questi patti conchiusi, Catilina co' suoi guer- 
rieri si ritrae sui monti di Pistoja, ove Cesare lo 
insegue e gli presenta battaglia. La quale fu lunga 
e sanguinosa per modo che lo stesso Catilina fu uc- 
ciso. I superstiti del suo esercito fondano alcuni Pi- 
stoia, altri Poggibonsi tra Siena e Firenze. Di molte 
altre successive leggende, quali l'eccidio di Firenze 
per opera d'Attila e la sua riedificazione da Carlo- 
magno, non dico; certo è che queste hanno un'ori- 
gine antica , e furono per più secoli avute in conto 
d' istoria. 

Un egual fama ebbe del pari la cronaca di Ricco- 
baldo ferrarese, la quale tratta delle origini di molte 
terre italiane. Valga un brevissimo saggio: Tubai 
fonda Ravenna, Cambise regna sull'Adriatico, Cirreno 
sovra il Tirreno, ed ivi — edificami civitatem, quam 
CyTces potentissima et sapientissima mulier multis 
transactis seculis resarcivit. — Ercole move per la 



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220 

Spagna passando in Lombardia , e grandi gesta ope- 
randovi, fonda una città che — ex nomine matris 
appellava Climenas, sed hodie Cremona dicitur. 

Nella Graphia aureae urbis Romae, di cui Galvano 
Fiamma cita V autorità, dicendola — liber valde au- 
thenticus, continens historias Romanorum antiqnas — 
abbiamo, che Noè dopo la confusione delle lingue in 
Babele, passò in Italia, e gettò le fondamenta di Roma. 
Poco dopo Giano, figlirfolo di Jafet, eresse al di là 
del Tevere il palazzo del Gianicolo; e Nemrod, ossia 
Saturni, fortificò il Campidoglio. In questa guisa le 
tradizioni bibliche si consertano ai miti ellenici, e il 
cronista può agevolmente condurre nel suolo latino 
Italo, Evandro, Enea, Silvio, finché poi Romolo cinge 
di un muro le borgate erette già per lo innanzi sul 
Settimonzio, ove raccoglie tredici popoli e tutti 1 
maggiorenti de* luoghi finitimi. E qui osserva assai 
drittamente V Orzanam, che come a poco a poco Y ì- 
dioma volgare va sostituendosi alla lingua latina, e 
che come fra i ruderi della classica poesia germina- 
vano i talli de* canti moderni, cosi Y istoria della an- 
tichità andava oscurandosi sotto una storia popolare, 
che f»onfonde 1* età e ravvicina gli eroi più lontani, per 
satisfare non tanto alle sbrigliate fantasie degli scrit- 
tori, quanto ali* orgoglio della nazione. Si rida di 
queste favole, purché non si spregino. 

Conciossiaché questi istessi errori ci attestino, quanto 
la religione delle vetuste memorie fosse ingenita ne' 
volghi italiani , appo 1 quali la tradizione fra l'antico 
e il nuovo mai non venne spezzata. Napoli addita la 
tomba di S. Gennaro, ma quella* eziandio di Virgilio; 
Padova innalza un monumento mirabile a S. Antonio, 
ma mostra con orgoglio la tomba d'Antenore. Questo 
culto del passato, che tragge Mantova a inneggiare 



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221 

ne' sacri uffici a Marone , Milano ad opporsi che si 
abbatta il suo Ercole, Firenze a custodire gelosa- 
mente il simulacro di Marte, ci apjpar degno di tutto 
ossequio ; gli uomini di queir età comprendeano che 
la fonte delle gesta magnanime è nella memoria de' 
grandi. 

Non manco delle città, le potenti famiglie vollero 
anch'esse qualificarsi d'origini favolose e antichis- 
sime. I signori di Menthon soleano incidere sui loro 
castelli il noto verso : 

Ante Christum natum jam baronatus eram. 

Per esaltare la stirpe aleramica si foggiò la leggenda 
di Adelaide figliuola d' Ottone I, che per amore si fé' 
carbonaia in una grotta degli Apennini. Ma Alerame 
e suo padre furono franchi e non sassoni, e Adelaide 
non ebbe esistenza che nelle fantasie de* narratori. Valga 
eziandio al nostro proposito la leggenda di Beroldo, 
che fu tenuto come il ceppo onde discesero i duchi di 
Savoia, secondo le tradizioni di queir età, quali ven- 
nero a noi tramandate dal Cabaret e da Giovanni 
Servion famigliare di Filippo conte di Bressa. H 
' Sauli le riassume scrivendo che Teseo — nato in 
Germania tutto gobbo e contraffatto da madre attem- 
patissima, diventa, non so per qual miracolo d' orto- 
pedia , diritto della persona, e il più leggiadro prin- 
cipe che ci fosse ; udite le novelle della rara bellezza 
d'Izobia,^ figliuola di Giordano imperatore di Costan- 
tinopoli, per tal modo di lei s'accende, che già s'av- 
vede di non poter vivere ove non giunga a possederla; 
laonde partendo quasi di soppiatto dalla casa paterna, 
si conduce in Legante ; sotto forma di mercante di 
gioie s'introduce presso la principessa costantinopo- 
litana , e rinchiuso dentro un' aquila d' oro, a forza 



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222 

d' astuzia e di pazienza , ha modo di trovarsi da solo 
a solo con lei nella solinga stanza notturna. Di che 
r augusto padre, dapprima molto sdegnato, finisce per 
placarsi e benedice, come si usa in tutte le commedie 
di lieto fine, le occulte nozze consolate in breve 
colla nascita di tre figliuoli, il primo de' quali diventa 
erede dell'imperatore Giordano, il secondo duca di 
Brunsvich e il terzo duca di Sassonia. Da quest' ul- 
timo , dopo una lunga serie di gravi casi e dopo non 
men lunga fila d'eroi, ne venne l'imperatore Ot- 
tone III, e dal fratello di questi il famoso Beroldo, 
il quale dall' imperatore eh' egli accompagnava in 
una spedizione, essendo stato mandato indietro a 
prendere Y anello di S. Maurizio dimenticato sotto il 
capezzale, veduta la zia in adulterio, l'uccide insieme 
col siniscalco, che troppo dimesticamente con lei 
trastuUavasi. Per effetto di questo suo subitaneo 
sdegno gli convenne di lasciare la corte dell' impe- 
ratore. Condottosi a S. Giacomo di Gallizia, e venuto 
poscia nel regno d'Arles con animo di far passaggio 
a Gerusalemme per adorare il sepolcro di Cristo, fu 
ivi trattenuto da quel re, affinchè capitanasse le 
schiere radunate da lui per opporsi ai Genovesi, i 
quali congiunti coi signori di Mondovì, di Susa e del 
Canavese, già aveano invaso gran parte del suo reame. 
Vince in vari incontri i nemici, e pone gli alloggia- 
menti sin sopra alla vetta del Moncenisio. Intanto il 
re d'Arles cessò di vivere, e l' imperatore Ottone ad 
istanza degli abitatori di quel regno, elesse il nostro 
Beroldo a governatore e vicario imperiale di esso. 
Tale è il famoso Beroldo, di cui tutti udirono il nome 
e di cui pochi sanno la favola. Il figlino! suo Um- 
berto I succeduto a Beroldo è quegli che, secondo 
gli errori di questa cronaca, avendo sposato Adlis 



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223 

ossia Adelaide marchesa di Susa, getta le prime ra-^ 
dici della dominazione dei principi Sabaudi al di qua 
'delle Alpi. — 

Un altro genere di letteratura ignota ai greci e 
ai romani, creava altresì il medio evo, il qual genere, 
benché s' impronti di un carattere sacro , non è però 
estraneo alla coltura profana. H cristianesmo e la 
fede viva che allignava ne' volghi, die' nascimento ad 
una serie stragrande di Vite di Santi e di religiosi 
racconti, originali per essenza e per forma, onde av- 
vantaggiossi il costume, e infrenaronsi le più riottose 
passioni. Niun dubbio che in quei ferrei secoli l' istinto 
morale era in fondo: la ragione sottomessa al talento: 
solo dritto la forza. L' idea del dovere , i principi 
dell' equo e dell' onesto e T osservanza alla legge, in 
cui riposa la sicurezza sociale, erano pressoché sco- 
nosciuti. Ma questi si trovano abbondevolmente dati 
ad esempio e predicati nelle vite dei Santi, che pie- 
tosi uomini andavano raccogliendo e spargeano nel 
popolo, il quale a sua volta, come suole, v'insertava 
quanto la sua poetica fantasia sapeva inspirargli. I 
raccoglitori di queste leggende, sotto il cui simbolo 
velavansi insegnamenti e dottrine, simili ai rapsodi 
dell' antica Grecia, possono considerarsi come i poeti 
della storia. E di vero, se la critica riggetta quei 
fatti, la ricca messe di fede , d' idee , di sentimenti 
che in essi riscontrasi , la pittura de' tempi, le con- 
dizioni degli uòmini , 1' amor del meraviglioso che 
informa la società nova, tutto é in essi improntato 
di tal verità, che li fa meritevoli di essere ben ad- 
dentro studiate e ridotte ad un armonico collegamento. 
Lo storico del pensiero non può lasciarle da banda, 
ove pur si consideri che queste cronache furono la 
scuola de' volghi, e somministrarono appresso all'arte 



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224 

ed alla poesia una sorgente inesausta di gagliardi 
temi e fecondi. In tempi acciecati dalla barbarie, 
quando il potente la dava per mezzo ad ogni eccesso, 
e il pusillo non aveva chi a sua difensione vegliasse, 
le pie leggende atte a mostrare come il braccio di 
Dio s'alzasse a scampo de' fiacchi contro i loro op- 
pressori, erano avidamente raccolte e lette in popo- 
lari adunanze, come Tistesso lor nome fa fede, e nei 
di festivi bandite dal pergamo, allora pressoché l'u- 
nico insegnamento de' popoli. Che sarebbe avvenuto* 
delle misere plebi , senza una fede incrollabile nello 
intervento diretto della provvidenza in lor favore ? 
Una città era già presso a venire a man de' nemici ? 
Infieriva una moria? La carestia fiagellavali? Ecco 
apparire una fiammella sovra la sepoltura d' un pio , 
come presagio di prossima liberazione : ecco un ca- 
valiere celeste sgominar le schiere avversarie, e un 
pontefice intimare all'invasore d'arrestarsi; ecco un 
santo dissipare la contagione e comandare alla terra 
le biade : vedi insomma in ogni racconto il carattere 
ingenuo dei credenti d'allora, l'indole dei tempi e 
dei luoghi, e così la leggenda supplire alla storia. 

Dal V al XII secolo immensa è la raccolta di 
queste pie narrazioni, nella cui fede cresceano e 
s'educavano i volghi: testimonio il Ruinart e la vasta 
collezione dei Bollandisti, che racchiude oltre trenta 
mila vite di Santi. Questa specie di mitologia cri- 
stiana s' inizia co' Dialoghi di Gregorio Magno e 
finisce con quelli di Cesareo d' Heisterbach. Merita 
fra quest' opere onorata menzione la Leggenda Aurea 
del già memorato Giovanni da Varagine. Egli intra- 
vide nella successione dei tempi un ordinamento qua- 
dernario, che lo spinse a dividere l'anno e la crea- 
zione in quattro parti distinte; la prima da Adamo 



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225 

a Mosè, ossia dalla Settuagesima a Pasqua, e che 
nomò epoca di deviazmie; la seconda da Mosè a 
Cristo, dairAvento alla Pasqua, e che disse di 
revocazione; la terza di riconciliazione corre da 
Pasqua a Pentecoste, e infine la quarta, ossia di 
peregrinazione s'estende da Pentecoste ali* Avento. A 
tenore di una tal partizione ordinò la materia, os^ia 
distribuì secondo i diversi tempi le manifestazioni di 
Dio sulla terra. 

Tanta copia di religiose tradizioni attesta la grande 
ricchezza di questa letteratura, e la prodigiosa ope- 
rosità di chi vi diede opera. Noi non cerchiamo in 
essi la grazia del dire e i lenocinì delF arte, sì bene 
la ingenuità dei sentimenti , Y impulso ^all' ideale e 
quel candore di fede, che il soffio dello scetticismo 
non aveva ancor diseccato. 



E. Celema. Storia della Letterat. in Italia. 15 



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CAPO XI. 
PRIME RIBELLIONI ALLA CHIESA 



SOMMAEIO. 

Gli scismi neir età media — La Chiesa e la libertà del pen- 
siero — Della Iconoclasia in Italia — I Concili di Costan- 
tinopoli e di Nicea — Carloma^o e il Concilio di Francoforte 

— Claudio vescovo di Torino — Valdesi ed altri eresiarchi 

— Il libro Delle Sentenze di Pietro Lombardo — Il clero 
ostile alle lettere e ai loro cultori — Indole degli Italiani 
ripugnante alle speculazioni teologiche — Vilgardo il Gram- 
matico — Arnaldo da Brescia — Fra Dolcino — Accuse 
contro Roma e i ministri del santuario — Sette di miscre- 
denti — Federico II e il libro De trìbus impoatoribus — 
Conclusione. 



Non v'ha per fermo chi ignori quanto la scuola 
alessandrina vigoreggiasse per ogni ragione di studi, 
specie i filosofici. Potamene gettava le basi dell'e- 
clettismo: Enosidemo informava delle sue dottrine la 
setta dei scettici: le due scuole gnostiche di Valen- 
tino e di Basilide vantavano numerosi seguitatori, 
non manco dei cabalisti e degli ebrei di Filone. 
Come già Plotino coli' estasi psicologica e Giambl;co 



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colla rituale e teurgica, cosi Proclo colle sue ascen- 
sioni logiche sforzavasi d'avvicinar l'uomo a Dio, 
finché i suoi discepoli rompendo in un disordinato 
sincretismo e in una scapigliata teurgia, cacciati da 
Giustiniano , ripararono in Persia , chiedendo alla 
patria di Zoroastro un ricovero alle serene idealità 
di Platone. Ivi più tardi Al-kendi ne raccoglieva gli 
aneliti estremi, e il suo libro snW esortazione allo 
studio della filosofia venne posto accanto al Corano. 

Le dottrine di tante sette diverse, alterate per 
giunta dal sofSo materialista degli Arabi, ebbero una 
eco in Italia, intorbidando di fallacia e di errori la 
purità del dogma cattolico. 

Suolsi generalmente considerare il medio evo come 
un' età di fede inconcussa e d'intera sudditanza agli 
oracoli della chiesa: pur non v'ha epoca più di questa 
tempestata d'errori e ribellante ai canoni fermati 
da Roma. Le eresie filosofiche d' Origene e Abelardo, 
Je religiose degli Albigesi e di Fozio , le politiche di 
Fra Dolcino e d'Arnaldo, non lasciarono cosa nuova a 
Lutero e a Socino. Ciò giova notare, poiché i tempi 
in cui questi scismi si svolgono, son per lo più 
tempi devoti agli studi, e fanno testimonianza di 
una audacia intellettiva che nulla vale a comprimere, 
accusano il movimento degli animi e il risveglio della 
ragione. La vita è nella lotta: in essa rivelasi l'uomo. 
In Milano il conflitto contro le Simonie e i Nicolaiti 
che sosteneano aver gli ecclesiastici il diritto di 
menar moglie, avvalorate dai nobili che propugna- 
vano le investiture simoniache e le nozze de' chie- 
rici, in opposizione alla plebe, fu di tale efficacia 
ch'educò il popolo milanese a non più riconoscere la 
signoria temporale dei vescovi, e a preparare il nuovo 
reggimento comunale dei consoli. 



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La storia del pensiero italiano , e forse anche 
quella di Europa, non potrà in ogni suo aspetto com- 
prendersi, se non si risale alle sue vere sorgenti. 
Noi Siam troppo avvezzi ad aver V età media in conto 
di un' età sconsolata d* ogni intellettivo splendore ; 
end' è che il così detto rinascimento dei secoli XV e 
XVI, costituisce per molti il più gran fatto de' tempi 
moderni. Ma questo gran fatto nacque di schianto, 
od ebbe la sua preparazione in età precedenti ? L' a- 
more della classica antichità e il ritorno , sto per 
dire, alle fonti del gentilesimo, eh' è il più spiccato 
carattere del rinascimento , noi lo troviamo vivissimo 
in quei secoli cosi poco ancor noti; e il grido di ri- 
volta contro le intemperanze di Roma e l'affermarsi 
del laicato contro la potestà clericale, si appalesa 
del pari indomato nell'età saturnina del dogmatismo 
e della fede! 

Fin dai primordi del V secolo noi troviamo già la 
chiesa in assetto di una disciplinata istituzione, colle 
sue leggi , colla sua gerarchia, co' suoi maestrati, coi 
suoi consigli provinciali, nazionali e generali, in cui 
si agitavano gì' interessi del clero e del popolo. Senza 
ciò non avrebbe durato salda ai rovesci dell'impero 
ed alle inondazioni de' barbari. Era infatti mestieri 
che una società fortemente organata potesse reggere 
a fronte dell'universale dissolvimento, e alle sbattute 
genti mostrasse jin fero di salvazione. E tal fli la 
chiesa nelle sue origini, società democratica per ec- 
cellenza, aperta a tutte le nobili ambizioni e fonte 
d'altissimi intendimenti. Non v'ò contrasto, giova 
dirlo altamente, fra l'arte e il genio cristiano. Questo 
anzi ispirò quella e le die penne a gran voli. La lette- 
ratura interiore, pressoché ignota agli antichi, è opera 
del cristianesimo. Si ponga mente a non confondere 



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questa religione di mansuetudine, di pace e d'amore 
con r opere bieche de' suoi ministri che se ne fecero 
sgabello a ne&ndi propositi; santa ispiratrice di ec- 
celsi concetti, la prima; funestissimi gli altri all'arte, 
alle lettere, alla libertà del pensiero. Imperciocché 
nel processo de* secoli, decaduta la chiesa dal suo 
primo splendore, volse l'animo alle cure terrene: onde 
il dritto di coazione eh* essa arrogavasi, così contrario 
alle origini del cristianesimo, e fieramente combattuto 
dai più illustri Padri, S. Ambrogio, S. Dario, S. Mar- 
tino ed altri non pochi. Di qui le sue sventure e il 
suo decadimento, da cui tentò invano risorgere, cir- 
condando di rigori la fede e incatenando il pensiero. 
Essa non compose, scriveva il Guizot, un codice sul- 
r andare de' nostri, per registrarvi soltanto le azioni 
moralmente colpevoli e in una socialmente dannose, 
per punirle in quanto esse portassero questo doppio 
carattere; bensì tolse a compilare un catalogo di tutte 
le azioni moralmente colpevoli, e sotto il nome di 
peccati tutte volle condannarle e reprimerle; il go- 
verno della chiesa, per assommar tutto in poco, non 
si restrinse, al pari de' governi civili, all'uomo es- 
teriore e alle relaziotii puramente sociali, ma volle 
comprendervi l' uomo interiore , cioè la coscienza e il 
pensiero, il che vale quanto v'ha di più intimo, di 
più libero, di più riluttante ad essere oppresso. E la 
ribellione non si fé' attendere a lungo. Ninna società 
fu più lacerata da intestini dissidi che la società cle- 
ricale: le chiese nazionali della più gran parte di 
Europa si volsero contro la corte di Roma: i concili 
contro i concili, 'i pontefici contro i pontefici: le sette 
e lo scisma non le diedero pace né tregua. 

Sant'Agostino avea scritto: oportet haereses esse. 
E invero s' egli é una necessità per la chiesa che 



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r ereticali dottrine tengano desto V ardor della fede, 
essa ne fu sempre il campo e l'agone. 

Sorgea nel secolo Vili Scoto Erigene col propo- 
sito di conciliare il teismo cristiano e il pantei- 
smo orientale. Ei non volle riconoscere autorità al- 
cuna, da quella infuori che emana dalla ragione, 
altix) r autorità non essendo che la verità dimostrata 
dalla ragione. Ei precorse di più secoli il pensiero 
moderno; o, meglio, egli è l'anello che lega il mondo 
odierno all' antico. Imperocché la libertà del pensiero 
non ci venne né dal cristianesimo, né dagli invasori, 
sì bene è un retaggio che 1' antichità ci lasciava : é 
un elemento di civiltà che, possente in Grecia ed in 
Roma, fu valevole a stenebrare i bassi tempi, e ad 
agevolare quel civile progredimento che l' autorità 
sforzavasi ad inceppare. Nel medio evo assi a cercare 
il vero spirito d'individualità, il volere energico, la 
dignità del carattere, di cui é tanta penuria ne' secoli 
a noi più vicini. 

Non è del mio istituto allargarmi nella narrazione di 
quelle audaci disfide , eh' ebbero a sostenitori i gnostici, 
i marcioniti, i montanisti, i novaziani ed altri set- 
tari: ma per dar piena l'istoria intellettiva dei secoli 
che trascorriamo, m'è forza arrestarmi sovra una, 
ch'esercitò in ogni tempo e in ispecie nel secolo XI 
r ingegno de' più saputi scrittori. E tale fu Claudio, 
vescovo di Torino, e famosissimo iconoclasta, al pari 
di Garlomagno, di cui seguia le dottrine. 

L' iconoclasia , nata dapprima in oriente, si svolse 
in Italia sui primordi del IX secolo. Nella religione 
del politeismo i Numi aveano di necessità un coi'po: 
la forma era inerente all'idea: la materia allo spi- 
rito. La filosofia de' pagani arieggiava il panteismo; 
il divi7w era sulla terra, e le immagini delle deità 



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ovunque erette e adorate. Per converso presso il po- 
polo ebreo Jeova abita fra le ombre del tempio, e 
non ha corpo, né forma; ond'è che il giudaismo non 
consente idoli, e ai loro adoratori è comminata la 
pena di morte. 

H cristianesimo tiene dell'uno e dell'altro concetto: 
il suo Dio è puro spirito, ma essendosi manifestato 
agli uomini mediante l'incarnazione, nulla toglie ch'ei 
possa essere rappresentato sotto forme terrene. In 
questo senso la religione cristiana ammette quelle 
arti plastiche, che gli ebrei ripudiavano, e che il 
politeismo protesse,- ma pur mentre a ciò condiscende, 
non può del tutto schermirsi da un doppio pericolo: 
il ritomo all'idolatria col compiacersi soverchiamente 
di quelle ; il ritomo al giudaismo col totalmente pri- 
varsene. Da ciò la lotta fra gli iconoclasti che vo- 
leano distrutte le immagini, e i loro avversari che 
le protegg^ano : lotta furiosa, e come suole, grondante 
di sangue. 

Le decisioni di due concili opposti fra loro aveano 
a più doppi inasprito la controversia; il primo rac- 
coltosi a Ciostantinopoli nel 754 proscrisse in modo 
assoluto le immagini e ne vietò la pittura; senonchè 
i seguitatori dell'opposto sistema, forti del favore 
dell'imperatrice Irene, riuscirono a trionfare, facendo 
nel secondo concilio tenuto a Nicea ripristinare le 
immagini e il culto loro. 

In occidente Gregorio I tenne una via piena di 
moderazione e di saviezza; non cosi i suoi successori, 
i quali si posero apertamente dal lato de' partigiani 
delle immagini, e spinsero a tale il loro zelò, che 
lo stesso imperatore Carlomagno tenne suo debito 
temperarne gli eccessi. Egli raccolse a tal uopo il 
concilio di Prancoforte, in cui fé' anatemizzare le 



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deliberazioni prese a Nicea: del che non pago, scrisse, 
meglio, fé' scrivere da' suoi prelati un Trattata 
sopra le imrìmginiy in cui ne riprova egualmente 
Y adorazione ed il culto, aprendo così' la via a' fu- 
turi eresiarcM. — La casa di Dio, cosi egli, dee 
s&villare non per isplendore di materiali figure, si 

bene per virtù spirituali Ben son degni di 

compianto coloro, i qukli per volgere un pensiero a 
Cristo, che pur dovrebbe essere ognora d'innanzi al 
cuore de' giusti, han mestieri di contemplarne l'ef- 
figie Invero è a temersi che se costoro per 

qualche morbo acciecassero , o venissero per qualsi- 
voglia altro accidente privati d'immagini, porrebbero 
tosto in obblivione il lor Dio . . . Noi cristiani per 
altro non dobbiamo cercare la verità nei simulacri e 
nelle figure, noi che contempliamo senza velame la 
maestà dell'Altissimo, noi che ci leviamo di luce in 
luce fino al suo seggio : noi che colla speranza, colla 
fede e con l' amore perveniamo alla fonte di verità 
per r intercessione di Cristo, eh' è la verità stessa. — 
Tai dottrine preludono alla Riforma* anzi di gran 
tratto l'avanzano; il. tedesco Carlo, dice l'Ampère, 
supera il tedesco Lutero. 

L'Italia seppe tenersi in disparte nel bollimento 
di tali questioni. Ma gli echi del concilio di Fran- 
coforte e di quel di Parigi sotto Luigi il Pio, scos- 
sero il cuore di Claudio vescovo di Torino e lo spin- 
sero a farsi sostenitore delle loro opinioni. — Perchè 
inchinarti, e' scriveva, e umiliarti innanzi a futili 
obbietti? Perchè curvar la tua fronte a inette im- 
magini e a figure d' argilla? Dio creavati ritto della 
persona, ed ove gli altri animali son piegati verso 
la terra, tu n'andasti privilegiato di una statura 
sublime e di un viso drizzato al cielo. Là tu devi 



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guardare e intender lo sguardo; cerca nell'alto il 
tuo Dio ! — Da queste ardue regioni scendea Claudio 
a più materiali, ma non manco decisivi argomenti. — 
Se lor talenta adorare legni d'ogni. maniera sol perchè 
Gtesù Cristo fu sospeso a una croce, sarà pur di me- 
stieri che adorino di molte altre cose; imperocché 
egli non istette confitto alla croce che sole sei ore 
e passò nove mesi nel sen d' una vergine : converrà 
adunque adorare le vergini, perchè fu una vergine 
che l'ha concetto; converrà adorare le culle, poiché 
in una culla ebbe riposo; converrà adorare i cenci, 
perchè in essi al suo nascere fu avviluppato; con- 
verrà adorare perfin gli asineili, poiché sovra un di 
essi fé' il suo ingresso in Gerosolima. — 

A questi concetti di Claudio consuonavano le opere; 
ei cancellò le pitture nelle sue chiese , ne infranse le 
statue, ne svelse le croci. Di che non pago, spinse 
l'audacia perfino a combattere i sacri pellegrinaggi, 
e i privilegi che arrogavasi la chiesa di Roma. Rado 
incontra che l' umana ragione , superati i primi osta- 
coli, si arresti* per nuovi intoppi che la via le attra- 
versino. E Claudio infatti non riconoscendo alcun li- 
mite al libero esame, precesse in molte questioni i 
riformatori del secolo XVI. Dopo di lui più non vi 
ebbe alcun periodo della vita italiana in cui non si 
levasse una voce di protestazione contro l'esorbitanze 
di Roma. Carlomagno parteggiò pe' novatori: Claudio 
non fé' che seguirne i vestigi. Il vescovo di Torino 
fu combattuto e maledetto da Roma: l'autore del 
Trattato sulle immagini venne accolto tra i santi. 

All' azione esercitata da Claudio evidentemente col- 
legasi r istituzione della chiesa Valdese in Italia. 
Nelle valli dell'Alpi tra il Piemonte e il Delfinato 
andavano raccogliendosi alcuni gruppi di popolazioni, 



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che per costumi e credenze assai differiano dai Eo- 
mani. Si diceano Valdesi, non perchè seguitatori 
delle dottrine di Valdo , che visse neir ultimo scorcio 
del secolo XII , ma perchè (vaudès, gens des voux) 
valligiani, Contrariamsnte ai Poveri di Lione, dei 
quali V* ebbe pur traccia in Italia, non professavano 
la comunione dei beni , come i primi Cristiani , bensì 
lo spregio delle ricchezze: predicavano la penitenza, 
il digiuno, la remissione delle ingiurie, la fraternità 
dell'amore e la più sana morale, della quale erano 
gelosissimi custodi. Avean sacerdoti che appella- 
vano barbas, cioè zii, e la lor confessione non era 
che un atto di pura umiltà, come quei che non cre- 
deano air assoluzione delle peccata in virtù d*una 
podestà spirituale. Il perdono non vien che da Dio. 
Cosi insegna il più venerando de' lor libri sacri La 
Nobla Layczon, in cui trovo scritto : tutti i papi che 
furono da Silvestro fino all'odierno, tutti i cardinali, 
i vescovi e gli abati, presi nel loro complesso, non 
han tanto di potere da perdonare un sol peccato mor- 
tale. Dio solo perdona, e nuli' altro che lui. 

A questi nuclei di novatori altri pur se n' aggiun- 
sero, come i Manichei, i quali sebbene avessero a 
principale lor sede i paesi slavi del Danubio, la Bul- 
garia, il Belgio e l'Aquitania, erano pur diffusi in 
ogni parte d'Italia. S. Bernardo che negli ultimi anni 
della sua vita vedea sorgere più rigogliosi que' scismi, 
che tanto fieramente avea tentato d'estinguere, im- 
prese nuova guerra contro essi, e nel 1147 percorse 
il mezzodì della Francia per estirpare quelli che pul- 
lulavano in Albi, onde il nome d'Albigesi esteso a 
tutte le sette. Vana tornò l'opera sua. I ribellanti 
alla chiesa, sotto il nome di paterini, catari, apo- 
stolici ed altri, riboccavano ovunque; e* predicavano 



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la povertà evangelica, il divieto di nulla possedere 
di proprio ; credeano che il digiuno , la mortiflcazìone 
dei sensi e Y invocazione de* santi fossero inutili alla 
salvazione dell' anima, e che ogni altra osservanza non 
predicata da Cristo e dagli Apostoli s' avesse in 
conto di pratica superstiziosa: non voleano s'am- 
mitìistrasse il battesimo, che nell'età della ragione, 
e teneano che il papa ed i véscovi avessero perduto 
ogni balia spirituale, da che s'eran tuffati ne' tem- 
porali negozi. Da queste opinioni infuori, intemerati 
nella lor vita e ossequienti alle leggi ; che se i Mani- 
chei d'Orvieto, correndo il 1190, infierirono contro 
il legato papale, s'ascriva un tal fatto alle feroci 
persecuzioni di cui furon bersaglio. 

Assai più numerosa intorno il 1150 la setta dei 
Catari, il cui focolare era Milano non men di Man- 
tova e Roma, ov'era ordinata a consorzi con pub- 
bliche scuole. Il Catarismo avea strette analogie col 
Manicheismo : accettò per altro dall' albigismo sim-- 
boli e discipline. Credeano i suoi fautori nella tras-- 
migrazione dell' anima , s&tavano il matrimonio: , 
negavano alla società il dritto d'uccidere, e odia- 
vano, al pari dei Templari, la Croce, non poteifflo 
comprendere come i Cristiani adorassero in quest'or- 
rido strumento di supplizio la morte di un Dio. Le 
persecuzioni che contr'essi infierirono in Verona, 
Ferrara, Modena, Prato ed altrove giunsero in parte 
ad estinguerli. 

Un dotto italiano, Pietro Lombardo, nell'intento 
di tor via ogni cagione di religiosi dissidi, e ricon- 
durre gli erranti all'unità della fede, tolse a racco- 
gliere in un sol corpo di dottrina i principali passi 
de' SS. Padri sul dogma, acciocché tutti vi si con- 
formassero. Il Ziòro delle Sentenze divenne famoso, 



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e corse come oracolo di verità in tutte le scuole, 
chiosato da oltre trecento commentatori; pur non rag- 
giunse lo scopo; le disputazioni si rinnovarono sul- 
r istesso suo libro, e poco andò non fosse condannato 
egli .stesso, per essersi mostrato troppo arrende- 
vole alle opinioni d'Abelardo intorno alla persona di 
Cristo. 

Eoma, oltre al perseguire le sètte, si porgeva 
ognor più nimichevole agli studi ed ai loro cultori. 
Essa togliendo alla lettera un testo di S. Paolo ai 
Ciorinzi — che, cioè, Iddio avea resa demente la 
scienza degli uomini — avversò perfino i libri di 
Aristotile, che come contrari alle Sacre Scritture 
vennero dai cardinali Roberto de Cur^on e Simone 
de Bric condannati. Leone abate di 8. Bonifacio e 
legato apostolico scrivea — che i Vicari di S. Pietro 
non* riconoscono a maestri né Platone, né Virgilio, 
né Terenzio, né il gregge degli altri filosofi: neque 
ceteros pecudes philosoforum: che S. Pietro nulla 
sapea di cotai fisime, e non pertanto fu eletto ad 
ostiario del cielo, e che Dio aveva chiamato a sé 
non gli oratori e i filosofi, bensì gl'indotti ed i ru- 
stici. — 

Ma se il clero odiava ogni scienza, dalla teologia 
infuori, questi studi trascendentali poco andavano a 
versi degli Italiani, poiché, come scrive il Giese- 
brecht — sacrae discipUnae per omnia haec tem- 
pora , indoli atqne ingenio nationis parum conve- 
nerunt. — Infatti noi non veggiamo che i libri 
pubblicati da Claudio contro le sacre immagini — 
eccitassero, son parole del Tiraboschi, alcun rumore 
in Italia, ove non si tenne per lui concilio, né vi 
fii chi prendesse a confutarne gli errori — dove in 
Francia per contro molti impugnarono le sue dot- 



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tiine, e in ispecie Dungalo, l'abate Teodomiro e 
Giona vescovo d' Orleans. Intenti i padri nostri a far 
risorgere lo studio del dritto romano, e a rivendi- 
carsi coir armi a libertà , poco o nulla curavano le 
teologiche speculazioni, talché lo stesso Giesebrecht, 
instituendo un raffronto fra gì' Italiani e i Tedeschi 
d'allora, saviamente diceva, che i primi — armis, 
forensiUus pergaudent negotiis — laddove i secondi 
— summa cum animi dilectatione in rebus sacris, 
in martyrum mentis, infide Christiana propagata 
commorantur. — Ond'è che la principal sede degli 
studi teologici, non curati fra noi, divenne allora 
Parigi, ove accorsero quelli fra i nostri che alle scienze 
sacre intendeano, e in ispecie il già memorato Pietro 
Lombardo, S. Anselmo, S. Bonaventura, S. Tommaso 
d' Aquino , Rolando da Cremona , Alberto da Genova, 
Annibaldo degli Annibaldi, Remigio da Firenze ed 
altri non pochi. I quali bevendo a quella fonte l'a- 
more delle sottili questioni e del cavilloso armeggiar 
di parole, ne allagarono siffattamente le scuole ita- 
liane, da snaturar quasi l' indole loro fino allor così 
aliena dalle dialettiche e ontologiche disputazioni. Del 
che altra testimonianza non può meglio appagarmi 
che quella del gesuita Bettinelli nel suo Risorgimento 
d* Italia. — Le gare più ardenti, egli scrive, e il 
più forte bollore degli scolastici essendo stato nella 
università di Parigi , e in lor più crescendo il talento 
di disputare e di sottilizzare, che non tra i giuris- 
consulti di Bologna e di Padova, sembra aver preso 
le mosse e il corso per tutta Europa quel parigino 
Aristotelismo, essendo per tutta Europa dispersi i 
discepoli di quella università, che per gli studi teo- 
logici e filosofici ottennero il nome primo e la fama 
più chiara. Gli uomini stessi religiosi colà si traspor- 



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tavano, e ritornando in Italia recavano seco e vi 
spargevano a larga mano quel genio inimico delle 
contrarie opinioni del pari e delle lettere più gentili, 
come dando uno sguardo alle storie spagnuole e fran- 
cesi possiam riconoscere , ritrovandosi infino a* cardi- 
nali e papi non pochi usciti da quella palestra e 
giunti alle dignità per la gloria d' essere stati in 
essa de' più valenti atleti e più istancabili. — 

Intanto un alito nuovo di vita, una febbre di scienza 
profana impossessavasi degli intelletti italiani, che 
invano Roma, continuando le tradizioni di Gregorio 
Magno, s'ostinava ad estinguere. Giovi a tal uopo 
ricordare la sorte toccata a Vilgardo, qual ci è nar- 
rata dalle cronache di queir età. Era costui un di 
quei valenti grammatici, onde abbondava nel secolo 
XI la città di Ravenna , in cui tenea pubblica scuola. 
Sprofondato ne* diletti suoi studi che lo traeano tal- 
volta fino al delirio, credè vedere una notte i de- 
moni sotto l'aspetto di Virgilio, di Orazio e di Gio- 
venale, che molto lo ringraziarono dell'ardore onde 
tentava propagare la cognizione delle opere loro, e 
a compenso de' suoi lodevoli sforzi gli prometteano 
di metterlo a parte della lor gloria immortale. Se- 
dotto da queste larve Vilgardo, non si tenne al già 
fatto, ma tolse ad ammaestrare i suoi discepoli in 
più cose contrarie alla fede, aflfermantlo doversi ogni 
altra credenza respingere, da quella infuori, che 
venia dai soli poeti insegnata. H perchè convinto di 
eresia, fu da Pietro arcivescovo di quella città con- 
dannato. Ma delle opinioni sue già troppi erano, 
dice la sentenza, macchiati, e crebbe a più doppi il 
numero de' ribellanti alle dottrine di Roma. 

In quel tempo fra le contenzioni de' Papi e de' 
Cesari si levava l'Italia, stringendo in una mano la 



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. 240 

croce e frugando coir altra nei ruderi del Campidoglio 
a ricercarvi i consolari suoi fasci. H popolo fatto allor 
consapevole delle sue forze, né guelfo, né ghibellino, 
intese a raffrenare i grandi feudatari, che gl'impe- 
iiatorì sassoni aveano un di confinato nelle contee di 
campagna, ma dalle quali ora irrompevano per ag- 
giogar le città e levarsi a tiranni. Allor corse per 
la penisola un grido che disse — né Pietro, né Ce- 
sare; ci rannodi il passato al presente e ristoriam la 
repubblica. — Era la voce d'Arnaldo da Brescia, che 
dopo aver seminato a Zurigo que' germi di libertà 
che non andarono perduti per i popoli elvetici, re- 
cavasi a Roma a risvegliarvi il genio Jatino. Ducimi 
che stretto dal tema io non possa dire lungamente 
di lui: degno d'essere esaltato per tutte l'età. H 
Savonarola del secolo XII che sembra ignorare i bi- 
sogni del corpo, che parla a mo' de' profeti ai car- 
dinali di Roma, che applica alla ragione di stato le 
teoriche della emancipazione , che predica ad un tempo 
il Vangelo e la repubblica, ohe si sforza a strappare 
l'Italia dalle mani del papa e di Cesare, minore da 
sezzo sul rogo, martire della libertà, dopo aver vis- 
suto come un tribuno ed un santo. 

Una delle ultime disfido , religiosa insieme e poli- 
tica , fu quella di Fra Dolcino, a cui non mancò per 
essere un nuovo Maometto che una diversa condi- 
zione di cose, ma che pur fu si acconcio a sovvertir 
popoli e istituzioni , che Dante, il profondo conoscitore 
degli uomini e de' tempi suoi , pone in bocca a Mao- 
metto , quasi niun altro fosse degno di consigliarlo , 
quei versi: 



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241 

Or di* a Fra Dolcin dunque che s' armi , 
Xu che forse vedrai il sole in breve , 
S* egli non vuol qui tosto seguitarmi , 

Si di vivanda, che stretta di neve 
Non rechi la vittoria al Noarese , 
Ch' altrimenti aquistar non saria lieve. 

(Inf. e. XXVIII) 

Nato in vai d'.Ossola di pDve-ra stirpe, esulò dalla 
patria, ed in Trento vesti le lane degli Umiliati; 
ma tosto spogliatele, commosso dai sozzi abusi in 
cui vedea sprofondate la chiesa, intese a riformarne 
i costumi. Sedotta al fascino delle sue ardenti parole 
Margherita di Franck, che viveasi nelle mura del 
chiostro di S. Caterina in quella città, giovane di 
alti natali e leggiadri ssima , volle farsi compagna 
della burrascosa sua vita. Era allora in Parma quel 
Gherardo Segarelli che da ben cinquantanni si tra- 
vagliava a ritornare la chiesa .al primitivo cristia- 
nesimo, oggetto delle persecuzioni di Roma; a lui 
trasse Dolcino, e si fé' il continuatore de' suoi inse- 
gnamenti. Scrisse a tal uopo tre lettere Ad universos 
fideles , mostrando la necessità d'una riforma reli- 
giosa, e dando nuove interpretazioni ai sacri testi. 
Nel 1304 sotto gli auspici dei conti di Biandrate 
cominciò le sue focose predicazioni, tirandosi dietro 
seguitatori e partigiani in gran copia. Nei quali affi- 
datosi, lasciati i monti, volle aprirsi nelle città un 
arringo più vasto , e occupata Serravalle, il piano di 
Cordova e Gattinara , da cui erano stati espulsi gli 
Arborio e gli Avogadro , vi pose stanza e vi si at-. 
tornio di bastite. Passò quindi in Val Sesia presso 
Emiliano Sola che aveagli offerto asilo e protezione. 
Per ben cinque anni potè mantenersi sui monti di 
Biella, ributtando ognora gli eserciti che lo guer- 

E. Celesxa. Storia della Letterat. in Italia^ 16 



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242 

reggiavano, i fulmini del Vaticano e le seduzioni 
onde venne più volte- tentato. Presi alla sua impe- 
tuosa eloquenza crescevano i settatori intorno a lui, 
per modo che osò spiegarsi fin sotto Vercelli. Im- 
paurati i principi e ì signori vicini da tanto note- 
vole accrescimento di forze, formarono una lega a 
cui partecipavano Ranieri vescovo e signore di Ver- 
celli, gli Avogadri, i Tomielli e le popolazioni di 
Val Sesia e di Biella. Un breve di Clemente V in- 
timò la crociata crontro i Dolciniani che diceansi 
anche Gazzeri. I quali veggendo il nembo che stava 
per iscoppiare , si rifugiarono sulle alpi del Vallone in 
Val Nera, occupando il monte di Parete Calva, ove 
si trincerarono in numero d* oltre -cinquemila com- 
battenti. Ottennero in diverse fazioni vittoria dei 
loro nemici, finché asserragliati nelle strette morse 
di Val Mosso in quel di Biella, battuti di fianco e 
di fronte , cessero più che ai nemici, alla violenza 
della fame e del freddo che li decimava. Corse im- 
mensa la strage : Dolcino , la sua compagna e Lon- 
gino, uno de' suoi principali aderenti, caddero in balia 
de* nemici. 

Condotti a Vercelli e distesi sulle lamine ardenti 
senza poter nulla dalle lor labbra strappare, furono 
dannati alla pena del fuoco. Il giorno in cui doveasi 
eseguire la sentenza, fu giorno di comune esultanza. 
Squillava a lenti rintocchi il maggior bronzo del 
comune , Y Orenga : il Legato di Roma, i vescovi e 
il capitolo del Duomo, gl'Inquisitori e i ministri del 
Sant'UflBizio seguiti da una sterminata tratta di po- 
polo, s'avviavano a tardi passi sovra lo spiazzo che 
si stende tra i confluenti della Sesia e del Cervo. 
Fra Dolcino, cui invano il grande Inquisitore rinnovò 
l'intimazione di abiurare i suoi errori, venne azzaf- 



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243 

feto da prima con tanaglioni roventi che strappavano 
le abbrustolite carni a lambelli, appresso gittato 
ancor vivo sul rogo, su cui peri del pari Longino. 
Margherita che con indomabile costanza fu testimone 
del loro supplizio, venne condotta a Biella ove subì 
r istesso#martirio. Con pari ferocia i Dolciniani furono 
perseguiti e sterminati in tutte le parti d'Italia. 
Dante potè vederne in più luoghi i su])plizi, ed io 
scrittore, dice V Anonimo, ne vidi ardere in Padova 
in numero di ventidue a una volta. 

Delle accuse che il santo odio sacerdotale e in ispecie 
il Parcaquota e il Bernini accumularono sopra Dolcino 
non giova occuparci, tanto son menzognere. Guai 
ai vinti quando V istoria loro è scritta dal vincitore ! 
Certo ei non ammise la confessione auricolare, non 
ammessa del pari dagli Albigesi : abolì il matrimonio 
come sagramento : professò una tal quale comunanza 
ne* beni . sulF esempio de* Paterini : e invocando il 
regno dello Spirito Santo, si fé* il profeta della libertà 
individuale e civile. Ma ciò che inaspriva più Roma, 
era 1* aver egli osato mettere a nudo i vizi del clero, 
predicata la necessità di una completa riforma, e 
sostenuto non essere la chiesa che la depositaria del 
potere spirituale, in ciò d'accordo con tutti i savi 
dell* età sua , che volean separato dalla tiara lo 
scettro ! 

I mali portamenti di Roma e il sangue onde im- 
brattavasi . ebbero per effetto che la satira contro la 
chiesa ed il clero, già antica in Italia, divenisse 
un* arma impugnata da ogni scrittore. Già Salviano , 
per tacer d* altri, fino dal 440, awegnacchè cristiano 
ardentissimo , ne aveva aspramentelverberato la cor- 
ruttela. — In te più non alberga, diceva, lo spirito 
spregiatore delle ricchezze terrene, e il tuo amore 



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244 

pei beni celesti è ornai spento . . . , tanto guadagnasti 
di popoli, quanto crescesti ne' vizi... — L'ardente 
S. Colombano — doleasi della infamia che inquinava 
la sedia di Pietro — dolere se de infamia quae ca- 
tedrae sancii Petri inuritur. — Libanio fin da' suoi 
tempi paragonava la voracità dei monaci a qtella degli 
elefanti. Eunapo rassomigliavali ai ciacchi: Zosìmo 
predicavali inutili all'umano consorzio. Udaberto ar- 
civescovo di Tours rimproverava a Eoma i manca- 
menti di fede per parte di chi la governa, e non 
ha omaggi che per Roma pagana. Felice città, egli 
canta, se non avesse padroni , o s' eglino vergognas- 
sero nel tradire la fede ! 

Urbe felix, si vel dominis urbe illa carerei, 
Aut easet dominia turpe earere fide, 

E altrove con più di violenza: 

Roma nocens , manifesta docens exempla nocendi: 
Scylla rapaxy puteusqm capax, avidusque tenendi. 

Un altro vescovo, Adalberone, flagellava nelle sue 
satire i monaci, in ispecie l'Ordine di Clugny e il 
suo rettore. Né risparmiò Eoma ne' suoi barbari 
leonini : 

Omne quod est, vendens, et in omnibus ad lucra tendens, 

I vizi del santuario erano a tale cresciuti, da 
provocare la sferza degli stessi S. Pier Damiano e di 
S. Bernardo. Questi non potea persuadersi che i sa- 
cerdoti fossero si rotti ne' cibi; sì effeminati nelle 
vestimenta e ne' letti , si cupidi di scialosi apparati 
e di superbe dimore. S. Pier Damiano a sua volta 
sfatava il lusso de' prelati , le lor tavole ove pira- 



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245 

midi di vivande esalavano i profumi di tutte le droghe 
d'oriente, i vini più generosi spumeggianti in calici 
di cristallo, e letti sontuosi più degli altari. 

Si suole esaltare in quell' età la dottrina del clero: 
ma lo stesso S. Damiano, autorità non sospetta, gli 
nega affatto tal lode. — Per la ignavia , cosi egli , 
e la negligenza episcopale i sacerdoti sono oggidì 
cosi ignoranti di ogni buòna letteratura, che non 
solo non giunfèno alla intelligenza di ciò che leg- 
gono , ma compitando sillaba dopo sillaba balbutiscono 
appena le parole. E come potrebbe orare pel popolo 
che, quasi straniero, ignora il senso della parola 
cui profferisce? E poiché l'apostolo vuole che il 
nostro ossequio sia ragionevole , io chieggo : come 
sarà ragionevole l'ossequio de' sacei'doti, quando chi 
ofiBre non ha intendimento della sua oblazione? A 
cotali ministri del santuario interverrà ciò ch'accadde 
a' que' sacerdoti, che dopo la cattività d'Israele 
mandati dal re degli Assiri in Samaria, ignorando le 
cerimonie del culto, né sapendo onorare Iddio secondo 
r osservanza de' legali precetti, vennero dalla rabbia 
de' leoni strozzati. — E con terribili parole seguita 
di questo tenore. 

Si levò a cielo in mille guise lo spirito religioso 
del secolo XI e del successivo: funestissimo errore, 
che la critica storica deve omai dissipare. Noi cre- 
diamo alla fede , ai rapimenti , ai mistici ardori di 
S. Francesco d'Assisi : ma il suo vero ascetismo mai 
non scese nel popolo. Si eressero cattedrali magni- 
fiche , ma più per orgoglio di popolo , che per slancio 
di religione. La miscredenza pullulava dovunque: le 
dottrine dei Fraticelli di Armanno Pungilupo, di Gu- 
glielmina da Milano e dei Fratelli Spirituali che 
predicavano l'emancipazione della donna e la comu- 



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246 

nione assoluta degli averi e del corpo, rappresentano 
anch'essi una sfida alla chiesa e preludono ai mo- 
derni sansimoniani. I ghibellini tutti erano in voce 
di materialisti e d'orbi di fede. Napoli ribboccava 
d* eretici : Firenze di paterini, già disseminati fin dal 
secolo antecedente in Lombardia e in Piemonte. Pul- 
lulavano a Orvieto, Eimini, Faenza, Viterbo, Prato, 
Siena ed altrove. A Poggibonsi avean pubbliche scuole: 
aderenti dovunque. A Piacenza caccial&no il vescovo : 
a Milano uccideano il grande inquisitore. In Firenze 
avea stanza il loro pontefice , un Filippo Paternone , 
d'origine incerta, ma d'autorità sconfinata: appresso 
tennero il seggio un Torsello , un Brunetto e un 
Jacopo da Montefiascone. Erano possenti, temuti e si 
numerosi che costituivano la terza parte della citta- 
nanza. Firenze — scrive il Villani — era in que' 
tempi molto corrotta di eresie, ed intra le altre era 
della eresia degli epicurei , per vizio di lussuria e di 
gola , ed era da ciò si divisa e partita la gente della 
città, che con armata mano difendeano la detta eresia 
contro a' buoni et catolici cristiani. — Schietto mate- 
rialismo professavano i dotti : Federigo II, Pier Delle 
Vigne , Farinata degli Uberti , Guido Bonatti, Caval- 
cante dei Cavalcanti, che, secondo Benvenuto d'Imola 
tenea per assioma — unus est interritus 'hominis et 
jumentorum, — E fama d'ateo avea del pari suo 
figlio , che con Farinata , Federigo, il cardinale Ubal- 
dini ed altri in gran numero , Dante pose in una 
speciale bolgia dell'Inferno. 

Queste ribellioni dello spirito contro l'ortodossia 
ebbero nuovo rincalzo nell' estendimento della filosofia 
d'Averroès, che Federigo II assai predilesse, e che 
ingegnavasi ad allargare dovunque. Delle relazioni 
di Federigo cogli Arabi, diremo a suo luogo. Qui 



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247 

basterà T accennare, com'egli chiedesse ai savi di 
quella nazione lo scioglimento di ardue quistioni sul- 
r eternità del mondo, sul metodo onde assi a studiare 
la metafisica e la teologia, sul valore e il numero 
delle categorie, sulla natara dell'anima ed altre tali. 
Ei si volse a tal uopo al califfo Raschid per cono- 
scere il luogo ove abitava Ibn-Sabìn di Murcia, allora 
in &ma del più saputo uomo di Magreb e della Spagna. 
Noi possediam tuttavia le risposte di quel filosofo. 
Altre non manco intricate quistioni appianavagli 
Giuda ben-Salomo Cohen, autore di una enciclopedia 
filosofica, il quale raccolto in sua corte, ne godette 
i favori, unitamente a Taki-eddin, ch'ebbe pur da 
quel principe le più oneste accoglienze. 

Gli Aweroisti negavano la creazione ex nihilo e 
la immortalità dell' anima: facevano di Dio un essere 
indeterminato e quasi un punto matematico in grembo 
allo spazio. Altri professavano che il mondo esiste ab 
eterno, che mai non visse un primo uomo, che l'anima 
si corrompe in un col corpo, che la Provvidenza 
non curasi delle cose terrene , che Dic^ non può fare 
che r uom corruttibile alberghi uno spirito immortale, 
ed altre empie sentenze dannate come ereticali da 
Eoma. Il focolare delle quali era la università di 
Toledo , ove l' arcivescovo Raimondo gran cancelliere 
di Castiglia soldava un corpo di traduttori giudei, a 
capo de' quali stava Domingo Gonzales. E i libri 
arabi volti in latino si spandeano in tutti i porti del 
mediterraneo per opera dei principi di Barcellona, che 
colpiti d' anatema, avean tolto anch' essi a proteggere 
i nemici dell'autorità pontificia. 

Le teorie materialistiche della scuola araba prof- 
fessate da Federigo, diedero origine a quella falsa 
asserzione che lo fa autore del libro De triòus im- 



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24S 

postoribns. Questo libro fu 1* arme onde la curia 
romana tentò ferire i propri avversari; imperocché 
ogni qualvolta si volle gettare una mortale accusa ^ 
sul capo di alcuno e farlo segno delle vendette ec-- 
clesiastiche, si disse autore o almen leggitore di una 
tal opera. I nemici di Federigo predicandolo appunto 
come autor di quel libro , intesero designarlo alla 
esecrazione dei popoli. Al qual proposito Gregorio IX 
scriveva: — Questo re pestilente ci assevera, che il* 
mondo venne ingannato da tre giuntatori: che due 
di essi sortirono una gloriosa fine, dove per l'opposto 
Gesù fu sospeso a una croce. Inoltre egli afferma a 
viso aperto o piuttosto osa bugiardamente asserire , 
essere affatto dissennati coloro che tengono avere 
una vergine dato vita a Dio onnipotente e creatore 
del mondo. Ei parteggia per questa eresia, che, cioè, 
ninno può nascere senza il commercio dell* uomo e 
della femmina. Aggiunge non doversi aggiustar fede 
alcuna , tranne a' ciò eh' è provato in virtù delle cose 
sensibili e della ragion naturale. — 

Del resto il Jibro di cui sopra è menzione, non ebbe 
mai vita fino ai tempi della Riforma, che nelle im- 
maginazioni dei volghi. Se ne fecero successivamente 
autori Averroes, Federigo, Pier Delle Vigne, Boccaccio, 
Pietro Aretino, il Poggio, il Macchiavelli, Pomponaccio, 
Cardano , Occhino, Giordano Bruno, Vannini ed altri : 
ma certo egli è che ninno mai l'ebbe alle mani, 
poiché prima d* allora mai non fu scritto. Più che un 
libro, giova ripeterlo, fu uno strumento d'accuse, 
onde giovossi la curia romana per trascinare sul rogo 
i propri nemici. Primo ad asserirne Y esistenza fu 
Guglielmo Postel , morto sull'ultimo scorcio del se- 
colo XVI, il quale ne fé' autore Arnaldo di Villanova ; 
per contro Tommaso Campanella lo riferisce a Mar- 



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249 

cantonio Mureto. Oggidì invero se n'hanno parecchie 
edizioni messe fuori si in Germania che in Francia 
e in Italia: ma il correttissimo latino, ond' è dettato, 
non toglie ch'abbiasi in conto del più scempiato li- 
bercolo ch'abbia divulgato la stampa. 

Del resto giova, quasi a conclusione osservare, che 
l'eresie in Italia solean offrire aspetto piuttosto di 
quistioni politiche che di teologiche speculazioni: e 
gli eretici, cioè coloro che avversavano le intempe- 
ranze di Roma e combattevano la temporale podestà 
dei pontefici o la corruttela del clero, subordinarono 
ognora l' idea religiosa aJ concetto civile. Che se fiere 
repressioni talora ebber luogo tra noi, queste furono 
in tutto individuali o ristrette in angusti confini : né 
mai fu possibile una crociata come quella che rove- 
sciavasi sulla Francia meridionale, togliendo a pre- 
testò r uccision di un inquisitore, Pietro di Castelnovo. 
In Italia l'uccisioni di moltissimi inquisitori, fra cui 
quella di Pietro Martire, di Pietro Parenzio, diGui- 
dotto da Correggio vescovo di Mantova, di Fra Or- 
lando da Cremona, di Fra Pagano da Luco, nulla 
produssero di somigliante: non dubbia prova delle 
diverse condizioni intellettuali e morali in cui versa- 
vano queste nazioni. 



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CAPO XII, 
IL SECOLO XI 



SOMMARIO. 



Gregorio VII fondatore del potere teocratico — S. Pier Da- 
miano — Lanfranco e S. Anselmo filosofi — Opere di S. An- 
selmo — Suoi metodi didattici — Della poesia medioevale: 
Gruaiferio e il suo poema — Alfano lei suoi canti — Pietro 
Diacono e il poema De novisslmls diebus — Enrico da Set- 
timello — I Lessicografi: Papia lombardo, Uguccione ed il 
Balbi — Gruido d'Arezzo e i suoi trovati musicali. 



Correa nel secolo XI una strana leggenda , che 
mostra la tendenza de' romani pontefici ad innalzarsi 
su tutte le podestà della terra. Essa dicea di un 
Andrado, che levatosi in ispirito, vide Dio che impo- 
neva a tutti i reggitori delle chiese cattoliche di 
raccogliersi al suo cospetto. Giunti innanzi al suo 
trono e' Y adorarono, e poiché furono da lui bene- 
detti, cosi prese a dire: — Perchè, o miei ben 
amati fratelli, perchè giace si lacerata e calpesta 
r eredità mia, che a prezzo del mio sangue venia 



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9n5 



riscattata dal mio genitore ? — E parecchi tra quelli 
risposero: — È colpa dei re — E Dio allora: — 
E chi son mai questi re ch'io non ho stabilito, e 
che punto non riconosco? — Indi avuti a sé l'impe- 
ratore Luigi , i suoi figliuoli Lottario e Carlo e il di 
lui nipote Luigi re d'Italia, loro ingiunse di servire 
fedelmente la chiesa: e a questo patto soltanto affi- 
davali della conservazione delle loro corone. 

La prevalenza de' romani pontefici sugli stessi 
monarchi doveva a breve andare tradursi in un fatto. 
Siamo appunto in quel secolo in cui fieramente gran- 
deggia il sommo Ildebrando, che ascese al trono di 
Piero col nome di Gregorio VII. Per quanto suo- 
nino diversi i giudizi della storia su lui, noi vo- 
lentieri aderiamo alla sentenza di coloro che l'hanno 
in conto di uno de' più eminenti uomini de' tempi 
moderni. 

Nato in Soana su quel di Siena nel 1013, di pic- 
ciol sangue, venne non pertanto educato alle lettere 
da un Laurenzio, e appresso da Giovanni Graziano, 
che fu pontefice col nome di Gregorio VI. Non è 
nostro istituto riandar la sua vita, le sue lotte, le 
sue riformazioni; a noi basti il dire ch'ei raccolse 
le nuove forze della nazione nelle robuste sue mani, 
e le fé' servire ad un alto e temerario disegno; volle 
cioè che il vicario di Cristo al di sopra di tutto 
Tuman genere si sublimasse, quasi un Dio sulla 
terra, arbitratore dei re e degli imperi e dittatore 
supremo di tutte cose. Vero fondatore del potere teo- 
cratico, che tornò appresso così esiziale all'Italia, e' 
cominciò nondimeno a riformare i costumi del clero, 
omai caduto si basso che la stessa fede ne patia de- 
trimento. Prefiggendosi a norma costante d'ogni sua 
azione la superiorità del romano pontefice sopra ogni 



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253 

podestà della terra, aperse veramente la lotta contro 
l'impero, e non depose i suoi fulmini, finché non 
vide Cesare stesso intomo a Canossa col sajo del 
penitente sul collo, ignude le piante, supplicarlo di 
benigno perdono. Da quel dì la civiltà italica trionfò 
del mondo barbaro, e rotto il fascino della dignità 
imperiale , i nostri comuni poterono in pace asset- 
tare il lor reggimento senza punto curarsi degli im- 
peranti germanici che il feroce Ildebrando aveva 
schiacciati. 

La sua dottrina è contenuta nei ventisette aforismi 
del suo Bictatus Papae. 

Non può da lui scompagnarsi una schiera d'illustri 
Padri, che la chiesa venera sugli altari e l'umanità 
fra i più insigni intelletti: S. Anselmo da Lucca, 
S. Pier Damiano da Ravenna, Lanfranco da Pavia e 
S. Anselmo d' Aosta. Messe da parte le opere del 
primo d'essi, come quelle che esclusivamente s'in- 
formano a speculazioni teologiche é ascetiche, diremo 
di S. Pier Damiano (1007), anima santamente sde- 
gnosa, che congiunse con mirabili tempra l'opere di 
scrittore, monaco e cardinale ad un tempo. Egli, 
cosi lo giudica il suo più recente biografo. Alfonso 
Capecelatro, non ebbe in tutta la sua vita che un 
grido, e fu il grido della virtù contro i vizi, la si- 
monia e la incontinenza, onde chierici e laici im- 
brattavansi. Ovunque ei si recasse, con l'esempio, 
con la parola e con le lagrime imprecava ai malvagi 
contaminatori delle cose sante, flagellandoli con la 
focosa eloquenza del suo discorso, e più con la smi- 
surata possanza delle virtù sue. Inviato di terra in 
terra da parecchi pontefici, Stefano, Nicolò, Ales- 
sandro, corse di città in città, strappando le inflile 
episcopali dal capo di. coloro che le aveano insozzate 



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254 

di simonie e di lascivie. Chiamato nei concili, do- 
mandò leggi per diradicare questi vizi e queste car- 
nalità: rientrato nella solitudine del romitorio, dettò 
fulminee invettive contro gl'infetti di siffatte brut- 
ture: e nel suo stile si riverbera per intero la sua 
anima di fuoco. Nulla dirò di lui come teologo, cioè 
continuatore di queir aurea catena di Padri , che 
mette capo in Giustino martire e si compie con 
S. Bernardo, dopo il quale la scienza sacra 4agenerò 
nella scolastica. Che se troppo proclive al sopranna- 
turale abbonda talora in racconti di visioni e mira- 
coli, non credibili o non provati, ciò fu vizio, 
anziché suo, de' tempi in cui visse e ch'egli ebbe 
in comune co' più insigni di queir età. Fu dotato di 
grande, anzi di tempestosa eloquenza nello sfolgorare 
gli errori: onde le iperboli e l'uso di strane metafore 
che macchiano talora i suoi scritti. Queste mende ri- 
scontriamo altresì ne' suoi versi, non tutti invero 
spregevoli e barbari. 

Sant'Anselmo arcivescovo di Cantorbery e Padre 
della Scolastica, ebbe a maestro Lanfranco, che in- 
sieme a lui fondò in Francia quella scuola teologica, 
che venne appresso a più doppi illustrata da Pier 
Lombardo da Novara e da S. Tommaso d'Aquino. 
Scrivono i Padri Maurini, autori della storia lette- 
raria di Francia, — logici e valorosi dialettici non 
v' ebbe fra noi se non ai tempi di Lanfranco e di 
S. Anselmo. La dialettica, secondo la sua istituzione, 
era Y arte di ragionar drittamente e sodamente , e di 
giungere per le vie più sicure al discoprimento del 
vero. Il che non potea conseguirsi senza que' giusti 
concetti che rampollano dalla intera comprensione 
delle cose: ma in quel tempo niun pensava ad ac- 
quistarli, non in altro facendosi consistere allor la 



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255 

dialettica, che in nude parole e precetti, cui ninno 
sapeva applicare. Ad ovviare a questi capitali dif- 
fetti S. Anselmo pose mano al trattato del Oram- 
TnMico, vera sposizione della dialettica, in cui toglie 
a far noti i due generali oggetti di tutte le idee, 
cioè la sostanza e la qualità. Con il che gli venne 
fatto di purgare da molteplici errori la filosofia dei 
suoi tempi, e recarla a qualche grado di perfezione. 
Gli scritti filosofici di Lanfranco e quelli di Odone, 
che appresso fii vescovo di Cambrai, contribuirono a 
quest'uopo non poco. Per opera di questi tre insigni 
filosofi si .vide risorgere il metodo degli antichi scrit- 
tori. — E altrove essi aggiungono — Lanfranco ed 
Anselmo dotati di elegante latinità e di ottimo gusto 
per le più alte speculazioni, a tale che dopo il deca- 
dimento delle lettere non fu più posseduto da alcuno, 
lo trasmisero ai loro discepoli, e questi a lor. volta 
a molti altri. Felici trapassi, il cui infiusso essen- 
dosi via via diffuso per la Francia, T Inghilterra, 
r Italia e T Alemagna, fu la prima radice di quel ri- 
sorgimento scientifico, che iniziavasi in Francia ai 
tempi di Luigi il giovane. Al monastero di Bec ascri- 
vesi giustamente la lode d' esseme stato la culla . . . 
Pria che Lanfranco ed Anselmo suo discepolo tenes- 
sero scuola, il latino che usavasi in Francia era in- 
colto, aspro, selvaggio: rozza la teologia, fiacca e 
scorretta nel ragionare: la filosofia non consisteva 
che in una vuota dialettica: della metafisica noto 
appena il nome. Ma dal giorno che questi due uo- 
mini misero fuori le loro dottrine, tutte queste fa- 
coltà letterarie levaronsi a tale altezza, che i secoli 
posteriori e più colti non isdegnarono d'averli in 
conto d' imitabili esempi. Lanfranco fé' rivivere quello 
acuto e trionfai metodo d' usar le armi che la teo- 



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256 

logia somministra a difender la fede; Anselmo dal 
canto suo sgroppò questioni teologiche che fino allora 
pareano insolubili ; e mostrando le sue soluzioni con- 
formi alla autorità della Santa Scrittura, svelò ai 
teologi un nuovo metodo di trattar le cose divine, 
accoppiando alla rivelazione il processo della ragione. 
Insegnò del pari ai filosofi non solo a sollevarsi oltre 
le sottigliezze e la barbarie scolastica, ma eziandio 
su tutte le cose sensibili, facendo uso delle idee in- 
nate e del lume naturale, che il Creatore trasfuse 
negli umani intelletti. Del che die saggio in diverse 
opere che gli procacciarono il titolo del più eccel- 
lente metafisico che dopo Sant* Agostino avesse la 
chiesa — Fin qui i Maurini, ch'io son lieto di ri- 
cordare, poiché troppo rado incontra che autori firan- 
cesi rendano debito testimonio di lode al merito degli 
Italiani. 

Dettò Anselmo parecchi trattati morali, fra i quali 
primeggia il Monologium, in cui l'autore sappone 
che un uomo povero affatto di studi si fstccia a rin- 
tracciare la verità col solo presidio della ragione; 
ivi egli svolge le teorie di Platone risalendo dal fi- 
nito all'infinito, e a quell'ideale supremo, in cui 
siede, come in suo trono, la vera realtà. Ninno 
scrisse con più profondo acume di lui — se l'anima 
anela a Dio, la giustizia di Dio esige ch'egli si doni 
a lei per intero. — Dettò eziandio il Proslogium, 
ossia allocuzione, in cui dimostra che — il pensiero 
di Dio prova la necessità della esistenza di Dio. — 
Quando si tratta ^eìX universale supremo, il possi- 
bile e il reale costituiscono una sol cosa. Impossibile 
il pensare che Dio non esiste; come infatti imma- 
ginare che Venie non sia? Pensatore profondo, come 
quegli che pur accettando il dogma in tutta la sua 



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257 

pienezza, intende nondimeno a chiarirlo col lume 
dell'intelletto: miracolo di sapienza in un tempo in 
cui la teologia dominava assoluta, trattò dell' essenza 
divina in guisa che ninno può collocarsegli accanto. 
A lui dessi il famoso argomento ontologico della esi- 
stenza di Dio, che il Cartesio e il Leibinizio ripe- 
teano parecchi secoli appresso : anzi quest' ultimo non 
tace esserne stato Anselmo il primo inventore. Non 
pochi altri concetti che noi troviamo sparsamente nel 
Monologium , ci balzano innanzi nelF opere di Car- 
tesio, non lieve vanto per la filosofia medioevale. Né 
deggio tacere essere egli del pari un elegante poeta. 
Trattò infatti non senza acume la satira : e in un 
suo carme Sul disprezzo del mondo accenna a molte 
particolarità di quel secolo, specie agli ornamenti e 
vanità cui s' abbandonavano le donne , alle quali rim- 
provera il digiunare e V uso dei^ salassi neir intesa 
di farsi pallide per meglio piacere, non che l'arte 
di render biondi i neri capelli. 

Né sdegnava talor scendere dalle sue filosofiche 
altezze a più modesti argomenti, come ad esempio, 
alla educazione de' parvoli nel chiostro di Bec, ove 
ei riduce vasi nel 1060. Altri monaci in quel tempo 
aveano al pari di lui rivolti gli studi loro a que- 
st' umile ma pur arduo negozio ; anzi un abate Giberne 
del monastero di Saint-Evroul in Normandia, intese 
perfino a sostituire piccioli e acconci scritti ai banchi 
ove soleansi stipare i fanciulli , preludendo di ben 
otto secoli aUe innovazioni americane ed inglesi. Ma 
ninno avanzò Anselmo nelle cure prodigate ai di- 
scenti. Ecco un breve dialogo, eh' io cavo dalla 
Vita che ne dettava il suo discepolo Eadmero, fra 
Anselmo e un abate del suo monastero. Diceva costui 
— i nostri alunni son tristi e incorreggibili: notte e 

E. Celesia. storta della Letterat in Italia. 17 



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S58 

di non restiamo dal batterli: ma e' corrono ognora 
di male in peggio. — E Anselmo a lui — ma come? 
voi li battete? E fatti grandicelli che addiverranno? 
Stupidi e grulli. Bella educazione invero la vostra 
che gli uomini converte in bestie .... — E di ri- 
mando r abate — possiam noi diportarci altrimenti ? 
Ogni argomento vien messo in opera per migliorarli, 
ma pur senza costrutto. — Allora Anselmo gli si 
volse con questo esempio — Se tu pianti un albero 
nel tuo giardino e d'ogni lato siffattamente lo stringi, 
che non possa allargare i suoi rami, quando dopo al- 
cuni anni vorrai liberarlo da ogni suo ingombro, ti 
si parrà dinanzi una pianta dai rami contorti e at- 
trappiti: e dovrai ascriverti a colpa d'averla così 
immoderatamente assiepata. — 

Anselmo cessò di vivere nel 1109, dolorando di 
dover morire senza gli fosse dato risolvere la grande 
questione delV origine delV anima. Io non so, disse, 
se altri potrà chiarirla giammai. E disse il vero: essa 
è ancora insoluta. 

La critica odierna dovrebbe porgersi manco severa 
verso i canti de' bassi tempi, a dar retto giudizio 
de' quali è mestieri far gitto d' ogni zavorra accade- 
mica e d'ogni pastoja scolastica. Imperocché se a 
primo aspetto quella poesia parrà offesa da una cru- 
dezza a cui si ribella il gusto morbido e permaloso 
d'una età stracivile, più intenta a cercare il bello 
che il vero ed il buono, chi si farà a penetrare oltre 
quella corteccia, vinto il primo sapore di forte agrume, 
sarà costretto a riconoscere, che ninna poesia fu più 
autogena di essa, e che ninna sgorgò con più schietta 
vena degli intimi penetrali della coscienza popolare. 
Accennando ai migliori di quell'età, dirò di quel 
Guaiferio da Salerno monaco di Montecassino , cono- 



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259 

sciato a' suoi tempi , cioè verso il 1060 , col nome di 
Fior di sapienza. Di lui ci restano non pochi inni , 
sermoni e vite di santi, delle quali non è nostro 
intento occuparci, paghi di soffermarci sopra un suo 
poema, che diresti opera affatto moderna. Al titolo 
suo B$ mirac. illius qui seipsum occidit , più ade- 
guatamente, come già per altri notavasi, si potrebbe 
sostituire quello di Risurrezione di un suicida. In 
questo poema descrivonsi con versi talora mirabili i 
tragici casi avvenuti ad un giovane di semplice leva- 
tura di mente, che con altri pellegrini awiavasi a 
visitare la tomba di S. Giacomo di Gallizia. Smarriti 
i suoi compagni , ei prosegui da solo il suo corso , 
quand'ecco farsegli innanzi un personaggio dall'aria 
dolce e soave, che con pietosi ragionari giunse d'un 
tratto a cattivarsegli e a conoscere la meta del suo 
viaggio. Era il demonio. — E perchè, diceagli il 
tentatore con voce blanda e mansueta, perchè trava^ 
gliarti a gir si lontano e a cercare altrove ciò ch'ora 
appunto ti si para dinanzi? Ignori tu dunque a chi 
tu favelli? Io sono l'apostolo, di cui ti appresti ad 
onorare il sepolcro : e ti sto mallevadore del perdono 
delle tue colpe e dell'eterna tua salvazione, al solo 
patto che tu sciolga l'anima tua dai lacci terreni. 
Se ami acquistare una vita perennemente beata, spo- 
gliati della vita caduca. — Il credulo pellegrino 
rifugge dapprima dall'idea di un suicidio, ma pur si 
lascia alla perfine adescare. Perchè, raggiunti i com- 
pagni , cena allegramente con essi loro , e quando li 
vede sepolti nel sonno, s'immerge nella gola il pugnale; 
senonchè negli ultimi aneliti sente risvegliarsi la 
coscienza del perpetrato misfatto, e muore tra la di- 
sperazione e i rimorsi. Ed ecco una falange di de- 
moni impadronirsi della sua anima, e il più efferrato 



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260 

tra questi, colui che più aspramente s'adoperava a 
straziarla ed a porne in dileggio la buona fede, era 
appunto quel desso che 1* avea tratta al mal passo. 
Intanto dopo aver valicato piani, valli e montagne, 
giungono in vista di Eoma*; ma qui una voce potente 
costringe gli spiriti d' abisso a raffrenare il loro corso 
e ad abbandonare la preda. Era l'apostolo S. Giacomo, 
che circonftiso di raggi eterei supplicava la madre di 
Dio per quel peccatore. E il perdono è tosto concesso 
a condizione che l'anima di lui debba rientrìare nel 
corpo, che innanzi tempo avea disertato, per espiarvi 
il commesso maleficio. Allor gaidata dallo stesso San 
Giacomo essa si riconduce ali' ostello ove avea lasciato 
i compagni, che pieni di terrore videro a un tratto 
rianimarsi al soffio della vita e in pie balzare il ca- 
davere, che poco innanzi aveano scorto dibattersi 
tra gli spasimi dell' agonia. Né l' espiazione del &llo 
si fece attendere ; perocché il pellegrino resosi subi- 
tamente al monastero di Cluny, fu accolto dall'abate 
Ugo tra i penitenti di quel pio sodalizio. Eeputo di- 
cevol cosa riferire un brano di questa leggenda, e 
scelgo il punto in cui il demonio assale con soavi 
parole il dabben giovinetto: 

.... Quare tantum vis /erre laborem f 
Hic via consiliumque viae: discrimùie nullo 
Atqìie mora nulla conquiri posse quod optas» 



.... Credit miser, atque repente 
Stratus humi deposcit opem, scelerwmque lavamen. 
Mox auctur mortis, mortis prorumpit ad atrum 
Consilium, sed factwr9,m quid consulat illvm 
Accipit ante fiderà. Tum sic ait : haud, nisi solvas 
Ipse tuos art OS animae compage, salutem 
Qìiam cupis, aetemam speres. Vis vivere vitam 
Semper mensuram? Vitam tibi tolte caducam. 



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Horrescit facinus bruto sub pectore tantum, 
Audet et hoc fidei dici non esse repugnans 
Dicere, sed monitis persuasus cedit iniquis. 
. . . . It, caenat, simulatqìie, gravatis 
Somno consociis, immergit gutture telum, 
Amputat et vencts, secàt et cum gutture nervos, 
Nec mora, configit praecordia: sed dolor ipse 
Criminisy àc mortem miserum clamare coegit. 
Me miserum! perii: scelus hoc mea destra peregit. 
Et ruit exanimis; miseram max turba ferorum 
Spirituum capiunt animam, rapiuntque, trahuntque 
Per summas Galles agitantes atque per imas. 
Apparet subito facinus qui suaserat hostis, 
luris et esse sui scaeleris qui causa sit inquit. 
Caeditur, insequitur, magia omnibus urget et unus: 
Ad loca romanis sic itur proxima muxis. 
Vox sonat Me : sinite : stolidi cessere parumper : 
Sed repetunt animam dum vox silet atque coarctant. 
Intonai haec eadem proprior mage, terribilisque : 
Diffugiunt omues, subitis^ terroribus, hostes, 
Nec quatiunt animam jam sancta voce solutam. 
En specie vera juvenis pulcherrimus adstat, 
Novit apostolici formam quasi praescius oris 
Spiritus : hunc sequitur, super ardua teda venitur 
Principia Ecclesiae regnantis; in aethere Mater 
Virgineis stipata choris adstare videtur. 
Accedit Jacobua prò tanta labe precatwr, 
Audit ab ore pio: repetat niai carnea clauatra 
Et cum carne luat factum cum carne reatum, . 
Non animam 'tanto damnatam crimine solvi. 
Ergo repentino rediena jam libera cursu 
Inirat apostolico dimissa cubilia ductu. 
Oscitat, erigiti/^, loquitur, graditurque cadaver, 
Dat res ipsa fidem sociis, mom vivere cemunt 
Quem videre mori 

È sentenza del Tosti, a cui volentieri m'accosto, 
che delle cose poetiche dell' XI secolo non sia alcuna 
che regga al paragone di questa. Non senti correre 
in questi versi una vena virgiliana ? sotto quella veste 



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longobarda non caldeggia un' anima latina ? Certo v'ha 
in essi del barbaro: ma pur del pretto romano. E 
non è infatti puro oro quel mortis prorumpit ad 
atrum consilium 9 Quel capiunt animam rapiunùque, 
trahuntquef La qual descrizione acquista nervo e 
calore dall' apparizione dell' apostolo — En specie 
vera juvenis pulcherrimus adstat. — Evidentemente 
un' aura del secolo d' Augusto spira in questa poesia, 
quasi preludio di maggiori trionfi negli avvenire. 

Gareggia con Guaiferio per ingegno e chiarezza di 
fama Alfano I nato a Salerno tra il 1015 ed il 1020 
sotto il principato di Guaimaro III e a lui legato di 
parentado. Studiò medicina in quella celebre scuola 
e in un le scienze ecclesiastiche, che lo trassero nel 
1056 a rendersi monaco in Montecassino. Due anni 
appresso Stefano IX creavalo arcivescovo della città 
di Salerno. Ei prese parte vivissima a tutti i più 
grandi commovimenti dell' età sua : romeo in Terra- 
santa , oratore in Costantinopoli , mediatore di pace 
ne' sanguinosi conflitti che agitavano i Normanni di 
Roberto Guiscardo e i Longobardi di Benevento, 
anacoreta austerissimo , come quei che nel corso della 
quaresima non solea toccar cibo che sole due volte 
per se.ttimana, e non pertanto versatissimo in ogni 
ragione di studi, specie nella poesia,' che seppe ancora 
abbellire di classiche eleganze. Mori il 9 ottobre del 
1085 in odore si santità , secondo il Baronio e l' U- 
ghelli : onore contesogli da non pochi altri scrittori 
di cose ecclesiastiche. 

Pietro Diacono e il Mari suo chiosatore ci dàn 
r elenco de' numerosi suoi scritti, in ispecie, poetici. 
Il contenuto della maggior parte de' quali è la cele- 
brazione delle SS. Vergini, Agnese, Lucia, Caterina, 
Margherita , Sabina ed Orsola : l' esaltazione dell' u- 



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263 

miltà, r abbassamento della superbia, i mistici rapi- 
menti, le ascetiche contemplazioni, la negazione, in 
una parola , di quanto è d' umano : ma pur in mezzo 
ai vepri teologici spuntano talora fiori olezzanti di 
vera poesia, e fremiti e gioie e dolori rivolti alla 
terra , massime alla sua patria e agli amici , a' quali 
è largo di lodi , d' ammonimenti e di biasimi. Fra le 
poesie del primo genere designiamo quella De Casino 
Monte, in cui con lirico brio descrive il tempio edi- 
ficato da S. Benedetto sulla montagna ove ergeasi 
ab antico un delubro ad Apollo: 

Tanta decoris in hoc rutilai 
Gloria^ Roma quod ipsa sua 
Pluvia, ut estimo, non faciat 



Tu speciosa fenestra Dei 
Proxima luminibus superis, 
Unde videntur ad haec animae 

Tendere 

Ut pa/rttdhsus amaenus Eden, 
Omne soli sìiperas specimen: 
Eius aromatibus redoles : 
Deliciae Ubi non aliae 
Sunt nisi forte sue pariles. 



A queste poesie monacali tengono dietro le civili 
politiche, fra le quali meritano speciale ricordazione 
quelle Ad Oisulphum principem salernitanum. Ad 
Ouidonem fratrem principis salernitani, e quella ad 
Hildebrandum archidiaconum romanum, che fii poi 
Gregorio VII. Sebbene Alfano debba a questo carme 
non picciola parte della sua fama per la celebrità 
del personaggio cui venne indiretto, non pertanto per 
lucidezza di pensieri e venustà di dizione non va 
registrato , forse a cagione del metro, fra i suoi parti 



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migliori. Stiuào però prezzo dell'opera, stante la sua 
storica importanza e la romanità che l'informa, ri- 
ferirne qui alcune strofe : 

Quanta gloria puòllcam 
i Rem tuentlòus indita 

Saepe jam fuerit, tuam, 
Hildebrande, scientiam 
Nec latere putavimus 

Nec putamus. Idem sacra 
Et latina refert via, 
Illud et Capitola , 
Culmen eximium, thronus 
Pollens imperii, docet» 

Sed quid istius ardui 
Te laboris et invidae 
Fraudis aut piget aut pudetf 
Id bonis etenim viris 
Peste plus subita nocet. 



His et archiapostoli 
Fervido gladio Petri 
Frange robur et impetus 
Illius, vetus ut jugum 
Usque sentiat ultimum. 

Quanta vis anathematis! 
Quidquid et Marius prius, 
Q:jùodque Julius egerant 
Maximo nece militum, 
Voce tua modica facis. 

Roma quod Scipionihus 
Caeterisque Quiritibus 
Debuit triage quam tibif 
Cuius est studiis suae 
Nacta jura potentiae. 

Qui probe y quoniam satis 
Multa contulerant bona 
Patriae, perhibentur et 
Pace perpetua frui 
Lucis et regionibus 



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265 

Te quidem, potloribus 
Praeditum meritla, manet 
Gloriose perenniter 
Vita, civibiis ut tuia 
■ Comparer Ì8 Apostolis, 

Questo carme chiarirà il discreto lettore della po- 
tente efficacia esercitata da Ildebrando sovra il pa- 
pato, fin da quando non era ancora pontefice: porrà 
in sodo r ardore onde il nostro poeta parteggiava pel 
potere teocratico , di cui Gregorio VII fu poi fonda- 
tore : mostrerà che tutto ciò che non è romano , sia 
barbaro , e come il papato sia il succedaneo dell' im- 
pero de' Cesari, col solo divario, che mentre questo 
non avea base morale perchè pagano, quello invece 
è emanazione di Dio medesimo, e perciò ogni forza 
umana dee cadere di fronte air anatema che rende la 
modica voce d'Ildebrando assai più temuta che non 
Tarmi di Mario e di Giulio. Alfano era Tuom de' 
suoi tempi. *• 

Di Pietro Diacono, già da noi ricordato, come con- 
tinuatore della cronaca di Leon marsicano, non bassi 
a dimenticare il poema in versi rimati De novissimis 
dieòus, 1 scombuiamenti di queir età originati in gran 
parte dallo scisma dell' antipapa Anacleto, si rifiettono 
fescamente su questo carme improntato del più pro- 
fondo sconforto , come se il poeta non vedesse attorno 
a sé che disertamenti e mine. Egli incomincia col 
rifarsi al tetro anno del 1000 , e ci addita lo spirito 
del male, che spezzati i lacci, onde avealo gravato 
il Salvatore, riprende intera balia di tutta la terra. 
E intanto i sacerdoti, a' quali la simonia aperse il 
varco de' templi, sgozzano le pecorelle alla lor cura 
affidate: spendono in sontuosi banchetti il tempo 
riserbato agli uffici del loro ministero, e chiudendo 



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266 

in faccia al povero le loro case , le spalancano invece 
ai potenti del secolo. La frode, il sacrilegio, i micidi 
divampano ovunque : e Y oro , onde Dio fu venduto , 
serve a mercanteggiare gli onori ecclesiastici. Quale 
la fonte di tante calamità, se non T usurpazione di 
un illegittimo papa, vero precursore dell' Antecristo? 
E mentre ei mette a nudo le piaghe che contristano 
la chiesa, delinea con sì lugubri tinte la consuma- 
zione dei secoli , che Y opera sua rassembra una 
pagina spiccata dalla tremenda epopea dell'ispirato 
di Patmos. 

Bestringendomi a dir de' migliori, accennerò in 
ultimo il nome di Enrico da Settimello detto il Povero, 
poiché vacando intorno al 1180 agli studi in Bologna, 
solca scrivere i suoi versi sovra una logora pelliccia 
per manco di danajo a provvedersi di carta. Ei ci 
lasciava un poema sulla Diversità della fortuna e 
Sulla consolazione della Filosofia, poema ardimentoso 
pel tema e per la sapienza ond' informasi , non che 
per una tal quale venustà di dettato a cui non era 
avvezzo il suo secolo. 

Intanto ciò eh' ancor rimanea dell' antica coltura , 
accogliendo nelle sue molteplici manifestazioni i fer- 
menti de' nuovi tempi, mostrava accennare a quel 
rivolgimento intellettuale, che in molta barbarie ebbe 
pur molta grandezza, e da cui scaturì l'arte moderna. 
Io non raccoglierò i nomi dei tanti scrittori di quel- 
l'età, lavoro da bibliofilo più che da storico: non 
parlerò d' Agnello ravennate , di Pulberto vescovo di 
Chartres, ma di patria italiano, di Guglielmo abate 
di S. Benigno , nato sul lago d' Orta (1031), d' Eu- 
stachio romano, di Bonizone vescovo di Sutri e poi 
di Piacenza, di S. Brunone astigiano, vescovo di 
Segni, di Pier Grossolano, arcivescovo di Milano, e 



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di parecchi altri allor lodatissimi per vasto sapere. 
Accennerò bensì, come poco noti oggidì, eppur meri- 
tevoli di maggior fama, ai principali lessicografi o 
compilatori di que' glossari, che nel medio evo si 
ebbero in si gran copia, da costituire essi soli una 
intera letteratura. Imperciocché nel giro de' secoli 
essendosi alterate le parole, o avendo perduto il loro 
primitivo significato, si senti vivo il bisogno di libri 
che ne chiarissero il vero originario concetto, e 
nacquero i lessici, i più anonimi, o indigeste com- 
pilazioni e rimaneggiamenti di opere anteriori. 

Merita per altro fra questi , singolare menzione il 
Glossario di Placido Luctazio, che chiosò Stazio ed 
altri antichi scrittori , dallo studio de' quali ei derivò 
una sicurezza nell'idioma latino da essere ritenuto 
nelle scuole come un oracolo. Seguono il Liber glos- 
sarum e il Ohssarium vetuSy entrambi del secolo VII, 
e le Qlossae antiquae, in cui già rinvengonsi i germi 
della barbara latinità. Non dirò del già memorato 
Eabano Mauro, che nato in Fulda nel 785 stillò nella 
sua opera della Etimologia tutto il sapere dell'ottavo 
secolo; ma restringendomi agli Italiani e fra questi 
ai più degni, non tacerò del glossario, o come il disse 
l'autore, Elementarium doctrinae erudimentum di 
quel Papia lombardo, di cui le storie letterarie non 
ci porgono che troppo scarse notizie. 

Ei spese dieci anni a compilare il suo libro, che 
pubblicò sotto il regno dell' imperatore Enrico nel 
secolo XI, dedicandolo ai suoi figli, dai quali ^^>^t?flj, 
così egli scrive, a cagione di sue colpe lontano.^ 
Egli ne giustifica il titolo, dicendo — trovansi ne' 
glossari soltanto le spiegazioni d' alcune « parole e 
locuzioni: ma avendovi aggiunto defizioni, etimologie, 
sentenze e altri insegnamenti diversi, mi j)arve assai 



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268 

più dicevole il titjlo per me assegnatogli. — Le fonti 
della sua opera, oltre Prisciano, a cui confessa di 
andar debitore d* ogni sua cosa, son fra gli antichi 
Cicerone, Orazio, Virgilio e Marziale ; fra quelli della 
bassa latinità Isidoro di Siviglia, S. Gerolamo, San 
Agostino, S. Ambrogio, Gregorio I, Boezio, Origene, 
Beda, Orosio, Eusebio, non che Ippocrate e Galeno^ 
il che mostra essersi egli avvalorato di quanto porgea 
di meglio il suo secolo. B infatti il suo libro fu ac- 
colto in tutte le scuole fra quelli eh' erano allora 
più divulgati: cioè Seneca, Boezio, Fortunaziano,' 
Sulpizio Vittore, Severiano per la rettorica: Ploro, 
Eutropio, Valerio Massimo per la storia: Virgilio, 
Stazio , Lucano , Giovenale e Persio fra i poeti ; 
Marciano Capella, Cassiodoro e Isidoro fra gli enci- 
clopedisti. Trattando di lessicografi non vuoisi dimen- 
ticare Uguccione pisano vescovo di Ferrara nel 1190, 
e, maggiore di ogni altro, quel fra Giovanni Balbi 
da Genova, che dettò intorno il 1286 il suo CathoUcon : 
ond* è che in tre secoli produceva Y Italia tre lessici, 
che dovean darle il primato della latinità in tutta 
Europa. 

Lascierò ad altri la cura di raccogliere i nomi di 
oscuri poeti e cronisti, che in uno scapigliato idioma 
ci tramandarono le memorie dell'età loro e vite di 
papi e di vescovi. Imperocché più che di questi, il 
secolo XI si privilegia di parecchi illustri intelletti, 
e primo fra tutti di colui che 1* arte musicale, cosi 
^Ufficile 'allora, rese agevole e piana: io vo' dire 
Guido d' Arezzo. 

Avvolta neir oscurità n' è la vita. Noi teniamo coi 
più essere 'Stato monaco della Pomposa (altri dicono 
di Fonte Avellana), ove tolse ad insegnare il canto 
a* suoi discepoli ; senonchè V aver sostituito un me- 



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269 

todo facile e nuovo alle gravi difficoltà che aspreg- 
giavano r insegnamento d'allora, gli suscitò fierissime 
persecuzioni. Il pontefice Giovanni XIX che regnò 
dal 1024 fino al 1033, fatto consapevole dei maravi- 
gliosi progressi e della, singolare facilità onde i gio- 
vani istrutti da lui apprendevano il canto, lo volle a 
Roma per insegnare a quel clero i nuovi suoi metodi. 
Ma non potendo egli, uomo alpestre, come solca no- 
marsi, patire quel clima, e molto più pel timore di 
compromettere la salvazione dell' anima sua , stante 
il contatto co' prelati e co' vescovi presso che 
tutti ammorbati dell'eresia simoniaca, come scrive 
egli stesso, fé' in breve tempo ritorno al suo èremo. 
Qualunque sieno del resto le vicende della travagliata 
sua vita, a noi basti il sapere , essere egli stato il 
trovatore delle note musicali, aver migliorato l'arte 
del canto, allargato la strumentale e fondato il con- 
tràpunto. Forse fu anche il primo ad introdurre Y uso 
delle linee paralelle distinte e contrassegnate da punti, 
i quali colla diversa loro postura indicassero T alzarsi 
e r abbassar della voce : primo forse anche ad ag- 
giungere al diagramma, ovvero alla scala musicale, 
composta fino allora di quindici corde, la senaria 
maggiore , con che l' arricchiva di cinque altre corde. 
Molti il fanno eziandio inventore della gamma e di 
altri musicali trovati. Il suo Micrologo composto in 
età di soli trentaquattro anni , è parte in prosa e 
parte in versi, come i tempi portavano. Mirabile 
invenzione invero fu quella, poiché messa da banda 
la monodia, fu promosso il contrapunto, a cui si vol- 
sero suir orme sue tutti gli amatori del canto : talché 
non pochi furono allora i rinnovatori e maestri in 
quest' arte, e primi fra tutti Erasmo Contratto , Co- 
stantino monaco cassinense, non che Tebaldo vescovo 



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870 

d'Arezzo e zio della contessa Matilde. Guido mori 
intorno il 1030. L^agevolezza onde dopo di lui potè 
studiarsi la musica ed il canto, lasciò presagire quel 
tempo, in cui quest* arte dovrà formar parte essen- 
ziale di ogni ottima educazione: verità già intrave- 
duta dai Pitagorici, che air armonia dischiusero 
r accesso dei lor sodalizi. 



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CAPO XUI. 
ANCORA DEL SECOLO XI 



SOMMARIO. 



Coltura degli Arabi e suoi influssi in Italia. — Costantino 
africano e sue opere — Scuola di Salerno e sua origine — 
Bifiorimento della medicina nelle provincie italiane — Studi 
e costumanze civili — L*amo're dell* antichità sempre vivo 
in Italia — La scuola di Parma e V astronomia — Dell' El- 
lenismo — Istituzioni diverse: la cavalleria — Le crociate 
e lor benefici effetti — Viaggiatori italiani : Marco Polo — 
Fibonacci e le cifre arabiche. 



Egli è noto che gli. Arabi , i quali tenean la Si- 
cilia fino dal 669, erano corsi assai innanzi nella 
via de' civili progredimenti , a tale che prima del 
mille i loro studi di Toledo e di Cordova eransi le- 
vati a gran fama. Eredi delle nozioni astronomiche 
de' Caldei e de' Greci , divennero in breve abilissimi 
navigatori, recandosi in mano i commeri di tutti i 
popoli. Le lor carovane annodavano l'Egitto e la 
Barberia col cuore dell'Africa: per la Persia e la 



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*>72 



Tartaria penetrarono fin nella Cina : per Y Armenia 
e pel Caspio inoltraronsi verso le regioni dell'Eu- 
ropa settentrionale. Trovo che un lor viaggiatore, 
^leymen, fino dal IX secolo dell'era volgare, vi- 
sitava per mare V India e la Cina , dando contezza 
all'Europa delle relazioni commerciali di quella re-' 
gione, e additando la via eh' avrebbero dovuto seguire 
i nocchieri, avvantaggiandosi dei venti monsóni, per 
imprendere con men di pericoli questo lungo tra- 
gitto. Ma sovra ogni altro sfolgora il nome di Ar- 
zaule di Toledo, che intorno al 1080 accertò la pre- 
cessione degli equinozi, l' apogeo del sole, V obliquità 
dell' ecclittica, e vergò le Tavole di Toledo, che due 
secoli appresso spianarono a re Alfonso la via alla 
compilazione delle Alfonsine, per meglio determinare 
la geografia terrestre e marittima. 

All' operosità de' lor traflSci consuonava l' intellet- 
tuale loro coltura: fioriano le lettere, e alle filoso- 
fiche locubrazioni intendeano Ferdusi alla corte dei 
Gazvanidi e Avicenna in quella dei Dileniidi. Eres- . 
sero osservatori sino dal secolo IX: diflftisero per 
tutta Europa gl'insegnamenti della medicina e della 
meccanica, e applicarono l'alchimia alle industrie. 
Anche la bussola era lor nota, come ^iò, agli Egi- 
ziani, da' quali ab antico l'appresero. Imperocché 
nelle tombe di Tebe e di Mentì trovansi scarabei di 
forma allungata e di ferro magnetico , onde la pro- 
"prietà di volgere un dei loro capi al polo tuttavolta 
sieno sospesi ad un filo pel foro mediano che in essi 
riscontrasi, praticato evidentemiente a tal uopo. Agli 
Arabi dobbiamo eziandio quel genere d' architettura 
onde l'Europa si valse a costrurre e a sveltire le 
sue cattedrali: e s'è' non furono gl'inventori del- 
l'ogiva (di cui trovansi esempi perfino nelle costru- 



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273 

zioni ciclopiche), per fermo la fecero propria e la 
propagarono per ogni dove. 

Questa vivezza d' arti, di scienze e di lettere dovea 
partorire mirabili effetti anche in Italia , da cui non 
pochi ingegni traeano in Ispagna a frequentarne 
le scuole. De' quali niun levossi tanto alto quanto 
Costantino Y Africano, che nato a Cartagine , perlu- 
strò l'Egitto e l'Oriente, e nelle scuole di Bagdad at- 
tinse quel tesoro di cognizioni mediche e matematiche, 
che gli valse presso i suoi contemporanei il titolo di 
Nuovo Ippocrate. I più l' ebbero in conto di mago, 
e come tale i suoi stessi concittadini fermarono torlo 
di vita. Scampò da questo pericolo salendo in nave 
e ponendo ih Eeggio sua stanza, ove Roberto Gui- 
scardo r ebbe a suo cancelliere. Appresso resosi nel 
1060 a Salerno, fu tra i più chiarì ornamenti di 
quella scuola per le sue versioni dall'arabo, e le molte 
opere da lui pubblicate. Entrò da sezzo nell' ordine 
di S. Benedetto a Montecassino , e v' ebbe di molti 
discepoli, che crebbero nuovo lustro a quel cenobio. 

Le opere di Costantino s' ebbero in sommo pregio 
da' suoi contemporanei , come Leone Ostiense ci af- 
ferma; ma Taddeo Fiorentino, parlando della sua 
versione degli Aforismi d' Ippocrate, mostra averlo 
in assai picciolo òonto , e Simone da Genova dice 
aver raccolto da lui ben poche cose , ed essergli le 
sue versioni non poco sospette. Anche Pietro d'Abano 
lo assale con ingiurie scurrili. Non pertanto assi a 
ritenere come un de' più fecondi scrittori dell'età 
sua, sebbene la critica odierna abbia oggi accertato, 
non ad altro avere egli inteso che a compendiare e 
a riprodurre gli antichi. Tale s'appalesa nell'opera 
Sulle malattie dello stomaco, diretta ad Alfano I 
arcivescovo di Salerno: tale nel libro Sulla malin- 



E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia. 18 



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274 

conia, da cui appar manifesto, che a' suoi tempi leg- 
gevasi tuttavia quello di Rufo Efesio sullo stesso ar- 
gomento, ora perduto ; e il Freind non senza ragione 
sospetta che anche / Luoghi Comuni di Costantino 
altro per avventura non sieno, che una traduzione 
d' Aly Abbas, eh' ei diede come opera propria. Falso 
è del pari ciò che per molti venne affermato, che, 
cioè, la scuola salernitana da lai ripeta, se non To- 
rigine prima, il suo principale incremento. 

La quale , anziché andar debitrice agli influssi degli 
Arabi , come ripetutamente fu scritto , noi troviamo 
già in fiore, prima che le lor discipline si radicassero 
nella nostra penisola. E invero essa deve i suoi pri- 
mordi a' monaci cassinesi, che ne promossero altresì 
lo splendore e il rigoglio. Scrive il Giannone, che 
— sin dai tempi di papa Giovanni Vili questi mo- 
naci eransi dati a tali studi, e Bassaccio loro abate, 
di medicina espertissimo, ne compose anche alcuni 
libri , in cui dell' utilità e dell' uso di molti medica- 
menti trattava: non riputandosi in que' tempi . . . 
cosa disdicevole ai chierici e ai monaci l'esercitar 
medicina. — Chi s'ostina nel credere che il rifiori- 
mento di questa scienza sia dovuto agli Ismaeliti ed 
ai Mauri, ladroni che furono e predatori, anziché 
promotori d'utili istituzioni tra noi, non pensò che 
r opere dei loro scrittori non potean giungerci se non 
nel decimo secolo, quando, cioè, l'Italia già posse- 
deva una scuola medica propria, di guisa che Y ara- 
bismo, misera modificazione àiòì peripateismo galenico , 
come il De Renzi lo chiama, anziché di soccorso, fu 
di ostacolo al di lei progredire. Egli è noto, che. i 
Saraceni non conobbero questa scienza che nel 771 , 
cioè; quando Almansor invitò a Bagdad dal Corasan 
il medico cristiano Bachtishuah, che volse dal siriaco 



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275 

in lingua araba non pochi libri di medicina. Anche 
sotto i califfi Easchid ed Almamone , cioè fino a mezzo 
il nono secolo , gli Arabi non ebbero libri originali , 
ma traduzioni. Dal che si trae, che prima del decimo 
secolo ninna opera loro fu nota in Italia , che sol- 
tanto r undecime secolo ce le trasmise in gran copia: 
e questa introduzione di libri arabici, anziché avvan- 
taggiare quella scienza che i popoli italici aveano 
eredato dagli avi loro, giunse fatalmente a intorbi- 
darla e a rimuoverla dal retto sentiero. Se eglino non 
avessero posseduto altro libro di medicina che gli 
scritti di Celso , questi solo avrebbero potuto dispen- 
sarli dalla conoscenza de' Greci e degli Arabi. 

La scuola di Salerno s* ebbe adunque , secondo la 
più accettabile opinione , la sua fondazione dai monaci 
benedettini, forse nel tempo in cui il console e pa- 
trizio romano Gregorio fé' nell'anno 694 erigervi il 
cenobio di S. Benedetto. Altri per contro assegnano 
alla sua fondazione Y anno 880 , quando cioè il prin- 
cipe Gauferio fé' innalzarvi il monastero di S. Mas- 
simo. Certo è che la &ma a cui in breve sali questa 
scuola vi attrasse, massime nel tempo delle crociate, 
illustri personaggi, fra i quali s'annovera Roberto 
duca di Normandia e figliuolo di Guglielmo re d' In- 
ghilterra (1101), per cui forse i medici salernitani, 
a' capi de' quali troviamo il famoso Giovanni da Mi- 
lano , dettarono quelle norme dietetiche in versi leo- 
nini, che giunsero fino a' di nostri, e che fondate 
sulle quattro qualità elementari e sui temperamenti, 
ci porgono un prospètto della scienza d'allora. A 
questi soli cenni dobbiamo arrestarci: poiché il divi- 
sarne gl'insegnamenti e gli uomini egregi che li pro- 
fessarono, come Garioponto e Cofone, non che le donne 
che l'illustrarono, cioè Trottula di Roggero, Abella, 



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276 

Mercuriade ed altre diverse , non entra nel disegno 
di queste storie. 

Dirò bensì che alla scuola di Salerno dobbiamo il 
rifiorire della scienza medica in ogni parte d'Italia: e 
con Taddeo di Firenze il rimettersi nella debita ono- 
ranza quello Ippocrate che da troppo lunga stagione 
era obbliato: col calabrese Bruno richiamarsi in vi- 
gore il metodo dell' osservazione e V amore pei greci 
e latini autori, già sopraffatti dalle informi compila- 
zioni degli Arabi : con Simone da Genova la cono- 
scenza d'erbe e piante medicinali, onde arricchivasi 
di nuove cognizioni positive la scienza della natura : 
e infine con Teodorico, Rolando, Euggero e Saliceti 
riformarsi la chirurgia e tutte quelle discipline che ad 
essa coUegansi. E qui debito di giustizia è il ram- 
mentare che il primo restauratore anzi introduttore 
dell' arte chirurgica in Francia, ove era affatto igno- 
rata, si fìi quel Lanfranco da Milano , cui la fiera 
tirannide di Matteo Visconti spinse ad esulare. Con- 
dottosi in corte di Filippo il Bello, vi trovò onori e 
larghezze : i suoi insegnamenti e l' opere da lui pub- 
blicate rigenerarono la scienza in quella nazione. 

La coltura spargeasi nel popolo agevolata dall' uso 
della carta di cenci, validissimo aiuto agli studi, es- 
sendo noto che prima d' allora la scarsezza delle per- 
gamene avea spinto i monaci a cancellare i codici 
antichi, e a convertire, come osserva il Mabillone, i 
Polibi, i Dionigi e i Diodori siculi in altrettanti Trio- 
dioni, Pentecostarì ed Omeliarì. Questo risveglio spinse 
gli stessi claustrali a disertare ben sovente le mura 
dei loro cenobi per abbeverarsi alle fonti del sapere 
profano ; di che rampognavali S. Pier Damiano, veg- 
gendoli — più teneri delle regole del Donato, che di 
quelle di S. Benedetto , precipitarsi senza pudore ne' 



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277 

ginnasi grammaticali, e mescolarsi co' laici in ardenti 
disputazioni. — 

Fiorian l' arti e Y industrie e con esse le buone 
costumanze civili. Ottone di Prisinga meravigliava che 
i Lombardi già tenuti da lui in conto di quasi sel- 
vaggi, fossero invece — una razza ammollita dalla cle- 
menza del cielo e dall' ubertà della terra, erede d'ella 
gentilezza e sapienza latina, come quella che né ser- 
bava l'eleganza nella favella, l'urbanità ne' costumi, 
e la saggezza negli ordini e nel reggimento delle 
città. — E se, còme altrove egli scrive — non 
isdegnavano elevare alle pubbliche dignità i giovani 
artieri dell'ultima condizione e fino de' più bassi 
mestieri , che in altri luoghi si respingono a mo' di 
lebbrosi e si allontanano dagli studi onesti e dal- 
l' arti liberali — ciò sarà prova novella che le vie del 
sapere erano allora dischiuse ad ogni classe sociale, 
e che le tradizioni latine non erano ancora perite. 

E tutto invero, non ostante l'incalzare de' nuovi 
elementi , ritraea dall' antico : le leggi , i pregiudizi, 
i costumi. Padova additava con orgoglio la tomba 
d' Antenore , Eoma il navilio d* Enea : il popola mi- 
lanese non consentia s'atterrasse la statua d'Ercole: 
i pescatori di Messina rinnovellavano ogni anno la 
processione di Saturno e di Rea. L'Italia era tut- 
tavia popolata di /ontes et arbores sacrivos , e trovo 
che i volghi traevano ancora al luogo ove sorgeva il 
celebre noce di Benevento, già svelto dalle radici per 
opera di S. Barbato nel 670. I dies Egyptiacae e i 
giorni nefasti non erano ancora obliati , e per quan- 
tunque una legge di Luitprando avesse fulminato 
gravi pene agli Scabini, agli Arioli, ai vaticinatori 
ad ai maghi, la mala pianta non era ancora sterpata. 
Gli antichi errori insertavansi ai nuovi ; ma l' amor 



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278 

delle lettere e l'orgoglio del nome latino salvarono 
l'Italia da quella barbarie che folta incombeva sulle 
altre nazioni. E questo amore all' antichità giunse a 
tale da indurre il senato romano a severamente pu- 
nire lo sperpero e la degradazione de' monumenti, 
poiché un suo editta del 1162 vietava perfin di toc- 
care la colonna Trajana, acciò — a gloria del po- 
polo romano essa, al pari del mondj), durasse im- 
mortale. — Non fu invero il furore d'Alarico e di 
Totila che distrusse Eoma, la quale, secondo un va- 
ticinio di S. Benedetto, non dovea perire sotto i 
c^lpi de' barbari : ma fu bensì sovversa nel secolo X 
da quelle truci prosapie che tramutarono in castella 
i suoi monumenti. 

Intanto sorgeano ovunque le scuole, fra le quali 
primeggiavano quelle di Pavia, di Milano e di Parma, 
detta a titolo d'onore Crisopoli, ossia città d'oro, 
per la vivezza onde vi erano coltivate le lettere. E 
già fin dai primi anni del secolo vigoreggiavano in 
essa gli studi d'ogni ragione: il trivio, il quadrivio 
e la scienza della quantità discreta e della continua. 
La s(?hola parmense per testimonio di Benedetto mo- 
naco di Chiusi era tenuta qual fonte di sapienza 
e d' ogni gentile coltura. Alla quale mostravasi assai 
devota anche la contessa Matilde, che al dire di 
Benvenuto d' Imola — fuit etiam literata, et magnam 
Ubrorum habuit copiam, — 

Vi era singolarmente in onore l'astronomia per 
opera del chierico Ugone, che congiungendo l'ambi- 
zione all'amor del sapere, erasi provveduto d'un 
prezioso astrolabio di argento e aveasi in conto 
d'uomo dottissimo. Questa scienza, com'è noto, fon- 
davasi sul sistema Sì Tolomeo, che ponea la terra al 
centro dell' universo , e intorno ad esso i sette cicli 



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279 

rotanti de' pianeti Luna , Mercurio , Venere , Sole , 
Marte, Giove e Saturno: l'ottavo, delle stelle fisse: 
e il nono , o primo mobile , traea gli altri nel moto 
universale da oriente in occidente. Non ostante la 
erroneità di un tale sistema, un Lanfranco domeni- 
cano predicea nel 1261 un ecclisse solare. Però , a 
dir vero, più che all' astronomia i dotti volgeansi 
air astrologia giudiziaria, la quale venia protetta dai 
grandi e in ispecie da Federigo II e da Ezzellino 
tiranno di Padova. 

L' ellenismo , di cui si desidera ancora un' istoria , 
non mai estinto del tutto fra noi, cominciava larga- 
mente a propagarsi, e vi ebbero allora versioni di 
Aristotele fatte sul testo originale e non più dal- 
l' arabo. Alfano I recava in latino alcuni trattati di 
Nemesio : appresso Giovanni Burgundio da Pisa oltre 
diverse opere di Gallieno, ci dava le Omelie del 
Grisostomo e il libro di S. Giovanni Nisseno — De 
natura hominis — dedicato al Barbarossa. Non deg- 
gionsi da lui scompagnare due altri dotti pisani, cioè 
quel Guido Levita — trivii ratione peritus — come 
allor fu nomato, ed Ugo Etereo,^ che venne da Ales- 
sandro III, a cui indirizzò l'opere sue, esortato per 
lettere a promuovere la riunione de' riti greci e la- 
tini. Ma a tutti sovrasta quel Goffredo da Viterbo, 
che alla conoscenza della greca lingua congiunse 
quella del caldeo e dell'ebraico, e recò dair oriente 
assai codici ignoti all'Europa. Fu segretario degli 
imperatori Corrado IH , Federico I ed Enrico VI ; 
ad Urbano III dedicò la sua Cronaca universale del 
mondo condotta fino all'anno 1186. Versatissimo in 
questo idioma ci si mostra fin dal settimo secolo 
Anastasio bibliotecario, e nelle sue Vite de' romani 
pontefici si legge che alcuni papi, seguendo l' esempio 



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280 

di Pàolo I, che mandò parecchi codici greci in Fran- 
cia a Pipino il Piccolo, fondarono abbazie nelle quali 
era prescritto, che i monaci usassero ne' diversi 
uffici la lingua e il rito greco. Che una tale favella 
venisse ovunque tra noi rimessa in onore, ne fanno 
aperta testimonianza i codici che trascriveansi nella 
Badia fiorentina e nelK eremo di Camaldoli: le pub- 
bliche lezioni di greco che davansi nel monastero dei 
Basiliani di Nardo fino dal nono secolo , e" la greca 
liturgia che mantenevasi in sei parrocchie di Napoli 
e in molte città della Calabria, della Peucezia ed in 
Bari. La speranza di riconciliare la chiesa greca con 
la latina tenne ognor vivo Y amore della lingua elle- 
nica in Roma e nelle provincie italiane. 

Non poche istituzioni educative e benefich^ sorsero 
allora a volgere, in meglio il costume e a sollevare 
g:li oppressi. Tale il dritto di asilo nelle chiese, ne' 
monasteri, ne' signorili palagi: tale la tregua di. Dio. 
Fin dai tempi del concilio di Narbona, cioè nel 1054, 
fu vietato ai cristiani di venir alle mani fra loro 
dalla sera del mercoledì fino all'alba del lunedì: ma 
siccpme una tal prescrizione non veniva strettamente 
osservata , fu cura della chiesa il rinnovarla più fiate, 
finché il concilio di Clermon nel 1095 estese la tre- 
gua di Dio a tutti i giorni dell'anno per rispetto ai 
chierici , ai monaci , alle donne e a' fanciulli. Vera 
istituzione italica è questa, poiché se i Francesi l'af- 
fermano come sorta tra loro nel 1041 , noi ne tro- 
viamo in Milano e in Ivrea esempi di lunga mano 
anteriori. Si deve agli Amalfitani l'aver posto in 
Gerusalemme le fondamenta del primo ospedale, onde 
poi derivarono i Qiovanniti, istituzione cavalleresca 
e progenitrice dei Templari e degli Ordini di S. Spi- 
rito, di S. Lazzaro ed altre pie fondazioni. 



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281 

Bensì propria de' Francesi e in un de' Germani è 
r istituzione della cavalleria , che fu pur essa una 
scuola di disciplina morale e di civiltà educatrice. 
Sebbene essa forse rimonti a' tempi di Carlomagno, 
pure il suo influsso , che in Italia fu assai men pro- 
pagato che altrove , cominciò nell' XI e nel XII se- 
colo. E infatti fra noi reputavasi che la vera caval- 
leria consistesse non già in vane pratiche , o nelle 
vesti sfarzose o in istrane avventure , si bene nel- 
r onestà della vita e nel corretto costume. Ond' è che 
Guittone d'Arezzo cantava: 

Messer Eannuccio amico, 
Saper dovete che cavalleria 
Nobilissimo è ordin secolare , 
Di qual proprio è nemico 
Omne dire e omne far di villania, 
E quantunque si può vizio stimare; 
Ma valenza, scienza et onestate, 
Nettezza e veritate 
Continuo in sulli suoi trovar si dea. 

Del resto le cortesie, le audaci imprese , Y amore , 
la tutela de' fiacchi, una vita senza macchia, la pro- 
dezza nell'armi costituivano nella sua origine le doti 
precipue de' cavalieri. A' quali correva il debito di 
essere istrutti nelle sette virtù (proUtates) proprie 
del loro istituto : cioè — equitare, notare, sagittari, 
cestibus certare, aucupare, scacis ludere, versificare — 
oltre il darsi a' servigi di bella dama e virtuosa, e quella 
avere in conto di deità tutelare: doti ch'io non trovo 
gran fatto osservate in Italia, ove, come avvertimmo, 
per essere avanzata più assai nelle vie del civile 
consorzio, prevaleano diversi concetti. Doveano altresì 
i cavalieri mostrarsi assai famigliari colla musica e 
col canto , e adusati alla lingua provenzale e al latino, 



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282 

sebbene il più delle volte ignorassero delle lettere 
perfino il nome. Il giovane a ventanni vestia le assise 
di cavaliere, giurando di mantenere intatto Fonoi'e 
della religione, difendere i pusilli, onorare la donna, 
&rsi scudo agli oppressi , n' andasse anche la vita. 
Sventuratamente ogni umano istituto è róso dal tarlo 
della corruzione, e la cavalleria, purissima ne' suoi 
incominciamenti , non potè sottrarsi a questa legge 
fatale, e divenne obbietto di derisione e di sprezzo. 

Ma più che negli scrittori e ne' libri, la gloria 
di queir età che creava i comuni , si manifesta in 
quel fremito immenso di vita che scosse da un capo 
air altro i popoli italici : che dava i natali a Marco 
Polo: che spinse le genovesi navi alle Canarie: che 
popolò i mari d' armate italiane; noi la leggiamo scol- 
pita nella basilica di S. Marco, nel duomo di Pisa e 
in quelli d'Orvieto, di Firenze, di Genova, di Sa- 
lerno e d' Amalfi. Il medio-evo ripigliava la via della 
civiltà con tutte le forze accumulate delle spente 
generazioni. Ben a ragione questi fur detti i tempi 
eroici della storia moderna , ne' quali l' Italia arieg- 
giando la Grecia , avrebbe in Dante salutato fra poco 
il suo Omero. 

Fin dal VII secolo i popoli cristiani aveano inditto 
guerra a' Mussulmani, che vinti dovunque, eransi ri- 
fugiati in Ispagna, ove la lotta fervea senza posa. 
Conseguenza di queste conflagrazioni furono poi le 
crociate, alla prima delle quali l'Italia concorse ar- 
mando ben seicento, trenta navigli. Imperciocché, 
oltre lo spirito di religione che gli animava , assai 
presto i nostri padri s' avvidero dell' immenso van- 
taggio che sarebbe lor derivato coli' estendersi nelle 
contrade della Siria e dell'Iran, prossime alla Tar- 
taria e al golfo Persico, ove calava la maggior parte 



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283 

dei prodotti dell'India, i preziosi scialli di Casmira, 
i veli di Dacca, i profumi del Malabar. L9 città 
d'Antiochia, di Damasco, di Samarkanda, di Mardin, 
di Bagdad, di Bassora e d' Ormus, essi avrebbero tra- 
mutate in altrettanti empori di traffico per le merci 
di quelle lontane regioni; l'Egitto sarebbe stato per 
essi il deposito delle sete, delle perle, dell'oro, delle 
droghe e degli aromati indiani, e il Nilo avrebbe 
agevolato il transito alle mercatanzie dell'Etiopia e 
a tutte le produzioni dell'Africa. 

Io non vo' dire per fermo che i soli intendimenti 
del • traffico fossero i primi moventi delle crociate : 
certo è per altro che ^tinti appariscono tra gì' istessi 
religiosi fervori, che spingeano gli avi nostri in oriente. 
E ben li videro i Genovesi, come dalle loro istorie è 
manifesto: li videro i Veneziani, del che la cronaca' 
del Sannuto fa fede: li vide Guglielmo signore di 
Monpellieri , che stando a quanto ci narra Clicquot 
de Blervach , studiò nella prima crociata la questione 
commerciale a beneficio della sua terra. Li videro 
infine i Templari, come il lor processo palesa. 

Lo slancio religioso, l' operosità commerciale e quel 
bisogno d'avventure che ne' secoli Xn e XIII tra- 
vagliava gli animi vaghi di novità, rovesciarono 
adunque i popoli d'Europa nell'Asia. Le nuove re- 
gioni percorse, i nuovi costumi estesero la cerphia 
delle lor cognizioni. E' trovaronsi a fronte di due 
civiltà: la mussulmana e la greca. E i crociati che 
aveano gli Osmanlici in conto di barbari, dovettero 
meravigliare nel vederli si innanzi nelle vie del civile 
consorzio, e stupiix)no delle lor ricchezze e delle loro 
arti : come non meno stupiron de' Greci, che sebben 
svigoriti e già vòlti in basso , pur di tanto avanza- 
vanli in ogni disciplina letteraria e scientifica. Si 



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2S4 
strinsero ben tosto fra loro vincoli d'amicizia e di 
traffici* l'oriente e l'occidente si porsero la mano: 
le scienze allargaronsi : la nautica, l'arti e l'indu- 
strie se ne avvantaggiarono. Ma sovra ogni altro po- 
polo seppero farne lor prò' gl'Italiani, le cui repub- 
bliche fondaronvi non solo banchi, mercati e fattorie, • 
ma prevalendo in Palestina ed in Siria, s'aprirono 
la via del mar Nero , della Persia e dèli' India , di- 
venendo così gli arbitri del Levante e i popoli più 
ricchi d'Europa. 

Si agitò lungamente la controversia dei benefici 
recati dalle crociate, e fu scritto che la più parte 
dei trovati che provocarono lo ^svolgimento della ci- 
viltà, come la bussola, la stampa, la polvere di can- 
none e altre tali, erano conosciute all'oriente, e a 
noi fatte note dai reduci di Palestina; ma se ciò 
può sembrare assai dubbio, certo egli è che nuove 
larghezze d'idee, movimento d'industrie, fervor di 
commerci, spargimento di cognizioni dobbiamo a lor 
riferire. AUor tra noi s'imitarono i tessuti di Da- 
masco , si recò in Venezia il segreto della fabbrica- 
zione dei vetri : si cominciò ad arginare i fiumi , ad 
usare i molini a vento, e cento altre industrie e 
nuove arti, pur mentre i vincoli feudali andavano in 
gran parte spezzati, e aflfrattellavansi i diversi ceti 
•sociali. Ma sopratutto ci appresero a conoscere quelle 
regioSi*, sulle quali l'Europa non possedea che no- 
^/ tizie favolose e puerili. I pellegrini che per lo in- 

% ff nanzi aveanle esplorate, v' intessevano i più balzani 

racconti. Nei viaggi dello spagnolo Beniamino di Tu- 
dela che datano dal 1073 , troviamo eh' egli vide in 
Damasco una muraglia di vetro erettavi per arte 
magica, e forata da trecentosessantacinque aperture, 
'fra mezzo le quali penetravano i raggi solari, segnando 



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285 

i giorni deiranno. Ci narra d'aver visto nel luogo, 
ove sedeva V antica Babele , i ruderi del palazzo di 
Nabuccodonosor , resi inaccessibili da due draghi che 
vi stavano a guardia. Guglielmo di Rubruquis fiam- 
mingo , che S. Luigi di Francia spedi ad ossequiare 
il capo de' Tartari a Caracorum nell'Asia, scrive 
d'aver attraversato una valle chiusa intorno da acu*- 
tissime roccie, in mezzo alle quali albergavano de- 
moni, che soleano strappare le viscere dei viaggia- 
tori ogni qual volta non recitassero il credo. Giovanni 
da Carpi frate domenicano e N. Ascellino, che In- 
nocenzo IV avea nel 1246 mandati in oriente, af- 
fermano d' aver trovato una generazione di uomini 
senza favella e senza giunture alle gambe, di guisa 
che caduti a terra , più non poteano rilevarsi : non 
che un'altra razza, le cui femine aveano aspetto 
umano , ed i maschi, muso da cani. Narrano inoltre 
che Gengis-Chan , eh' essi avean per incarico di con- 
vertire al cristianesimo, trovò un intoppo alle sue 
conquiste nelle roccie dì calamita de' monti Caspii, 
le quali a grandi -distanze tiravano a se le freccie 
di ferro de' suoi soldati. Queste ed altre fevole erano 
spacciate in Europa dai pellegrini , e passando negli 
scritti assumeano aspetto di v%rità. E di favole in- 
vero ribboccano le opere di que' tempi; tali, ad esempio, 
la lettera apocrifa di Alessandro ad Aristotele De 
rebus Indiae miraUlibus: il libro d'Alberto Magno 
De virtutiòus lapidum quorundam : i volumi di Vin- 
cenzo di Beauvais , di Bartolomeo Glanvil , di Ric- 
cardo di Fournival e tanti altri. Ninno allor dubi- 
tava dell'efficace potenza dell'occhio del grifone, su 
cui re Roberto foceva giurare i vassalli, ne' delle 
virtù di due pietre valevoli contro ogni veleno, e che 
ristesso Carlo V più tardi portava ognora sopra di 



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se. Ma queste scempie narrazioni ed errori, frutto 
d' ignoranza e barbarie , distrussero in gran parte 
que' viaggiatori che ci fecero manifeste quelle remote 
contrade, e in ispecie i viaggiatori italiani. 

Niuno ignora che due mercatanti veneti condotti 
dal caso a Bokhara, seguirono un ambasciatore mon- 
golo, che Houlagou spediva a Choubilaì. Dopo aver 
essi stanziato per parecchi anni nella Tartaria e nella 
Cina, fecero ritorno in Europa, muniti dal gran Khan 
di lettere per il pontefice, e quindi a lui si ricondus- 
sero, traendo seco un de* loro figliuoli che fu Marco 
Polo. A lui dobbiamo l'aver tracciato una via, che 
attraversa l'Asia in tutta la sua longitudine, e la 
descrizione dei luoghi da lui visitati, dai deserti della 
Persia alle gole selvaggie ed agli altipiani del Ba- 
dakhshan: Sebben prima di lui un monaco alessan- 
drino di nome Cosmas, ci abbia nel 550 descritto la 
Sina, accennando altresì ad una gran terra oltre 
r oceano (dal che volle arguirsi aver Dante tratto 
il suo monte del Purgatorio in mezzo al mare agli 
antipodi del nostro emisfero), certo è che il Polo di- 
svelò primamente all'incredula Europa le meraviglie 
dell* impero celeste co' suoi vasti fiumi, colle sue città 
sterminate: né più fufono ignoti i nomi il Tibet, Faos, 
Siam , la Cocinchina e il Giappone. Quel portento di 
bellezza eh' è l' arcipelago indiano, la regina dell'isole, 
Giava, Sumatra dai preziosi prodotti e dai feroci cani- 
bali, Ceylan, l' isola delle gemme colla sua tomba d'A- 
damo, erano contrade affatto a noi sconosciute e cinte 
di tali ostacoli, che le spezierie delle Molucche, pria 
di giungere ai porti d'Italia, doveano attraversare 
quindici mercati diversi. Arroge la grande India, la 
sposa del sole , co' suoi letti marini di perle : e in 
una opposta regione la Siberia e l'oceano artico co' 



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suoi ghiacci e colle sue slitte trainate da' cani : tutto 
ci pon dinanzi in tal guisa che la sua narrazione 
non ha riscontro in verun altro scrittore.. 

Marco Polo e i suoi seguaci portando l'arti di 
lontane contrade nelle lor patrie, e ricambiando co- 
gnizioni ed industrie tra i popoli più disparati, ope- 
ravano, senza pur avvedersene, un traflSco di lunga 
mano più vantaggioso, che non quello de' soli prodotti. 
Si cominciarono a conoscere costumanze straniere , 
regioni inesplorate, credenze ed idiomi diversi : la geo- 
grafia spiccò voli lontani; e gli Europei, ristretti 
dopo la caduta dell' impero romano, in troppo angusti 
confini, videro aprirsi un m(»ndo dal lato d'oriente, 
in attesa di quel giorno in cui Cristoforo Colombo, 
andando in traccia del Cipango di Marco Polo, dovrà 
aggiungere un nuovo emisfero all'antico. 

Ai viaggiatori italiani siamo altresì debitori d'aver 
recato e diflFiiso tra noi le cifre arabiche e le mate- 
matiche. Già notammo come Silvestro II avesse fatto 
primamente conoscere quel sistema di numerazione 
fondato sul valore di posizione delle cifre, ch'egli 
aveva attinto alla scuola degli Arabi. Imperocché 
questi popoli erano corsi assai innanzi anche in questa 
ragione di studi , specie nella analisi algebrica : che 
i trattati di Brahmyupta e di Bhasura Achaya, det- 
tati il primo nel VII secolo e il secondo nel XII, 
n'aveano in mirabile guisa allargato i confini. Arroge 
la trigonometria che Albategni di tanto avanzava col 
sostituire i seni alle corde, non che la trigonometria 
sferica, ch'egli e Geber ed Ebn-Iounis seppero ai*- 
ricchire di nuovi problemi. In Italia già avea recato 
qualche nozione dell'algebra quel Platone da Tivoli 
che volse dall'ebraico un trattato di geometria pra- 
tica del Savasorda. Ma il sommo della gloria è do- 



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vnto a qael Leonardo Fibonacci, che figlio di un 
cancelliere pisano addetto alla dogana di Bugia in 
Africa, divulgò primamente queste discipline col suo 
Aiòacus, e le rese famigliari in Europa (1212). 



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CAPO XIV. 
L'INNOGEAFIA CEISTIANA 



SOMMARIO. 



Il tempio , scuola di poesia popolare — GV inni sacri — La 
poesia metrica e la sillabica — LTa Chiesa addotta quest' ul- 
tima, come più rispondente all' indole del popolo — I primi 
poeti cristiani — La bassa latinità — S. Ambrogio creatore 
della melopea sacra — Gl'innografi de' bassi tempi — Inni 
diversi — Del canto liturgico — Versi leonini — La poesia 
leporeambica e le stanze — L'emendazione degli inni nel 
secolo XVII. 



Il santuario fa in ogni tempo e in ogni dove la 
prima scuola della poesia popolare. L'uso de' canti 
nel tempio risale, per tacer degli antichi, alle origini 
stesse del cristianesimo, e S. Paolo nella epistola V.* 
lo consiglia agli Efesii. I Santi Padri , massime Eu- 
sebio e Origene, ricordano le salmodie religiose che 
i psaU<B cantores intuonavano , e le turbe devote 
che tenean loro bordone. Il foscino che questi canti 
echeggiati sotto le misteriose vòlte de' tempi esercì- 

E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia. 19 



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tavano ne' cuori , era di tale efficacia da avvantag- 
giarne la fede, e S. Agostino rammenta le voluttà 
celestiali che i sacri inni in lui risvegliavano, come 
rammenta le lagrime, che i miserandi casi di Bidone 
gli avean fatto versare. 

Eppur le salmodie religiose dei secoli cristiani cad- 
dero in profondo discredito, e vennero sfatate di guisa, 
che il cardinale Pitrà nella prefazione del suo Spi- 
cilegium SoUsmense è tratto ad esclamare — infausta, 
pene dicam iniqua litterarum christianarum for- 
tuna, — Anche il Leyser, cui dobbiamo una storia 
della poesia latina ne' secoli di mezzo , rompe nello 
stesso lamento. E noi pure uniamo la nostra voce 
di protestazione contro sì ingiusto giudizio, che pone 
in fondo una poesia, la quale per oltre mille anni 
tenne lo scettro dell' arte , e che figlia genuina del- 
l' animo e psicologicamente collegata a quanto di più 
intimo ferve ne' cuori, interpreta i nostri slanci, i 
nostri dolori, le nostre speranze immortali. E quale 
popolarità può ragguagliarsi a quella degli inni sacri, 
che suonano tuttavia su migliaia di labbra e fan 
battere migliaia di cuori? 

Di questi inni resta a noi tal dovizia, a petto a 
cui' la profana poesia nulla ha da contraporre, come 
ne rendono testimonianza le vaste raccolte del Fa- 
brizio, del Du Méril e del Mone. In essi il senti- 
mento cristiano apre il campo ad un nuovo genere 
di letteratura, che man mano scostandosi dalla me- 
trica antica fondata sopra un particolare artificio, cioè 
sulla misura dei piedi, cominciò ad accogliere la 
doppia legge del metro e delle assonanze, preparando 
la radicale trasformazione della lirica sacra, cioè il 
passaggio della poesia metrica ossia quantitativa alla 
sillabica. 



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Giova chiarire con qualche larghezza il nostro 
concetto. Non v* ha dubbio che la poesia de' prischi 
Itali fu affatto ritmica ossia accentuata : e tal si mo- 
stra ne' carmi arvali, deprecatori, medici, magici, 
nonché nelle convivali canzoni e ne' versi fescennini, 
che diceansi battendo l'accento col piede, senza ac- 
compagnamento di note musicali. Questo genere di 
verseggiare, chiamato saturnio, fu posto primamente 
in bando da Ennio , il quale introdusse nel Lazio i 
metri dattilici, e con essi una armonia fittizia, arbi- 
traria, né consentanea all' indole della lingua laziare , 
poiché non preoccupandosi della vera pronuncia, tutta 
si fonda sulle convenienze accidehtali del metro, e di 
non so quali analogie co' greci modelli , di guisa , 
scrive dottamente il Cantù — che il tono cadea 
spesso sulle brevi, e gran numero delle sillabe rima- 
neano comuni, cioè incerte. Tutta artificiale essendo 
tal melopea, la quantità diveniva facilmente corrut- 
tibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare 
r armonia de' loro versi col sottomettere a un ordine 
sistematico i piedi liberi , cioè determinare la succes- 
sione dei dattili e degli spondei, o prefiggere il posto 
delle censure e fin la lunghezza delle parole, l'armonia 
fra i Romani non acquistò tampoco la forza d' un' a- 
bitudine. Quando poi la pronuncia restò unica signora 
della lingua, essa ricondusse le convenzionali diffe- 
renze ad una qual si fosse uniformità dedotta dal- 
l' accento: e i poeti dapprima variarono ad arbitrio 
le regole prosodiache, poi confessarono ignorarle, e sul 
tipo dell' antico esametro congegnarono versi che non 
teneano punto alla melopea antica. — Quando infine 
la classica gentilezza venne declinando del tutto, le 
forme nazionali ed indigene risollevarono il capo e 
ritornarono a mostrarsi, massime fra i poeti cristiani, 



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292 

presso i quali, soverchiando il sentimento, troppo di- 
venia malagevole il subordinare gli slanci dell' anima 
ad una materiale misura; ond'è che alla plastica re- 
golarità degli antichi venne passo passo a sostituirsi 
l'espressione melodica. 

Cessata la metrica, risorse adunque la ritmica, la 
quale per testimonianza d* Orazio si era ognor man- 
tenuta nel volgo: e la chiesa per meglio accostarsi 
air indole popolare, non potea non accettarla. Ciò per 
altro non avvenne d' un tratto. Tanto presso i Greci 
che presso 1 Latini , i poeti cristiani tentarono dap- 
prima fiorire i loro concetti cogli artifici dell' antica 
poesia, e applicare alle idee della fede i lenocini delle 
classiche forme. Fra questi van noverati S. Gregorio 
Nazianzeno che verseggiò in tal guisa la passione di 
Cristo : Sinesio e Sidonio Apollinare , il primo de' 
quali scrisse odi sacre sui metri d'Anacreonte e il 
secondo suU' andare dì Pindaro. Primeggiano del pari 
fra questi, oltre i già noverati in altri luoghi di 
queste istorie. Giovenco e Sedulio che cantano le tra- 
dizioni evangeliche : Proba Falconia eh' espose gran 
parte dell'antico Testamento con versi tolti a Vir- 
gilio: Marco Vittorino che cantò i Maccabei: Paolino 
di Périgueux che celebrò il taumaturgo della Gallia 
S. Martino; mentre il dogma cattolico veniva poeti- 
camente affermato dall'incognito autore del poema 
sulla Provvidenza: da S. Orientio nel suo Commoni- 
torium JideUbus, e da S. Prospero d' Aquitania nel 
suo Carmen de ingratis. Arrogo Claudio Mario Vit- 
tore e queir Alcino Ecdicio Avito, dal cui troppo dimen- 
ticato poema sulla creazione e caduta dell' uomo, cavò 
non pochi concetti l'autore del Paradiso perduto. 
Senonchè i tentamenti di questi poeti non poteano 
approdare : la musa di Marone e di Fiacco troppo mal 



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293 

atta porgeasi a cantare i dolori e il riscatto del 
Golgota. 

Una leggenda de' bassi tempi ci narra, che volendo 
un pittore ritrarre da una testa di Giove quella di 
Cristo , n' ebbe di schianto essiccata la mano ; così 
avvenne alla nuova letteratura, quando tolse a pre- 
stanza i panni della letteratura pagana. Ond* è che 
mdti di ciò doloravano e predicavano doversi porre 
da banda le forme classiche, tanto discordi col senti- 
mento cristiano: 

Sed 8tylu8 ethnicua atque poeticua abjeciendua : 
Dani 8Ìbl turpiter oscula Juplter et acola Chrlati. 

E infatti il giorno appressavasi in cui una forma 
novella, monda da ogni classico imbratto, doveva 
sbocciar fuori. L'antica età voiea sbandeggiato dai 
penetrali dell'arte il volgo profano: la chiesa invece 
per bocca del suo divino istitutore diceva — venite 
a me tutti — e a quest' uopo l' era mestieri far gitto 
d'ogni artificiosa eleganza e d'ogni morta dottrina, 
per usare soltanto quella parola di vita, che tutti in- 
tendessero, e che tutti legasse nella fraterna unità 
della fede. 

Allor nella lotta fra le due forme, 1' elemento po- 
polare prevalse. I volghi educati ad una religione 
interiore non poteano appagarsi della lirica antica 
che mai non valse a interrogare i più riposti segreti 
dello spirito umano ; e' abbisognavano di un linguaggio 
semplice, caldo di vive immagini e dì modi simbolici, 
quali i tempi portavano, armonizzando le frasi e le 
idee, e porgendo vital nutrimento all'anima, anziché 
ai sensi. E l' aurea latinità allor trasformavasi in una 
lingua, che accostandosi a quella del popolo, divenne 
a breve andare capace ad esprimere i moti dì un 



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294 

cuore che adora, che tremai e che spera. Niun creda 
per altro che tutti gì' innografi cristiani per quanto 
spregiassero le illecebre della dizione e la metrica 
classica, preferendo per lo più il giambico, come assai 
popolare, ponessero affatto in non cale Y arte ^ lo stile, 
solo intesi a soggiogare la forma al pensiero. Ve ne 
ha anzi non pochi, i quali mostrarono come la purità 
della lìngua possa andar congiunta all'ideale cri- 
stiano. 

Primo fra questi S. Ambrogio che visse sul declinare 
del IV secolo, e da cui può dirsi creata Tinnografla cri- 
stiana nella chiesa occidentale. Come ciò avvenisse, 
è prezzo dell' opera udirlo dalla bocca di S. Agostina 
che fa coevo a quel grande. — Da più d'un anno 
r imperatrice Giustina , mossa a ciò dagli Ariani di 
cui seguiva gli errori, avea tolto a perseguitare Am- 
brogio, il quale rifaggiatosi in una chiesa, vi era di- 
feso dal popolo, pronto a dar la sua vita per quella 
del suo vescovo. Mia madre che sopra ogni altro si 
travagliava in quell'opera di vigilie e di stenti, vi- 
vea di sole preghiere. . . . Allora Ambrogio, affinchè 
il popolo non languisse di tedio , seguendo il costume 
d'oriente, prese a insegnargli inni e salmodie, e una 
tale consuetudine si continuò appresso, ed ora è omai 

difasa in tutte le chiese Quante lagrime io 

sparsi allorché la soave melodia dei cantici echeg- 
giati nel tempio piovea sul mio cuore ! Come per gli 
orecchi i concenti, così la luce della verità mi scen- 
deva nell'anima: la vampa dello affetto accendeasi, 
e il pianto stesso m' era diletto. — 

Molti son gì' inni che attribuisconsi a S. Ambrogio, 
il metro de' quali è il giambico dimetro, ma quattro 
soltanto son fuori d'ogni dubbiezza; tre accennati 
da S. Agostino e il quarto da un concilio di Roma 



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295 

del 440; cioè quei che incominciano: Eterne rerum 
eonditor — Dews creator omnium — Jam surgit 
ora tertia — e — Veni, redemptor gentium, Earec- 
chi altri gli vengono ascritti dallo unanime consen- 
timento dei dotti, e in ispecie dai PP. Maurini, dal 
cardinale Tornasi, dal Pimont e dal Biraghi , che ne 
fé' oggetto di pregevolissimi studi. 61' inni di S. Am- 
brogio risplendono per virilità di concetti e vivezza 
d'immagini; li diresti un misto di romana austerezza 
e di teneri affetti, quali soltanto la cristiana pietà 
poteva ispirare. 

A lui dessi il merito d'aver creato la lirica della 
chiesa occidentale e averla istessamente portata al 
sommo dell'eccellenza, come quegli che seppe rin- 
venire una forma rispondente al concetto , e cavato 
dalle classiche fonti uno stile che consuonasse alla 
nuova civiltà. Ond' è che a ragione Ennodio scriveva 
aver egli cantato i trionfi de' martiri con versi degni 
di lauro: 

Dlxit triumphos martyrum 
Lingìme virentis laureis. 

Talora ne' versi d' Ambrogio riscontrasi l' asso- 
nanza e la rima, gradevole alimento alle orecchie 
d' un popolo, cui la poesia metrica più non potea lu- 
singare; assonanze e rime che già cominciavano a 
usarsi, di che fa fede l'inno di papa S. Damaso pel 
martirio di S. Agata, scritto nel 367: e il carme 
J)e gaudiis Paradisi in istrofe di tre versi rimati, 
che alcuni assegnano a S. Agostino. Ma della rima 
a suo luogo. Qui sol gioverà porre in sodo che si 
vivo era lo slancio e l' ardor della fede che gì' inni 
di S. Ambrogio risvegliavano nelle moltitudini, da 
riferirne gli effetti a sortilegi e a malie. 



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296 

Fra gl'innologi italiani tiene onorato luogo Ve- 
nanzio Fortunato, autore del Vexilla regis prodeunt, 
non die di molti altri cantici, ne' quali senti già 
l'afflato cristiano e la necessità della rima, che non 
è ancora, a dir vero , una regola indeclinabile , ma 
. già una condizione atta ad accarezzare gli orecchi , 
quasi compenso della prosodia che andava smarrendosi. . 
D'Ennodio ci restano dodici inni per le sacre offl- 
ciature, come ^(^ Ascensione ^ della Pentecoste, di 
S. Maria, di S, Nazaro, di S, Dionigi, di S. Am- 
brogio, di S. Stefano ed altri, non che uno per la 
empietà venuta allora in consuetudine, nel quale 
dipinge non già la sera e i crepuscoli, ma l'orrore 
della notte nigrante tectam palio . . . fusca somni 
tempora , tetra parata umbracuUs, 

Gli vengono appresso S. Anselmo, S. Tommaso, 
S. Paolino, Godelberto, Fausto, Gregorio Magno, In- 
nocenzo III, gli inni dei quali versano sullo Spirito 
Santo, sul giudizio universale, sui martiri, sulle lodi 
della Vergine, il cui culto, che tanto addolci i ferrei 
costumi d' allora, propagò S. Bonaventura con ingenue 
canzoni; e come i trovatori piacevansi di onorare la 
sera con note d' amore le lor dame, cosi e' volle colla 
salutazione dell' Angelo alla regina de' cieli farla 
venerata alla caduta del giorno su tutta la terra. 
Ed anche oggidì la preghiera àelY Angelus iterata 
dai sacri bronzi ci rammenta il di lui nome, che vive 
non tanto nelle sue filosofiche locubrazioni , quanto 
negli inni in lode di Maria, eh' egli appella fontana 
del Paradiso, arca del diluvio , scala di Giacobbe, 
Giuditta ed Ester che fa salvo il suo popolo. E in 
lui veramente tutto è poesia, perfino i titoli dell'o- 
pere sue : r Itinerario delV anima a Dio — Le sette 
me delV eternità — Le sei ali de' Serafini. Ecco 



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la prima strofa di un canto nella sua semplicità for- 
mosissimo: 

Ave, celeste lilium, 
Ave, rosa speciosa ^ 
Ave, mater humiliam, 
Superis imperiosa! 
Deitatis friclinium 
Hac in valle lacrymarum 
Da robur, fer auxilium, 
excusatrix culparum. 

Si hanno in onor della Vergine ben seicento venti 
inni riferiti nell'ampia collezione del Mone, in cui 
pur indarno ricercasi Y Ave maris stella, che manda 
fra r istesse licenze metriche onde va oifesa, un pro- 
fumo di celestiale dolcezza. Sebbene alcuni la riferi- 
scano a S. Bernardo e a Venanzio Fortunato, incerto 
n'è veramente Fautore. 

Come la chiesa greca vanta una melode composta 
dall' imperatore Giustiniano , cosi si volle attribuire 
la gloria di uno fra i più belli nostri inni il Veni, 
creator Spiritus, all' imperatore Carlomagno : opinione 
non accettabile da chi non ignora quanto questo mo- 
narca fosse povero di studi latini , e che i codici di 
questo inno accusano un'età di molto anteriore.. Se 
ne contendono l'onore S. Ambrogio, Rabano Mauro 
e papa Innocenzo III. La chiesa latina vanta pure 
alcuni inni composti da Elpide, moglie in prime nozze 
di Severino Boezio : tali MAiirea lux , il Felix per 
omnes , e i due per la festa degli apostoli Pietro e 
Paolo, che vanno tra i più commendevoli. Bellissimo 
per impeto lirico è il Pange lingua dèi grande d'A- 
quino, il quale tolse il primo verso da Claudiano Ma- 
inerzio. Il metro n' è il trocaico tetramico , e spesso 
nel terzo piede de' versi impari ti occorre lo spondeo, 



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anziché il trocheo. La rima campeggia nei versi al- 
terni. A lui del pari s' ascrive il Lauda Sion , vero 
trattato dommatico del mistero eucaristico, e mirabile 
per concisione e proprietà di parole. Ma a tutti va 
innanzi lo Stabat, musicato oggidì con celesti armonìe 
dal Bossìni, commovente elegia, le cui strofe piovoa 
giù come lagrime spremute dal più santo dei dolori, 
e pur sì dolce ad un tempo, che una angoscia quasi 
divina ti stringe al cuore. La liturgia cattolica noa 
ha inno più popolare di questo , che basterebbe sol 
esso alla gloria di Jacopone da Todi. Il quale sullo 
stesso metro e sulle istesse rime dettava il non manco 
sublime, per quanto men noto, Stabat del Presepio , 
ove Maria ci è dipinta in tutta la gioia della mater- 
nità. Esso comincia: 

Stabat mater speciosa 
Juxta faenum gaudiosa 
Dum jacebat parvulus. 

Cajus animam gaudeaitem 
Laeta^undam et ferverUem 
Pertransivit jubilìAs, 

quam laeta et beata 
Fwit illa immaculata 
Mater Unigeniti! 

Appartiene a Jacopone anche la bella Sequenza De 
contemptu mundi che s'inizia co' noti versi: 

Cur mundus militat sub vana gloria, 
Cujus prosperità^ est transitoria f 
Tum cito labitur ejus potentia 
Quam vasa figuli, quae sunt fragilia. 

Sublime grido di terrore che mette un brivido per 
le vene è il Dies irae, di cui S. Gregorio, e il car- 
dinale Latino Malabranca Orsini e S. Bemando di 
Chìaravalle si contendono il vanto, sebbene Y univer- 



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sale ornai tenga, salla testimonianza di Bartolomeo da 
Pisa morto nel 1401, esserne autore Tomaso da Ce- 
lano, amico e seguace di S. Francesco d* Assisi. Ma 
qualunque ne sia lo scrittore , il Dies irae , anziché 
espressione d'un solo poeta, dee ritenersi come l'eco 
di una intera epoca, allorquando i tetri vaticini del- 
l' Apocalisse sembravano avere il lor compimento per 
il trabboccamento de' barbari che nabissavan 1' Eu- 
ropa, e pe* guai d'ogni genere che travagliavano il 
civile consorzio. L' immaginazione de' popoli allora si 
offuscò di tal guisa ch'altro più non vide intorno a 
se e al di là della tomba che costernazioni e paure. 
Questa morbosa condizione degli animi è testimoniata 
da molti canti che han preceduto il Dies irae, e in 
ispecie dalla mirabile Prosa di Monpellieri; e da 
altri inni sullo stesso argomento assai divolgati ne' 
bassi tempi, fra i quali giova accennare quel che ha 
per titolo Meditatio animae fidelis, e l'altro De die 
judicii. Da entrambi, come osserva il Venturi, cavò 
il Celano non poche frasi e concetti , che seppe per 
altro informare a sentimenti più eletti. Infatti nel 
secondo di questi inni occorre una strofa di quattro 
versi che suona: 

Lacrimosa dica illa 
Q*jba resurget de favilla 
Judicandus homo retiSf 
Tu pecatia parce, Deus, 

Il Celano ne trasse di pianta i primi tre versi, e 
se ne valse per la penultima strofa dal suo inno, e 
il quarto verso con lievi mutamenti pose a primo 
dell' ultima. Questo terribile canto, le cui cupe ar- 
monie e le fosche immagini liriche innondan l' anima 
di misterioso sgomento, vince di lunga mano non solo 



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300 

tutti gY inni che lo precessero, ma toglie eziandio la 
speranza di poterlo giammai pareggiare. Vero monu- 
mento dell'arte. La fine del mondo, la risurrezione 
della carne, il giudizio finale, la grazia divina, le 
terribili pene serbate a' reprobi vi son tracciate con 
tale energia di colori , che la desolazione e il terrore 
non poteano essere espressi con più feroce evidenza. 
Parecchi ne dettò S. Damiano, specie in onore della 
Croce , della Vergine , delF Ascensione , di Pietro e 
Paolo apostoli e d' alcuni altri santi , che gli danno 
un seggio onorevole tra i suoi contemporanei. Appar- 
tiene a Teodolfo, vescovo d' Orleans, ma italiano d' o- 
rigine, l'inno che comincia: 

Gloria^ latta et honor Ubi sii, rex Chrlate Redemptor 

adottato dalla Chiesa per la procession delle Palme. 
Senonchè sovra tutti memorabile si è l'inno in 
lode di S. Giovanni Battista, di Paolo diacono, come 
quello che somministrava a Guido d'Arezzo il modo 
d' istituire la regola, o la scala delle intonazioni dia- 
toniche , in guisa d' essere agevolmente mandata a 
memoria. Egli avverti che in questo canto le prime 
sillabe dei sei membretti della prima strofa, ut, re, 
mi, fa , sol, la, costituivano , cosi il già memorato 
Venturi, colla loro intonazione una progressione dia- 
tonica ascendente; e con ciò pose sicuro fondamento 
a rinvenire le note e a scemare la diflScoltà della 
intonazione de' suoni: difficoltà derivante dalla con- 
fusione delle note tòniche e dalla diversa costruzione 
dei tetracordi rispetto alla posizione dei semitoni. 
Più tardi era serbato al Doni sostituire il do, prima 
lettera del proprio nome, alla nota ut, che riuscia di 
troppo sgradevole suono. Infine nel secolo XVI vi ag- 
giunse il Vanderputten l'ultima nota si della scala. 



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301 

E qui, dacché cade in acconcio, diremo del canto 
liturgico, fermo, o ambrosiano, o gregoriano, come 
volgarmente s'appella. Respinta da noi la sentenza 
che tiene derivata tal maniera di canto dall'an- 
tica musica degli Israeliti e dei Greci, è ovvio il 
credere che nascesse col Cristianesimo nelle condi- 
zioni dì semplice melopea, senza alcuno intento di 
teorica o d'arte, per opera di uomini associati nel- 
l'ardore della preghiera. — Il nostro canto, scrivea 
S. Ambrogio, è quello della natura : quello che gì' in- 
fanti inconsapevoli apprendono dalle labbra materne: 
quello che sciolgono i garzoni, le fanciulle ed i vecchi : 
quello infine del popolo quando è raccolto nella casa 
della preghiera. — Questo istesso gran vescovo l' in- 
trodusse primamente, come vedemmo, nella chiesa 
milanese , da cui si propagò in tutto l' occidente ; lo 
subordinò a regole certe e invariabili che dedusse in 
parte dalla chiesa orientale; finché S. Gregorio Magno 
aggiunse quattro toni ai quattro già fermati da Am- 
brogio, instituendo apposite scuole in Laterano, che 
durarono per oltre tre secoli , e compilando l' antifo- 
nario. 

Non pochi divari correano fra il canto ambrosiano 
ed il gregoriano: il primo, ed in ispecie quello degli 
inni, era più ritmico e preferiva, come scrive il Biaggi 
fondandosi sulle testimonianze del Perego, la cadenza 
piagale alV autentica : accostavasi maggiormente al 
modo cromatico, e, come portava la sua derivazione 
orientale, allegravasi di abbellimenti e di rifioriture. 
Per altro nella sua essenza era diatonico, al pari del 
gregoriano, di cui teneva le forme, le tendenze e il 
carattere. Di questi divari or più non trovi traccia 
veruna. 

Il canto fermo, principio e fondamento dell'arte 



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302 

moderna, è una veneranda relìquia che costituisce un 
tipo ideale suo proprio; ond' è che a stolta opera por- 
rebbe le mani chi tentasse deviarlo dalla prima sua 
origine e applicarvi Y armonia, portando offesa alla sua 
efficacia ed alla sua indole. Quegli accenti ispirati , 
que' subiti riposi, queir ondeggiamento di suoni, che 
sembrano da prima sviamenti , e la cui forma , son 
parole del Biaggi — si rivela poscia come in nube 
alla cadenza, que' ^uoi andamenti così gravi, così 
solenni e misteriosi , quanto non possono sulla fan- 
tasia e sul cuore? E quanto non valgono a staccar 
la mente umana dalle cure terrene per portarla a 
Dio e alla preghiera, il colore di vetustà che ormai 
è immedesimato in que' canti , e T aflfetto che ci 
lega per natura a tutto ciò che fli caro e venerato 
dai nostri padri, e la tendenza, anch'essa natura- 
lissima, al richiamo, o come dicesi ora, alla asso- 
ciazione delle idee? E condizioni così atte ad ot- 
tenere r intento eh' ebbe la chiesa, quando fece della 
musica una parte della sua liturgia, e che l'uomo 
non può e non potrà mai rifare, verran poste pensa- 
tamente al pericolo d'andar perdute? — 

Resta a dir della rima che comincia a rampollare 
negli inni di S. Ambrogio e finisce per trionfare nel 
secolo XI. Ciò che prima era un allettamento agli 
orecchi, sarà appresso una legge. 

Chi prendendo le mosse da Antonio di Tempo da 
Padova, il quale fino dal trecento scrisse intomo la 
rima, venisse giù giù fino a noi, troverebbe che ogni 
spositore di cose letterarie tenne opposta sentenza. 
Il Bembo ne fa scopritori i Provenzali, Giambullari 
i Toscani : Quadrio , Andres , Muratori , Sismondi , 
Guinguené ed altri l'ascrivono agli Arabi: Fauchet 
e Pasquier a' popoli nordici. Move a riso una tal 



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303 

controversia, che pur risorse più viva che mai nel 
secolo XVII. E per vero, ove si avverta che ogni 
idioma ha parole con la stessa cadenza, è ovvio il 
credere che ogni popolo abbia adoperato la rima, 
figlia anch'essa della natura, né più né manco della 
danza e del canto. Noi ne troviam l'uso presso gli 
Americani, i Lapponi ed altri selvaggi come lo tro- 
viam fra gli Ebrei, Caldei, Assiri e Persiani, non che 
fra i Greci e i Latini. Tornerebbe opera vana 1' ad- 
dume le prove. Ennio, Virgilio, Terenzio, e più an- 
cora Plauto, Orazio, Ovidio e Catullo ne son riboc- 
canti. — Eie quo apparet, scrive il Nàke nel suo 
pregevole opuscolo De alUteratione sermonis latini , 
non deberi scriptoribus , sed domesticam fuisse in 
sermone latino alliterationem, — E Birgero Torlacio 
nel IV volume delle sue Prolusiones et opuscola 
aggiunge — ad nerum proxime accedere mdemur, 
si statuamus: homoeoteleuta carmina aeque antiqua 
esse ac ipsam poes'in; ejusque vestigia apud nullam 
non gentem reperiri — Ciò posto , egli è evidente 
che i nostri padri non avean di mestieri chiedere 
altrui, ciò che poteano rinvenire nella domestica lor 
suppellettile. Bastava aver gli occhi in capo per veder 
le assonanze nei latini scrittori e imitarle. 

Chi si fa ad esaminare gli esametri degli antichi 
poeti e quelli in ispecie che son dominati dalla pen- 
temimeriSy secondo l'accento delle parole e non se- 
condo la quantità delle sillabe , avverte in essi un 
ritmo che si diparte assai dall'esametro, per cui il 
verso dividesi in due, come, ad esempio: 

Tina salus victìs — nullam sperare saluterai 

e daciché spesso in essi ci occorrono esametri, che 



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304 

letti secondo T accento, vengono a consuonare nel- 
l'uscita dei due mezzi versi, come: 

Quot caelum stellas — tot hahet tiui Roma puellas: 
/ nunc et verbis — vlrtutem elude superbis, 

cosi ben presto ne nacquero , a imitazione d' essi , i 
versi cosi detti leonini , che noi troviamo usati fin 
dal primo scorcio del secolo VI, in ispecie nel già 
memorato Commonitorium d'Orientio, sebbene non 
in modo costante. Erroneamente si scrisse che questo 
nome fosse lor derivato dal loro inventore Leone II, 
r amico di Sidonio Apollinare, ma con più ragione si 

tiene che — leonini dicuntur a leone, quia 

sicut leo Ì7iter alias feras majus hahet dominium, 
ita haec species versuum — Nondimeno TEberhard 
attenendosi alla prima sentenza, cantava: 

Sunt inventoria de nomine dieta Leonia 
Carmina, quae tali simt modulanda modo: 

Pestis avaritiae, durumque nefas simoniae 
Regnat in ecclesia hberiore via. 

Permutant mores hominea, cum dantur honores: 
Corde atat inflato pauper konore dato. 

Dacché e' avvenne a trattare dei versi leonini 
tanto in voga ne' secoli barbari e non smessi ancora 
oggidì, gioverà pur ricordare, che in que' tèmpi ci 
occorrono anche non pochi esempi di quella poesia 
che da Ludovico Leporeo, scrittore del secolo XVII, 
si disse poesia leporeamòica , il cui carattere erano 
appunto le assonanze nel mezzo e nell' uscita dei 
versi. Ma io non debbo arrestarmi a questi vani 
conati d'ingegno, che l'età nostra giustamente ri- 
prova. Basta il fin qui detto a chiarire che anche 
questo genere di poesia ebbe il suo nascimento in 
que' tempi , che soglionsi considerare poveri alfatto 



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305 

di lettere. Ai quali dobbiamo altresì Y introduzione 
di una forma ritmica potente di attitudini artistiche, 
senza la quale la moderna epopea andrebbe destituita 
in gran parte della maestà sua, né si avrebbero forse 
r Ariosto ed il Tasso. Questa nuova forma è V ottava 
che vuoisi usata dapprima nella Teseide del Boccaccio 
intorno al 1341, ma che noi troviamo applicata alle cose 
epiche quasi un secolo innanzi. Essa tenne il luogo 
di quella tirade minorime che ci venne di Francia, 
alle cui monotone cadenze si ribellavano i delicati 
orecchi italiani, e fé' porre in disparte le querule as- 
sonanze de' versi leonini , di cui tanto piacevansi i 
barbari. 

Or tornando dopo questa intramessa là dove ci 
Siam dipartiti, diremo che correndo il secolo XVI, il 
risorgimento delle classiche discipline ispirò ad alcuni 
dotti uomini il disegno di una emendazione degli 
inni sacri, in quelle parti che più offendeano la me- 
trica e le regole della latina dizione. Fu sventura 
che un tal divisamento, sebbene accolto da Leone X, 
sia stato posto ad effetto soltanto un secolo appresso : 
quando cioè il buon gusto letterario era già vòlto al 
tramonto. Le correzioni recate al testo degli inni ne 
scemarono la originale freschezza e quella mistica 
unzione che risponde ai più sacri sensi del cuore. 
Di tale emendazione fu scritto — accessit lati7iitas, 
et recessit pietas — Una tale sentenza ebbe piena 
confermazione negli avvenire. 



E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 20 



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CAPO XV. 
LA POESIA PEOVENZALE 



SOMMARIO. 

La lingua romanza — Giullari e Trovatori — Indole de* lor 
canti amorosi — Efficacia de* lor sirventesi — Guglielmo IX 
apre la serie dei trovatori aquitanici — Loro proteggitori : 
i conti di Provenza, di Tolosa, di Monpellieri, di Marsiglia 
ed altri — Trovatori illustri — Poetesse e Corti d'amore 
— Negate invano da Federico Diez — La lingua d^oco si pro- 
paga in Italia — Crociata albigese — Sterminio della Pro- 
venza e della letteratura occitanica — Fiere proteste dei 
trovatori • — Lor rifugio nelle corti dei signori italiani — 
Quali scarse influenze esercitassero sulle lettere nazionali. 

Quella parte della Gallia meridionale che i Romani 
diceano Aquitania* e appresso venne appellata Pro- 
venza, ossia la regione eh' è posta tra l'alta Ga- 
ronna, le Cevenne, risero, TAlpi ed il mare, fu 
sede ed albergo di quella lingua romanza, che Dante 
nomò provenzale o d' oco, ed altri chiamò limosina, 
I moderni, lingua occitanica. Noi nonjci faremo ad 
indagare i primi monumenti di questo idioma cosi 
ricco a vocali e melodico; paghi di accennare al 



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308 

\ poema di Boezio che risale al X secolo/ed alla Nohla 
Leyczon che porta la data del 1100, ed è una rac- 
colta delle dottrine evangeliche dei Valdesi o Albi- 
gesi, assai notevole sotto il doppio aspetto storico e 
filologico. Seguono i romanzi di Jaufré e di Flamenca, 
ed indi la lunga serie delle poesie trobadoriche. Delle 
quali non sarebbe a noi giunta contezza veruna, se 
un monaco della genovese famiglia dei Cybo, detto 
il monaco delle Isole d'oro, fin dal secolo XIV non 
le avesse cavate da un antico manoscritto composto 
per ordine di Alfonso II re d'Aragona, e raccolte in 
. un codice riccamente istoriato che oggidì si conserva 
nella Vaticana di Eoma. 

Niun dubbio per altro che soltanto nel secolo XI 
lo spirito cavalleresco e le prime crociate esercita- 
rono sulla poesia provenzale tale efficacia, ch'essa 
sorse dalla sua primitiva selvatichezza; e la terra 
acquitanica privilegiata di si benigna guardatura di 
cielo e da ogni copia di beni, quella terra in cui il 
vecchio germe jonico rampollava più rigoglioso all'ar- 
dente soflSo degli Arabi che l'aveano in parte occu- 
pata, e in cui i vincoli della feudalità poteano dirsi 
spezzati, divenne la sede di una civiltà nova. E pia- 
cemi rammentar col Galvani le sue fiorenti città: 
Tolosa, detta Palladia per gli studi d'ogni maniera 
che vi allignavano : Narbona celebrata da Sidonio 
Apollinare : Nemauso o Nimes Augusta : Bezieri , non 
che il Foro Giulio degli Ottavj : Arles detta da Au- 
sonio la Eoma gallica : le Acque Sestie che a Sidonio 
ricordavano le Baje Campane: Avignone, Arausio od 
Orangio, Cavillone, Acusio, Valenza e la letterata 
Vienna degli AUobrogi, ed altre che prevaleano in 
ogni genere di civile coltura e nella gaja scienza in 
ispecie. 



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309 

La quale, come scriveva Q^iraldo Riquiero ad Al- 
fonso X di Castiglia, fa primamente istituita da uomini 
di valore e di senno neir intento di indirizzare i mi- 
gliori sulla via dell'onore, mediante il diletto che 
nasce da uno strumento tocco da mano sagace. E in- 
fatti dapprima i trovatori inneggiavano alle magna- 
nime imprese, e spronavano i principi a compierne 
altre di simili . . . Trovatori per lo più diceansi co- 
loro che poetavano seconflo le discipline dell' arte , e 
usavano alle corti de' grandi, onde nomavansi anche 
poeti di corte ; giullari per l' opposto coloro che l' arte 
aveano ridotta a mestiere. Gli uni e gli altri passa-^ 
vano di castello in castello, le cui soglie mai non 
erano chiuse ai pellegrini, a' poeti e a* guerrieri, 
e faceano echeggiare le sale ed i broli delle loro 
canzoni. Assai facile torna il comprendere perché 
questi rimatori avessero sì facile accesso alle corti e 
vi trovassero così festose accoglienze. Il mondo uscia 
di recente da quel tetro periodo del mille, in cui 
l'umana coscienza venia funestata dal terrore della 
prossima consumazione dei secoli: dominavano ovunque 
il sacerdote ed il monaco , che predicavano un esiglio 
la terra, una scuola di avversità e di dolore l'esi- 
stenza: vera patria soltanto il cielo; proscriveano 
insomma la gioia come tinta in peccato. In mezzo a 
quegli uomini contristati da arcane paure mostrasi il 
trovatore : egli sveglia dal suo liuto una nota di con- 
forto: egli sente fremere nel suo petto la vita, e 
canta la donna, la giovinezza, l'amore, riserbando 
gli aspri suoi sirventesi contro quella setta bugiarda, 
che vorrebbe tramutare la terra in deserto. E gli 
uomini riscossi a quel canto salutano anch'essi la 
vita, che s'abbella un'altra volta a lor occhi de' più 
ridenti colori, e applaudono al cantore che sgombra 



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310 

dalle accigliate fronti il dolore e la noja, e fa aperta 
professione del gai saber, della gaja scienza. Il giul- 
lare in&tti per bocca di Matfre Ermengaud cosi si 
esprime : 

. . . sabo cantar e baiar 
£ sabo toquar estrumens, 
E sabo encantar las gens, 
O far autra joglaria, 
Quar entendo nuez e dia 
A la mondana vanetat 
Et a folar et a peccat .... 

E a sua volta Brunetto Latini definiva il jugleor — 
cil qui converse entre la gente d ris et à geu, et 
moque soi et se fame et ses enfanz et touz autres — 
Non è a dire se dame e cavalieri ambissero le lodi 
che alla bellezza e al valore tributavano i trovatori, 
e se la poesia provenzale, che al pari dell'antica fu 
sempre cantata, divenisse ministra dei loro amori. 
Ond*è che il subbietto, o, come dicesi oggidì, il con- 
tenuto dei loro canti era pressoché sempre T erotico- 
Questo amore per altro fu più spesso pensato che non 
sentito, e più lampo di fantasia che slancio di cuore. 
Dico più spesso: poiché talora T amore innalzavasi ad 
una idealità senza pari. Basti l'esempio di Giuffredo 
Budello, che preso della contessa di Tripoli, si mette 
in mare, e giunto in Soria muore a' suoi piedi. La 
contessa di Die, la Saffo della Provenza, alla morte 
di Guglielmo Ademaro si rende monaca, e respinge 
ogni terreno conforto. In generale per altro i lor canti 
informavansi a quei principi di cavalleria ch'erano 
consoni di quell'età; e poiché questa istituzione pog- 
giava su norme invariabili e su leggi precise e dal- 
l'universale accettate, ne seguia che il carattere in- 
dividuale de' rimatori e il divario delle singole pas- 



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311 

sioni non poteano in essi mostrarsi e spiccare. La 
venustà della forma e l'armonia de' modi nuli' altro 
in lor ricercavasi: identiche nel resto le fattezze e 
i colori. Da ciò la scarsa efficacia delle lor rime. Co- 
stretti a celebrare la virtù o la bellezza delle più 
nobili castellane' che rado poteano appressare, e che 
di tanto lor soprastavano per chiarezza di natali e di 
censo , r inno d' amore tramutavasi in un' arte ridotta 
a sistema e in un gergo convenzionale , che costituisce 
appunto il carattere dei poeti occitanici , i quali pro- 
fessavano amare le donne, soltanto — par forine de 
soulaz — È in essi quasi generale la massima di 
corteggiare le dame pel solo vantaggio che dall'a- 
more può lor derivare; cosi affermano i migliori tra 
loro, come Bernardo da Ventadorno ed Elia Cairello, 
che ad una castellana da lui lungamente esaltata, 
scriveva: — s'io vi lodai, ciò non fu per amore, sì 
ben per l'onore e il vantaggio ch'io ne sperava. — 
Vano sarebbe del pari cercare in essi un qualche ri- 
chiamo a storiche allusioni o a reminiscenze di clas- 
sici, dal nome di Virgilio infuori, ricordato, a mo' 
d'esempio, da Elinando e da Giraldo di Calansone 
intorno al 1220, non certo per averne avuto i versi 
ftUe mani , ma per le note leggende che correano al- 
lora delle sue virtù telesmanìche ; poeti per lo più 
digiuni di lettre e senza impeti d'affetto, rado è che 
esprimessero il fervido linguaggio della passione. La 
poesia de' trovatori, simile all'aurora boreale delle 
notti polari , splende ma non iscalda , né diffonde la 
vita. 

Tuttavia, come tiene il Sismondi, non dobbiamo 
atteggiarci a soverchio rigore nel giudicarli dietro la 
lieve impressione e le scarse orme che lasciarono 
nella nostra memoria; né assi a dimenticare anzi- 



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312 

tutto eh' e' vissero in un'età d'ignoranza e barbarie. 
Inoltre; non sempre e' si racchiusero nell'angusta 
cerchia de' sospiri amorosi; che talora, e certo con 
più efficacia di modi, seppero combattere a viso aperto 
i mali portamenti del tempo, e quando la spada del- 
l' infeme Monforte ne disertò la contrada, avventa- 
rono dardi avvelenati contro la corte di Roma. In 
questi casi la lor poesia si solleva , acquista intendi- 
menti virili e dignità storica. 

Giova recarne alcun saggio. Pier Cardinale così di- 
pinge i sacerdoti dell' età sua : — Tutto tramutasi 
in armi nelle man di costoro, indulgenze, perdoni, 
diavolo e Dio; a taluni, aprono il cielo colle indul- 
genze: altri cacciano nell'inferno colle scomuniche: 
calano fendenti contro cui non può usbergo: né v'ha 
laccio cui non sappiano meglio aggroppare. Non si dà 
maleficio cui non assolvano^ e per danaro consentii 
rebbero agli usurai ed ai rinnegati la sepoltura, che 
pur niegano ai poveri , perché non han modo a pa- 
garla. Vivere oziando, sattoUarsi di pesce, di pan 
buffetto e cioncare i vini più prelibati, ecco come 
spendono l'intera vita. Foss'io pure del bel numero 
uno , se a questo prezzo s' acquista l' etema beati- 
tudine! — E Guglielmo Figuera a sua volta can- 
tava: — che il divin Spirito, il quale assunse umane 
forme, porga ascolto a' miei voti, e t'infranga il ro- 
stro, Eoma; duro fatica a comprendere i tuoi in- 
ganni verso di noi e verso i Greci. Tu, o Eoma, 
trascini i ciechi nell'abisso con teco; tu valichi i 
confini da Dio segnati, dacché assolvi le peccata per 

oro che Dio ti contristi, o Eoma, città di guasti 

costumi e di mala fede! — 

Egli é noto qual potentissima azione esercitassero 
questi sirventesi sulle mobili fantasie popolari, e 



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313 

quanto servissero ad infiammarne gli spiriti. Narrasi 
che i canti di Bertrando da Bormio visconte d'Alta- 
forte in Perigordo corressero di bocca in bocca, e 
nelle battaglie del re d' Inghilterra Enrico II e dei 
suoi figlinoli destassero tale ardor bellicoso , che dalla 
Garonna alle foci della Senna n'arse tutto il paese. 
E forse tai scene di sterminio e di lutto eccitate dai 
versi di quel riottoso barone avea presenti Dante 
Alighieri, che cacciavalo neir inferno ad espiare i 
suoi malvagi punzelli in quella tremenda pittura, a 
cui non so quale altra possa eguagliarsi. 

Con Guglielmo IX di Poitiers (1071-1072) s'apre 
la lunga serie dei trovatori acquitanici, per lo più 
cavalieri che si davano all'arte de trobar pel solo 
amore dell'arte: o vuoi menestrelli e giullari [mini- 
strales, ministrellae , jaculatores etc.) che seguiano i 
lor signori e ne accompagnavano i canti col suono: 
ovvero andavano in volta da. soli recitando i versi 
altrui , tutti accolti festevolmente del pari nelle corti 
de' grandi, e di ricchi doni onorati , a tale che spesso 
ne ìmpoveriano i più doviziosi baroni. Alberto Mala- 
spina per soverchia larghezza dovè spogliarsi d'una 
gran parte de' suoi possedimenti in Yaldimagra; il 
conte di Tolosa facea d' un tratto distribuir loro cento 
mila soldi d'argento; la liberalità del Delfino d'Ai- 
vemia costavagli metà del ducato. 

Fra i più qualificati proteggitori della poesia pro- 
venzale, che coir estendersi dello spirito cavalleresco 
s'allargò in pressoché tutt^ Europa, van noverati i 
conti di Provenza, cioè Raimondo Berlinghieri IH, 
(1167-1181) il di lui figliuolo Alfonso II, (1196-1209) 
non che il di lui successore Raimondo IV. Il quale 
avendo impalmata la leggiadra Beatrice figliuola del 
conte Tommaso di Savoja, (1200) convertì la sua corte 



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314 

in una vera scuola di valore e di gentilezza, ospi^ 
tando il fiore dei trovatori, che con canzoni, ballate, 
favolelli, ronde e novelle d'amore teneano viva la 
fiamma dell' arte. Presso di lei convenivano la sua 
cugina Beatrice Fieschi nipote d' Innocenzo IV, Alice 
dei marchesi Carretto, Agnese di Saluzzo, la mar- 
chesana di Massa e la principessa Barbossa^ che avea 
fra tutte la palma per istudio di civiltà e gentilezza. 
Andarono del pari celebrati come amici del canto e 
dei rimatori i conti di Tolosa, fra i quali primeggia 
Eaimondo V (1148-1194) che accolse presso di sé i 
più lodati poeti dell' età sua : Pietro Eoggero , Ber- 
nardo di Yentadorno e molti altri. Il successore di 
lui Eaimondo VI rade volte potè volgere il pensiero 
alle squisite eleganze dell'arte, perocché la crociata 
contro gli Aibigesi riempie di micidì e di sangue i 
suoi stati. Ne' quali esterminì andò del pari travolto 
il di lui figliuolo Eaimondo VII , che pur volle sempre 
al suo fianco Eaimondo di Miravalle, rimatore per qud 
tempi assai chiaro. Né fra i più ardenti amici della 
poesia provenzale devonsi lasciare in disparte Eie?- 
Ciardo Cuor-di-leone , dapprima conte di Poitou e 
poi re d' Inghilterra : il conte Guglielmo , signore di 
Monpellieri: i conti di Marsiglia e d'Oraijge della 
casa del Balzo , quei d' Alvemia , di Eodes e di For- 
chalchiero, ed altri assai che tennero presso di sé e 
altamente onorarono i più celebrati cantori. 

I nomi dei quali troviamo in parte raccolti in un 
brano del Trionfo d' Astore di quel Petrarca, che 
vissuto lungamente in Provenza e amante di una bella 
avignonese, seppe al pari de' trovatori, che pur di 
tanto avanzò, accoppiare l'armonia del pensiero al 
nitor della forma: 



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315 

v'era un drappello 

Di portamenti e di volgari strani. 

Fra tutti il primo Arnaldo Daniello, 
Gran maestro d' amor , eh' alla sua terra 
Ancor fa onor col suo dir nuovo e bello. 

Eranvi quei ch'amor si lieve afferra, 
L' un Pietro e V altro , e il men famoso Arnaldo : 
£ quei che fur conquisi con più guerra, 

I* dico r uno e l'altro Raimbaldo 
Che cantò per Beatrice in Monferrato: 
E il vecchio Pier d'Alvernia con Giraldo; 

Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato 
Ed a Genova tolto , e sullo stremo 
Cangiò per miglior patria abito e stato. 

Giunfré Rudel ch'usò la vela e il remo 
A cercar la sua morte: e qu§l Guglielmo 
Che per cantare ha il fior de' suoi di seemo; 

Amerigo, Bernardo, Ugo ed Anselmo: 
E mille altri ne vidi , a cui la lingua 
Lancia e spada fu sempre e scudo ed elmo. 

Né debbo lasciare senza ricordo le virtuose donne 
eh' emularono nella gloria del canto gli stessi uomini: 
tali la già memorata contessa di Die, Lombarda To* 
losana, Almuccia di Castelnoyo, Maria di Ventadomo, 
Alamanda ed altre assai. Esse sedeano giudici nelle 
Corti d'amore, che teneansi nelle residenze de' prin- 
cipi e de' baroni, a Romannino, a Signa e a Pietra- 
fuoco, e appresso in Avignone, in Marsiglia e in 
Tolosa ; specie di tribunali in cui agitavansi quistioni 
d'amore e se ne pronunciavano le decisioni, dette 
francescamente arresti, intiamen, giudicamenti , le 
quali aveano universalmente forza di leggi Fra le 
donne italiane che sedettero in questi femminili areo- 
paghi trovo 4e marchesane di Monferrato, di Sa- 
luzzo, dei Malaspina e d'Este, e un'Emilia di Ra- 
venna di cui non mi venne fatto di rinvenire il ca- 
sato, non che le contesse di Provenza e di Vienna 



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316 
nel Delfinato, ambo fiorì sorti in suolo italiano e tra- 
piantati oltralpi a spandere in quelle corti i loro 
schietti profumi. Né le sole cose d* amore costituiano 
r obbietto delle lor decisioni ; talora avvenia che fos- 
sero chiamate a giudicar piati e contrasti di ben 
maggiore momento. Tale , a mo' d' esempio , fu la ten- 
zone ch'arse fra due trovatari, Raimondo di Mira- 
valle e Bertrando Alamannone; quale, cioè, fra le 
due nazioni provenzale e lombarda soprastasse per 
nobiltà ed eccellenza di pregi. Tenea Raimondo che 
tal fosse la provenzale^ come quella che sopra ogni 
altra abbondava di rimatori e cavalieri, di guisa che 
tanti capitani non uscirono dal cavallo trojano , quanti 
dicitori in rima e illustri baroni fioriano in quella 
regione. Stava per l'opposta sentenza Bertrando, ma 
quali ragioni mettesse innanzi a sostenere la preva- 
lenza della Lombardia, non giunse a nostra saputa. 
Bensì è noto che una tale controversia fu rimessa 
alla corte d'Amore residente a Pietrafuoco ed a Signa, 
che giudicò doversi tal primato concedere alla Pro- 
venza, il cui poetico idioma andava innanzi a tutte 
le lingue volgari. L'ultima corte d'amore di cui ab- 
biasi qualche menzione, si raccolse in Avignone da 
Fanetta de' Gantelmì, illustre poetessa e zia dì Laura 
celebrata da Francesco Petrarca. 

La febbre che invade i di nostri di tutto distrug- 
gere, non potea per fermo lasciare illese le Corti di 
amore: e Federico Diez si tolse il carico di cancel- 
larle dalla istoria, come una pretta invenzione del 
Nostradamus. Giova riferirne la conclusione: — Quanto 
si andò finora favoleggiando sulle corti d'amore ri- 
ducesi, storicamente parlando, all'uso che correva in 
Provenza d'assoggettar le querele degli amanti e le 
tenzoni poetiche al giudizio di personaggi da ciò; e 



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317 

per quanto ragguarda la Francia, all'esercizio che 
faceasi ne' signorili ritrovi d'arguzie e bei modi. — 
Senonchè a fronte di tante autorità quante son quelle 
che affermano V esistenza de' tribunali d' amore , le 
cavillose argomentazioni del Diez non ponno aver 
peso che vaglia. Il celebje André le Chapelain, che 
visse alla corte di Francia tra il 1150 e il 1170 nel 
suo libro De Arte Amatoria (che fu in tanti luoghi 
imitato dappoi dal Boccaccio) toglie ogni dubbiezza in 
proposito. 

Moltissimi fra i rimatori provenzali scesero, come 
vedremo più innanzi, ad allegrare de' lor canti le 
corti dei signori italiani. Né ciò deve ingenerar me- 
raviglia , se si fa stima de' stretti nodi che congiun- 
gevano allora la Gallia narbonese alla nostra peni- 
sola , la quale aveale dato il suo reggimento munici- 
pale, e fermato trattati di commercio e d'alleanze 
fra Genova, Pisa e Gaeta con Marsiglia, Narbona, 
Arles e Monpellieri ; ond' è che gli antichi vincoli si 
rafforzarono , la lingua d' oco si diflftise , e i suoi poeti, 
valicando l'Alpi, non reputavano trovarsi in terra 
straniera. Arrogo un altro fatto gravissimo, che li 
costrinse a chiedere all'Italia un asilo, e quella li- 
bertà d'ispirazione, che più non trovavano nell'in- 
sanguinata lor patria. Accenno a un tratto d'istoria 
che farà fremere ogni anima onesta, ma che reputo 
necessario a chiarire la lor dispersione e la piena 
estinzione della letteratura occitanica. 

Innocenzo III avea detto: — essere egli omai 
stanco delle imprese d'oriente che troppe vite co- 
stavano alla cristianità. — Una crociata in regioni 
men remote e più doviziose stava ne' disegni di Roma: 
e parvero acconci a tal uopo i paesi meridionali della 
Francia, ove Valdesi e Manichei trovavano un sicuro 



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318 

ricovero: ove il giogo pontificale era scosso: ove la 
libertà avea posto sua stanza : ove una civiltà caval- 
leresca e una adulta coltura rendeano impossibili le 
esorbitanze della curia romana : ove infine V amore e 
la donna , resi oggetti di riverenza e di culto , troppo 
si dipartiano dalle tetre dottrine di Roma, che ma- 
lediceva la terra per le speranze del cielo. 

E Roma non potea perdonare il vedersi tenuta dam- 
meno e presi a dileggio i suoi sacerdoti e i suoi ve- 
scovi : i quali invero meritavano la pubblica esecrazione 
per gli sconci lor portamenti e i vizi in cui s' imbe- 
stiavano. Leggesi che Y arcivescovo di Narbona , an- 
ziché intendere alle cure del suo pio ministero, cor- 
resse le contrade a cavallo co' suoi canonici, preceduto 
da una banda di berrovvieri aragonesi , coir opera dei 
quali rompeva ad ogni misfatto; né gli altri vescovi 
porgeano esempi migliori, amando sovra ogni cosa, 
come canta un trovatore: — le donne candide, i vini 
vermigli, le vesti peregrine, i bei cavalli e il vivere 
largo: dove a Dio piacque chiudere in povertade i 
suoi giorni. — Intemerati per converso i costumi dei 
Manichei, dei Catteri, dei Giudei, onde abbondavano 
Albi, Beziers, Foix, Carcassona e i suoi territori. ' 
Tolosa erane il focolare ; Raimondo V suo conte, come 
pur Esclarmanda di lui sorella e tutti quei di sua 
stirpe parteggiavano pe' novatori ; la Settimania e le 
signorie de* Pirenei ne formicolavano del pari : i ca- 
stelli di Beziers e di Foix designavansi come sedi di 
scisma e di scandali: il conte di Comminges era in- 
colpato d' avere tre mogli : Raimondo VI mostra vasi 
ancor esso inchinevole alle empie dottrine e veniva 
da Roma additato come — membro del diavolo, ac- 
cerrimo persecutore della croce e della chiesa, pun- 
tello degli eresiarchi, carnefice dei cristiani, mostro 



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319 

di perdizione , apostata involuto di crimini e ricetta- 
colo d' ogni peccato. — Pietro II signore di Monpel- 
lieri e Alfonso suo fratello conte dì Provenza amici 
de* ghibellini italiani e collegati con Giovanni re di 
Inghilterra, il gran nemico dei papi, anziché perse- 
guitar gli eresiarchi , amavano ancor essi .tener corte 
bandita e ospitar cavalieri e trovatori. 

Innocenzo III tentò dapprima di spegnere le inva- 
denti eresie coir opera della sola forza morale: e 
commise a' suoi legati, che di conserva co' vescovi 
di quelle contrade ne arrestassero i funesti progressi. 
Invano ; ciò era serbato soltanto a queir Arnaldo 
Amauri abate de' Cistercensi, sotto la cui cocolla di 
monaco fremeano i sanguinari istinti d'Attila stermi- 
natore. L'uccisione di Pietro di Castelnovo spinse il 
papa ad affrettare l'impresa. E' si volse a tal uopo 
a tutti i baroni e cavalieri di Francia, e a re Filippo 
scriveva: — sorgi, guerriero di Cristo! Il sangue del 
giusto leva fino a te la sua voce. Imbraccia lo scudo 
della Fede e corri a distrugger gli eretici, che sono 
alla chiesa nemici più infesti de' Saraceni. — 

E la crociata bandivasi. Da ben milleduecento con- 
venti sbucarono a un tratto innumerevoli turbe di 
monaci, che inondarono quai furie l'Italia, la Ger- 
mania e la Francia a predicare la guerra ^nta. Quanto 
di più crudele e nefario aggiravasi per la cristianità, 
scagliossi sull'infelice Provenza, tiratovi non solo dalla 
voce del pontefice, che assentia remissione generale 
di tutte le colpe e concedeva a' guerrieri — di non 
più corrispondere i frutti dei debiti loro, quand'anche 
gli avessero promessi col giuramento, finché durava 
r impresa — quanto mossi dall' ingordigia di spogliare 
quelle fiorenti città, que' sontuosi castelli, sede del- 
l'amore, della bellezza e del canto. 



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320 

La prima vittima fa Eaimondo VI di Tolosa, che 
atterrito a quel nembo di guerra, sperò col piegar la 
cervice ai comandamenti di Boma, di liberarne il suo 
popolo. Vano error lusingavalo. Dopo aver dovuto in 
pegno di sua fede cedere ben sette delle più agguer- 
rite sue rocche, fu tratto ignudo sul vestibolo della 
chiesa del beato Gilles, e costretto innanzi ad una 
accolta di vescovi a sacramentare sul Corpo di Cristo 
e sulle reliquie de' Santi, d'obbedir ciecamente ai 
loro voleri. Indi gettatagli una corda al collo, venne 
così trascinato in chiesa e flagellato aspramente dal 
truce Legato. A questo prezzo d'infamia fu assolto e 
riconciliato con Roma. Inauditi gl'incendi, le deva- 
stazioni e le stragi. Non può leggersi senza un pro- 
fondo senso di strazio il poema che ne tesseva Gu- 
glielmo di Tudela, per quantunque cattolico e segni- 
tatore della fazione papale. Il racconto della morte 
della contessa di Lavaur costringe alle lagrime; im- 
perocché i crociati dopo aver sospeso alle forche il 
di lei consorte Almerigo di Monreale con un' eletta di 
cavalieri venuti a lor mani, ed arso oltre a quattro- 
cento Albigesi, presero l' infelice Giralda, e cacciatala 
in un pozzo, la seppellirono sotto un monte di sassi. 
E il poeta narrando il supplizio d' Almerigo e de' suoi 
e l'atrocità ft un tal fatto, è costretto ad esclamare: 

Cane mais tant gran baro en la crestiandat 

No cug que fo pendutz ab tant cavalier de iatz : 

Que sol de cavaliers n*i a la dono comtat 

Trop mais de quatre yins, so me dìg un clergat, 

E de sels de la yila ne mes om en un prat 

Entro a quatre cents que son ars e cremat 

Estiers dama Guirauda qu'an en potz gitat. 

De peiras la cubriron^ den fo dolz e pecatz, 

Que ja nuls hom del segle, so sapchatz de vertatz, 

Ne partirà de leis entro agues menjatz. 



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321 

Intanto a Bé«iers si scannavano da quaranta a ses- 
santamila uomini, cattolici ed eretici alla rinfusa, 
poiché TAmauri non potendo sceverar gli uni dagli 
altri avea detto: — ammazzateli tutti: Dio saprà 
discemere i suoi. — La città saccheggiata andò preda 
del fuoco (22 luglio 1209). A Carcassona, a Tolosa, 
dovunque insomma, si passarono gli abitanti a fil di 
spada, finché la battaglia di Mìireto e il concilio la- 
teranese del 1215 suggellarono la morte di quella de- 
solata contrada. La crociata durò ben venti anni, dal 
1209 al 1229; la Provenza si converti in un lago di 
sangue : Y eredità di Eaimondo di Tolosa passò a mani 
di Luigi IX, che unia quella regione alla Francia. 
Splende fra tante immanità memorando l'esempio 
delle donne di Tolosa che con eroico furore si tra- 
vagliarono alla difesa della città, in cui una man 
femminile tese la macchina che avventò il grave ma- 
cigno , onde r esecrando Monforte n' ebbe sfracellate 
le tempia (25 giugno 1218). E la storia infamando le 
sue opere bieche non può non avvolgere nella stessa 
maledizione Alice di Montmorency sua consorte, che 
fu r anima di quella crociata, ne diresse le fila e le 
stragi, recandosi ella stessa a spiare i nemici e a 
sollecitare soccorsi. Giustizia vuole che a questi nomi 
s'aggiunga quel di Folchetto, che di trovatore, come 
vedremo più innanzi, tramutatosi in vescovo, ebbe 
larghissima parte in quei saturnali di sangue; non 
che quello di Domenico d'Osma, sul cui capo pesa 
del pari l'esecrazione de' secoli, sia per essere stato 
eccitatore e partecipe di quegli eccidi, sia per aver 
dato allor vita alla più fanesta istituzione ch'abbia 
mai contristato il genere umano: io vo' dire il San- 
t'Ufficio, che rinnovò in nome di Cristo gli altari a 
Moloc. Eppure, strana contraddizione, buono era il 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 21 



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322 

SUO cuore e temperato a' sensi d'umanità e di mi- 
tezza; senonchè fu pervertito nel credere che Dio 
comandasse di affogare in torrenti di sangue l'ere- 
tica pravità: dove Dio per converso non chiede se 
non rammenda e il perdono. 

Le lettere provenzali non poteano sopravivere alla 
perdita della loro libertà. Le sorgenti d'ogni vivida 
ispirazione eransi a un tratto essicate: in bando la 
gioja : gemeasi , né più si cantava — Se deult , gemit 
et se lamente, plus que rCesjouit, ni ne chante — 
come allora dicevasi. Arroge che Bianca di Castiglia 
introducendo in Francia il Santo Tribunale , apri 
una nuova era di sangue contro coloro che erano 
sfoggiti al ferro di Monforte e ai roghi d'Arnaldo, il 
truce arcivescovo di Narbona. I cantori infatti am- 
mutirono: se alcuna voce levavasi, fo l'eco dei 
sirventesi, che alcuni animosi scagliavano contro i 
satelliti della crociata albigese, in ispecie il già ac- 
cennato Pier Cardinale, che fieramente cantava: — 
Io vo' tenermi discosto dai misleali chierici, che hanno 
in sé raccolto ogni orgoglio , ogni fraude ed ogni rea 
cupidigia. Essi hanno stretta una lega col tradimento, 
e a forza d'indulgenze ci han rapito quell'ultima 
reliquia di bene che tuttavia ci restava. E ciò eh' e' 
giungono ad abbrancare, san guardarlo davvero! Né 
Dio né gli uomini saprebbero ritorlo loro di mano. 
Vano pensiero il correggerli ; quanto più sono in alto, 

tanto più difettano di fede e abbondan di fraudi 

A farla di spogliare le chiese e rapinare ogni cosa, 
a farla d' ingannare e mentire , gli empi sacerdoti si 
sono resi signori del mondo, calpestando coloro che 
avrebbero dovuto governare e indirizzare a buon fine. 
Ben seppe Carlo Martello lor mettere un freno; ma 
e' ben s' accorgono che i principi odierni vanno privi 



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323 

affatto di senno; e perciò san costringerli a far ciò 
che loro meglio talenta, e ad onorare ciò che si do- 
vrebbe esecrare. Io li veggio adoperarsi a tutt'uomo 
per conseguire V impero del mondo : e Y avranno per 
fermo, poco importa del come; e' T avranno sia usur- 
pando, sia donando, o colle indulgenze o colle ipo- 
crisie, a forza d'assolvere, di mangiare e di bere, 
o predicando o lanciando pietre; e' l'avranno o da 
parte di Dio o da quella del diavolo. — 

Non pochi altri poeti a lui s'unirono per verberare 
le inaudite sevizie di quella guerra che sperperò la 
Provenza, il cui dolcissimo idioma venne da Onorio IV 
proscritto colla Bolla di fondazione della università 
di Tolosa , inculcando lo studio del latino e l' esecra- 
zione di quella lingua in cui tanto si scrisse in ispreto 
del clero. Allora quel poetico idioma smarrivasi negli 
odierni volgari , il limosino , il guascone , l' alverniate, 
il lionese e parecchi altri. L' eletta dei trovatori die 
le spalle alle fumanti rovine della sua patria; molti 
d' essi varcarono i Pirenei chiedendo un asilo ai prin- 
cipi della Catalogna , d' Aragona e di Castiglia ; i più 
scesero nella nostra penisola, ove furono lietamente 
accolti nelle corti di Federico II, dei marchesi di 
Monferrato, d'Este, dei Malaspina e dei signori di 
Verona e Trevigi. Primeggiano fra questi esuli illu- 
stri Elia Cairello , Eambaldo di Vacquiera, Oggero di 
Vienna, Guglielmo Della Torre l'amico di Bordello, 
Elia di Bargioli famoso per la sua perizia nel canto, 
Nues de Saint-Cyr, Guglielmo Figuera, Alberto di 
Sisterone, Amerigo de Belenoi lodato da Dante, Ame- 
rigo de Peguillano, Guacelmo Faydito/ Eambaldo di 
Beauyau, Bertrando d'AUamanone e parecchi altri. 
Vero è che un secolo appresso si vide in Tolosa l'i- 
stituzione de' giuochi floreali, e il buon re Eenato 



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324 

tentò risvegliare in Aix gli echi della letteratura oc- 
citanica; ogni tentativo andò vano: essa non potè più 
evocarsi dalla soa sepoltura. 

Grandissima fa l'influenza che i trovatori proven- 
zali esercitarono sui troveri di Francia, sui minne- 
singeri della Germania e sui rimatori portoghesi, i 
canti de' quali, già sepolti nelle biblioteche di Li- 
sbona e di Roma, furono di recente desti a nuova 
vita dal MonacL Quanto alle lettere nostre, se ci re- 
chiamo alle mani gli scritti del Bembo, del Varchi, 
dello Equicola, dello Speroni, del Gravina e di altri, 
parrà a primo aspetto che la italiana poesia sia figlia 
della provenzale, la quale, come di tempo, cosi l'a- 
vanza d'assai per la sua diffusione. Il Castelvetro, 
il Perticari ed altri non pochi tengono per converso 
che la lingua e la poesia nostra abbiano avuto il 
proprio lor svolgimento, indipendentemente da ogni 
azione straniera. Fra queste opposte sentenze il Millot 
nel discorso che precede la sua storia della lettera- 
tura dei trovatori, ponendosi in mezzo, scrive: — 
I Provenzali spianarono bensì la via agli Italiani, e 
loro fornirono esempi da imitare e strumenti da ese- 
guire ; ma pur era destino che quest' ultimi , appresi 
appena i primi passi, dovessero servire eglino stessi 
di norma nel poetico arringo; e nulla torna più a 
gloria de' trovatori, che l'aver avuto discepoli, i quali 
a breve andare d' assai gli avanzarono. — I proven- 
zali ci diedero il seme: noi crescemmo la pianta. 

Non può mettersi in dubbio che nel secolo XIII e 
forse anche più innanzi, la conoscenza delle lingue 
d' oU e d' oco s'introducesse in un col principio caval- 
leresco in Italia; la francese, al dir di Dante, pri- 
meggiava nell' epica : nella lirica la provenzale. Egli 
stesso conobbe e poetò, come è fama, in tal lingua. 



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325 

che poi lasciò in disparte per seguir T italiana, mor- 
dendo aspramente coloro che Tanteponeano alla no- 
stra; tutti sanno eziandio che lo stesso Petrarca ne 
fu studiosissimo. La poesia d'arte che noi troviamo 
in corte di Federico II e in riva all'Amo, dovea ri- 
sentirsi di questo contatto : onde la tendenza a quella 
forma allegorica, che ci venne d'oltralpe, quando di- 
volgessi fra noi il RoTnanzo della Rosa, che fu uno 
dei libri più popolari di quell' età. Nondimeno , pur 
mentre ammettiamo una qualche intromissione d'ele- 
menti stranieri, siam costretti col Diez a sostenere 
che la nostra poesia fu nazionale ed indigena, tante 
e sì notevoli son le fattezze paesane eh' essa presenta. 
A chi volesse provare una influenza diretta sul lin- 
guaggio italiano, recando esempi di parole e di modi 
passati dal provenzale nel nostro volgare , diremo che 
avendo le due lingue ma fondo comune tra loro, queste 
parole e questi modi poteano appartenere del pari ad 
entrambe; diremo che se i nostri volghi traevano in 
ressa ad udire i racconti che i cantastorie d* oltre- 
monti faceano delle imprese d'Oliviero e d'Orlando, 
mentre nelle corti il rapsodo italiano riprodricea non 
poche delle forme vuote e leziose della melopea pro- 
venzale, v'era pur anco tra noi una forma nazionale, 
e non accattata, quale ci si appalesa nella inscrizione 
ferrarese del 1135: in quella degli Ubaldini del 1184: 
ne' versi di Guglielmo di Lisciano per lo ingresso di 
Arrigo VI in Ascoli del 1191: nel cantico del Sole 
di S. Francesco d'Assisi, e ne* versi ch'ei prese per 
testo d' una sua predica in Montefeltro del 1224. Vero 
è per altro che la lingua e i dialetti italiani non an- 
cora ammorbiditi dall'uso e avezzi soltanto a riso- 
nare sulle labbra del popolo, non porgevansi acconci, 
lo dirò coir illustre Carducci: — a ricevere la studia- 



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326 

tissima forma troyadorica e a rendere le sottigliezze 
dell'amore cavalleresco. — Il perchè parve a' nostri 
più agevol cosa l'usare a ciò la lingua stessa pro- 
venzale più atta ad esprimere una poesia eh' era — 
tale un sistema artificioso d'idee complicate e riflesse, 
di sentimenti squisiti ed affettati, di convenute sot- 
tigliezze e di forme consecrate ed immutabili, che 
ricercava una lingua , se non doviziosa , raffinatissima 
e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui do- 
veva addattarsi. — Non pertanto le canzoni di gesta 
e i cantari di piazza , sebben valevoli ad inebriare le 
turbe , non poteano esercitare efficace azione sulle let- 
tere nostre; e piccioli del pari furono gl'influssi dei 
trovatori, i quali usando soltanto alle corti di prin- 
cipi, non aveano contatto alcuno col popolo, di cui 
non contribuirono a dirozzare la lingua. E invero, 
due di essi soltanto c'è noto avere alle feudali ca- 
stella preferito le taverne e le bische : cioè Guglielmo 
Figuera, che condottosi in Lombardia ad esercitarvi 
l'arte del canto, antepose alle sale de' ricchi signori 
i tuguri del volgo; e Guglielmo della Torre, che 
avendo rapito la moglie d'un barbiere a Milano, seco 
trassela a Como; e quando essa morì la sua ragione 
ne fu tocca di guisa, che ogni notte solea disumarla 
e abbracciarla per chiederle s'ella fosse ancor viva. 
Cacciato da quei del paese, trovò un indovino il qual 
gli promise che ove avesse recitato il salterio e data 
r elemosina a sette poveri il giorno pel volgere di un 
anno, ella tornerebbe in vita; ciò fece, finché atte- 
sala invano per assai tempo, si lasciò anch'esso di- 
speratamente morire. L'arte nova, popolare e nazio- 
nale già metteva i suoi vagiti in Italia, prima che 
i rimatori d'oltralpi venissero a incepparne lo svol- 
gimento e ad alterarne la nativa freschezza. 



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327 

Non entra nel mio istituto il divisare la parte tec- 
nica ossia la ragione de* versi e i vari generi della 
poesia provenzale, come anche dei nomi assegnati alle 
loro diverse composizioni. Altri dottamente già il fece 
e fra noi, primo di tutti, il Galvani, il quale non 
cessa di raccomandare lo studio di questo idioma, in 
cui si sentono i costrutti, le sintassi, quegli stessi 
bei partiti e scorci di lingua, quella giacitura, in- 
somma, di periodo, e quel tesoro di parole e di modi, 
che in tutto ricorda l'antica lingua materna. 



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GAPO XVI. 
TROVATOEr PROVENZALI IN ITALIA 



SOMMARIO. 

Federico Barbarossa e i principi provenzali in Torino — Boni- 
facio I e le sue corti di Monferrato — Pietro Vidale, sue av- 
venture, suoi canti — Guglielmo Faidito e altri poeti occi- 
tanici — La corte di Ferrara — I Malaspina — Altri signori 
italiani — Federigo II — Cobbole di Pier Vidale in onor 
di Manfredi — Amerigo di Peguillano n' esalta il valore in- 
felice — Corradino e il canto d'Acycart del Fossat — Pier 
Cardinale e i Vespri siciliani. 

Fu assai controverso se tra i primi trovatori 
che varcassero l'alpi s'abbia a noverare quell'Og- 
gero di Vienna, di cui si fa cenno in qualche cro- 
naca, non piuttosto quel Bernardo di Ventadomo, 
detto il Trovatore gentile, che segui il Barbarossa, e 
che alcuni ritengono come il vero anello di rannoda- 
mento fra la GTallia meridionale e la penisola italica. 

Disceso nel 1154 Y imperatore fra noi, /cominciò a 
volgere il guardo ai signori provenzali, che intendea 
legare alla sua parte; e infatti otto anni appresso, 
distrutta Milano, a se li volle soggetti, e bandì so- 
lenne corte in Torino a tal uopo. Ed essi sotto la 
scorta di Eaimondo Berlinghieri conte di Provenza, 



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330 

convennero a quella dieta, traendo seco i lor poeti, i 
lor menestrelli, i lor cantorì. De' quali Federigo I 
assai compiacevasi, come quelli che ne diceano le 
lodi: anzi è fama ch'egli accogliesse il corteggio di 
que' baroni e di que' rimatori con i versi seguenti, 
divenuti allora assai celebri: 

I Plas mi cavalier frances , 

£ la domna catalana, 
/ E l'onrar del Genoes, 

£ la court de Castellana: 
y Lou cantar provencales, 

E la danza trevisana, 

E lou corps aragones, 

E la perla juliana : 

La mans e kara d'Angles, 

E lou donzel di Toscana. 

Da quel giorno i prìncipi italiani e alemanni apri- 
rono l'animo alle seduzioni del canto. Primi fra tutti 
i marchesi aleramici, fosse la vicinanza loro con 
Francia o innata cortesia, ebbero intelletto di poesia 
e s' intesero nella lingua dei trovatori, convertendo 
il Monferrato in una seconda Provenza. I canti onde 
esultavano le corti d' Aix e di Tolosa rinnovellaronsi 
alle falde delle alpi. Splendidissimo fra tutti il mar- 
chese Bonifsicio I e non III, come generalmente si 
tiene. Noi troviamo nelle sue corti di Pontestura, di 
Moncalvo e di Trino, oltre Eambaldo di Vaquiera, di 
cui diremo con suflBiciente larghezza più innanzi, quel- 
l'avventuroso Pietro Vidale (1195), che corre pres- 
soché tutta Europa, canta tutte le castellane, sposa 
a Cipro una greca, aspira al trono di Costantinopoli, 
e va famoso pel bacio furato alla viscontessa Ade- 
lasia moglie di Barai signore di Marsiglia. Imperocché 
penetrato fartivamente nelle sue stanze e scortala in 



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331 

preda al sonno, s' inginocchiò innanzi a lei e bacioUa 
in bocca. Ella svegliatasi al calor di quel bacio e 
pensando le venisse dal proprio marito, si alzò sor- 
ridendo; ma visto appena il Vidale, ruppe in istrida 
e chiamò le sue damigelle che cacciarono l'audace 
poeta. Narrato quindi il caso al consorte, volle ne 
prendesse acerba vendetta. Ma quei da valente e savio 
uomo qual era, tolse la cosa a solazzo, e riprese dol- 
cemente la moglie d' aver levato tanto rumore pel 
fatto commesso da un folle. 

Non pertanto questi temendo le vendette d' Adelasia, 
si recò in Genova, da dove passò con re Riccardo in 
oriente. 

E folle invero teneasi per molti, quando m ispecie 
r udiano raffermare i suoi dritti sul trono di Costan- 
tino. Per questa sua bizzaria egli ebbe a patire due 
fiere cobbole lanciategli contro dal marchese Federigo 
Malaspina Lancia, che noi diamo stupendamente vol- 
garizzate dal Galvani: 

Imperatore avrem di tal maniera 
Che non ha senno alcun, né rimembranza; 
Un più ubbriaco non sedè in cadriera, 
Né un più volpino portò scudo e lanza, 
Né un più vigliacco calzò mai lo sprone, 
Né più malvagio fe' verso o canzone, 
E sol gli manca che pietre non lanza. 

Spada vogli'io che su pel capo il fera, 
Dardo acciarito forigli la panza, 
E brocchi vo' gli traggan la lumera. 
Poi gli darem del vin per onoranza, 
Cappello scarlattin, senza cordone, 
E per lancia un gran fusol di bastone, 
Poi di qui potrà andar securo in Pranza. 

Non pertanto le ^ue poesie andarono lodatissime in 
quell'età, massime la canzone per l'alleanza del suo 



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332 

signore con i Pisani, che aveano fiaccato l'orgoglio 
de* Genovesi, canzone in cui inneggia alla dolce terra 
del Canavese, ove spera con V aiuto di Dio e di 
S, Giuliano trovar cosi dolce ricetto da non più 
tornare in Provenza, e dileggia i Tedeschi, il lin- 
guaggio de' quali rassembra, egli dice, un latrato da 
cani, n sentimento d'italianità che informa un tal 
canto ne induce a riferirne alcune strofe: 

Ara m* albero Dieus e san Julias 
E la doussa terra de Canaves, 
Qu' en Provenza no tornerai leu ges 
Pus sai m' accuelh Monferratz e Milas .... 
E pus Milas es autz e sobeiras, 
Bei volgra patz de lor e dels Paves 
E que s'estes Lombardia en defes .... 
Lombart, membra us cum Poila fo conquiza 
De las donas e dels vaiens baros, 
Com los mes Nam en poder de garsos 
E de vos lai faram pejor deviza. 
Bon' aventura don Dieus als Pigas 
Quar son arditz e d' armas ben apres, 
Et an baissat V erguelh dels Genoes, 
Qm'els fan estar aunitz e soteiras, 
Per qu'ieu volrai tos temps Toner de Piza 
Quar an baissatz les perfietz ergulhos, 
Que sol r enues dels vilas Borbonos 
Me trenqua 1 cor e *1 me franch e '1 me briza. 
Alamans trob deschauzitz e vilas .... 
E lor parlars sembla lairar de cas, 
Par qu*ieu no veulth esser senhors de Friza . . . 
Ans veulh estar entr* éls Lombartz joyos 
Pres de mi dons qu* es blanqu* e blond* e liza. 
E pus mieus es Monferratz e Milas 
A mon dan giet Alamans e Ties^ 
E si m creira Richard reis dels Engles 
En breu d' ora tornara per sas mas 
Lo regisme de Palerm' e de Friza, 
Quar lo conquis la soa rezemsos 



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333 

I vilipendi onde fu fatto segno il Vidale, non tol- 
gono adunque ch'egli abbiasi a tenere in altissimo 
conto non solo pe' suoi canti , quello in ispecie sulla 
Crociata capitanata dal suo protettore il marchese di 
Monferrato, quanto pel suo libro suir Arte di raf- 
frenare la lingua, e sul concetto eh' egli ebbe del 
ministero della poesia, eh' ei considera come il culto 
degli alti sentimenti e come il deposito della filo- 
sofia universale y e i poeti come gV istitutori delle 
nazioni. 

Alla corte di Monferrato trasse anche Guacelmo 
Faidito vuoi lo Sbandeggiato, che reduce da Pa- 
lestina ove accompagnò Eicciardo re d' Inghilterra, 
chiese alle aure dell' alpi 1' oblio del suo infelice 
amore per Maria di Ventadomo. Ivi ei fece, come è 
fama, rappresentare una sua commedia satirica, finché 
colmo di ricchi doni, si ricondusse un' altra volta 
presso l'amata donna, pur sospirando l'ospitale di- 
mora e cantando; 

Chanzon, vai tost e corren 
Al pros Marques de cui es Monferratz, 
Dili que greu m'es, car lai non soi tornatz. 

Lunghissima stanza v' ebbe del pari Amerigo da 
Peguillano, e vi sostenne un' acerba tenzone con Al- 
berto di Sisterone; e dolci ozi vi ritrovarono Elia 
di Cadeneto (ma non 1' oblio della sua leggiadra 
Margherita di Ries), Ugo de Bersie, Peirolo d'Alvemia 
e quel Pistoleta, che già povero giullare ai servizi 
del trovatore Arnaldo Marveglia, passò a Torino, ove 
indirizzò una canzone al duca Amedeo IV di Savoia. 
Ma troppo lunga cosa sarebbe passare in rassegna 
que' rimatori, che anteposero i castelli del Monferrato 
alle rive del Eodano e della Duranza. Mi ristringo 



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334 

ad accennare quel Guido d' Dissello, ch'ebbe a sua 
dama una contessa aleramica, finché il legato del 
papa gli fé' solennemente sacramentare che non 
avrebbe cantato più mai, ed ei tenne fede alla re- 
ligione del giuramento. Mori nel 1230. Né lascierò 
in disparte Elia Cairello, che spronò ognora con 
acri e spesso villane punture il marchese Boni- 
facio II a ricuperare il regno di Tessalonica già pos- 
seduto dall'avo Bonifacio I e dallo zio Demetrio — 
« marchese, diceagli, io vo' che i monaci di Cluny vi 
eleggano a loro guardiano o ad abate di Cistello, poi- 
ché avete si picciol cuore da anteporre un aratro 
e due buoi in Monferrato ad un intero reame in 
altre regioni. Eppur si dicea che la prole del leo- 
pardo non dischiatta a tal segno da immacchiarsi in 
un angolo di terra, a mo' delle volpi. Senza adoprar 
petriere né altri arnesi da guerra e murali, voi po- 
treste agevolmente possedere il regno di Tessalonica 
e molta castella in altri paesi, che qui non fa l'ac- 
cennare. marchese, pensate, ven prego, che Orlando 
e suo fratello e il marchese Guido e Einaldo e i 
Fiamminghi e i Francesi e i Borgognoni e i Lom- 
bardi tutti ardiscono dire che voi siete un bastardo ». 
— Anche Folchetto da Romano, che sciolse meste note 
sulla tomba di Bonifacio I, andò vivamente pungendo 
la grettezza del suo successore, che facea troppo 
strano contrasto con la liberalità del suo primo si- ' 
gnore. 

Cortese asilo alle muse occitaniche porgea del paro 
la ferrarese corte, ove troviamo il già memorato Ber- 
nardo di Ventadorno, l' Anacreonte dell' età sua, che 
ivi trasse a consolarsi della sventura toccatagli, per 
averlo il suo antico signore Ebles UE di Ventadorno 
cacciato da se per gelosia d'Adelaide sua sposa, 



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335 

amoreggiata da lui. Grande fama e' ottenne fra noi, 
in ispecie per una sua canzone in lode di Giovanna 
principessa di Casa di Este, canzone che ricorda la 
battaglia di Legnano, e incuora V imperatore alla ri- 
scossa, — se pur non vuole screditarne in fama e in 
valore. — H marchese Azzo VI accolse con ogni di- 
mostrazione d' affetto Amerigo di Peguillano, che cantò 
Beatrice d'Este, e pianse a calde lagrime la morte 
immatura del suo protettore. 

S' ieu anc chantiei alegres ni jauzens, 

Er chanterai marritz et ab tristor, 

Que totz mos gangz torn en dol et en plor, 

Per qu* ieu sui tristz e mos cbans es dolens, 

Quar lo melhor marques e *1 plus valens 

E 1 plus honoratz e '1 plus fis ses falsura 

Es mortz lo pros marques d' Est e 4 presane, 

Et en sa mort mor pretz e joys e chans 



Las! qui sabra mais tan entieramens 

Far ad autrui honramens ni honor: 

Ni qui aura jamais tan fin' amor 

Var SOS amiex ni ves sos bevolens: 

Ni on sera mais tan desenbamens 

Cnm el marques fo, per que pretz pejura, 

Ni qui sabra jamais tan ben dar cura 

De totas gens, qu* els privatz e 'Is estrenhs 

Sabia tener amics et agradans ? 

V ebbero del pari stanza ospitale Folchetto da Ro- 
mano, che celebrò Costanza d' Este, e Gugliehno Della 
Torre che tenzonò con Sordello, e Raimondo Bistors 
d' Arles, e Pietro Willems, i versi dei quali levano 
a cielo i nomi di Costanza e di Giovanna d' Este e 
della famosa Cunizza. Egli usò del pari alle corti di 
Verona e Saluzzo. 

Accoglienze non manco liete ed oneste ebbero i 
trovatori presso Guglielmo Malaspina di Valdimagra*: 



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336 

la cui morte fu pianta in nobilissimi versi da Ame- 
rigo di PeguìUano, che n'esalta la cortesia ed il 
valore, come quello che fu il primo a crociarsi per 
Palestina. — Gran Dio, egli cantava, come si oscurò 
il raggio che illuminava Toscana e Lombardia, e al 
cui splendore ognuno accorrea senza tema ; quel raggio 
che segnava la via ad ogni virtù, come già la stella 
d' oriente ai tre re I Nulla più a fere qui resta a 
que' venturosi guerrieri, a que' giullari di grido, che 
da lungi traeano a visitarlo, e eh' egli sapeva ospi- 
tare ed onorare meglio che altro principe al di qua 
e al di là de' mari — . È fama che nella di lui corte 
Amerigo innamorasse fortemente di una dama di quella 
illustre prosapia : onde il trattato eh' ei disse — Las 
aìiguissas clamor. — 

Al marchese Corrado Malaspina signor di Oramala 
(castello fra il tortonese, il bobbiese e il piacentino 
in vai di Straflfora) indirizzava una canzone Pietro 
Raimondo di Tolosa; di Federigo Malaspina Lancia, 
già dianzi accennato, non che d' Alberto, poeti e ospi- 
tatori larghissimi di trovatori, diremo con più ac- 
* concio a suo luogo. 

Al pari delle feudali rocche di Monferrato e di 
Valdimagra, le città litorane della Liguria, Genova, 
Savona, Ventimiglia e Ni^za allegravansi delle gaje 
canzoni de* provenzali. Le cronache genovesi ci ap- 
prendono che Lazzaro Gherardini de' Ghiandoni, no- 
bile cavaliere lucchese, che nell'anno 1227 sedea 
podestà in Genova, reduce da alcune spedizioni guer- 
resche, tenne corte bandita, in cui con non pi» vista 
larghezza distribuì innumerevole quantità di vesti e 
d' altri ricchi doni ai giullari, che v' erano accom 
dall' Occitania e da diverse parti d'Italia. Ugo di 
San Siro esalta Guido Guerra conte di Ventimiglia; 



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337 

Folchetto da Romano canta Ottone del Carretto mar- 
chese di Savona. Nella quale città e ne' castelli suoi 
delle Langhe trovarono onesto ricetto i trovatori pro- 
venzali presso la contessa Beatrice sorella di Boni- 
fiwjio I, quando vedova di Guigone Delfino di Vienna, 
ove per la sua straordinaria bellezza venne celebrata 
nei canti di Elia di Gadeneto, d'Amerigo di Peguil- 
lano, di Guacelmo Faidito e di Folchetto da Romano, 
impalmavasi al marchese Enrico il Guercio della stirpe 
aleramica. Al par di lei lodatissima andò dai poeti 
per r avvevenza della persona e la cortesia de' modi, 
la di lei sorella Ad^lasia, contessa di Saluzzo, che 
aveva presso di se accolti e accesi d'amore Pietro 
Vidale e Bertrando di Ventadorno. A sua volta Ram- 
baldo d' Grange offerse i suoi omaggi e il suo canto 
a Beatrice, contessa d' Urgello, figliuola del marchese 
Lancia di Busca, vicario ed affine di Federico II e 
di Manfredi. Il memorato Ugo di San Siro, intorno 
al 1239, riparava eziandio in corte di Alberico da 
Romano in Treviso, e un suo sirventese ci fa cono- 
scere che anche il terribile Ezzelino era amico del 
canto e cortesemente ne accoglieva i cultori. 

Se dai castelli dell' alta Italia volgiamo lo sguardo 
alla corte di Federico II in Sicilia , ci si farà in- 
nanzi egualmente una schiera di rimatori che, dopo 
la crociata albigese, accorsero a fruire dèi favori di 
un re generoso, e a cercar sotto 1' ali dell' aquila sveva 
uno schermo contro le vendette di Roma. Primeggiano 
su questi Elia Cairello, Amerigo di Peguillano, Fol- 
chetto da Romano, Rambaldo di Beaujeu, Bertrando 
d'AUamanone e quel Guglielmo Piguera, che scagliò 
acerbissimi sirventesi sulla corte papale. Quali inni 
di lode per contro avesse per Federigo, sarebbe troppo 
lungo accennare : basti per tutti queir uno in cui 

E. Celesia. storia della Lette rat. in Italia. 22 



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338 

lo rappresenta sotto Y allegoria d' un medico della 
scupla salernitana, che accorre a sanar le piaghe 
d' Italia e V impero dai mali che lo contristano. — 
Niun vide mai, egli canta, medico sì giovane, si bello, 
sì liberale, si savio, sì'fermo, si buon parlatore e au- 
ditore. Nulla egli ignora di quanto è bene e di quanto 
è male a sapersi, e potrà quindi apprestare agli in- 
fermi la migliore e più efficace cura. — Al qual giu- 
dizio consuona quello di Brunetto Latini che lo pre- 
dica — hom de haut cuer sur tous hommes .... 
merveilleusement sages et artilleus et trop bien 
lettres. — 

Fra i canti occitanici in onor di Manfredi trovo 
due cobbole di Pier Vidale, in cui rammenta la bat- 
taglia di Montaperti (combattuta il i settembre del 
1260, che tornò sì funesta ai Fiorentini ed ai Guelfi. 
— Per quanto fossero, ei dice, prima d' ora arroganti 
i Fiorentini, eccoli omai arrendevoli e miti : eccoli gra- 
ziosi nelle parole, cortesi nelle risposte. Ben aggia 
re Manfredi che lor porse tal saggio di se, che molti 
di loro ne rimasero insepolti sul campo. Fioren- 
tini, il vostro orgoglio vi uccise : opera d' orgoglio è 
opera di ragnatelo. re Manfredi, eccovi omai sì 
possente, da aversi in conto di folle chi oserà misu- 
rarsi con voi. Bastò un de' vostri baroni a scombuiare 
i Fiorentini* e a farli guair di dolore. Io tengo per 
fermo che più non troverete in avvenire, uè in monte, 
né in piano, chi vi possa resistere; e tanto pegsrio 
pei: i soldati del Campidoglio se passeranno in Cam- 
pania a giornata contro di voi. — 

Fallì, com' è noto, il vaticinio; Manfredi cadde da 
eroe ;. ma quando appunto il suo corpo in groppa a 
vile giumento recavasi con sozze grida a spettacolo 
de' vincitori, e ninno degli Italiani, da Giordano 



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839 

Lancia infuori, osava onorare la salma del prode fra 
i prodi, un trovator provenzale, Amerigo di Peguil- 
lano, sciolse Y inno dovuto al valore infelice. — Ogni 
onore, ei diceva, ed ogni impresa cortese far guasti 
e messi in fondo quel di, in cui morte spense il più 
orrevole e piacente cavaliere che mai nascesse di ma- 
dre : il degno re Manfredi che fu capitano di va- 
lore, di gentilezza e d'ogni maniera virtù. Non so come 
morte abbia avuto potenza d' ucciderlo. Ahi ! cruda 
morte, come potesti rapirlo ! Poiché nella sua estin- 
zione ogni uomo vide estinguersi anche ogni bene! 
Io vo' che per tutto il mondo e per tutti i mari 
voli questo mio sirventese, se per avventura trovar 
potesse chi gli dia nuova del re Artù e del quando 
e' farà ritorno tra noi. — Ma niun udiva, o poeta, i 
tuoi mesti rimpianti, e V infelice Manfredi giaceasi : 

Sotto la guardia della grave mora. 

(Dante, Purg. III). 

ma forse m' inganno ; queste dolenti note risuonarono 
nel cuore di f orradino di Hohenstauffen, la cui spe- 
dizione contro Carlo d' Angiò s' ebbe un poeta in Ay- 
carts del Fossat, che ne cantò le vicende in guisa 
da non parteggiare né pe' Guelfi, né pei Ghibellini. 
— L' aquila, ei dice, ed il giglio hanno dritti sì eguali, 
che omai non v'ha più légge che lor possa giovare, 
né pontificio decreto che lor possa più nuocere. La 
lite é recata sul campo di battaglia, e il dritto sarà 
con colui che saprà meglio combattere. — 

Corradino seppe meglio combattere, ma pur troppo 
r astuzia e la frode dettero vittoria all' Angioino. Il 
regno di Sicilia venne a sue mani. Contro questa 
conquista per altro si levò Pier Cardinale, il più vio- 
lento de' trovatori dell' età sua. — Io tengo per in- 



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340 

sensati, ei cantava, i Pugliesi, i Lombardi e gli Ale- 
manni se per loro dominatori accettano Francesi e 
Piccardi, che si fkn giaoco d'accidere ingiustamente; 
né so punto lodare un re che le leggi della giustizia 
si pon sotto i piedi. — Il canto di Pier Cardinale 
fd vaticinio di lutto a' Francesi, e preluse a quel di 
memorando, in cui 



. . . . mala signorìa che sempre accora 

I popoli soggetti 

Spinse Palermo a gridar mora, mora. 



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CAPO XVII. 
BAMBALDO DI VACQUIERA 

E LA CORTE DI MONFEBBATO 



SOMMARIO. 



Rambaldo e sua canzone bilìngue — Com'egli s'intendesse in 
Beatrice sorella di Bonifacio I — Canti in onore della sua 
dama: il Carroccio — Suoi effetti — Tenzone di Rambaldo 
con Alberto Malaspina *— Il poeta segue il suo signore in 
oriente — Sue gloriose avventure e sua morte — Le Epi- 
stole — Imprese cavalleresche: il ratto di Seldina Ademaro 
— E quello di Jacopina di Ventimiglia — Il marchese di 
Monferrato e sue lodi. 



Ninno de' memorati trovatori pareggia il valore e 
la fama di Bambaldo di Vaqniera, che nel magistero 
del canto come in quello dell* armi non ebbe rivali. 
Nato di povero cavaliere, tenijto in conto di pazzo, 
nella contea d' Grange, s* acconciò giovanissimo, come 
soldato e giullare, a' servigi di Guglielmo del Balzo, 
il quale posegli amore, indirizzandolo ai più lodati 
esercizi di quell' età. Condotto dalle fortunose vicende 



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342 

della sua vita in Italia, prima d'essere accolto nella 
corte di Monferrato, intomo al 1187 recavasi in Ge- 
nova, ove tolse a vagheggiare nna gentildonna e a 
proferirsele ardente amatore. N' ebbe acerba ripulsa: 
perch' egli allora dettò una canzone bilingue, che dee 
ritenersi C3me un je' monumen tj^jiìi ant ichi che ci 
y' sia pervenuto ..dfìi. àialettLitaliani- Scritta qual è in 

provenzale e nel vjrnacQlo-gfìnoye&e, ella è cosa di 
si alto momento, vuoi per se stessa, vuoi per la storia 
de' nostri volgari, vuoi infine per un opportuno raf- 
fronto con altri contrasti di queir età, massime col 
contrasto Alcamese, ch'io tengo mio debito non de- 
fraudarne i lettori. 

Rambaldo. 

Domna, tan vob ai pregada, 
Si US platz, qu' amar me volhatz, 
Que sui vostr* endomeniatz, 
Quar etz pros et enseigaada, 
E totz bos pretz autreiatz, 
Per que m piai vostr' amistatz ; 
Quar etz en totz faitz cortesa 
S' 68 mos cors en vos fermatz 
Plus qu*en nulha Genoesa: 
Par que' er merces si m* amatz ; 
E pois serai meilhs pagatz 
Que s* era mia la ciutatz 
Ab r aver qu' y es ajostatz, 
Dels Genoes. 

La donna Genovese. 

Jugar, voi no se' corteso 
Che mi cardaiai de co', 
Che neente non farò 
Anzi fossi voi apeso: 
Vostr' amia non sarò, 
Certo gi& v'escarnirò, 



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343 



Provenzai mal' ajurado, 
Tal enoio ve dirò: 
Sozo, mozo, .escalvado, 
Né già voi non amaro, 
Ch* eo chiù bello mari ho, 
Che voi no sé, ben lo so : 
Andai via, frare: an tempo 
Meillorado. 

• Rambàldo. 

Domna genta et eissernida, 
Gaja e pros e conoissens. 
Valila m vostre cauzimens, 
Quar jois e jovens vos guida , 
Cortezia e pretz e sens 
E totz bos ensenhamens, 
Per qu* ie us soi figels amaire 
Senes totz retenemens, 
Francs, humils e mercejaire, 
Tant fort me destreinh e m vens 
Vostr* amors, que m' es plazens, 
Per que sera jauzimens 
S' en sui vostre bevolens 
E vostr* amics. 

La donna Genovese. 

Jugar, voi semellai mato 
Che cotal razon tegnei, 
Mal vignai e mal andei, 
Non ave sen per un gato, 
Per che trop me deschazei, 
Una mala cossa pare! 
Né non farla tal cossa 
Se sias fillo de Eei; 
Credè vo' che e sia mossa? 
Per mia fé non m' averci. 
Se per m' amor vo' restei 
Ogano morrè de frei ; 
Tropo son de mala lei 
Li Provenzai. 



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344 



Rambàldo. 

Domna, no sìatz tan fera 
Que no b cave ni s' eschai : 
Ains taing ben, si a vos piai, 
Que de bon sen vos enquera, 
E que US ama ab cor verai, 
E vos que m gitetz d' esmai. 
Qu' vos sui hom e servire, 
Quar vai e conosc e sai 
Quan vostra beutat remire 
Fresca com rosa de mai, 
Qu' il mon plus bella no sai. 
Par qu' ie' us am e us amerai, 
E si bona feà mi trai, 
Sera peccatz. 

La donna Genovese. 

Jugar, to provenzalesco, 
Si ben s' enganza de mi, 
Non lo prezo un genoi, 
Né t' entend chiù d' un Toesco, 
Sardesco o Barbari, 
Né non lio cura de ti; 
Vo' ti cavillar con mego? 
Se lo sa lo meo mari 
Malo piato avrai con sego. 
Bel messer, vero ve di 
Non vollio questo lati: 
Frare, zo aia una fi ; 
Provenzal, va mal vesti , 
Lagame star. 

Rambaldo. 

Domna, en estraing cossire 
M' avetz mes et en esmai ; 
Mas enquera us pregarai 
Que volliatz qu'us vos essai 
Si com Proenzals o fai 

Quant es pojatz. 



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345 

La donna Genovese. 

Jugar, no serò con tego 
Poi cossi to cai de mi; 
Mèi valrà, per San Marti, 
Se andai a Ser Opeti, 
Che V* darà fora' un ronci 
Car sé Jugar. 

Cadrebbero qui forse in acconcio alcune postille fi- 
lologiche , intomo al dialetto in cui fu dettata parte 
della tenzone. Certo il fondo, come avvertimmo, si è 
genovese, sebben misto (il che pur incontra nel canto 
di CiuUo) di voci provenzali, che doveano essere assai 
divulgate in Liguria, stante la sua prossimità alla 
Gallia narbonese, per quanto la donna, forse per vi- 
lipendio, protesti di non intendere siffatto linguaggio, 
più di quello che intenderebbe il tedesco, il sardo o 
quello di Barberia. Ma dacché il tema m'incalza, mi 
restringo a dire che in queir Opeti a cui la geno- 
vese manda pel suo meglio Rambaldo, assi a ravvisar 
senza fallo il marchese Opizzino IH, autore dei Ma- 
laspina dello spino fiorito, noto protettor di giullari, 
come tutti quei di sua stirpe. 

Dopo aver corso diverse avventure in Lombardia, 
Rambaldo pervenne in corte di Bonifacio I marchese 
di Monferrato, ove la fortuna parve sorridergli amica, 
avendovi trovato il favore del principe e V amore della 
'di lui leggiadra sorella Beatrice, che vedova d'En- 
rico il Guercio marchese di Savona, erasi tornata 
alle case paterne. Povero e affranto com'era dalle 
patite sventure, non osava il poeta levare lo sguardo, 
sebben gentiluomo di nascita, flbao alla possente ca- 
stellana, e fu mestieri eh' ella stessa lo incuorasse ad 
aprirle il suo amore. Un biografo provenzale narra 
con si curiose particolarità e con sì schietti colori il 



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346 

modo, ond' egli legossi a Beatrice, eh' io non posso 
dispensarmi da riferirne il tenore. Preso d' amor per 
Beatrice, desiderò farla sua dama, e ponendo ogni 
stadio a celar la sua fiamma, cominciò nondimeno 
a celebrarla e procacciarle estimazione grandissima e 
di molti ammiratori ed amici. Ella da parte sua ri- 
cevealo con graziose accoglienze: ma e' si moria di 
desiderio e di tema, non osando pregarla d' amore, né 
dar sospizione eh* egli avesse in lei posto il suo cuore. 
Per altro un dì , come uomo agitato da febbrile pas- 
sione, le disse, eh' egli idoleggiava una donna d' alto 
valore, di cui domesticamente fruiva la compagnia, 
senza però osare di manifestarle il suo affetto, né 
pregarla di ricambiarlo, tanta n' era la riverenza e il 
timore. Perch' e' la scongiurava di venirgli co' suoi 
consigli in aiuto, se, cioè, dovesse egli aprirle il suo 
desiderio e il suo cuore, ovvero morirsi amando e ta- 
cendo. E la gentildonna che già s' era avveduta come 
Eambaldo struggeasi veramente per lei, appena udi 
quelle parole e ne travide V occulto concetto , tocca 
di commiserazione e d'affetto, rispose — ben s'ad- 
dice, Kambaldo, che ogni fido amatore, il quale abbia 
locato il suo cuore in nobil dama, tema di significarle 
il suo amore; ma pure, anziché morirne d' affanno, io 
vorrei consigliarlo, a parlare, a pregare la dama a 
prenderlo a suo servitore ed amico. Cosi Adelaide 
contessa di Saluzzo tenne presso di se Pietro Vi-* 
dale; la contessa di Burlazzo, Arnaldo daMarviglia; 
madonna Maria di Ventadorno, Guacelmo Faidito, e 
la viscostessa di Marsiglia, Folchetto. Io perciò v' ac- 
certo, Rambaldo, che se questa dama è savia e 
cortese, non terrà una tale preghiera a disdoro, ma 
avrà colui da cui mosse in conto di servo fedele. 
Ond' è eh' io v' esorto a svelare alla donna da voi 



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347 

amata i vostri martiri e il desiderio che d' essa v' ac- 
cende, e a supplicaria a prendervi per suo cavaliere. 
Quale voi siete, non v'ha donna al mondo che non 
v'accetti volentieri per suo devoto e suo servo. — 
Bambaldo udita appena una tale sentenza e la da- 
tagli assicurazione, non pose indugio ad aprirle es- 
sere dessa appunto colei che amava cotanto, e sopra 
la quale aveale chiesto consiglio. E Beatrice allor di 
rimando a dirgli di tenersi per il benvenuto, e ch'egli 
non avea che a disporsi a ben fare , a ben dire e a 
ben valere, dacché essa era disposta ad averlo per 
suo amatore e vassallo. Da quel di Eambaldo pose 
ogni suo studio ad accrescere i propri pregi, e scrisse 
la canzone che dice: 

Amor chiede da me il suo usato tributo. 

Questo SUO amore per altro non si restrinse ai 
soli limiti acconsentiti dagli usi cavallereschi del 
tempo; imperocché sinistre voci léVaronsi contro To- 
ner di Beatrice : anzi andò attorno la fama che avendo 
Bonifacio sorpresi i due amanti mentre giaceano im- 
mersi nel sonno, come discreto uomo eh' egli era, non 
volle infierire sovr' essi, ma li coprì del suo mantello, 
portando seco quel di Eambaldo. 

Il quale celebrò la sua dama con molte poesie, de- 
signandola col vicenome di Bel Cavaliere, per averla 
un di furtivamente veduta esercitarsi nell'armi e 
giostrare. — Amabile Beatrice, egli diceale : voi splen- 
dete fra tutte le belle : non v' ha pregio o decoro 
che non possediate. Le vostre lodi dan fama a' miei 
canti che s'abbellano delle vostre grazie e delle vo- 
stre attrattive. — Notevole fra questi andò quello 
del Carros (Carroccio), in cui descrive una battaglia, 
che finge combattuta dalle principali donne d'Italia 



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348 

contro il M cavaliere. Le quali punte d' invidia nel 
veder Beatrice tanto a lor superiore in ogni virtù e 
gentilezza, edificano una città cui danno il nome di 
Troja , la circondano di muri e fossati, e ne affidano 
il governo alla contessa di Savoja. Al primo clanger 
delle trombe, le belle guerriere traggono fuori il Car- 
roccio, e movono contro Beatrice, chiedendo cK essa 
renda giovinezza^ valore e cortesia, tenute da lei 
prigioniere. Ma questa, non d'altro armata che del 
solo suo pregio, si fa loro incontro, abbatte le più vi- 
cine, si slancia ardimentosa sulle altre, e, voltele in 
foga, è mestieri che T oppugnata Troja le apra, come 
a vincitrice, le porte. 

Trovo in questa poesia ricordato il fiore delle gen- 
tildonne italiane e provenzali: 

Domnas de Versilha 
Vilon venir en Tost, 

Seìfeli e Guilha 
£ Na Bixenda tost; 

La maire e la filha 
D'Anduza, quam que cost. 

Ades 
Ven de Lenta N* Agn^s 

£ de Ventamilha 
Gilbelina a rescost: 



N' And* e Na Brelenda 
Na Palmier' e N* Auditz, 

£ngle8 e Guarecenda 
N' Agnes e u' £loitz 

Volon que lor renda 
Jcrven Na Biatritz: 

Si no 
Las domnas de Penso 
Li 'n queran esmenda . . 

Maria la Sarda 



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349 

£ '1 dona de san Jostz 

Berta e Bastarda 
Mandan tot los esfortz; 



Da Canavar j yen molt §ran compaìnha, 
De Toscana e domnas de Bomainha, 
Na Tomasina e 'l domna de Surainha. 

Gran rumore dovè per fermo levar questo canto, 
dacché tutte le gentildonne d' allora desiderassero co- 
noscere per quale eccellenza di pregi, Beatrice, scesa a 
tenzone di cortesia e di bellezza con quanto eravi di 
più leggiadro e gentile nel sesso loro, ne avesse ri- 
portato la palma. E fatto noto l'amor del poeta, 
r onor di Beatrice n' andò lacerato di guisa che tentò 
ritrarsi da lui e riflfiiggirsi in Tortona. Sopraffatto da 
tanta sventura, Rambaldo compose allora una di quelle 
canzoni, che soglionsi appellare Discordi, e di cui si 
fa inventore Garino d' Apchiero. A significare lo smar- 
rimento dell' animo dell' autore privo d' ogni speranza 
e in lott^ con se medesimo, soleansi in questi canti 
adoperare lingue diverse ; e tale è quel di Eambaldo, 
in cui la prima strofa è dettata in provenzale, la se- 
conda in italiano, la terza in francese, la quarta in 
guascone, la quinta in ispagnolo, e la sesta in un 
misto di tutti questi linguaggi; curiosissimo docu- 
mento che mostra quale stretto parentado avessero 
allor que' parlari, fra i quali non era maggior divario 
di quello che corre fra i nostri odierni dialetti. Ma 
tornando là dove ci siam dipartiti , diremo, che assai 
di breve durata fli la separazione di Beatrice e Eam- 
baldo, poiché l'intervento di Bonifacio ricondusse a 
pace i due amanti. 

A questa fuga di Beatrice e ad altre traversie del 
poeta alludeva Alberto Malaspina in una sua tenzone, 
che intorno al 1198 ebbe a sostener con Bambaldo, e 



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350 

che giova in parte qui riferire per i molti richiami 
alla storia di questi due trovatori. Così il Malaspina 
incomincia : 

Ora m aigatz, Eambautz, si vos agrada, 
Si US es aissi, cum ieu aurai apres, 
Que malamen s'es contra vos guidada 
Vostra domna de sai en Tortones, 
Don avetz fag manta cbanson en bada ; 
Mas ili a fag de vos tal sirventes 
Don etz aunitz, et ilb es vergonhada, 
Que vostr' amors non 1' es lionors ni bes : 
Par qu' ella s' es aissi de vos lunhada. 

E Eambaldo risponde: 

Albert marques, vers es qu'ieu ai amada 
L' enganayritz don m' avetz escomes, 
Que s' es de mi e de bon pretz ostada: 
Mas non puesc mais, que ren non V ai mespres, 
Ans r ai Ione temps servida et onrada. 
Mas vos e lieis perseque vostra fes 
C avetz cent vetz per aver pejurada : 
Per ques clamon de vos li Genoes 
Que, mal lur gratz, lur empenhes l'estrada. 

Alberto ribatte fieramente V accusa d' essersi fatto 
quasi ladrone di strada: aver tolto, egli dice, più 
volte gli averi de' suoi soggetti, non mai per arric- 
chire, bensì ognor per donare. 

Per dieu, Rambautz, de so us port guerentìa 
Que mantas vetz, per talen de donar, 
Ai aver tgl, e non per manentia 
Ni per tbesaur qu* ieu volgues amassar. 
Mas vos ai vist cent vetz per Lombardia 
Anar a pe, e ley de croy joglar, 
Paubre d' aver e malastrucx d' amia ; 
E fera us prò qu'ie us dones a manjar: 
E membre vos co us trobes a Pavia. 



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351 
E Rambalda a lai di rimando : 

Albert Marques, enuiè e vilania 
Sabetz ben dir e miels la sabetz far, 
£ tot engan e tote fellonia 
E malvestat pot hom en vos trobar 
E pauc de pretz e de cavalleria; 
Per que us tol h^pi, ses deman, Valdetar, 
Peira Corba perdetz vos per follia; 
E Nicolos ^ Lanfrancos de Mar 
Vos podon ben apellar de bauzia. 

E allude ne' quattro ultimi versi alla cessione fatta 
da Alberto insieme a' suoi fratelli Moroello e Opiz- 
zino, nel 1188, della valle del Taro ai Piacentini; 
alla sforzata pace con gli stessi del 1194, nella quale 
acconsentiva alla distruzione del castello di Pietra 
Corba: e infine al rapimento da lui fatto di Seldina 
Ademaro, che gli venne appresso ritolta dal mar- 
chese di Monferrato. In una ultima strofa Bambaldo 
cosi ancora V assale : 

Albert Marques, tota vostr' esperansa 
Es en trair et en faire panier 
Envers totz sels qu* ab vos an acordansa 
E que US servon de grat e voluntier; 
Vos non tenetz sagramen né fiansa: 
E s'ieu no voi per armas Olivier, 
Vos no voletz Rollan, a ma sembiansa: 
Que Plasenza no us laissa Castaubier, 
E tol vos terra e non prendetz veniansa, 

E forse accennava alla cessione che fé' Alberto nel 
1195 ai Piacentini della terra del Poggio e della 
Corte di Grondula, rendendosi loro vassallo, e patteg- 
giando, invece di vendicarsi, la loro cittadinanza. 

Intanto il signore di Monferrato, morto Tebaldo 
conte di Sciampagna, veniva eletto dai baroni fran- 



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352 

cesi, raccolti a Soissons, nell' aprile del 1201, per coa- 
siglio di Filippo Augusto di Francia, a capitanar la 
crociata bandita da Innocenzo III. Goffredo di Ville- 
hardouin, il futuro storico di queir impresa, ne recò 
in solenne ambasciata l'annuncio al marchese, il quale, 
nel 15 agosto del seguente anno, prese in Venezia, 
sulle cui navi salpò, il generale comando dell' oste. 
Per quanto cuocesse a Rambaldo abbandonare l'a- 
mata donna, non potea non seguire* il suo duca, il 
suo benefattore ed amico. 

Sciolto un canto degno di Tirteo, con cui sprona i 
principi cristiani al passaggio in Levante, si reca col 
marchese a Venezia, alla ricuperazione di Zara, al 
conquisto di Costantinopoli; prende parte a tutte le 
guerresche fazioni, e vede il suo signore levato al 
trono di Tessalonica e investito dell' alto dominio sui 
feudi della Morea, dell' Eliade ed altre provincie , e 
se rimunerato da doni amplissimi che da povero trova- 
tore lo convertono in possente barone. Trovo che Fede- 
rigo n, innanzi al quale ben spesso Rambaldo solea dire 
le sue leggiadre canzoni, lo ebbe in tanta domesti- 
chezza che gli affidò il governo di Salonicco. Certo è 
che in Romania fu signore di grosso stato. E pur fra 
le nuove ed insperate grandezze, il suo cuor vola 
sempre a Beatrice: che vai ricchezza egli canta, 
rimpetto alle gioie d' amore? — Forbite armi, valo- 
rosi guerrieri, assedi, macchine e mazze ferrate : ab- 
battere antiche mura e nuove trincee, sbaragliare in- 
tere falangi, gettare a terra torri altissime, son gli 
oggetti che mi stanno ognora dinanzi e rintronano 
le mie orecchie. Ma che gfiovano all' amor mio tali 
imprese? Coperto d'armi lucenti, son costretto a im- 
prendere guerre e spedizioni e a slanciarmi in mezzo 
alle mischie: e delle mie vittorie unico frutto son 



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353 

le ricchezze. Ma, lasso! dacché mi manca la felicità 
dell'amore, il mondo non è per me che nn deserto, 
né valgono a consolarmi gli stessi miei canti. — In- 
felice ! eragli fatalmente serbato d' aver straziata V a- 
nima dall'atroce novella che la sua Beatrice era 
morta ; perché piantala amaramente, non gli fii, credo, 
di peso, cader combattendo al fianco del suo benefat- 
tore, cui offerse, in compenso di quanto da lui s' ebbe, 
la vita. Imperciocché impegnatosi Bonifacio, nel 1207, 
presso Satalia, in un' avvisaglia coi soldati del re 
Gioanissa, ferito in un braccio e balzato d'arcione, 
fu ucciso. La sua morte fu tenuta come universale 
sventura; e Pierin d'Alvemia cantava — il mondo 
volge al suo peggio: Monferrato possedeva un valo- 
roso marchese , V impero un glorioso Cesare : ma quei 
che occuperanno il suo seggio, quai comportamenti 
terranno? — 

Fra le molte poesie di Rambaldo è notevole un 
suo trattato col titolo. — Los Plours del segle — 
cioè I pianti del secolo, se pur questo trattato, an- 
ziché a lui, non assi ad attribuire, come tengono al- 
cuni, a Rambaldo d' Grange. Di maggior momento, 
per altro, sono alcune epistole in versi, dirette al 
marchese, che, tradotte e chiosate, tornerebbero assai 
profittevoli alla storia d'Italia. In esse rammenta le 
combattute battaglie, quando egli, in un col mar- 
chese, accompagnò Enrico VI alla conquista della Si- 
cilia, dove potè salvar da certa morte il marchese 
Malaspina, e nello assalto di Messina, in buon punto 
stornare il fendente d'una spada nemica dal capo 
del suo signore. Da queste, si trae del pari che 
ne' conflitti di Eandazzo, Paterno, Pleza, Caltagirone 
e Palermo, fu sempre fra i primi a menare valoro- 
samente le mani. 

E. Celesia. storia della Letterata in Italia. £3 



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354 

Tolgo da queste epistole il racconto di due im- 
prese cavalleresche da lui e dal marchese compite, 
che- gettano viva luce sui costumi di queir età. Bo- 
sone d' Anguillaro, vassallo ed amico di Bonifacio, 
ardea per Seldina Ademaro, che Alberto Malaspina, 
come avertimmo più sopra, aveva rapita, e custodia 
nel luogo più munito d* una sua rocca ; ond' è che 
Bosone, privo della sua amante, era per morirne di 
affanno, e giaceasi in fin di vita. Unico espediente atto 
a prolungare il filo dei giorni suoi, era quello di ren- 
dergli r amata donna, togliendola di viva forza al 
suo rapitore. Ciò appunto compi Bonifacio, il quale in 
una spedizione notturna, di cui facea parte Rambaldo 
(onde poscia Y agra tenzone eh' ebbe luogo fra i due 
trovatori), ma di cui tace le particolarità, strappò 
Seldina alla tavola stessa d' Alberto, e la die in 
isposa a Bosone. 

La seconda impresa è da lui narrata in tal guisa. 
— Ricordivi, ser Marchese, Aimoneto il Giullare , e 
la nuova recatavi nel castello di Montalto, di laco- 
pina da Ventimiglia costretta ad ire in Sardegna a 
marito, contro il proprio volere. Ciò intendendo, voi 
toglieste forte a sospirare, e vi corse alla mente il 
bacio datovi parecchi di innanzi nel piendere comminato 
da voi, dopo avervi graziosamente pregato di difen- 
derla contro lo zio, che ingiustamonte volea privarla 
del patèrno retaggio. E tosto faceste montare in 
sella cinque de' nostri migliori scudieri e, dopo cena, 
ci ponemmo in via, voi, Guidotto, Ugonetto d' Alfaro, 
Bertandone, che ci fu buona scorta, ed io, giacché 
non vo' scompagnare il mio nome da sì onorata im- 
presa. Anzi fui io stesso che levai lacopina dal porto 
nel punto istesso del salpare. Ma appena fu a nostre 
mani, ecco un frastuono levarsi per terra e per mare, 



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355 

e muoverci incontro fanti e cavalieri. E noi via a 
dilungo per causarne Y assalto. E già ci tenevamo 
al sicuro, quando i Pisani a lor volta si mossero 
contro di noi. — E qui giova avvertire che i Pisani, 
di cui è cenno, allor in guerra col comune di Ge- 
nova, attizzavano la ribellione di Ventimiglia e scor- 
razzano la costiera, fra Finale ed Albenga, dal cui 
porto doveano levar lacopina e tradurla in Sardegna. 
Segue il poeta — Allorché ci sfilarono innanzi, ca- 
valcando serrati, alla vista di tanti cavalieri, di tanti 
usberghi, di tante corazze^ di tanti elmi lucenti e 
di tante bandiere agitate dal vento, non è a dire se 
il cuore ci si stringesse per tema. Convenne immac- 
chiarci tra Albenga e il Finale, udendo intorno a 
noi suon di corni, chiarine e soldatesche grida. Ivi 
restammo due dì senza bere , né tòr cibo alcuno : 
ma al terzo di, mentre già ci tenevamo, in sicuro, 
e' imbattemmo al valico di Bellostare in dodici masna- 
dieri, ivi raccolti a predare. Incerti dapprima a qual 
partito attenerci, non potendo a cavallo assalirli ; ma 
sceso di sella, io mossi contro di loro, e, sebben toc- 
cassi un colpo di lancia al collaretto, ne ferii, parmi , 
tre quattro, talché gli altri tutti volsero in fuga. 
Veggendonii ferito, Bertandone e Ugonetto d' Alfaro 
trassero in mio soccorso. Allora in tre ci fu dato 
sgomberare il passo dai ladroni, sicché libera e si- 
cura aveste la via. E vi dovrà ricordare con che al- 
legria desinammo, in vero senza cibo soverchio, con 
un sol pane fra tutti e senza bere e senza pure la- 
varci. Giungemmo alla sera presso il signore di 
Pozzochiaro, che provò tanta gioia della nostra im- 
presa, e ci accolse con tanto onore, che volontieri vi 
avrebbe offerta sua figlia Agletta dal viso lucente, 
se voi r aveste accettata. Sorto il mattino, voi come 



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356 

signore e possente barone, deste in isposa al' di lui 
figlio lacopina, alla quale &ceste appresso rendere 
tutto il contado di Ventimiglia che le venia per 
dritto, dopo la morte del di lei fratello, a dispetto 
dello zio che volea dispogliamela. — 

In queste epistole, veri documenti storici di quel- 
la età, troviam fatti che non ci è dato raccogliere né 
dalla cronaca di Benvenuto da San Giorgio, né dalle 
posteriori narrazioni dell' Irico , né d' altri scrittori. 
Qui il marchese Bonifacio si mostra come il tipo del 
cavaliere, una maniera di. provvidenza sempre intesa 
a soccorrere i fiacchi e a schiacciare i malvagi, sia 
col sottrarre dalle mani di prepotenti baroni i minori 
feudatari, sia col redimere dalle ingiurie dei Mussul- 
mani le terre cristiane, sia collo strappare dalle ugne 
di feroci rapitori innocenti donzelle o col difenderle 
dai perfidi, usurpatori delle loro sostanze. Ond' é che 
Bambaldo a buon dritto cantava di lui: 

Mais cen pinzeUas vos ai vist maridar 
A coma, marques, a baros d'aut afar, 
Cane ab njuna jovens no us fetz peccar: 
Cent cavayers vos ai vist heretar, 
Et autres cent destruir' et issilhar 
Lov bos levar e 'Is fals e la mais b aissar ; 
Anc lanzengier no vos poc azautar: 
Tanta veuva, tanta orfe cosselhar 
Qa*en paradis vos deurian menar. 



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CAPO XVIII. 
I TEOVATOEI ITALIANI 



SOMMARIO. 

Perchè i trovatori italiani usassero V idioma provenzale — 
Poeti genovesi : Lanfranco Cicala , Bonifacio Calvi e Barto- 
lomeo Zorzi, veneto — Percivalle Doria e altri poeti minori 

— LudovioD Lascaris e sue vicende — Donne celebri — I 
Malaspina : Corrado : Alberto detto il Moro — Suo dibatti- 
mento amoroso — Altri trovatori di^ questa illustre famiglia. 

— Luca Grimaldi e sua tragica fine — Gli Estensi e mae- 
stro Antonio Ferrari. — Saggio del suo poetare — Eamber- 
tino BuvalelK, trovator bolognese — Pietro Della Rovere 
e altri poeti piemontesi e toscani — Pietro Della Cara- 
vaua, il Tirteo de' bassi tempi. 

Scoppiata la guerra albigese che gittò lo sterminio 
nella Provenza e ne pose in fondo la moltiforme col- 
tura , i Trovatori si videro costretti , come accen- 
nammo, a cercarsi altre patrie, e trasse il più di 
essi in Italia , chiedendo ospitale ricetto a' suoi prin- 
cipi, e in ispecie a Federigo II. Il quale festosa- 
mente accoglievali, sia per avere in pregio i lor canti, 



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358 

sia per volgere coir opera loro le menti a staccarsi 
da Eoma, colla quale fieramente lottava. Essi allora 
divennero pressoché nostri , presero parte alle diverse 
vicende della nazione , in cui resero popolare il ciclo 
del re Artù e di Carlomagno; e lo spirito cavalle- 
resco , le rime d* amore , le feste , le gualdane e i 
tornei trovarono oneste accoglienze fra noi. 

La gloria a cui saliano questi poeti, i doni onde 
erano rimunerati , non che il loro idioma già educato 
al canto e universalmente compreso , mossero non 
pochi de' nostri a seguirne le traccie. Ond' è che 
trovatori e giullari (uomini di corte diceansi in Italia) 
troviamo dovunque , prima assai che Eicordano Male- 
spini narrasse, che nell'anno 1283 i nobili fiorentini 
— non attendeano ad altro che a virtù e gentilezze. 
E attendeano per le Pasque a donare ad uomini di 
corte e a buffoni molte robe e ornamenti. E di più 
parti e di Lombardia e d'altronde e di tutta Italia 
venivano alla detta Firenze detti buffoni alle dette 
feste : e molto vi erano volentieri veduti.» — 

I nomi di venticinque trovatori italiani ci sono 
ancor noti: altri andarono miseramente perduti. E 
qui prima di farsi innanzi rileva osservare col Mas- 
sarani, che l'aver questi poeti usato una lingua non 
loro, non vuol dire che ciò avvenisse per mera in- 
dustria di ripetitori e copisti , senza appicco nelle vi- 
scere della società. — Si pigliò a tutta prima dai pro- 
venzali l'idioma poetico, come da un artefice di un 
paese ove la tecnica è più innanzi, si pigliano vo- 
lentieri a prestito gli strumenti dell'arte; e certo 
per allora il provenzale era strumento meno rozzo di 
quel che poteva essere il latino degenere e l' italiano 
ancora informe, che avea corso fra noi; ma alla so- 
stanza di quella poesia dovea pur rispondere qualche 



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cosa dì vivo e d* intimo nelle opinioni e nei costumi, 
se durò lungamente nel favore delle alte classi, e scesa 
fra i volghi con quei cantastorie di più basso conio 
che furono i giullari, s'ebbe intorno tanta ressa 
di tumultuosi uditori , da provocar qualche volta 
lo sfratto dei mal capitati francigenae. — Appresso 
però usarono anche la lingua italiana, o trovando 
essi stessi o ripetendo le poesie de* migliori tra i 
nostri, di guisa che Petrarca, scrivendo al Boccaccio, 
doleasi che — tanti lo assediavano per aver copia 
de' versi suoi , onde accattar vesti e denari , cantan- 
doli alle case e alle mense dei gi^andi. — 

A tutte le italiane ci^^tà Genova a buon dritto va 
innanzi per la copia e l'eccellenza de' suoi rimatori. 
Primo fra questi Lanfranco Cicala dee porsi al fianco 
di Giraldo de Borneil e di Pietro de Corbiac, per 
essere stato ad un tempo poeta e filosofo. Tenne in 
patria altissimi uffici : ambasciatore a Eaimondo di 
Provenza , suo ' amico, nel 1241 ; fra gli otto nobili 
che sedeano al reggimento della cosa pubblica nel 1243: 
scelto a riformare le leggi nel 1257. Ei cantò una 
Berlendi del nobile casato del Cibo, che poi divenne 
sua sposa , e eh' egli seguendo il costume di lodar le 
amanti con nomi supposti solca chiamare Na bel Hz. 
Ci restano di lui una poesia per la crociata di San 
Luigi (1248), parecchie tenzoni , versi d' amore e quel 
tremendo sirventese contro Bonifazio 'Il marchese di 
Monferrato , che più volte passò dalla fazione ghi- 
bellina alla guelfa, da cui si volse poscia di nuovo 
alla parte imperiale. Ei non sa perchè abbiasi a chia- 
mar Bonifazio, non avendo mai nulla /«^^o di bene, 
né come pretenda appartenere al lignaggio di Mon- 
ferrato, poiché chi guarda l'opere sue, conosce ch'é 
figliuolo fratello del vento E segue con vili- 



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360 

pendi cosi sanguinosi e plebei che m' è disdetto qui 
riferire. 

Cantò in lode del conte Tomaso di Savoia, cui 
prega — a rispondere per cobbolette a quella ch'ei 
scrive per mettere a prova la nostra amicizia. — 
Fra le sue rime trovo un contrasto o dialogo con 
donna Guglieimina de' Rosieri , o , meglio , Borsieri , 
gentile poetessa, che il Fauriel vuol nata a Saint- 
Gilles sul Rodano, ma che noi reputiam genovese. 
Ei la disfida a rispondere all'inchiesta seguente: — 
Donna Guglielmina, venti cavalieri erranti correano 
a briglia sciolta sotto un ciel tempestoso, forte do- 
lendosi di non trovar un ricovero. E' furono uditi 
da due baroni che cavalcavano pur essi alla distesa 
per visitar le lor dame. L' un d' essi tosto lifece la 
sua via per dar ricetto ai cavalieri; l'altro seguiva 
il suo cammino alla volta della sua dama. Qual dei 
due si portò meglio? — A tale inchiesta rispondeva 
Guglielmina ; 

Amics Lanfrancs , mielz complit son viatge , 
Al meu semblan, cel que tene vas s'amia, 
E l'autres fes ben, mas son fin corratge 
Non pot saber tan ben si dons a tria 
Com cel que vi devan soa oillz presen, 
C* atendut 1' ac sos pavalliers com ven , 
E vai tropmais qui so que dis aten 
Que qui en als son coratge cambia. 

Il Cicala mori presso Monaco assassinato dai masna- 
dieri nel 1278. ' 

Di Bonifazio Calvi, che uscito da Genova pel fu- 
riare delle civili fazioni, riparò nel 1248 in corte di 
Alfonso X re di Castiglia , poco e' è noto. Sappiamo 
che egli amò la nipote di questo principe, detta la 
Berlinghiera, della cui perdita s'accorò in guisa — 



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361 

eh' io nù darei la morte , egii scrive , senza indugio 
veruno , se vedessi maniera di morte peggior della 
vita eh' io meno. — Egli è tra i poehi i eui versi 
anziehè uno sfogo rettorieo, appalesino gli strazi di 
una passione fortemente nutrita. — EU' era sì saggia, 
sì pura in tutti gli atti suoi, eh' io terrei di offender 
Dio pregandolo di riceverla nel suo santo paradiso. 
Ah ! s' io gemo e sospiro , non è perch' io tema non 
le abbia Dio conceduto il riposo dell' eterna beatitu- 
dine ; a mio avviso senz' ella mancherebbe al paradiso 
qualche perfezione di grazia: ond'è ch'io punto non 
dubito che Dio non 1' abbia locata nel centro della 
sua gloria : e se piango , egli è solo perch' io sono 
separato da lei. — Ee Alfonso , da lui assiduamente 
eccitato alla guerra contro il re di Na varrà e d'Ara- 
gona per la ricuperazione delle sue terre, inviavalo 
al eonte di Provenza, dove menò sposa una fanciulla 
dei conti di Ventimiglia. De' suoi pregi come poeta 
parlano con alte lodi i rimatori dell' età sua, massime 
il Monaco delle isole dJ oro , il quale pone in bocca 
della Filosofia queste parole. — Io prego tutti coloro 
ai quali perverranno le opere di Bonifacio Calvi a 
non darsi la briga di volerle emendare , poiché io 
che sono la Filosofia, l'ho in conto di un valoroso 
maestro nell' arte poetica. E chiunque s' avvisi porvi 
le mani, io decreto, debba esser tenuto per dammeno, 
per temerario, per folle e per mio nemico. — Scrisse 
eziandio un trattato — Dei corali Amatori — ma in 
modo sì oscuro, che a pochi venia fatto il compren- 
derlo ; però afferma il Millot, che coloro i quali giun- 
geano ad afferrarne il senso riposto, non avrebbero 
voluto canMarne una sillaba sola. Degna inoltre di 
singolare menzione ci sembra una sua poesia dettata 
nei tre idiomi, provenzale, spagnuola e italiana, di- 



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362 

retta a re Alfonso; dalla quale può credersi abbia 
Dante attinto l'idea per la sua nota canzone detta 
delle tre lingue. 

Volgeva intanto quel tempo in cui fra Genovesi e 
Veneziani agitavansi tremende lotte che si chiusero 
colla peggio dei primi ; ond' è che il Calvi , mosso 
dall'amore della terra natia, die' fuori un canto, in 
cui deplorava i funestissimi effetti di quelle discordie. 
Era allora nelle prigioni di Genova un nobile vene- 
ziano, Bartolomeo Zorzi, fatto cattivo dall' ammiraglio 
Pasquetto Mallone, mentre quei veleggiava per Ne- 
groponte. Scosso egli dal canto del Calvi, tolse a 
difendere 1' oltraggiata sua patria , e rispose con un 
sirventese a quello del suo nemico. Questo scambio 
di rime ebbe per effetto un' amistà che più mai non 
venne meno fra i due trovatori. Lo Zorzi, di cui pur 
assi fra la molte poesie un Compianto per la morte 
di Corradino e del duca d'Austria, dopo sette anni 
di cattività, per intramessa de' Frati Predicatori, 
liberatone, tornò a Venezia, che mandoUo castellano 
a Corone, dove chiuse i suoi giorni. 

Stimo prezzo dell'opera riferire i canti dei due 
rimatori, come monumenti storici e memorabili. Ecco 
quello del Calvi : 

Ges non m'es greu^s'eu non sui ren prezatz 
Ni car tengutz entr'esta gen savaia 
Genoeza, ni m platz ges s'amistatz , 
Car no i cab hom a cui proeza plaia. 
Mas ab tot so mi peza fòrt, qu'il es 
Desacordanz, car s'il esser volgues 
En bon acort, sos grans poders leumen 
Sobran a totz cels, per cui mal en pren. 

Hai, Genoes! On es Tautz pretz honratz 
Qu'aver soletz sobre 1 gen? que par qu'aia 
Totz Yostres faitz decasutz e sobratz, 
Tau fort que totz vostr'amics s'en esmaia, 



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363 

Sia '1 descortz qu'entre vos ea jos mes, 
E donatz vos luecs a tornar los fres 
En las bochas de cels que, par conten 
Q'avetz mest vos, si van desconoisen. 

Mas lo contenz es tant mest vos poiatz 
Que, s'il non chai, greu er que no us dechaia, 
Qu'om vos guerreia, vos vos guorreiatz, 
E qui vos venz or no us cug que '1 n'eschaia, 
Laus ni bon pretz, car no us platz vostres bes; 
Que Tus a gang, quant a Tautr'es mal pres ; 
Dono qui venz tan descabdelada gen 
Non fai esfortz don puez en pretz valen. 

E si no fos la follors e '1 peccatz 
Que nais del vestre descort tal s'asaia 
Leumen a far so que mais vos desplatz, 
Que US for'aclis, car res tant non esglaia 
Vostres gueriers, ni tant lor despiai ges 
Com farla *1 vostr*acortz, s'el pogues 
Entre vos tan durar enteiramen 
Que poguessetz d'els penre venjamen. 

Car il sabon que leger no us donatz, 
De vos venjor mostron que lur desplaia 
So que prò vetz los avetz mal menatz, 
Tan que greu es luecs on hom no '1 retraia, 
Que trenta d'els non esperavon tres 
De vos , per c*ab pauc non es dieus repres , 
* Car de tal guiza vos a tout lo sen 
Que US sabron cil que no valon nien. 

Venecian, ben sapchatz qu'obs vos es 
Que si' ab vos dieus contra 'Is Grenoes ; 
Car ab tot so qu'el vos hi vai granmen 
Vos an il tout tan q'en vivetz dolen. 

A questo canto rispose lo Zorzi con il serventese 
seguente : 

Mout fort me sui d*un chan meravillatz 
Per lui qu'o fetz sitot es dreigz que m plaia, 
Quar cel que es vailheuz ni enseingnatz 
Deu ben pensftr e gardar que retraia ; 



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364 



Quar mienz es qu'om razonar pogues 

Lo tort per dreig que *ls pros no s conogaes; 

£ poda leu perdre mon escien 

SoQ pretz aiul qui tort adreg defen. 

Dono, si ben fos primiera aconseilhatz , 
Pueis d'escondir Genoes tant s'asaia , 
Non crei qu'el chant agues maing motz panzatz , 
Qui membrar fan lor sobremortal plaia, 
Que l'autreia c'abatuitz e mespres 
Totz lor afiFars pela Venecians ea; 
E l'uchaizos, qu'en pauz'en lur conten 
Non pot donar contra '1 mal guarimen. 

Car hom non deu de ren esser blasmatz 
Si 1 fai co i a taing, n*ea dreg que mal Ten chaia ; 
Doncs pueia tant gen gerreian ses guidatz , 
No m par qu*én re lur deacortz nogut n'aia ; 
Cam al j ostar no fo nuilh temps que rea 
Mas arditz cora failliment lor feges, 
Car il foron totaa vez maia de gen 
Gent acesmat e per un doa aoven. 

£ Tauch retrair qu^il tengron afrenatz 
Veneciana, ja qu'era lor meachaia , 
Maa cum ancae fon lur podere doptatz 
Pela Genoes, no a membro no il desplaia, 
Qu'un de lor nana mena una sola trea pea, 
Maa escondir pogra meiUs per un tres, « 

Cane non preiron Venecian conten 
Non aguesaon lauzor al fenimen. 

Ma s'el volgues aemblar enragonatz, 
Non djra pas dir razon tant savaia, 
Ni que trei flac valgron trenta prezatz ; 
Pero dels trea no m par respos a'eachaia, 
Don ieu m'empaa e die ao qu'es pales, 
Que quant ea meilla ala Venecians pres; 
Adones reignon plua cortes d' avinen , 
£ no s*en van en re desconoiasen. 

Oimais mi par qui ben sia quitatz 
D'aisao qu^a dich, e^ s'el no s*en apaia, 
De Venecians, queir a 'la lor faitz honratz 
E la gran conquistz faitz ab valor veraia: 



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365 

E cum eran vencutz los Grenoes , 
Et en anta Pemperador grec mes , 
E jutgara pueis s'ill vallon DÌen, 
Qu'ieu non ai plus de repondre talen. 

Yalens domna, qu^en cel pais regnatz 
Per cui plaidei, pros e plagens e gaia , 
Merce vos clam, qu*a mi valer deiatz 
Que tot quant auch ni vei lo cor m*esmaia, 
E sui tant fort de vostr'amor empres 
Que, si no vei vostre gai cors cortes, 
Viure non puesc, so sapchat veramen , * 

Cab lo respeig que ieu n'ai muer viven. 

Venecians, qui ditz que il' Grenoes 
Vos. an faitz dan , ni us an en dolor mes , 
Vostr'onratz prez non «ap ni '1 dan coren 
Que lor ayez fait d'aver e de gen. 
Boni faci Calyi , mon sirvantes 
Vos man e us prec qu*el dir no us enuei '1 ges , 
Quar del taisser grat cortesia m ren 
E maiormenz dels Genoes Tenten. 

Percivalle Doria autor d' un trattato. — Della fina 
follia cC Amore — dettò molte poesie, tra le quali 
andò lodatissima — La guerra di Carlo re di Napoli 
e del tiranno Manfredi — per la quale l'Angioino 
creavalo podestà d'Avignone e d'Arles. Mori in Na- 
poli nel 1276. Anche Simon Doria. suo figlio, o forse 
fratello, trovò in lingua provenzale, e giunsero a noi 
due sue tenzoni, in una delle quali ebbe parte Lan- 
franco Cicala, e nell'altra Jacopo Grillo, rimatore 
anch' egli di grido. Più oscuri sono i nomi d'Alberto 
Quaglia d'Albenga, di Raimondo Faraldi di Diano, e 
di Luchetto Lascaris di Pignone. 

E al casato Lascaris dei conti di Ventimiglia ap- 
partiene quel Ludovico, che, come secondogenito, 
venne cacciato da giovinetto in un chiostro di Ago- 
stiniani. Nato a cinger la spada e il lauro dei poeti. 



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fu per parecchi anni costretto a vestir le lane dei 
penitenti, finché un giorno gli occhi suoi si scontra- 
rono in Tiburzia, nobile e avvenente donzella dei 
signori di Soglio e sorella del grande Isnardo di 
Glandeves. I due giovani furono presi subitamente 
d' amore; ma insormontabile intoppo ai lor desideri, 
era da un lato la volontà dei parenti avversi alle lor 
nozze : e dall* altro i voti solenni onde Ludovico era 
legato alla vita claustrale. Ma un' ardente passione 
si fa via d' ogni ostacolo, e i due amanti divisarono 
fuggire dalle case paterne. E ciò venne lor fatto 
dopo non pochi contrasti. Ludovico impalmatosi col- 
r amata fanciulla , corse diverse avventure : oppose 
air ira de' suoi nemici la spada, e a capo dell'esercito 
che la regina Giovanna aveva in Provenza per raf- 
frenare i Brettoni e gl'Inglesi che l' infestavano, compi 
onorate fazioni. Senonchè Urbano VI, che allor risie- 
deva in Avignone, avendogli ingiunto di ritornare al 
suo monastero, né potendo Ludovico in guisa alcuna 
rimuoverlo da tale divisamente, ei sen venne con 
gran corteggio a visitar la regina Giovanna, la quale 
veggendolo prode, generoso e capace di tentare gran 
cose tanto nel reame di Napoli che nella contea di 
Provenza, apertamente ne prese la protezione e gli 
ottenne dal Papa una dispensa, confermata poi da una 
bolla di Gregorio XI, in virtù della quale non era tenuto 
a ritornare al suo chiostro che venticinque anni ap- 
presso. Il che non avvenne, essendo egli uscito di vita 
parecchi anni innanzi, nel 1376, nella sua terra di 
Briga, di cui fu primo signore. I suoi versi lo ascri- 
vono fra i più eccellenti poeti dell' età sua , avendo 
ogni altro avanzato in ricchezza d'invenzione e ar- 
monia : di che son testimonio i due poemi — Ld mi- 
serias dJacqnest monde — e — La Paurilha, 



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367 

A questa illustre prosapia appartiene del pari quella 
viscontessa di Penna, che venne elevata a cielo nei 
versi di Kaimondo Giordano, visconte di S. Antonio, 
la cui uccisione in battaglia fu cagione eh' ella ne 
morisse d'affanno. Né fu questa la sola genovese che 
istrutta nella gaia scienza abbia ispirato i più insigni 
rimatori di quella età. Una dama dei Grimaldi fu 
cantata dal conte di Poitu; a una donzella della 
casata dei Cybo stanziata in Marsiglia, eulta quanto 
altra mai nei poetici modi, legavasi d' amore Rostano 
Berlinghieri , che intorno il 1300 compose in sua lode 
argute canzoni. D' altre diremmo a suo luogo. 

Eicorderò ancora Luchetto Gattilusio, che recenti 
indagini han ridonato alla luce. Nacque d'illustre casato 
a mezzo il secolo Xm, avendo sortito a genitore quel- 
r Iacopo che fu il ceppo dei signori d'Eno e Metellino, 
e tolse in moglie Eleonora Dona, che, lui morto, im- 
palmavasi con Rabella Grimaldi, gran giustiziere del 
reame di Napoli. Datosi ai traffici, come i tempi por- 
tavano, fu costretto ben presto a staccarsene ; che i 
pubblici negozi a se lo tirarono ; fu ambasciatore nel 
1266 del Comune di Genova a Clemente VII e a 
Carlo d' Angiò, a Bonifazio Vili nel 1295; podestà dì 
Bologna, di Cremona, di Lucca e di Savona. 

Intanto Enzo di SveMa, dopo una cattività più che 
ventenne, giunto in fin di vita dettava il suo testa- 
mento: e fra i nobili e cavalieri che confortavano il 
re poeta nell' ore supreme , era il trovator genovese , 
che guelfo di spiriti , dovè suscitare nell' animo del 
ghibellino prigioniero con tumulto d' acerbe memorie, 
ricordando forse quel sirventese, con cui Luchetto 
avea dato stimoli e ammonimenti all' Angioino, quando 
questi apprestavasi alla impresa di Napoli. 

n vero anno della sua morte e' è ignoto; lo afferma 



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368 

anche tra i vivi una pergamena del 1307 ricordata 
dal Federici. 

Due sole poesie di lui ci rimangono: una tenzone 
con Bonifacio Calvo, e quella già memorata sulla di- 
scesa deir Angioino in Italia, nella quale, coli' esempio 
di Carlomagno conquistatore della Puglia, lo sprona 
a compiere arditamente l'impresa. Il canto indiriz- 
zato a un Bernardo si chiude col seguente commiato: 

Bernart, apren e chanta *1 sirventes 
E poira' dir, s*il cor no faiU ala tres, 
Quel iocs sera entablatzs ses fadia. 

Celeberrima fra tutte le corti feudali andò quella dei 
Malaspina in Valdimagra , ove nel castello di Mulazzo 
dovrà più tardi riparare Dante Alighieri. Il quale 
nel XIII del Purgatorio cantava dei Malaspina: 

La fama che la vostra casa onora 
Grrida i signori e grida la contrada, 
Si che ne sa chi non vì^fu ancora. 

Ed io vi giuro , s' io di sopra vada , 
Che vostra gente ornata non si sfregia 
\ Del pregio della borsa e della spada. 

Uso e natura si la privilegia, 
Che, perché il capo reo Id mondo torca, 
Sola va dritta e il mal cammin dispregia. 

Antico ricetto de' trovatori fu la Lunigiana, ove 
troviamo il valente Corrado Malaspina tener corte 
bandita, e ospitare, fra i molti, quel Pier Raimondo da 
Tolosa, dal quale veniva per le sue larghezze appellato 
Il sovratutti. Antenato di Corrado, che Dante, si 
parco lodatore, di tante lv)di circonda, fiorìa sul de- 
clino del secolo XII Alberto Malaspina detto il Moro, 
figlio d' Obizzo il Grande, dal quale in un co' spiriti 



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369 

generosi ereditò un patrimonio lautissimo di Valdi- 
magra, nel Tortonese ed altrove. Alberto tolse in 
isposa Agnese, sorella di Beatrice e di Bonifacio I 
marchese di Monferrato, che accompagnò nella cro- 
ciata bisantina, e n'ebbe una figliuola, Garacosa di 
nome , che andò poi moglie d' Alberto marchese di 
Gavi. Stretto nel 1188 dall'armi dei Piacentini, cesse 
loro in una co' suoi fratelli Moruello ed Opizzino 
quanto possedea nelle valli del Taro e deir Ena, ri- 
cevendone adeguato compenso. Le sue splendidezze 
lo costrinsero nei seguenti anni a lor cedere altresì 
le castella di Pietiacorva, di Grondola e lor perti- 
nenze; del che Kambaldo di Vaquiera, come avver- 
timmo, acremente mordealo. Mori intorno al 1212. 

Alberto accolse non solo nelle sue corti di Mala- 
spina e d'Oramala negli apennini (che schivo delle 
fazioni ond' erano agitati Genovesi e Toscani , fermò 
quasi sempre sua stanza nella superiore Italia] i 
trovatori che la fama delle sue larghezze a lui con- 
duceva, ma fu trovatore egli stesso di grido, e sàub 
ben far coblas e sirventes e canson, come trovo scritto. 
Di lui ci resta una leggiadra tenzone con Guacelmo 
Faidito intorno al tema se sien maggiori 1 beni o i 
mali d'amore; non che un ^uo dibattimento amoroso, 
che a saggio del suo poetare , ne piace qui riferire 
nella stupenda versione che ne porse il Galvani : 

— Donna , a voi mi raccomando , 
Perché ognor vi venni amando. 

— Sere, dicovi e vi mando 
Ch*io fero vostro comando. 

— Donna, assai mi va tardando. 
*. — Ser , non danno fia aspettando. 

— Donna , giurovi a mia fé', 
Morrò , se non dirai : tie\ 

E. Celesia. Storia della Letterat in Italia. 24 



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Go.ogle 



370 

— Sere, membrivi di me 
Ch*io di cor v*amo e di fe\ 

— Donna, dunque abbi mercé. 

— Sere , si eh* avrolla io be*. 

— Donna , be* son io gioioso 
Perché in vostro amor riposo. 

— Ser, lo mio core amoroso 
A voi vien volenteroso. 

— Datel dunque a un disioso. 

— Pur io darvelo non oso. 

— Per voi, donna, mi conforto 
E canzon fonne e diporto. 

— Ser, già non ci avete torto 

Se al mio amor vi siete accorto. 

— Donna, e che fia del conforto? 

— Sere , buona fé* vi porto. 

— Ben son io guarito a tanto, 
Donna, di pene e di schianto. 

— Ser, chi ama e soffre alquanto 
Fa tornar in gioia il pianto. 

— Donna, troppo sono affranto. 

— Ser d*un bacio avrete vanto. 

— Donna, dunque a voi mi rendo 
Di man giunte e riverendo. 

— Sere , a tanto non m* attendo , 
Ne* a* ma* passi vo' correndo. 

— Donna, v* amo e non v* intendo. 

— Sere , il senno vai perdendo. 

— Donna , il core mi disia 
Che vi avesse a mia balia. 

— Sere , oh questo mai non fia ! 
E voi dite gran follia. 

— Non temete villania. 

T— Non m* affido e fuggo via. 

In questo dialogo potrà ammirare il lettore la 
semplicità e la naturalezza, non iscompagnata da quel- 
r aura di cavalleria che informa i canti de' trovatori 
Le pene amorose d' Alberto ottengono il conforto di 
un bacio : e con ciò forse spera la donna mitigare la 



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371 

sua fiamma. Indugio non porta danno, essa dice, 
e lo esorta ad attendere. Ma quando più ostinato il 
poeta r incalza e la vuole in sua balia, essa ardita- 
mente rinfacciagli d* avere ismarrito il senno e fugge 
a dileguo. Ben altrimenti avrà fine il contrasto di 
Giulio d'Alcamo, in cui la donna di Bari dopo jnolte 
ripulse s* arrende alle sollecitazioni di lui, anzi Fin- 
vita essa stessa a cogliere il fiore A* amore. 

Un altro trovatore di questa cospicua famiglia è 
quel Federigo Malaspina detto il Lanza, signore di 
Castagnola e del contado di Loreto nelle Langhe, 
di cui già riferimmo due fiere cobbole contro Pietro 
Vidale, il quale a sua volta appuntavalo d' aver ven- 
duto più castella, che vecchia femmina non vende 
galline. Ma di lui ci giunsero troppo scarse novelle. 

Né qui dessi obbliare la marchesa Guglielma Ma- 
laspina esaltata nei versi di Alberto di Sisterone, 
cosi detto dal luogo della sua nascita, sebbene appar- 
tenga del pari al casato dei signori di Valdimagra. 
In lode di lei, ch'era, a quanto ne lasciò scritto il 
Nostradamus , una delle più leggiadre dame della Pro- 
venza, passando d' onore e d'onestà tutte le altre, Al- 
berto fé' d' assai belle canzoni, e tale amore accendea 
r anima loro, che 1' uno non sapea starsi lontano dal- 
l' altra: finché un bel di la marchesa dandogli cavallo, 
armi e danaro , lo pregò volesse per breve stagione 
dipartirsi da lei. Obbedì Alberto, mandandole una 
canzone in forma di dialogo che incomincia: 

Desportas voiis amy d'aquest amour per aras. 

Dopo il qual fatto l' infelice poeta si morì di strug- 
gimento intorno il 1290 in Terrascona. Ei consegnava 
le sue poesie ad un suo famigliare Piero di Valiera, 
commettendogli di fame un presente alla sua dama; 



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372 

ma questi per Y opposto le vendette a Fabro d' Uses, 
il quale avendole divulgate come composte e dettate 
lui stesso , scoperta la frode , fu preso e fustigato 
conforme alle leggi d* allora. Alla prosapia dei Mala- 
spina s' ascrive eziandìo quella Isabella, che alla corte 
di Monferrato fii presa d* amore per Elia Cairello , 
che in stupendi versi ne celebrò la singolare bellezza, 
e r accompagnò col suo canto, quand' essa , crociatasi, 
passò in Terrasanta. 

Non deggio chiudere questa rassegna de' liguri 
trovatori senza accennare ad un tragico avvenimento 
onde fu vittima Luca Grimaldi, il fiero scrittore di 
satire contro Bonifacio Vni. Queste vennero arse per 
sentenza dei Padri inquisitori. Qual fosse la pena che 
decretarono all' audace poeta, non trovo scritto, sebben 
non s* ignori eh' ei n* andasse aspramente colpito. Certo 
egli è ancora , che avendo tolto a celebrare ne' suoi 
versi una fanciulla dei Villanova, questa tiratolo a sé, 
mesceagli un filtro che in breve lo spense nella giovane 
età di trentacinque anni (1308). Corse allor voce eh' e- 
stranea a tal maleficio non fosse la curia di Boma. 

Fra i signori Estensi primo ad onorare le muse 
occitaniche fa Azzo VI, che accolse a grande onore 
in sua corte Folchetto da Romano e Amerigo da Pe- 
guilano. Il quale dopo avere preso stanza presso il 
signore di Monferrato , ove pianse in mestissimi versi 
la leggiadra Beatrice, erasi recato in Verona presso 
i conti di S. Bonifacio, e quindi anche ne' castelli 
dei Malaspina; ma ninno asilo gli fa tanto piacevole 
quanto la corte degli Estensi, ove invaghi e cantò 
nel 1210 la bellissima Beatrice figliuola dell'anzidetto 
Azzo VI ; quella stessa Beatrice che poi vesti le lane 
de' penitenti nel monastero di Monte Salarola e si 
mori in odore di santità. 



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373 

Non manco liberali ci si mostrano i marchesi Azze 
Vn ed Opizzo, in corte de' quali visse il cosi detto 
maestro Antonio Ferrari , celeberrimo fra i trovatori 
italiani. A dar di lui piena contezza, recherò nel 
nostro idioma la di lui vita, qual ci fu tramandata 
dagli scrittori provenzali. 

— Maestro Ferrari fu da Ferrara , e fu giullare , 
e intendette meglio di trovare , ossia poetare proven- 
zale, che alcun uomo che fosse mai in Lombardia; 
e sapea molto ben lettere, e nello scrivere non avea 
chi il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli: 
cortese uomo fu della persona : andò e volentieri servì 
e baroni e cavalieri , e a' suoi tempi stette nella casa 
d'Este. E quando venia che i marchesi facessero 
feste a corte, vi concorreano i giullari che s'inten- 
deano della lingua pi'ovenzale, e andavano tutti a lui 
e il chiamavano lor maestro. E se alcun lì ne venia 
che s'intendesse meglio degli altri, e che muovesse 
questioni di suo proprio trovare o d'altrui, maestro 
Ferrari gli rispondeva all' improvviso , in maniera 
ch'egli era tenuto primo campione nella corte del 
marchese d' Este. Non fece però mai che due canzoni, 
ed una retroenza : ma di serventesi e cobbole ne com- 
pose assai delle migliori del mondo ; e fé' un estratto 
di tutte le canzoni de' migliori trovatori, e di cia- 
scuna d'esse trasse una cobbola o due p tre, quelle 
che portano le sentenze delle canzoni, con tutti li 
motti triati; questa raccolta è scrìtta di sua mano, 
ma non vi volle porre ninna delle sue cobbole , ma 
altre ve ne pose per ricordazione di lui. E maestro 
Ferrari quando era giovane innamorò di una donna 
ch'ebbe nome di madonna Turca, e fé' per essa di 
assai buone cose. E quando invecchiò, poco solca an- 
dare attorno ; si andava a Trevigi a messer Girardo 



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374 

da Camino e a' suoi figliuoli che l'accoglieano a 
grande onore, e il vedean volentieri, e volentieri 
donavangli per la bontà di lui e per 1* amore del 
marchese d'Este. — 

Non è senza importanza per la storia letteraria 
veder questo poeta che vive in casa di principi, che 
risponde di schianto a' versi de' trovatori, i quali 
rallegravaoio la ferrarese corte : che & una raccolta 
delle lor migliori canzoni e per modestia non vuole 
allogarvi le sue , e che , infine, già vecchio si reca a 
visitare altri principi che Y hanno in altissimo pregio. 
Egli visse fino al declinare del secolo Xni, e fu uno 
degli ultimi trovatori, che cantasse in un tempo, in 
cui la lingua d' oco cominciava ad essere messa in 
disparte pel radioso levarsi della llhgua italiana. 

A porgere un saggio del suo poetare reco anzitutto 
la cobbola che gli diresse Guglielmo Raimondo per 
provarne il senno e il sapere : a cui fitrò seguire la 
risposta del trovatore ferrarese. 

Amica En Ferrari 
Del prò Marques d'Este van 
Man dizen qu'a sen fi, 
E puders Tespan tan 
Quan ala de aei vezi, 
De jovent eatan gran 
E pauc ab cop adi , 
Si que nulhea n*y an dan. 

Don aoi aay vengutz nutz 
D'aiao qu'eu non o aay, 
Mas ai en el vertatz lutz. 
Mon pretz trobaray 
E deapucia tengutz mutz 
Per re no seray may, 
Et, en loca, degutz, cutz 
D'el e nosa e tric partray. 



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375 

Quals qu'esteya 
Ges no creya 
Qu'ìeu no y meta '1 cor mor : 

Ni *m desleya, 
Ab so qu'ancs veya 
Que mon aya de for lor: 

Quar autreya 
Crei q'om deya 
Far plus qe tresor d' or. 

Om sopleya 
Apres qe s* pleya, 
Sol can avols a cor for. 

A cui maestro Ferrari, senza molto soprastamento, 
tenendo V istesso metro, rispose : 

Amics 'N GaiUem Raimon,* 
Pueis say us entrest mest, 
Teu d*un pes q'es preon 
Tantost malengrest rest, 
Des que, pujan a mon, 
Mon sen sus el test 
• Men dreig, e us respons 

Que prò a conquest d'Est. 

Lo Marques d*amics rics, 
E SOS grans poders ders 
Ten SOS enemics tiùes 
Bas, o SOS gens sabers 
Es dels plus antìcs brìcs: 
Conors e valers vers 
(Dont es nostr abrics pics) 
No ilh tol SOS avers. 

Quar gent dona 
Quan sayzona, 
Co se taing a Baro prò, 

Qui s' adona 
Vais gen bona: 
E ébr vos say en bo 



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376 

No taing sprona 
N*il somona 
Que US onre n'us dea prò. 

Mas felona 
Gen bricona 
Ab luy no fay son prò. 

Anche Bologna vanta il suo trovatore in Eamber- 
tino Buvalelli, noto nella istoria di Milano e di Brescia 
che r ebbero a podestà, non che di Genova che pur 
chiamavalo a capo del suo reggimento (1218) e man- 
davalo ambasciatore a Federigo II. Altre pubbliche 
cariche ei tenne in Parma, in Mantova e in Modena; 
ma queste non gì' impedirono di leggiadramente poe- 
tare e proteggere i trovatori, di che fa fede quel 
Pietro Eaimondo di Tolosa, che ne levava a cielo la 
liberalità e le cortesi accoglienze. Del Buvalelli ha 
otto canzoni il codice estense : dieci ne novera il 
Bartsch, quasi tutte di materia amorosa. Nato il 1165, 
venne a morte intorno il 1225. 

Troviamo ricordati eziandio non senza gloria i nomi 
d' altri rimatori italiani, come di Pietro Della Rof ere, 
piemontese, o forse d'Albissola in Liguria, che cantò 
una dama dei Caraccioli. Si narra di lui, che standosi 
in corte dei conti di Provenza, fii preso d' amore per 
questa gentildonna napoletana, che come povero e 
mal in arnese, lo respinse da sé. Perlocchè vestito il 
rocco de' pellegrini andò qua e là tapinando , finché 
giunto ad una grossa borgata, detta il Poggio di 
Santa Reparata, si die' a predicare con tale eloquenza 
ed ardore , che que' terrazzani tanti denari recarongli, 
da potersi rifornire d'armi e cavallo; ond'é che 
amorevolmente fu accolto dalla sua dama. Giova 
eziandio registrare i nomi del visconte di Sant' An- 
tonino, del conte di Biandrà, di Pietro da Casale, 



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377 

di Beltrame della Torre, di Castion da Sospellrf, di 
Migliore degli Abati , di Dante da Majano, di Paolo 
Lanfranchi da Pistoia , d'Ugo Catola , di Pietro della 
Mula e di Guglielmo di Silvacana. Ai quali a buon 
dritto soprastano Nicoletto da Torino, e Pietro della 
Caravana. H primo d' essi cantò (1236) i gesti di 
Federigo II in una tenzone ch'ebbe con Giovanni 
d'Albuzone pur italiano, come tengono il Crescimbeni 
ed il Bartoli. Ma mentre costui inneggiava all' aquila 
imperiale ed ai benefici resi da questa al Monferrato 
e al sub principe, Pietro della Caravana, il Tirteo 
piemontese de' bassi tempi, incitava i Lombardi a 
difendere la lor libertà, cantando — voi sarete ri- 
dotti peggio che schiavi comprati, se non durate 
tetragoni contro l'armi tedescha — H suo canto 
spira r impeto e il fuoco del poeta guerriero : 

D'un sirventes faire 
Es mos pessamenz 
Qu'il pogues retraire 
Viatz e breumenz 
Qu'el nostr'emperaire 
Ajusta gran genz. 
Lombard , be us gardatz 
Que ja non siatz 
Peier que compratz, 
Si ferm non estatz. 

De son aver prendre 
No US mostratz avars, 
Per vos far contendre 
Ja non er esears; 
Si 1 vos fai pois prendre, 
L*avers er amars; 
Lombard, be us gardatz etc. 

De Puilla US soveigna 
Dels valenz baros, 
Qu'il non an que preigna 
For de lor maizos, 



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378 

Gardatz non deveigna 

Atretal de vos: 

Lombard, be us gardatz etc. 

La gent d'Alamaigna 
Non Toillas amar , 
Ni la soa compaigna 
No US plassa usar, 
Quar cor mi *n fai laigna 
Ab lor sargotar. 
Lombard, be us gardatz etc. 

Gran Nogles rassembla 
En dir Borderguatz 
Lairan, quant se sembla ; 
C'uns cans enrabiatz 
No Yoillatz ja vengla, 
De vos lo loìgnatz. 
Lombard, be us gardatz etc. 

Dieus gart Lombardia, 
Boloigna e Milans 
E lor compaignia, 
Bresa e Mantoans, 
C'uns d'els sers non sia, 
E 1 bons Marquesans. 
Lombard, be us gardatz etc. 

Dieus salf en Sardeigna 
Mons Malgratz de Totz , 
Quar gens viu e reigna 
E vai sobre totz , 
C*uns quant Tare non seigna 
De deguna votz. 
Lombard, be us gardatz etc. 

SaiU d*Agaitz, be m platz 
Quar tant gent reignatz 
Verones honratz 
E si ferm estatz 
Lombard, be us gardatz. 

A completare il novero dei trovatori italiani che 
poetarono in lingua aquitanica , mancano i nomi di 
Folchetto e Bordello; e' saranno il subbietto de' se- 
guenti capitoli. 



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CAPO XIX. 
FOLCHETTO 



SOMMARIO. 



Si rafferma che Genova fu il luogo del suo nascimento — Sua 
domestichezza col visconte di Marsiglia e de' principali per- 
sonaggi dell' età sua — Sceglie a sua dama Adelasia Del 
Balzo — Probabili cagioni che il mossero a rendersi monaco 

— Folchetto poeta — Sua grande fama testimoniata da Dante 

— Folchetto vescovo e sue# religiose ferocie — Il concilio 
eucumenico del Vaticano. » 



Prima assai che la crociata albigese costringesse i 
rimatori provenzali a chiedere asilo ai castelli feudali 
e alle corti dei signori italiani, parecchi de' nostri 
trovarono in lingua occitanica, e levaronsi ad altis- 
sima fama. Innanzi coloro che educaronsi alla gaja 
scienza ci si mostra Folchetto, di cui la biblioteca di 
Parigi conserva venticinque componimenti : soli ven- 
tuno il codice Estense. Folco o Folchetto rampollo 
della nobile prosapia degli Anfossi, stretta in paren- 
tado coi Della Volta e coi Doria , nacque intorno il 



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380 

1160 d'un Alfonso, ricchissimo mercatante genovese 
che avea stanza in Marsiglia. Si piati lungamente 
intorno il luogo del suo nascimento : ma se i chiosatori 
avessero letto con maggior ponderazione i versi di 
Dante che di lui trattano, ogni dubbiezza sarebbe 
stata risolta. Egli infatti mette in bocca di Folchetto 
queste parole: 

Di queUa valle fu' io litorano 
Tra Ebro e Macra 



Ad un occaso quasi e ad un orto 
Bugea siede e la terra ond' io fui, 
Ohe fé' del sangue suo già caldo il porto 

(Farad. IX). 

E in questa terra non può ravvisarsi che Genova, 
posta quasi rimpetto a Bugea , città della costa afri- 
cana, colla quale ha pressoché Tistesso orto ed oc- 
caso. E maggior rincalzo avrà questa sentenza dal- 
l' ultimo verso in cui si tocca lo scempio miserando 
che fecero in Genova i Saraceni nel 936 ; verso che 
applicato a Marsiglia , non porgerebbe il bandolo che 
ad interpretamenti balzani.* A questo suo luogo d' ori- 
one accenna senza manco veruno anche il Petrarca 
cantando : 

Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato 
Ed a Genova tolto. 

(Trionfo d* Amore, cap. IV). 

£ invero, allontanatosi dalla sua patria, egli pose col 
padre stabile dimora in Marsiglia , e spenti i libri 
della mercatanzia, possessore com'era d'ingenti dovizie, 
leggiadro d'aspetto e di modi, percorse le castella 
della Provenza, usò alle corti dei grandi baroni: 
massime quella di Barrai del Balzo visconte di Mar- 



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381 

sigila , con cui visse in istretta domesticità fino al 
giorno in coi resesi monaco. Ottenne eziandio T amistà 
de' più chiari personaggi dell' età sua : Alfonso II re 
di Aragona, Alfonso VII re di Castiglia, Eaimondo V 
conte di Tolosa, non che Eicciardo Cuor-di-leone, che 
prima di recarsi a Genova, sulle cui navi dovea salpar 
per la Siria, ebbe lungamente stanza in Marsiglia. 

Barrai del Balzo, nella corte del quale Folchetto 
viveva , erasi congiunto in maritaggio con Adelasia 
di Eoccà Martina , principessa colta e gentile quanto 
altra mai , che Folchetto scelse a sua dama , behchè 
legato da nozze. Né dee questo fatto ingenerar mera- 
viglia , dacché ci sia noto , che secondo le teorie ca- 
valleresche di quell'età, ciò non era disdetto anche 
nello stato coniugale. Affermano alcuni che no- 
nostante il tributo de' suoi canti e del suo cuore, ei 
mai non abbia ottenuto mercé alcuna dalla sua dama: 
altri per converso tengono che Adelasia non fosse si 
acerba verso il suo amante; al quale se die infine 
commiato, vietandogli di mai più cantare per lei, 
debba ciò riferirsi soltanto a furore di gelosia, per 
averlo veduto corteggiare Laura di San Giorlano e 
Mabilia di Pontevese, sorelle del visconte e donne 
d'alto valore e di grande beltà. Vi fu chi scrisse 
eziandio che scoperta la tresca di Folchetto con Ade- 
lasia, costui venisse cacciato di corte. Qualunque sia 
la cagione che non é dato chiarire, un tal commiato 
amareggiò si fortemente il poeta, che da quel giórno 
cessò di far versi e di frequentare le principesche corti. 
Appresso riavutosi alquanto dal suo smarrimento , si 
recò presso Eudosia figliuola all'imperatore Alessio 
Commeno, e moglie allora di sir Guglielmo di Mon- 
pellieri, alla quale si richiamò della toccatagli disa- 
ventura. Ed ella quanto potè, tolse a confortarlo a 



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382 

ben sperare, e il pregò che per suo amore dovesse 
tuttavia trovare ; perch' egli compose allora quella 
canzone che dice: 

Tanto muove di cortese ragione. 

Frattanto nuove cagioni s'aggiunsero ad aggravare 
i suoi melanconici istinti. Moriva Adelasia, seguita a 
breve andare dal proprio marito. Folchetto aveva al- 
tresì poc' anzi perduto Riccardo Cuor-di-leone, Alfonso 
d'Aragona e Raimondo di Tolosa: e queste perdite 
gli annebbiarono di guisa la mente, che divisò ab- 
bandonare ogni cosa diletta, e chiudere i suoi giorni 
nell'abbazia di Torondetto presso di Luco in Pro- 
venza : onde il Petrarca ebbe a cantare di lui 

nello stremo 

Cangiò per miglior patria abito e stato. 

(Trionfo d'Amore, cap. IV). 

Intorno a quel tempo istesso un altro gentil tro- 
vatore Bernardo da Ventadomo , perduto il suo pro- 
tettore Raimondo di Tolosa e stanco del mondo e cac- 
ciato per giunta dalla bella Eleonora di Normandia, 
si rifugiava nel convento di Dolon per finirvi in opere 
di cristiana pietà la sua vita. 

Gran ventura per la fama di Folchetto s' egli non 
avesse abbandonato più il chiostro ! Ei per contro ne 
venne tosto creato abbate (1200) e cinque anni ap- 
presso, deposto dal legato di Roma il vescovo di To- 
losa per simonia, vi fu innalzato Folchetto, il quale 
tenne una tal dignità fino al 1231 , anno della sua 
morte. 

Fra tutti i trovatori ei primeggia per delicato sen- 
tire e per eleganza di stile. Ecco le prime tre strofe 
di una poesia in lode di Adelasia , poesia eh' io sarei 



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383 

lieto di volgere nel patrio idioma, senza nulla to- 
gliervi del nativo sapore : 

Tanto m* aggrada V amorosa Voglia 
Che nel mio cuore ad albergar sen venne, 
Che ad ogni altro pensier chiuse la soglia. 
Né altro disi#mi fora 
Dolce e piacente. Ben io so che in questo 
Pensier convien eh' io mora, 
Eppur mi sembra ch*ei mi serbi in vita. 
L' amor che dolcemente a sé mi lega 
Allevia la ferita 

Pel bene ond'egli a lusingar mi viene 
Con impromesse che giammai non tiene. 

Ben so che quanto imprendo 
In vanità si solve: 
Ma che poss* io se amore 
Perder mi vuol coli' addensarmi in cuore 
Un cosi acceso istinto, 
Che vincere non può, ned esser vinto? 
Il solo vinto io sono ; 
Lentamente m'uccidono i sospiri 
Dacché non ho conforto 

Da lei che chiusa in fondo all' alma io porto : 
Né più n' attendo altrove, 
Poiché dentro al mio petto 
AUignar non é dato ad altro affetto. 

Donna gentil , v' aggradi 
L' amorosa mia fiamma : 
E allor le «mie sventure, 
Tra noi divise, mi parran men dure. 

se vi piace eh' io disciolga altrove 

1 miei sospir, spogliate 

Quella beltà, quel fascino, quel riso 
Che m' hanno il cuor conquiso; 
E forse lieve allora 
Separarmi da voi, donna, mi fora. 

Talora sfoga in meste note i propri affanni rivol- 



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384 

gendosi alla sua dama cai dava nome di Bel Azimans, 
ossia bella calamita, cantando: 

Se al cuor piacesse, fora tempo' ornai 
Di scior canzoni a ricercar conforto; 
Ma pesan troppo sul mio capo i guai 
Quando al ben guardo e al mal che si m*ha absorto; 
Che se giorni già trassi ilari e gai ^ 
Or di gioie d' amor speme non porto: 
£ che troppo son timido é si vero 
Che fin dal cominciar tosto io dispero. 

Ma non tutti son d* amore i suoi canti. Amico qual 
era d'Alfonso re di Castiglia, tolse a predicare una 
crociata per liberarlo dagli assalti di Miramolino re 
del Marocco , che già gli aveva tolto Calatrava, Sal- 
vaterra , il castello di Toninas e minacciava ingoiarne 
il reame. Difficile era Y impresa e fallì : ma ancor ci 
resta la Predicanza colla quale il poeta spronava i 
principi cristiani a prender la croce. Ci restano del 
pari alcuni suoi canti in lode della Vergine , un de' 
quali così comincia secondo il leggiadro volgarizza- 
mento che ce ne porse il Galvani: 

Spesso in cantar di questo secol frale 
Molt' opera ho perduta, 
Donde ne temo aver pena mortale 
Se mercè non m' aiuta. 
Perchè mio canto d'oggi in poi si muta. 
E lo voglio offerire 
Colà, donde venire 
Mi può pace compiuta, 
Se mio cuor non rifiuta 
La Yergin -Santa che il mio dir saluta. 

Grande non manco di quella d'Arnaldo Daniello e 
di Pietro d'Àlvernia corse allora la fama del trovator 
genovese, di che testifica lo stesso Alighieri, sì parco 



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1 



385 

lodatore, il quale pone sul labbro a Cunizza le se- 
guenti parole ; 

Di questa luculenta e cara gioia 
Del nostro cielo , che più m* é propinqua , 
Grande fama rimane .... 

E Dante che in lui s' imbatte nel cielo , si volge a 
Folchetto, che si fé' in vista preclaro 

Qual fin baiaselo in che lo sol percuota, 

e lo prega di soddisfare a' suoi disii. Perchè Fol- 
chetto, dopo avergli accennato, nel modo che già rife- 
rimmo, il loco del suo nascimento, prosegue : 

Folco mi disse quella gente a cui 
Fu noto il nome mio, e questo cielo 
Di me s'imprenta, com*io fei di lui. 

Che più non arse la figlia di Belo, 
Nojando ed a Sicheo e a Creusa, 
Di me , infin che si convenne al pelo : 

Né quella Rodopeja, che delusa 
Fue da Demofoonte, né Alcide 
Quando Jole nel cuore ebbe racchiusa. 
{Farad, cap. IX). 

Ma le amorose fiamme del gentil trovatore che 
spinsero -l'Antico commentatore di Dante a scrivere 
che — amò maritate e vergini e vedove e gentili e 
popolesche , e ciò fino ad età matura — doveano al- 
fine cedere il campo ai religiosi furori del vescovo di 
Tolosa e del truce istigatore delle stragi albigesi. 
Correndo il 1208 una ambasceria di cui facean parte 
Folchetto, Guglielmo del Balzo principe d' Grange ed 
alcuni altri , recavasi a Eoma a denunciare. Rai- 
mondo VI, ed ottennere l'assenso di predicare la 

E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 25 



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386 

crociata contro di lui. Univasi a questi eziandio Per- 
digone, trovatore di grido, che fu attivissimo coo- 
peratore delle stragi di Béziers, e combattè prode- 
mente nella battaglia di Mureto, ove fu ucciso Pietro 
re d'Aragona, eh' era stato il suo amico e il suo pro- 
teg^tore. Perdigone fu il solo trovatore , da Pol- 
chetto in fuori, che parteggiasse in quella nefanda, 
guerra per Roma ; ma caduto in ira di tutti, cacciato 
da ogni consorzio, maledetto perfino da' suoi, chiuse 
fra la universale esecrazione i suoi giorni. 

Rifugge ogni animo onesto dal tener dietro alle 
bieche opere e alle atrocità senza esempio, onde mac- 
chiossi nelle persecuzioni contro gl'infelici Albigesì 
il vescovo di Tolosa : nell' esterminio dei quali pa- 
reggiò la ferocia di S. Domenico che gli era amico, e 
con cui venne in Genova e a Roma per ottenere la 
fondazione dell' ordine dei Padri Predicatori : quel 
S. Domenico che 

si mosse 

Quasi torrente eh* alta rena preme, 

E negli sterpi eretici percosse 
L'impeto suo più yivamente quivi 
Dove le resistenze eran più grosse. 

{Farad, Cant. XII). 

Tolgo da una cronaca provenzale di quell'età al- 
cuni brani che mostrano con quale efferrato animo 
intendesse Folchetto a conquidere i suoi nemici. Com- 
mosso il pontefice dalle atrocità perpetrate da' suoi , 
concesse a Raimondo VI la facoltà di difendersi col 
suo giuramento dall' accusa d' eresia innanzi a un 
concilio che era stato inditto a San Gilles. Senonchè 
il maledetto vescovo di Tolosa, scrive lo storico pro- 
venzale , sempre inteso ai danni del suo signore, in- 
dusse il nuovo legato, cioè il genovese canonico Teo- 



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387 

disio , a non accettare il suo giuramento e a ribadir 
sul suo capo un nuovo e più fièro anatema (1210). 
Ciononostante Eaimondo nella seguente primavera 
con deplorevole condiscendenza accolse Folchetto in 
Tolosa, contro cui stava per muovere il conte di 
Monforte , che allora cingea d' assedio Lavaur. Fol- 
chetto entrato appena in città, v'accese la guerra 
civile, raccogliendo una banda eh' ei chiamò Confra-^ 
ternita bianca nello scopo di perseguitare gli eretici 
ed i giudei, la quale giunse a tal eccesso di ferità, 
da porre a ruba ed atterrare le case de' cittadini. A 
raffrenarne gli eccessi fu mestieri che altra banda 
s' armasse , detta la Confraternita nera , la quale 
venne più fiate alle mani con la prima, ed il sangue 
corse a torreAti. La cacciata di Folchetto dalla città 
tornò in tranquillo le cose. 

Vinta la terribile giornata di Mureto, Folchetto 
entrò in Tolosa a capo del clero. Posto tra i vinci- 
tori il partito di distruggere la città col ferro e col 
fuoco, ei fu tra coloro che parteggiavano pel suo com- 
pleto sterminio: e sarebbe questa sentenza prevalsa, 
se non l'avesse osteggiata Tistesso Monforte, che 
agognava d' aver Tolosa a sue mani e d' esseme con- 
fermato a signore. Nondimeno l'infelice città ebbe a 
patire strazi incredibili. 

Intanto raccoglievàsi in Eoma il concilio eucome- 
nico (11 novembre 1215), a cui intervennero il conte 
di Tolosa Eaimondo VI col proprio figliuolo sui quin- 
dici anni d' età , reduce dalla corte del re d' Inghil- 
terra , suo zio, a cui il padre avealo mandato per sot- 
trarlo a quella tempesta: il conte di Foix, Arnaldo 
di Villemur, Raimondo di Roque fenile, il conte di 
Commingens , e altri baroni di Guascogna e di Setti- 
mania , i quali sollecitavano d' essere reintegrati dei 



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388 

loro domini, che Simone di Monforte aveva usurpati. 
Assisteveno al concilio ben mille ducente prelati trat- 
tivi da ogni parte della cristianità: e fra questi i 
patriarchi latini di Costantinopoli e di Gerusalemme, 
non che quei vescovi che aveano investito il Mon- 
forte dei beni dei spodestati signori. Il medio evo non 
vide concilio più solenne di questo. Il grido di tante 
-migliaja di vittime e quella immane ecatombe di 
sangue avea sforzato il pontefice a cercare nell'as- 
senso della cristianità la propria discolpa. JSi volle 
rendere l'intero orbe cattolico solidario di que' mi- 
sfatti. 

Baccoltosi in Laterano quell'immenso consesso di 
prelati e di principi, si levò primo a parlare il conte 
di Foix, giustificando i suoi portamenti .e dimostrando 
non aver egli mai patteggiato cogli eresiarchi; aver 
bensì ceduto spontaneo ai messaggi di Roma il suo 
-<ìastello di Foix, munitissimo arnese e provveduto 
d' ogni difesa , talché forza alcuna non sarebbe stata 
-valevole ad espugnarlo. E ne chiedeva la debita resti- 
tuzione. H cardinale legato raffermava le parole del 
conte, e apertamente mostrava doversi ritornare a sue 
mani la rocca ceduta. M^^ sorse allora acerbamente 
ad accug^rlo Folchetto, dicendo — Voi udiste, o signori, 
le parole del conte, onde tenta suadervi essersi egli 
tenuto mondo da ogni eresia; io per l'opposto v'af- 
fermo , che appunto nelle sue terre* 1' eretica pravità 
mise le sue più profonde radici , e che il suo con- 
tado ribboccava de' nostri nemici da lui protetti e te- 
nuti al suo fianco. La rocca di Mont-Ségur fu di suo 
pieno consentimento messa in assetto di guerra in 
loro difesa; la sorella di lui, volte le spalle alla Fede, 
abbracciò le perverse dottrine, e nei tre anni da lei 
vissuti in Pamiers ebbe molti seguitatori ed amici. E 



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389 

sappi ancora , o Pontefice, che i pellegrini e i crociati, 
i quali in servizio di Dio davano la caccia agli ere- 
tici e agli esuli, furono dal conte trucidati e fatti a 
brani per modo che Tossa loro ammontichiaronsi nei 

campi presso Montjoie Felici almeno coloro 

eh' egli ha d' un tratto squartati ! Ma quei che fu- 
rono da lui perseguitati, mutilati, acciecati, a' quali 
è disdetto muovere un passo senza chi li sorregga 
e conduca per mano, veggonsi ancora oggidì alle 
porte della citta, maledicendo a chi li ridusse a tale. 
Colui che fu il movitore e V autore di tante stragi e 
martiri, è indegno di posseder terre e castella. — 

A sua volta levossi impetuoso a difendersi il conte 
con assai lunga concione , finché scendendo a parlar 
di Folchetto — questo vescovo , disse , che sì fiera- 
mente m'accusa, fu quei che tradì noi tutti e Dia 
stesso. Imperocché per le sue bugiarde canzoni, per 
i molli suoi versi , pe' suoi scaltri procedimenti , per 
la liberalità nostra, onde potè farsi giullare, pel suo 
periglioso sapere, ebbe modo di levarsi tanto alto, che 
ninno s' attenta a combatterlo. S' egli fu per poco mo- 
naco e abbate , il chiostro gli parve si tetra prigione, 
che non ebbe requie né pace, finché non ne uscisse. 
Fatto vescovo di Tolosa; si propagò a breve andare 
in tutta quella regione tal fiamma, che non vi é acqua 
capace di estinguerla,. Già meglio di dieci mila per- 
sone tra grandi e piccole, han perduto per lui la 
vita, l'anima e il corpo; e in verità io vi dico, che 
r opere sue , le sue parole , i suoi portamenti lo de- 
signano piuttosto per T antecristo, che per legato e 
messaggiero di Roma. — 

Le parole del conte veniano rincalzate dall'arci- 
vescovo di Lione , il quale esponeva essere Folchetto 
colui che facea vivere nell'angoscia meglio di cinque- 



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390 

cento mila uomini, straziati nell' anima e sangiùnenti 
nel corpo. Queste atroci pitture scossero parecchi dei 
più umani prelati, e la bilancia si sarebbe piegata 
in favore del conte e degli altri baroni, se il vescovo 
di Tolosa non avesse con fiilminea eloquenza costretto 
il più de' congregati e V istesso pontefice a confermar 
la sentenza de' suoi legati , i quali aveano spogliato 
il conte e gli altri signori delle lor terre per infeu- 
darle al Monforte. 

Così Folchetto, leggiadro e gentil trovatore dap- 
prima, festeggiato alle corti di Provenza, di Tolosa, 
di Monpellierì e d'Aragona, amante di Adelasia, dì 
Laura di S. Giorlano e di Eudosia, copri d'obbro- 
brio il suo nome, facendosi persecutor dì coloro che 
lo aveano beneficato, e rendendosi complice dell'inìquo 
Monforte. I suoi allori stillano sangue : ma la sua 
memoria vivrà, nella sua infamia, immortale. 



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CAPO XX. 
SORDELLO 



SOMMARIO. 

Bordello e sue prime avventure — Suoi amori con Cunizza — 
Cacciato da Ezzellino ripara in Provenza — Corre le corti 
e ne amoreggia le dame — Parte per V impresa di Napoli, 
ma cade infermo a Novara — Cobbola di Carlo d*Angiò — 
Dubbiezze sulla fine di lui — Sue poesie — Il compianto in 
morte di Sir Blancasso — Il Sordello di Dante è quel della 
storia ? 



Se ninna altra notizia intorno a Sordello fosse a 
noi pervenuta che il meraviglioso episodio della Divina 
Commedia, basterebbe sol questo a designarlo come 
uomo eminente: dacché Dante non potendo di pre- 
senza averlo conosciuto (toccava appena i sedici anni 
d' età quando il trovatore mantovano moriva), fonda il 
proprio giudizio sull* altissima fama che correva di 
lui. La quale andò, come suole, in processo di tempo 
adulterandosi con innesti di favole e di strani rac- 
conti raccolti dall' Aliprandi, dal Platina e sfatati dal 
Tiraboschi. 



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392 

Nacque sui primordi del secolo XII presso Coito su 
quel dì Mantova da nobile stirpe, ma di ristrette for- 
tune, e die opera alacre agli studi. Poetà—in-liftgua 
i\^RXiB^'^ùYenzaì^^4f;à;mese : talché al pari d' Ennio 
avrebbe potuto vantarsi di possedere tre anime. La- 
sciò ben presto la casa paterna per darsi alla vita 
avventurosa dei trovatori, visitando le castella dei 
diversi signori, poeta a un tempo e cavaliere. Bel- 
lissimo della persona, dotata di voce incantevole, 
ogni corte apprestavagli graziose accoglienze. Il Pla- 
tina l'afferma di statura media, saldo alle fatiche, di 
ardente e voluttuosa indole, e tale che mai non ri- 
fiutava una sfida, e benché venisse ogni giorno alle 
mani co' più valenti guerrieri , pur n' usciva ognor 
vincitore, mandando i suoi prigionieri in dono ai vari 
monarchi d'Europa. Questo scrittore, di ciò non pago, 
aduna sul capo di Bordello tante particolarità ro- 
manzesche, quante la fantasia più sbrigliata può rac- 
cozzare. Con più aspetto di vero di lui scrisse il Fre- 
goso: « In variis exterisque regionibus de tribus ac 
» viginti equitibus, fortissimis viris, cum singulari 
» certamine cum eis dimicasset, victoriam retuUsse 
» inventus est. In his maxime eius enituit virtus, 
» cum in Parisiorum urbe, uno die, cum tribus, vi- 
» delicet lachelino, Leopardoque britannis, demunque 
» cum Frassato burgundione pugnavit. Tanto enim 
» animi ac corporis robore.Asellium, Torquatum, Cor- 
» vinum, atque quemcumque civem romanum supe- 
» ravit, quanto unitas trium viginti numero minor 
A> est, et triplicis certaminis perpessus, uno die la- 
» borem, unius tantum certaminis laudem debet an- 
> teire». A sua voltar il Volterrano l'esalta: anzi fa 
di lui un principe fondatore della dinastia dei duchi 
di Mantova. Certo é che gran cose di lui si narra- 




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393 

vano: atti magnanimi, eroiche imprese. Ninno potea 
contrastargli la palma del canto: ninn misurarsi in 
campo chiuso con lui ; talché senza Y opera del suo 
braccio non era dato vincere una battaglia, né senza 
il suo senno suggellare un trattato d'alleanza o di 
pace. Ricco di queste doti non è meraviglia s'egli 
acquistasse l'aiùore delle più nobili dame, e non vi 
fosse principessa in Europa capace a resistere alle 
potenti sue seduzioni. 

Giovanissimo ancora, lo troviamo in corte del pa- 
triarca d' Aquileja, da cui passò in quella di Riccardo 
conte di S. Bonifacio. Era allor TltaUa superiore in 
preda agli orrori della guerra che Federigo II avea 
mossa ai comuni lombardi: guerra fatta più mici- 
diale dai discordi umori che serpeggiavano fra gli uo- 
mini di una. stessa città, e talora d'una stessa fami- 
glia. Verona n' era in singoiar modo agitata. A capo 
de' Guelfi stava appunto il conte di S. Bonifacio, al 
quale i Ghibellini opponeano Ezzellino da Romano, 
il cui nome doveva più tardi suonare spaventoso in 
Italia. Correndo il 1221 Fra Giovanni da Vicenza 
intimava sulla pianura di Paquara la sospensione del- . 
l'armi, talché le ire partigiane ebbero un istante di 
tregua; e a renderla vie più durevole fermossi un. 
ti'attato d' alleanza fra Ezzellino e il conte di S. Bo-. 
nifàcio, trattato che a breve andare rassodavasi colle 
nozze di Silia di lui sorella con Ezzellino: il quale 
a sua volta impalmava Cunizza al conte Riccardo. 

Cunizza, che i chiosatori di Dante esaltano per 
r avvenenza della persona e infamano per i suoi rotti 
costumi, fu il primo amor di Bordello. Quai ragioni 
abbiano mosso il poèta che ponea Francesca nell' In- 
ferno ad assegnare un seggio a Cunizza tra le anime 
beate nel pianeta di Venere, difficile il dire. Un tal 



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394 

nodo intende per altro sgroppare Giuseppe Ferrari 
scrivendo, che la signora di S. Bonifacio — era stata 
la sola persona impunemente pietosa nelle vie di Ve- 
rona e di Padova, quando i Guelfi periano a migliaia 
sotto il ferro d*Ezzellino; sola averli soccorsi, visi- 
tati nelle loro orribili carceri ; e quando V intera fa- 
miglia dei Romano veniva pubblicamente trucidata per 
decreto del popolo, quando gl'istessi Bolognesi della 
crociata guelfa non potevano salvare il loro concitta- 
dino podestà di Treviso, perchè ministro d'Alberico da 
Romano, Cunizza sopravviveva rispettata a Verona, e 
tutto le si perdonava perchè molto aveva amato. — 
Aggiungerò che correndo il 1265 Cunizza pose 
in libertà tutti i servi e gli uomini di masnada 
che già appartenevano agli Ezzellini, e questo atto 
d' affrancamento dalla servitù della gleba, imitato pochi 
anni appresso dai Fiorentini, non senza una qualche 
partecipazione della stessa Cunizza, fu quello che forse 
meritavale d'essere indiata dall' Alighieri. Comunque 
sia, lieta e gioiosa vita trasse Bordello presso l'a- 
mata donna, finché durò il silenzio delle armi; ma 
accesasi un' altra volta la guerra, Ezzellino sia che 
vedesse a malincuore la propria sorella a mani del 
suo nemico, ovvero intendesse stampargli in fronte 
un' ingiuria atrocissima, divisò rapirgli Cunizza e ri- 
condurla alle case paterne. Bordello infatti invola- 
vala, non senza grave taccia d' avere empiamente tra- 
dito il suo benefattore ed amico. Senonchè il grido 
che ovunque correva de' suoi amori con essa, costrin- 
sero il truce Ezzellino a cacciarlo dalla sua corte. 
Del che ben presto i due amanti ebbero modo di con- 
solarsi; l'uno correndo le signorili castella e amoreg- 
giandone le dame ; l' altra facendosi un' altra volta 
rapire da un cavaliere Bonio da Treviso, con cui, 



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395 

scrìve Kolandino nella saa cronaca, visitò molti luoghi 
d' Italia in folli gioie e in più folli dispendi. 

Bordello allor trasse nel Cenedese al castello degli 
Estrac, (1) come vien riferito nelle antiche vite dei 
Trovatori, presso Enrico, Guglielmo e Valpertino che 
n' erano i possessori ; ma avendo ivi sedotta Otta loro 
sorella, gli fu mestieri causarne il furore e ricove- 
rarsi presso il signor di Provenza. La corte del quale 
era allora in voce delle più splendide e pregiate di 
Europa: dacché ogni trovatore e cavaliere vi venia 
gentilmente ospitato, né mai dipartivasi senza doni 
lautissimi, da quel Romeo in fiiori che Dante eternava. 
Era allor la contea pervenuta per la morte di Rai- 
mondo III in sua figlia Beatrice, moglie di Carlo 
d'Angiò, la quale accolse in un col marito a grande 
onore Bordello, e divenne oggetto degli amorosi suoi 
canti. Ei n' ebbe, dicesi, in dono un castello e una dama. 

Intanto la voce che destava da un capo all' altro 
l'Europa a liberar Terrasanta dalle oppressure degli 
infedeli faceasi sentire ; tacquero a un tratto le gaie 
canzoni; s'interruppero feste e conviti, e Carlo col 
fiore de' suoi baroni seguì il fratello S. Luigi in 
oriente (1248). Sordello, qualunque ne sia la cagione, 
non fu tra i crociati, giacché in quel tempo lo tro- 
viamo in corte di diversi signori ne' Pirenei, e de' 
principi di Spagna, il re Leone di Castiglia e quel 
di Aragona ed altrove, correndo una vita d' avven- 
ture e d' amori che ad ogni pie sospinto soleva va- 
riare. E forse a questi subiti suoi mutamenti alludeva 
Granet, cavaliere e trovatore a' suoi di lodatissimo, al- 
lorché in un suo sirventese esortavalo, come pegno 
di stabilità, a farsi radere il capo; il che, diceva, me- 
glio di cento altri cavalieri aveano fatto in omaggio 
alla contessa di Rodi. 



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Ei per altro alcuni anni appresso segui TAngioino, 
quando questi si mosse al conquisto del regno di Na- 
poli; ma colpito da grave morbo in Novara, non gli 
venne fatto di proseguire T impresa. Di questa disa- 
ventura resta un autorevole documento in una lettera 
indirizzata nel 1266 dal pontefice Clemente IV a 
Carlo d' Angiò, nella quale gli rinfaccia acremente il 
modo indegno e crudele, ond' ei trattava le sue mi- 
lizie, lasciandole perire di stenti e di fame. « Ecco, 
scrive il pontefice, perchè tu sei detto inumano e in- 
capace di sentire amistà : e persuasi van molti che 
tu veramente sii tale. Direbbesi che tu comprasti a 
moneta quasi schiavi i tuoi Provenzali, che opprimi 
d' insopportabili pesi, e a' quali, benché a te fedelis- 
simi, ricusi il pattuito soldo, perchè molti si muoion 
di fame. Altri, a grave tuo scorno e a disdoro della 
lor nobiltà, son costretti a mendicare un giaciglio ne- 
gli ospizi de' poveri. Ai più non è consentito seguirti 
che a* piedi. Il figliuolo dell' illustre Giordano dell* Isle 
geme prigione a Milano ; Bordello tuo cavaliere langue 
in Novara, quel Bordello che per i suoi meriti e a 
più forte ragione pe'suoi servigi dovrebbe essere da 
te sovvenuto ». Questa lettera fa aperta testimonianza 
in quale alta estimazione fosse tenuto Bordello, dacché 
la sua sorte commiserava V istesso pontefice. 

A queste fiere distrette della sua vita si riferi- 
scono alcuni versi, che a saggio del suo poetare qui 
reco. 

Sotz hom me van digen en està maladia 
Que s' ieu mi conortes que gran ben m' o faria ; 
Ben sai qu' il dison ver, mas cam far V o poria ? 
Hom q' es paubre d'aver et es malat tot dia, 
Et es mal de seignor e d' amor e d' amia, 
Fos qui m* o 1' ensignes, ben me conortaria ! 



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397 

Questi versi fatti noti all'Angioino provocarono una 
sua cobbDla, nella quale rovescia sovra Bordello la colpa 
d'ogni sua disaventura. — Bordello, essa dice, parla 
jnale di me e noi dovria, avendolo io sempre tenuto 
caro e in onore. Gli diedi forno, molino e altri beni, 
<;on una donna quale egli disiava; ma e' s'è ingiusto^ 
noioso e folle. Se gli venisse concesso un contado, 
non saria pun|^ riconoscente. — Questi versi asperi 
come r indole di chi li dettava, non ponno smentire 
le accuse lanciategli da Clemente IV nella lettera da 
noi più sopra allegata. 

Da questo punto nulla più c'è dato sapere con 
certezza di lui. Si parlò d' una sua canzone sui Ve- 
spri siciliani, a noi non pervenuta : il che ci porte- 
rebbe a ritenerlo ancor vivo nel 1282 ; altri, come 
Benvenuto da Imola, lo fa morire assai prima per 
opera del feroce Ezzellino. In tanto buio che ne cir- 
conda la fine, una sola cosa è credibile : che , cioè , 
avendogli Dante assegnato nel Purgatorio il luogo 
* in cui stan l' ombre di coloro che furono spenti di 
morte violenta, o subitanea, dovrebbe ritenersi eh' ei 
fosse perito per altrui mano o d' altra morte im- 
provvisa. 

Dovendo ora trattar di lui come poeta all'età sua 
famosissimo, siamo anzitutto costretti a dolerci che i 
suoi componimenti in lingua italiana sieno andati 
smarriti, di guisa che senza il testimonio dell'Ali- 
ghièri, neppur la memoria di questi sarebbe a noi per- 
venuta. Nel suo trattato del Volgare Eloquio egli 
celebra Bordello come uomo di meravigliosa eloquenza, 
e come uno dei fondatori della lingua nazionale ita- 
liana, — perchè, cosi il Foscolo, né scrivendo, né 
parlando non impiegò mai il suo nativo dialetto man- 
tovano, ma studiò attentamente i vari dialetti di Ve- 



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398 

rona, di Cremona e di Brescia e di altre città, di 
quella parte d'Italia, e scelse le parole più addatte a 
formare una lingua, gli elementi della quale, benché 
derivati dalla lingua volgare, pure combinati con ele- 
ganza e armonia, formavano uno stile meno plebeo e 
più addattato alla poesia e alla eloquenza. — Seb- 
bene egli siasi esercitato eziandio a trovare nella 
lingua à'oil o francese, come quella qhe al dire di 
Brunetto Latini è più dilettevole e più accetta di tutti 
gli altri linguaggi, noi non possiam dire che de' suoi 
scritti in lingua à'oco o provenzale, de' quali ci resta 
ancora una trentina a un dipresso, parte erotici e 
parte satirici. E quanto ai primi dobbiam confessare 
che r indole de' suoi versi non si diparte gran che 
dalle idee convenzionali e generiche che costituiscono 
r essenza della poesia provenzale, la quale se a un 
tratto ti appaga, a breve andare per altro ti aduggia 
con la stucchevole monotonia e aridità de' suoi modi. 
I bagliori della cavalleria e della amabilità e genti- 
lezza non fanno in lui certamente difetto, ma invano 
vi cercheresti impronte e fattezze sue proprie, a tale 
che tu non sai quale tra le sue canzoni sia stata 
ispirata o da Cunizza o da Beatrice o dalla contessa di 
Eodi d'altra tra le infinite sue amanti. Ciò mi 
rende alquanto perplesso nel riferire qualche suo verso 
d'amore; mi restringo alle strofe d' una poesia che ha per 
ritornello i versi seguenti. — Ohimè ! A che mi ser- 
vono gli occhi, se essi non mi rappresentano l'og- 
getto che io voglio ? Sebbene il mio amore mi crucci 
e mi tragga a morte, io già non men dolgo: poiché 
io muoio per la più adorabile fra tutte le donne, e 
prendo il male per bene. Ch' ella soltanto mi assenta 
di sperare qualche mercé, e per grave che sia il dolor 
che m' accora, essa Tion udrà un lagno da me. Ohimè ! 



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399 

A che mi servono gli occhi, se essi non mi rappre- 
sentano l'oggetto ch'io voglio I — 

Improntati di maggior pregio e novità ci si mo- 

• strano i suoi sirventesi o composizioni satiriche volte 
per lo più contro i grandi dell* età sua. Notissima 
allora andò la canzone per la pace tra il conte di 
Tolosa e re Luigi IX; più celebre ancóra un'altra, 
in cui piglia a verberare i costumi de' suoi tempi. 
Fra i suoi canti un ne occorre contro il trovatore 
Pietro Bermont di Eicas Novas, il quale alle molte 
ingiurie lanciate contro Bordello aggiunge quella ezian- 
dio di giullare. Il fiero italiano dopo averlo ad usura 
pagato de* sfregi recatigli — a torto, esclama, ei mi 
dice giullare ; giullare è colui che accompagna taluno ; 
io per contro altri traggo con me; nulla io ricevo, 
ma dono, dove invece il giullare nulla dona, ma tutto 
riceve; ciò ch'egli possiede, l'ha dalla altrui com- 

.miserazione : io non accetto cosa ond' abbia ad arros- 
sire, vivo del mio, ricusando* quanto possa avere 
aspetto di salario o di mancia, e nulla accettando che 
come pegno amichevole. — Queste parole ci mostrano 
ciò che d'altronde troviam confermato dalle memorie 
d'allora: che, cioè, Bordello tenea vita e portamenti 
di cavaliere : e che il titolo dì trovatore eragli un 
fregio novello che avea comune con altri gentiluomini 
della Provenza. 

Fra tutti i suoi sirventesi meritamente primeggia 
per leggiadria di forma e originalità di concetto il 
Compianto in morte di sir Blacasso, a lui legato di 
profonda amicizia. Ma non è agevol comprendere l' e- 
legia del trovatore, senza aver prima contezza del- 
l'uomo che l'ispirava. H barone. di Blacasso è il tip^ 
delle virtù cavalleresche quali allor costumavansi. 
Egli, scrive un suo biografo, si piacque a donare, a 



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400 

donneare, a guerreggiare; tenne gran corte e vita 
larga, indisse feste e conviti ed ogni altra cosa onde 
r uom nobile avanza in pregio e in valore. Altri non 
v'ebbe mai che più amasse a ricevere ch'egli a do- 
nare. Ei proteggitor dei reietti, difensor degli inermi ; 
quanto più crebbe negli anni, più crebbe in larghezza, 
in cortesia, in armi, in valore, in onore e in dovizie. 
Più i suoi amici l'amarono, e più lo temettero i 
suoi nemici, e n'avvantaggiò più sempre a dismi- 
sura il suo senno, la sua valentia, la sua gentilezza. 
Tale era 1* uomo che piansero estinto i trovatori Ber- 
trando d'Alamanone e Pier Kaimondo di No^jes, e 
di cui piacque a Bordello eternar la memoria, non con 
le vacue lamentazioni ch'erano proprie dei cantori 
occitanici, ma con una poesia robusta e originale, che 
esaltava l'amico pur mentre lanciava dardi e saette 
contro i principi de' tempi suoi, cioè Federico II im- 
peratore, Luigi IX re di Francia, Enrico IH re di ^ 
Inghilterra, Ferdinando III re di Castiglia, Gia- 
como I re d'Aragona, Tibaldo conte di Sciampagna 
e re di Navarra, Eaimondo VII conte di Tolosa e 
Raimondo Berlinghieri V, che fu l'ultimo conte dì 
Provenza della casa di Barcellona. Nello intento di 
infondere in essi quelle doti e quelle virtù di cui pa- 
tiano difetto, ei vuol dividere fra di loro il xjuor ge- 
neroso di Blacasso, e darne a ciascuno una parte per 
cibo. 

Ecco un tal sirventese da me volto in versi ita- 
liani, desideroso che questa, detta a ragione la più 
bella lirica del Parnaso occitanico, non appaia troppo 
da meno nella mia versione: 



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401 

Pianger vo* Ser Blacasso 
In questo suon leggero, 
Col cuor smarrito e lasso, 
E n' ho ben donde invero : 

Ch'aggio perduto in lui 
Il buon amico e il donno: 
E i. valenti atti sui 
Più rifiorir non ponno. 

^ grave è il danno e amaro, 
Che già m' assai timore 
Nullo vi sia riparo, 
S*iiom non gli tragga il cuore, 
* Onde i Baron ne mangino 

Or discorati e lenti, ' 
E virtù in esso attingano 
Per rivenir valenti. 

E pria ne mangi il tardo 
Imperator di Roma 
Che al popolo lombardo" 
Tenta afferrar la chioma: 

Ma a spregio il tien Milano 
Qual se conquiso V abbia : - 
Si eh* ei s* affida invano 
Nella tedesca rabbia. 

Ne mangi il re francese 
E forte in questo aiuto 
Ricorrerà il paese 
Ch* ha per viltà perduto ; 

Ma se in sua madre affidasi. 
Non mangi, no! Da savi 
Non è por mano ad opera 
Che di soverchio il gravi! 

Piacemi ancor ne mangi 
Chi di Britannia ha il regno: 
Acciò di vii si cangi 
In re valente e degno. 

E riavrà la terra. 
Segno di mille offese, 
Che gli ritolse in guerra 
Il regnator francese. 

E. Celesia, Storia della Letterat. in Italia 23 



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402 



£ di Castiglia il principe 
Per due ne mangi ancora, 
Che due reami ei domina 
£ troppo un eoi gli fora. 

Ma occulti modi elegga 
Se a manicar si pone: 
Che ove sua madre il vegga 
Adoprerà il bastone. 

Il prence d' Aragona 
Ne mangi e sperda il grido 
Onde Milhaud risuona 
£ di Marsiglia il lido; 

Frenare i gravi oltraggi 
Non può altrimenti. E voglio 
Ch' appresso a lor n' assaggi 
Chi di Navarra ha il soglio, 

£ più valea da conte 
Che non da re, com'odo. 
Trist'è che Dio la fonte 
Apra dell* oro e il modo 

Porga a salir sublime 
A chi di cuore orbato,- 
Cadrà dall' alte cime 
In umiltà di stato. 

£ di Tolosa è debito 
Ne mangi il conte assai: 
Se quel ch*ei fu, rammemora, 
£ a che ridotto è omai; 

Che se da un cuor più esperto 
Non gli rivien virtude, 
Non gli verrà per certo 
Da quel che in sen racchiude. 

£ di Provenza io bramo 
Se ne satolli il conto ; 
Che chi d' averi è gramo 
Vive tra sfregi ed onte, 

E nulla vai. S' ei pavé, 
E da ogni schermo abborre. 
Pel fascio ond' ei va grave, 
Gustar del cuor gli occorre. 



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4C3 

Se mal del mio racconto 
A me i Baron sapranno» 
Farò di lor quel conto 
Ch* essi di me pur fanno. 

Mio bel Ristoro, ov'io 
Trovassi in voi mercede, 
Metterò a danno mio 
Chi in me non pon sua fede. 

Questo canto che accoppia si finamente il lamento 
alla satira, levò fama grandissima e trovò imitatori 
non pochi. Dante stesso pare l'abbia avuto presente 
in quel passo della sua Vùa Nova, ove dipinge 
amore che pasce Beatrice del cuor del poeta: 

. . .... d*esto core ardente 

Lei paventosa umilmente pascea. 

La leggenda del cuore mangiato che ispirò al Boc- 
caccio la novella 9.* della 4.* giornata e la 52.* del 
Novellino , fu assai popolare nei trovatori provenzali, 
leggendo in essi che Guglielmo di Cabestaing venne 
ucciso da Raimondo di Eossillion e il suo cuore dato 
in cibo alla moglie: comunissìma del pari nella 
Francia settentrionale e perfino in Germania, che 
r attribuisce al cavaliere di Brennberger, il cui cuore, 
fatto pria cuocere, è mandato dal marito per pasto 
alla dama. 

A buon dritto adunque il nome del trovatore ita- 
liano primeggiò allora su tutti; a lui s'inchinarono 
riverenti i migliori: lui scelsero a giudice dell'opere 
loro, testimone quel sir Americo da Peguillano.. che 
mandandogli un suo Facolello, scriveva: 

Messaggier, porta mon flabel 
En la marca lai a 'N Sordel 
Qu' en faza juzamen novel 
Leial, aissi com s'es usatz, 
Sique *n sia desencolpatz. 



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404 

Ed ora mi sia lecito muovere an passo più innanzi, 
senza cui il nostro tema dal lato critico e storico non 
sarebbe interamente esaurito. 

H Bordello, qual Dante ce lo dipinge, cioè Y anima 
altera e disdegnosa, che somiglia a leon quando si 
posa, e che abbracciando Virgilio rompe in quelli ar- 
denti sensi che tutti conoscono : questo Bordello, vero 
esempio di carità cittadina, è egli il Bordello della 
storia qual noi lo vedemmo, e quale le concordi testi- 
monianze di tutti i commentatori il chiariscono? È 
egli il rapitor di Cunizza , il seduttore di tutte le 
dame, Tuom de* facili amori, il misleal traditore del 
conte di S. Bonifacio? L'autore della storia lette- 
raria di Francia, Emeric David, si fa carico di tali 
domande, e risponde che il Bordello della Divina 
Commedia non è altrimenti Bordello il Trovatore, sì 
il podestà di Mantova, e crede averne piena confer- 
mazione in que' versi : 

gloria de* Latin .... per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra, 
pregio eterno del luogo, ond' io fui, 

Qual merito o qual grazia mi ti mosfcra? 

da quali versi s' evince, egli dice , \ ammirazione di 
Dante pel podestà scrittore latino , non già pel cantor 
provenzale. 

Non basta; un altro francese assai benemerito delle 
storie italiane, il Fauriel, scrive: qual fu T intento di 
Dante nel pennelleggiare T immagine del trovator 
mantovano? Quello forse di richiamarne la storica esi- 
stenza? Ciò non è a credersi, dacché in questa pit- 
tura non troviam tratto alcuno che consuoni a quanto 
di lui vien narrato. Il Bordello di Dante non è quel 
della storia. Forse egli ha voluto in questo suo per- 



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405 

soiiaggìo incarnare V ideale del vero italiano, anzi del 
ghibellino che non perdona a Rodolfo d' Asburgo T aver 
negletto le cose d'Italia. Ma se ciò fosse, perchè as- 
segnare il nome di Bordello a questo suo tipo di ca- 
rità "patria? Era egli ciò conveniente? Ora essendo 
impossibile che Dante abbia ciò fatto senza una ra- 
gione qualsiasi, noi doljbiam credere che la ragion 
véra sia forse celata in qualche sconosciuto avveni- 
mento della vita del trovatore. Ad ogni modo questo 
brano dantesco « est une nouvelle preuve du peu de 
» respect de Dante pour les fails, et de son invin- 
» cible penchant à n'en faire que des cadres, ou des 
» espèces de supports pour ses idées et ses fan- 
» taisies ». 

Ecco adunque col David una questione di interpre- 
tazione e col Fauriél un'accusa. Vediamo di sgrop- 
pare tai nodi. Che nel Bordello di Dante abbiasi a 
ravvisare il podestà, anziché il trovatore, non panni 
cosa che il savio discorso. della ragione possa accet- 
tare. La fama che correa di Sordello, Tessere egli 
detto da Dante, come abbiam visto — tantus elo- 
quentiae mr — V aver egli coltivato eziandio la lingua 
latina per modo che Benvenuto da Imola il fa autore 
di un Thesaurus thesaurorum, il cui testo si coii- 
serva nell'Ambrosiana di Milano, tutto ci induce a 
credere che Dante parlasse di lui, come quegli che 
dovea certamente amar Virgilio di ben più vivo 
amore che non il pressoché ignoto podestà mantovano. 
É chi può accertare che \ Alighieri tratteggiasse 
Sordello con colori che non rispondono al vero? An- 
che Ctmizza, la dissoluta Cunizza, la magna Twere- 
trix à^ì chiosatori, é da lui posta assai più in su 
di Sordello, cioè ne* beati cori del Paradiso; ma 
essa, lasciando anche in disparte le ragioni dal Fer- 



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406 

rari allegate, era sorella del più acerbo nemico che 
avessero i Guelfi. Troppo poco conosciam di<;Sordello 
per poter dire, a tanto intervallo di tempo," che in 
lui venne falsata la verità della storia. Ciò che ci 
resta di lui, le sue avventure, i suoi amori erano 
cose proprie di quell'età, né dobbiamo meravigliarne 
gran fatto. D'altronde il già memorato Benvenuto 
cel dice nobilis et prudens miles et curialis: uno 
scrittore provenzale Y appella gentil cattano: uomo 
studioso lo predica il Nostradamus, e gran ricerca- 
tore di sapere tutte le cose, si com^^ eh' altro sia 
stato della nazione, sia in dottrina, come di buon 
intendimento e d' eccellente consiglio ; ond' è che ben 
poteva a dovizia andar fornito di quelle doti onde 
lo privilegia il poeta, sebben di queste non ci sia 
giunta particolareggiata notizia. Infine, se cantò di 
amore, scrisse pure di più solenni argomenti; tale, 
oltre il già accennato Thesaurus, è il suo trattato 
in prosa provenzale — Ddli progressi ed acquisti 
fatti dai re d^ Aragona nella contea di Provenza — 
talché sembra non possano applicarsi altrui i versi 
dell'Alighieri, che tutti i commentatori han sempre 
riferiti a Bordello. 

Con ciò crediamo aver risposto anche al Fauriel 
che trova il Sordello della Divina Commedia cosi di- 
verso da quel degli storici. Senonchè egli stesso con- 
fessa che assai poco della di lui vita e' è noto, e che 
la ragione della pittura dantesca è forse celata in 
qualche avvenimento che fino a noi non pervenne. E 
in ciò consentiamo volentieri con lui. Ma quando egli 
aggiunge che questa è prova novella del poco os- 
sequio che Dante serba pei fatti , e che a nuli' altro 
egli intenda che a foggiar quadri e — des especes 
de supports — per adagiarvi le creazioni della sua 



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407 

fantasia, noi siam costretti a deplorare la levità con 
cui da' Francesi, eziandio dai migliori, si giudica un 
poeta, che tenne ognor fede alla più scrupolosa ve- 
rità storica, e che fu detto al pari di Omero: 

Primo pittor delle memorie antiche. 



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CAPO XXI. 
LA LINGUA D' OIL I TROVERI IN ITALIA 



SOMMARIO. 



Trovatori e Troveri — La litìguà d' oil — Quanto abbondi 
d'epopee 'e di romanzi — Troveri di maggior grido — I 
ininessingeri della Germania — La' lìngua ^oil nota in Italia 
neV secoli XII e XIII — Opere d'Italiani scritte in lingua 
francese — I poèmi italo-franchi del ciclo carolingio — In- 
fluenze troveriche nella Marca Trivigiana e in Toscana — 
Perchè non abbiano attecchito nell* Italia meridionale — 
Dante e Petrarca. 



Due lingue e due letterature vanta a buon dritto 
la Francia ; quella in lingua d' oco , in cui i trova- 
tori spiegavano le ridenti forme delle loro ^ canzoni 
amatorie, dei fieri lor sirventesi, delle poetiche loro 
tenzoni ; e la lingua d' oil o antica francese, che di- 
venne poi r unico idioma della nazione: lingua feu- 
dale assai più severa che la provenzale non fosse, 



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410 

Kngaa epica e propria dei troveri , dei romanzatori 
e dei leggendari cantori. Ai sirventesi , ai compianti, 
ai discordi, Alle tenzoni, ai lai dei trovatori rispon- 
dono i cantari di gesta, le albe, le pastorelle, i fa- 
volelli, i satirici apologhi, i romanzi dei troveri e 
giullari di Francia. Non assi infatti a confondere il 
troverò della Francia settentrionale col trovatore 
delle Provincie meridionali. Grave, severo il primo , 
affatto alieno dalle corti d' amore, raccoglie le tradi- 
zioni che corrono nel popolo, le aggroppa, le fonde 
in poemi, che poi dirà ne' baronali castelli, accen- 
dendo gli animi con la narrazione delle battaglie e 
r imprese dei paladini. Per Y opposto il trovatore 
ispirandosi al tripudio della natura che lo circonda, 
gaio e spensierato, temprerà il suo liuto agli accordi 
d'amore: canterà le belle castellane e i tornei; e se 
talora armerà di strali il suo sirventese, sarà per 
flagellare i vizi de' grandi o per piangere il sangui- 
noso spettacolo della sua patria venuta a mano de' 
suoi oppressori. Un trovatore del secolo XIII mostra 
esattamente il divario che corre fra queste due let- 
terature, scrivendo « la parladura francesca vai mais 
et es plus avinenz a far romanz et pasturellas: mas 
cella de Limosin vai mais per far vers et cansons et 
sirventes. » 

Fu scritto che la lingua provenzale può ritenersi 
come una specie di dialetto italiano ; altrettanto io 
direi della lingua d' oil con quella d* oco , stante lar 
grande afl^ità delle due parlature , come appare da 
un semplice saggio d' entrambe , eh' io tolgo , fra i 
molti che mi sarebbe focile addurre , da un noto ms. 
della biblioteca di Modena, che risale al decimo- 
secondo secolo. Comincio dal testo francese : 



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411 

Quant se rejouissent oisel 
Au doz tens quils voyent venir, 
Vi dos dames soz un chastel 
£n un prè florites coillir. 
La plus joenete se plaignoit , 
Et a sa compaigne disoit : 
Dame, cousau vos quier et pri 
De mon mari qui me mescroit, 
£t si n*i a encore de quoi , 
Q*onques d'amors n'ai* fors le cri. 
A tort soi d'amors blemée ; 
He Dex, si n'ai point d'ami! 

Ecco ora il testo provenzale, qual trovasi in di- 
verse raccolte: 

Can se reconian auzeus 
E lo tems comensa dossir , 
Vi dos damas sotz un chasteu, 
Floretes en un prie culhir* 
La plus jove si se planioyt, 
E soven à 1' autre dizoyt : 
Dama, cosselh vos quier, éus pri. 
De mari qui me mescroit: 
E si no i ac oncas nul droit, 
C'onque damier n'oy mas le crL 
A tort soy d'amor blasraei : 
Dieu, e non ay point d'ami. 

Cioè : quando s' allegrano gli augelli al dolce tempo 
ch'essi veggono venire, vidi due dame sotto un ca- 
stello cogliere fioretti in un prato. La più giovane 
doleasi e alla sua compagna diceva: dama, consiglio 
vi chieggo e prego: mio marito di me sospetta, e si 
non v' è ancora di che ; che unqua di amore non ho 
udito che il grido. A torto son d'amore biasimata; 
Dio, se non ho punto d'amico! 

La poesia in lingua d' oil cullata sotto un ciel più 
nebbioso che non era quel di Provenza, e avvezza al 



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412 

fremito delle battaglie, ritraea dalla razza celtica, in 
mezzo a cai viveva, fattezze più austere e saoni men 
dolci. Snrta o qaanto meno fatta nota assai più tardi 
della sua rivale, attese il destro opportuno di poter 
liberamente sbocciare. Il primo soggetto delle poesie 
de' troveri furono senza fallo le gesta 

De Carlemaine e* de BoHant 
Et d'Olivier e' dea vassals 
Ki moururant en Renchevals, 

e corsero a breve andare tutta Y Europa. Tibaldo 
principe di Champagne cantava in questa lingua i 
pregi di Bianca di Castiglia : e Eaoul de* Coucy vol- 
geva le sue note amorose all'infelice Gabriella di 
Vergy: loinvilb con mirabile semplicità narrava le 
virtù di Luigi IX. Le epopee singolarmente fiorivano, 
tanto quelle che appartengono al ciclo di San Graal, 
che a quello di Carlomagno. Ma le vere origini delle 
canzoni di gesta ànnonsi a ricercare nel campo d'Asting, 
(1066), quando presso a fulminare il nemico, il nor- 
manno Taillefer intuona la canzone d' Orlando, questo 
Achille de' bassi tempi, e lanciandosi nella mischia, 
cade da cento colpi trafitto. Se ne fa autore Thè- 
roulde che visse innanzi alla prima crociata. 

Mentre la letteratura occitanica non può gloriarsi che 
di pochi romanzi, cioè il Jaufré, la Flamenca ed anche, 
se vuoisi , il Oirardo di Roussillon (il Fauriel tiene 
che di cento e più altri siasi smarrito il testo ori- 
ginale) la letteratura francese ne va fornita a dovizia. 
Ciò viene anche testimoniato da Dante, che nel Vol- 
gare Eloquio ci lasciò scritto « AUegat ergo prò se 
lingua oil , quod propter sui faciliorem ac déìecta- 
biliorem vulgaritatem quìdquid redactum sive inven- 
tum est ad vulgare prosaicum , suum est; vidèlicet 



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413 

biblia cum Trojanonim Romanonimque gestibus com- 
pilata, et Arturi regis ambages pulcherimae, et quam 
plures aliae historiae ac doctrinae ». Èicorderemo 
fra questi romanzi quello di Berta e quel di Oggero 
il Danese, non che quel di Renaud di Montauban, 
' r epopea della Volpe e il favolello d' Aucassin e Ni- 
colette. Il romanzo Della Rosa che diede all' allegoria 
mistica il più completo svolgimento , chiude V epoca 
della poesia eroica. Guglielmo De Lorris e il suo 
continuatore Giovanni De Meung, T amico di Filippo 
il Bello, rivelano in essa uno spirito cinico e licen- 
zioso che nulla sa rispettare. Veggasi come il secondo 
d' essi ponga in dileggio T instituzione dei re ; 

Un gran vìlain entre eux elurent, 
Le plus corsu de quanqulls furent, 
Le plus assu et le*plus greigneur 
Et le firent prince et seigneur .... 
De là vint le commencement 
Dea rois et princes terrièns , 
Selon les livres anciens. 

Egli r accocca del pari al matrimonio e predica la 
comunione delle donne, cantando: 

Nature n*est pas si sotte .... 

Ains nous a faits , beau fìls , n'en doubtes , « 

Toutes pour tous , et tous pour toutes , 

Chacune pour chacun commune 

Et chacun commun pour chacune. 

Tema assiduo de' troveri era eziandio quello di 
mordere il clero, metterne a nudo l'avidità e i mali 
portamenti : nel che tengono il primo luogo Rutebeuf 
che prese a scherno i fulmini della chiesa , come 
quello . che poetava sotto Filippo Augusto , il quale 
per rispondere agli anatemi lanciateli da Innocenzo III 



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414 

quando ripudiò lugerburga per isposare Agnese di 
Merania, avea distese le mani sai beni ecclesiastici; 
e Giovanni di Condé che volse fiere invettive contro 
gli ordini di S. Francesco e di San Domenico. Fra i 
più celebrati troveri accennerò Adamo de Halle , Gio- 
vanni de Boves, Oldifredo il Bastardo, Eustachio 
d'Amiens, Maria di Francia, Barbe de Verme, En- 
rico d' Andeli, e que* grandi signori che furono Gio- 
vanni di Brienne, Carlo d* Angiò , Pietro de Dreux e 
parecchi altri. Il romanzo Gauillaume de Dole an- 
novera fra i migliori rimatori Kenault de Sabueil e 
la gentile Doeta di Troyes, che allegrarono de' loro 
canti la corte d' Aleraagna sotto Y imperatore Corrado 
figliuolo di Federigo II. 

Suir orme di questi poeti corsero i minessingeri 
dell' Alemagna che scossero la lor patria dalla te- 
nebra che r avvolgeva ; il che massimamente è do- 
vuto a Federigo Barbarossa, che trovandosi nel 1154, 
come altrove dicemmo, a Torino in mezzo ad un'ac- 
colta di trovatori, spinse coli' esempio e coi guider- 
doni i migliori fra i suoi a ingentilirsi nell'aiate del 
canto. Sorse allora una schiera di principi illustri 
per sangue e per nobili imprese, che si die' a colti- 
vare e ad avere in pregio le lettere ; vanno annove- 
rati fra questi il margravio Ottone di Brandeburgo 
e quel di Meissen e d'Austria: il langravio di Tu- 
ringa, il conte di Henneberg, i duchi d'Anhalt, di 
Brabante e di Breslau, e il re Vincislao di Boemia e 
quel d' Ungheria. Né assi a porre in disparte Cor- 
radino, che unitamente al suo amico Federigo d'Au- 
stria lasciò il capo a Napoli nel 1268 sotto la bi- 
penne angioina. A' suoi pregi cavallereschi andavano 
uniti quei deir ingegno, e ne fanno testimonianza 
alcuni suoi versi ch'io traggo dalla raccolta delle 



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415 

poesie dei minessingeri e che porgo per la prima 
volta tradotti in lingua italiana: 

Veggo lieti drizzarsi in sullo stelo 
I vaghi fior che il maggio a noi rimena ; 
Gli uccise il verno con la man di gelo , 
Ed or gli desta la stagion serena, 
Che gaio spiega sulla terra un velo , 
E sparge ovunque del piacer la piena; 
Ma a me che giova la stagione estiva 
E i lunghi gioirni che la luce avviva? 

Da eccelsa donna ogni conforto aspetto, 
Ora a me fonte di dolor crudele: 
Ben fora degno del suo nobil petto . 
Render la gioja a un'anima fedele; 
Morrò di duolo se da lei rejetto 
Dovrò lungi da lei scioglier le vele : 
Nuovo air amore , ella destollo , ed ora 
Mi fa sentir eh* io son fanciullo ancora. 

I minessingeri educaronsi con felice riuscimento 
alla scuola de' trovatori occitanici, e nella Wartbourg 
rinnovossi T esempio delle poetiche tenzoni del mezzodì 
della Francia. Tengono il primo seggio fra questi 
Goffredo di Strasburgo, Arrigo d' Ofterdingen e Voi- 
franco d' Eschenbach. AUor cantaronsi le meravigliose 
prodezze di Dietrik von Bern , e si ridussero a dignità 
epica le leggende de' Nibelunghi. Da quel di la poesia 
alemanna fecondata dall'ispirazione dei cantori fran- 
cesi, prese un aspetto suo proprio, lontana egual- 
mente dalla leggerezza dei trovatori , come dalla pe- 
tulante mordacità dei trovieri : più meditativa e fen- 
tastica. 

Non parlerò delle altre lingue romanze , il casti- 
gliano, il portoghese, il grigione e il valaco, che nulla 
influirono sull'italiano, per quanto avessero strette 
somiglianze fra loro , modificate nel corso de' secoli 



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416 

dagli influssi del clima, delle usanze, delle leggi, delle 
religioni e da mischianze straniere. Del resto , Y in- 
tima lor parentela, oltre il già detto , può scorgersi 
dal famoso Descort o lamento di Rambaldo di Va- 
quiera, scritto in cinque idiomi diversi , cioè il pro- 
venzale, r italiano, il francese, il guascone e lo 
spagnolo. 

Dovendo noi restringerci alle sole cose italiane , 
diremo che anche nel bel paese accanto ai trovatori 
sorgeano i troveri, e miste alle cobbole e ai sii-ven- 
tesi echeggiavano le pastorelle e i cantari di gesta. 
La lingua della Francia settentrionale che Brunetto 
Latini diceva « la parleure plus délìtable et plus 
comune à tous gens » e che Martino tìa Canale 
nella sua Cronaca dei Veneua7ti dissen\a, che correa 
parmi le monde, et est la plus dèlitable à lire et à 
air, que nule autre y era assai divulgata in Italia 
fin dai tempi della contessa Matilde che parlava 
« francigena loquela », e c'è noto che Roberto Gui- 
scardo volle essere accompagnato in Sicilia dai troveri 
di Normadià^ che inneggiavano alle guerresche virtù 
dei baroni francesi. L' uso di questa lingua era con- 
siderato in Sicilia di tanta necessità da indurre En- 
rico, chiamato al trono dai ribelli a suo fratello Gu- 
glielmo I, a respingere le loro offerte, perchè la 
ignorava, conforme abbiam dal Falcando che scrive 
« francorum se linguam ignorare , quae maxime 
necessaria esset in curia ». E se il comune di Bo- 
logna si vide astretto nel 1288 a metter fuori il di- 
vieto, in virtù del quaTe « cantores francigenorum 
in plateis Comunis ad cantandum omnino morari 
non possint », ciò prova con quanta ressa traeano i 
volghi ad udirne i romanzeschi racconti. A rendere 
famigliare tra noi quest* idioma concorsero anche i 



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417 

Crociati, che condotti da* principi d' oltr* alpe, inva- 
sero r Italia, dai cui porti salpavano per Terrasanta. 

Chi volesse tener dietro a tutte le opere pubblicate 
tra noi in lingua Xoil, avrebbe un assai largo campo 
a percorrere. Imperocché movendo dalle tante compi- 
lazioni di Eusticiano da Pisa , che fiori a mezzo il 
secolo XIII e che dettò in lingua franca i romanzi 
della Tavola Rotonda, d' Artù e di Girone il Cortese, 
ci occorrono i nomi di Brunetto Latini, di Aldobran- 
dino da Siena, autore del libro « Le regime du 
corps » , di Nicolò da Verona che verseggiò. « La 
Passion de Jesus Christ ». In questa lingua il Cascia 
dettava il suo poema sopra Attila : Cristina de' Pisani 
il Livres des trois vertus: Tommaso, marchese di 
Saluzzo Le chevalier erranti ed Egidio Eomano tra- 
slatava in essa il suo libro I>e Regimine. Questo 
novello idioma si svolse fra noi nella lirica, nei poemi 
e nelle leggende , molte delle quali passarono in 
quella nostra letteratura dialettale che precesse la 
nazionale. Fra Bonvesin da Riva, a mo' d'esempio, 
trasse da canti francesi la narrazione della vita di 
S. Alessio e quella di S.* Maria Egiziaca, già messa 
in versi latini da Ildeberto e da Giovanni di Saint- 
Evrouet , e in versi francesi da Rutebeuf e da Thi- 
baud de Veron , per tacer d' altre leggende già rac- 
colte da S. Luigi di Tolosa, dai Bollandisti, dal Va- 
ragine e d'altri. 

Già altrove toccammo come un codice della Mar- 
ciana contenga un lungo poema, o, meglio, sei poemi 
sulle imprese del ciclo carolingio, di ignoto scrittore. 
La lingua in cui sono dettati è un misto di voci 
lombarde, venete e franche: lingua ibrida e strana, 
che mostra lo sforzo dei nostri per crearsi un idioma 
letterario, avvalorandosi di forme dialettali e native, 

E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia 27 



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418 

senza che per altro venisse lor fatto di scuotere le 
potenti influenze eh' esercitava sovr' essi una lingua 
forestiera, ma assai divulgata, e già ricca di partiti 
poetici e prevalenti, a cui si ribellavano i nostri vol- 
gari. Questi irraggiamenti troverici sì estesi in Italia, 
ove i poeti alteravano e rifaceano le straniere leg- 
gende per meglio accomodarle all' indole de* nostri 
volghi, a cui venian destinate, spiccano in ispecie 
nel poema il Macaire e in quello sull'imprese di 
Carlomagno in Ispagna, verseggiato in un linguaggio 
il cui fondo è il nordico idioma francese innestato a 
parole e desinenze italiane. Notevole è V osservare 
come in questo poema, \ Entree en Espagne, il suo 
autore , cioè Nicola da Padova, professi di volgere le 
fantasie della sua mente ad un intento altamente 
civile : 

Por voloir castoier li coarz e li van 

E fer en cortoisie returner li vilan, 

E les retors de tere encroire en coseil san, 

Me sui mis à trover. 

Questo poema di venti mila versi a serie mono- 
rimme di decassilabi e d'alessandrini formava forse 
in origine una sola epopea con la Prise de Pampelnne^ 
sebbene quest' ultimo mostri fattezze e regolarità più 
spiccatamente italiane. Assai piìi noti sono \ Aspre- 
moni per le molteplici edizioni che ne corsero nei 
secoli XV e XVI; e quelli di Roncisvalle, di Ali- 
scans, di Qui de Nanteuil, di Fonlques de Candie, 
e il Romanzo d* Ettore y che la Riccardiana di Fi- 
renze possiede col titolo di Livre de Troye. Gli au- 
tori di questi poemi possono ritenei^si evidentemente 
italiani. 

E qui giova arrestarsi, poiché il fenomeno di po- 
polari epopee scritte nella lingua in cui narravansi 



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419 

le avv^enture di Carlomagno , commista a vernacoli 
veneti e lombardi, é di tal momento che ricliiede 
studi ulteriori e profondi , quali a noi non fu dato di 
compiere. Forse un di si poti-à con maggior fonda- 
mento di vero fermare la loro data sui primordi del 
secolo XIII ; potrà comprendersi perchè i dialetti che 
pur serviano ad esprimere i più cari affetti domestici 
e quanto s'attiene alla vita civile, fossero impotenti 
a rivaleggiare coli* idioma che facea battere il cuore 
de' volghi colla narrazione di gesta femose ; verrà 
chiarito come man mano i nostri cantori per tornar 
più accetti air universale degli uditori, posero il loro 
ingegno ad innestare alle native lor parlature l'idioma 
delle eroiche leggende, scrivendo, lo direm col Le 
Clerc , « wi /rancais presqne italien » e facendosi 
eglino stessi inventori, senza potersi in tutto pro- 
sciogliere da quelle forme che erano naturate alla 
lingua in cui quelle imprese furono primamente can- 
tate. E allor nuova luce , giova sperarlo , verrà ad 
irraggiare questa letteratura popolare e bilingue , di 
Cui sì scarse giunsero a noi le notizie; letteratura 
che gli uomini di stato e .di chiesa , radicati neir im- 
mobile e sacro latino, riguardavano con solenne di- 
sprezzo; onde ristesso Petrarca ebbe a scrivere: 

Ecco quei che le carte empion di sogni: 
Lancilotto , Tristano e gli altri erranti , 
Onde convien che il volgo errante agogni. 

(Tr. d' Am. e. IH). 

La materia epica francese s'allargò adunque fra 
noi, specie nella Marca Trivigiana, che per ben ot- 
tanta anni tra il XII e XIII secoli fu sede di gen- 
tilezza e di canti , e , come una lirica provenzale , 
ebbe del pari un' epica francese in versi , dove per 



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420 

l'opposto in Francia i romanzi del ciclo brettone son 
di solito in prosa. Questo rigoglio intellettuale parve 
appresso accentrarsi in Toscana, ove Y adulta coltura, 
de' volghi e l'uso di una lingua che già scioglieva 
le sue prime note armoniose, non comportando rozze 
imitazioni di rapsodie forestiere , appalesavasi in leg- 
giadre traduzioni de' romanzi francesi , rimaneggiati 
in mille guise si in prosa che in versi. E in versi 
fu scritta « Za Spagna istoriata » in quaranta can- 
tari e in ottava rima , quella ottava , forma perfetta 
ed indigena, che assicurò l'avvenire della poesia ca-. 
valleresca fra noi; Andrea da Barberino compilò i 
popolarissimi « lieali di Francia » in sei libri, dan-. 
doci la storia della casa di Francia a cominciare dal- 
l' imperator Costantino fino alla famiglia d'Orlando. 
Questi ed altri poemi, non escluso il Renardo o 
epopea della Volpe , che come nelle Provincie venete 
penetrò anche in Toscana con rifacimenti diversi, 
dimostrano quanto la letteratura francese fosse ac- 
colta fra noi. 

Ma come avviene che mentre 1* alta Italia ha poeti 
che inneggiano nelle due lingue di Francia, la sola 
Italia meridionale ne va affatto priva? E rimatori 
d'oltr'alpe capaci d'addestrare i Siciliani al canto 
non ebbe forse la corte -normanna fin dai tempi di 
Guglielmo il Buono, e la corte di Federigo fu forse 
manco ospitale dei feudali castelli del Monferrato , di 
Ferrara, di Verona, di Trevigi e altri tali? La ra- 
gione del difetto de' poeti siciliani , che abbiano , al 
pari dei lombardi e dei liguri, trovato in lingua 
straniera, parmi ravvisarla nell'indole dei dialetti 
della superiore Italia, i quali avendo una stretta af- 
finità colle due lingue oltre il Varo, poteano di leg- 
gieri assimilarle, e creare una letteratura italo- 



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421 

franco; dove invece la Sicilia tanto dissìmile nelle 
sue parlature da quelle di Francia , non potè gene- 
rare poett che anteponessero al proprio un' idioma 
cosi disparato e perciò non inteso dal popolo. Arroge 
che i trovatori passati in Sicilia dopo la crociata al- 
bigese, e furono i più, trovarono i Siciliani già in 
possesso di un volgare adoperato nei loro canti d'amore: 
volgare indigeno , ardente , melodico , mentre V arte 
loro in un col loro idioma piegava al tramonto. La 
lotta fra le due lingue non poteva esser dubbia : 
prevalse il volgare paesano , e ninno pensò a trovare 
in una lingua che non avea radici nel popolo. 

Che se la lingua di Francia non ebbe poeti nelle 
parti meridionali della penisola, non può negarsi per 
altro che queste letterature abbiano esercitato una 
eflScace azione, non dirò sui canti aulici e cortigiani, 
il che è fuori d' ogni contestazione, ma eziandìo sulla 
poesia popolare, dando il modello dei metri e adde- 
strando il nuovo volgare, ristretto fino allora alla 
plebe, a un'arte nova e a' sentimenti gentili. 

Ma più soventi questa intromissione di stranieri 
elementi tornò funesta ai nostri migliori : ce lo te- 
stimoniano gì' istessi Dante e Petrarca. Chi togliesse 
per avventura in .esame la prima parte della Vita 
Nova, troverebbe pur fra lampi di mirabile poesia, 
certe fredde arguzie, certi sbiaditi colori, giuochi di 
parole e modi eh' accusano il vieto frasario della 
scuola convenzionale d' oltr' alpe. In essi per fermo 
non s' appalesa quel dolce stil novo , queir olimpica 
elevazione dell* anima, che fa di Dante un poeta ori- 
ginale e simigliante solo a se stesso. Di questa pece 
per altro andò assai più tinto Petrarca, e ne fan 
fede gì' intrecci delle rime usati nelle Sestine , il 
Sonetto che comincia « Quand'io movo i sospiri a 



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422 

chiamar voi », imitazione delle coble rescoste de* Pro- 
venzali, Tiritera Canzone IX, pretta imitazione pur 
essa delle coble divinative, intorno la quale eserci- 
tarono vanamente l'ingegno i suoi molti commenta- 
tori. Ma più assai che nella corteccia , ossia nella 
forma esteriore, questi influssi oltramontani spiccano 
in quel lirismo convenzionale, in quelle sottigliezze 
e falsi concetti che mostrano aver egli seguito, an- 
ziché r ispirazione interiore e V impeto della passione, 
le vestigia della fredda arte occitanica. Quelle sue 
cosi frequenti personificazioni dell' amore, quelle forme 
lambiccate e contorte , quelle antitesi cozzanti fra 
loro, le strane sue metamorfosi in albero, in sasso, in 
fonte e perfino in cervo, quella nebbia di sdegni e 
pioggia di lagrime e vento angoscioso di sospiri e 
mille altri tropi balzani e gonfie metafore, son prove 
non dubbie, che talora il suo cuore anneghittisce nel 
vuoto, che tace la passione e prevale la scuola. 

Ma s' egli ebbe, come fu detto, comune cogli stra- 
nieri « r argomento, T occasione e alcuni abiti esterni » 
s'egli liba talora a quel fonte di modi convenuti e 
artificiali che costituiscono il repertorio dei Franchi 
e dei Provenziali, noi abbiamo altresì nel Petrarca 
il poeta novo, originale che s'ispira alla passione 
potentemente sentita e all' amore della sua terra na- 
tale. Co' trovatori sta l'arte e la convenzione che 
balbetta suoni monotoni e vuoti ; col Petrarca il genio 
che. crea. 

FINE DEL VOLUME PRIMO. 



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INDICE 



Avvertenza Pc^g^ &• 

CAPO I. 
fcseverino Roezio. 

Introduzione — La nuova critica — Teoria dell'evoluzione 
applicata alle lettere — Necessità di risalire alle origini — 
La civiltà antica e la nuova — Entrambe rappresentate da 
Severino Boezio — Sua nobile vita — Supplizio — Cenni 
sulla morte di Simmaco — Quanto Boezio fosse innanzi nelle 
scienze fisiche e naturali — E nelle matematiche — Opere 
filosofiche — Si rafferma V autenticità de' suoi scritti teolo- 
gici — Il Libro Della Consolazloìie Pag, 7. 

CAPO IL 
Oassiodoro e il Reeno de' Ooti. 

Cassìodoro e re Teodorico — Sue sollecitudini pel restauro dei 
pubblici monumenti — Sue benemerenze verso l' Italia e le 
lettere — Sommosse popolari e fiere repressioni di Teodorico 
— Leggende diverse — Araalasunta regina dei Goti — È 
fatta strozzare da Teodato — Sue lodi — Generose lar- 
ghezze di Rusticiana — Cassiodoro volge le spalle alla corte 
e fonda il monastero di Vivarlense — Sue opere — Accuse 
e discolpe — La dominazione gota in Italia — Il Codice 
argenteo d' Upsal — La lingua ulfilana — Scrittori di quella 
nazione Pag, 29, 



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424 

CAPO III. 

I l^oeti Opistiani del VX Specolo. 

Condizioni del Cristianesimo nel secolo VI — Ennodio — Si- 
donio Apollinare — Peetì liguri : Proculo, Quinziano, Aratore 
Venanzio Fortunato — Sue domestichezze con S. Radegunda 
— Sue opere -P«5^. 47. 

CAPO IV. 
Le Lettere nei Secoli VI e VII. 

Carattere del secolo VI — Gregorio Magno e sue opere — 
Uomini illustri — Giornandes e la Storia de' Goti — Pro- 
copio — Le Belle arti e l' industrie — Esistenza delle scuole 
laicali — E delle ecclesiastiche — Creaziohe delle scuole 
rurali — Esercizi e discipline scolastiche — Elio Donato e 
Felice Capella — Benemerenze del monachismo — S. Bene- 
detto — S. Colombano — La biblioteca di Bobbio — Mo- 
nasteri diversi — I chiostri rifugio dell* antica coltura — 
Letteratura sacra P^^Sf» 69. 

CAPO V. 
Oarloxnasno e P Italia. 

Carlomagno e gli scrittori francesi — Com'egli unicamente 
intendesse a promuovere l' istruzione nel clero — I cantori 
di Roma — D' Alenino , suo istitutore — Chiama in Francia 
alcuni illustri italiani a ravvivarvi V amor degli studi — 
Con qual criterio abbia la storia a giudicare di lui — Com' e* 
divenisse un eroe leggendario ed un santo — La cronaca di 
Turpino — L'Editto di re Lottarlo — Scuole laicali in 
Italia Pag. 95. 

CAPO VI. 
Ir'aolo X>iacoiio e i suoi continuatori. 

Il monaco di San Gallo e le scuole francesi — Le quali son 
opera d' illustri Italiani e in ispecie di Paolo Varnefrido — 



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425 

Errori che corsero sulla vita di luì — Suoi maggiori e sua 
giovinezza — Paolo in corte d' Arichi — Si rende monaco 
a Montecassino — Carlomagno ascrive a. lieta ventura d' a- 
verlo in sua corte — Storia de' vescovi di Metz, e V Ome- 
liario — Suo ritomo in Italia: morte d' Arichi e sue lodi — 
Diverse opere di Paolo e sua scuola — L' Epitaffio d* Ilde- 
rico — L* istoria de* Longobardi — Discepoli e continuatori 
di Paolo ; Autperto , Bassario , Erchemperto e i due anonimi 
Salernitani — Liutprando e cronisti diversi — Dell' idioma 
! longobardico — L' editto di Rotari Pag. 113. 

CAPO vn. 

Xje n'Oliti JSpiclie. 

la epos non è opera individuale, ma lenta gestazione de' secoli 

— Della ispirazione intuitiva de' popoli — Come la leggenda 
dallo stato di tradizione valichi nelle scritture — Perchè 
r Italia non abbia altre leggende, dalle classiche in fuori — 
Le quali nel concetto de' volghi si convertono talora in crea- 
zioni ideali e fantastiche — Leggende straniere trapiantate 
in Italia — Ove depongono le originarie fattezze e assumono 
aspetti diversi , come quella d' Attila — Una leggenda lon- 
gobarda narrata dal monaco di S. Gallo — Altre reliquie 
d' epopea longobarda cavate dalla cronaca di Novalesa — 
Del ciclo carolingio e del bretone : lor diffusione e muta- 
menti in Italia — Il S. Graal — Patria del romanzo caval- 
leresco, la Francia — Leggende orientali in Italia — Qual 
fosse l'epica degli Italiani ne' tempi di mezzo . Pag. 135. 

CAPO vnr. 

Influenze de^ Barbari. 

Errori storici — Cause che determinano le irruzioni de' bar- 
bari — Le bande d'Odoacre — I Goti — De' Longobardi 
e de' Franchi — I barbari ingiustamente accusati del decadi- 
mento delle lettere — Ed' aver disertato le provincie italiane 

— Loro azione sui vinti — Idiomi e alfabeto degli invasori 

— Voci germaniche passate nella lingua italiana — Scienze 
occulte — La nuova mitologia medioevale. . . Pag, 157. 



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426 

CAPO IX. 
Oerberto e 1 suol tempi. 

Leggende — Gerberto in Koma, in Bobbio e in Germania — 
Sue lotte contro T autorità pontificia — Notevole lettera al- 
l' arcivescovo di Sons — Sua esaltazione a pontefice — Ras- 
segna delle sue opere — Condizioni letterarie dei secoli IX 
e X : il Trivio e il Quadrivio — Nuovo indirizzo da lui dato 
agli studi — I Papi del secolo IV fino all' XI — Universale 
credenza sulla fine del mondo — Primi albori del risorgi- 
mento letterario e civile — Eaterio ed Ottone — Operosità 
intellettuale Pag, 179. 

CAPO X. 
Le Oronache. 

Delle cronache e delle leggende — Cronache monastiche di 
Farfa^ di Novalesa e di Casauria — La Cassinese di Leon 
Marsicano — Pietro Diacono — Amato da Salerno — Ar- 
nolfo e Landolfo danno alla cronaca fattezze laicali — Fra 
Salimbene da Parma — Scrittori delle due Sicilie — Caf- 
faro e i suoi continuatori — Ogerio Alfieri e Guglielmo 
Ventura — Cronache in versi : Guglielmo Apulo — Il 
Carmen d* Ursone — Donizone e la Vita della Contessa Ma- 
tilde — Poemi e tradizio^ sul Barbarossa — Altri canti 
storici — Leggende sui primordi delle città italiane: Gal- 
vano Fiamma — Malespini e Villani — Ricobaldo ferra- 
rese — Graphia aureae urbis Romae — Sull'origine delle 
principali famiglie.: Beroldo — Letteratura sacra — La 
Leggenda Aurea Pag, 201. 



CAPO XI. 
Ij'rim.e ribellioni alla Ohiesa. 

Gli scismi nell'età media — La Chiesa e la libertà del pen- 
siero — Della Iconoclasia in Italia — I Concili di Costan- 
tinopoli e di Nicea — Carlomagno e il Concilio di Francoforte 
— Claudio vescovo di Torino — Valdesi ed altri eresiarchi 



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427 

— Il libro Delle Sentenze di Pietro Lombardo — Il clero 
ostile alle lettere e ai loro cultori — Indole degli Italiani 
npugni^nte alle speculazioni teologiche — Vilgardo il CTram- 
matico — Arnaldo da Brescia — Fra Dolcino — Accuse 
contro Roma e i ministri del santuario — Sette di miscre- 
denti — Federico II e il libro De trihua impostoriòns — 
Conclusione Pag, 227. 

CAPO XII. 
Il Secolo XI. 

Gregorio VII fondatore del potere teocratico — S. Pier Da- 
miano ^- Lanfranco e S. Anselmo filosofi — Opere di S. An- 
selmo — Suoi metodi didattici — Della poesia medioevale : 
Guaiferio e il suo poema — Alfano lei suoi canti — Pietro 
Diacono e il poema De novissimìa diebus — Enrico da Set- 
timello — I Lessicografi : Papia lombardo , Uguccione ed il 
Balbi — Guido d'Arezzo e i suoi trovati musicali. Pag. 251. 

CAPO XIII. 
ancora del Secolo X.I. 

Coltura degli Arabi e suoi influssi in Italia. — Costantino 
africano e sue opere — Scuola di Salerno e sua origine — 
Rifiorimento della medicina nelle provincie italiane — Studi 
e costumanze civili — L* amore dell* antichità sempre vivo 
in Italia — La scuola di Parma e V astronomia — Dell' El- 
lenismo — Istituzioni diverse : la cavalleria — Le crociate 
e lor benefici effetti — Viaggiatori italiani : Marco Polo — 
Fibonacci e le cifre arabiche Po^g* 271. 

CAPO XIV. 
Xj^ innografla cristiana. 

Il tempio , scuola di poesia popolare — GÌ' inni sacri — La 
poesia metrica e la sillabica — La Chiesa addotta quest' ul- 
tima, come più rispondente all' indole del popolo — I primi 
poeti cristiani — La bassa latinità — S. Ambrogio creatore 



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428 

della melopea sacra — GÌ* innografi de' bassi tempi — Inni 
diversi — Del canto liturgico — Versi leonini — La poesia 
leporeamblca e le stanze — L* emendazione degli inni nel 
secolo XVII Pag, 289. 

CAPO XV. 
Xja JPoesia Provenzale. 

La lingua romanza — Giullari e Trovatori — Indole de' lor 
canti amorosi — Efficacia de' lor sirventesi — Guglielmo IX 
apre la serie dei trovatori aquitanici — Loro proteggitori : 
i conti di Provenza, di Tolosa, di Monpellieri, di Marsiglia 
ed altri — Trovatori illustri — Poetesse e Corti d'amore 
— Negate invano da Federico Diez — La lingua d' ooo si 
propaga in Italia — Crociata albigese — Sterminio della 
Provenza e della letteratura occitanica — Fiere proteste 
dei trovatori — Ijor rifugio nelle corti dei signori ita- 
liani — Quali scarse influenze esercitassero sulle lettere na- 
zionali Pag, 307. 

CAPO XVI. 
TTrovatori Provenzali in Italia. 

Federico Barbarossa e i principi provenzali in Torino — Boni- 
facio I e le sue corti di Monferrato — Pietro Vidale, sue av- 
venture, suoi canti — Guglielmo Faidito e altri poeti occi- 
tanici — La corte di Ferrara — I Malaspina — Altri signori 
italiani — Federigo II — Cobbole di Pier Vidale in onor 
di Manfredi — Amerigo di Peguillano n' esalta il valore in- 
felice — Corradino e il canto d'Acycart del Fossat — Pier 
Cardinale e i Vespri siciliani Pag, 329. 

CAPO xvn. 

Rambaldo di Vacquiera e la Oorte di M.onferrato. 

Rambaldo e sua canzone bilingue — * Com' egli s' intendesse in 
Beatrice sorella di Bonifacio I — Canti in onore della sua 
dama: il Carroccio — Suoi effetti — Tenzone di Rambaldo 



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429 

con Alberto Malaspina — Il poeta segue il suo signore in 
oriente — Sue gloriose avventure e sua morte — Le Epi- 
stole — Imprese cavalleresche: il ratto di Seldina Ademaro 

— E quello di Jacopina di Ventimiglia — Il marchese di 
Monferrato e sue lodi P^ig- 341. 

CAPO XVIII. 
1 rFrovatori Italiani. 

Perché i trovatori italiani usassero V idioma provenzale — 
Poeti genovesi : Lanfranco Cicala , Bonifacio Calvi e Barto- 
lomeo Zorzi, veneto — Percivalle Doria e altri poeti minori 

— Ludovico Lascaris e sue vicende — Donne celebri — I 
Malaspina : Corrado : Alberto detto il Moro — Suo dibatti- 
mento amoroso — Altri trovatori di questa illustre famiglia. 

— Luca Grimaldi e sua tragica fine — Gli Estensi e mae- 
stro Antonio Ferrari. — Saggio del suo poetare — Eamber- 
tino Buvalelli, trovator bolognese — Pietro Della Rovere 
e altri poeti piemontesi e toscani — Pietro Della Cara- 
vaua, il Tirteo de' bassi tempi Pag- 357. 

CAPO XIX. 
lì^olclietto. 

Si rafferma che Genova fii il luogo del suo nascimento — Sua 
domestichezza col visconte di Marsiglia e de' principali per- 
sonaggi deir età sua — Sceglie a sua dama Adelasla Del 
Balzo — Probabili cagioni che il mossero a rendersi monaco 

— Folchetto poeta — Sua grande fama testimoniata da Dante 

— Folchetto vescovo e sue religiose ferocie — Il concilio 
eucomenico del Vaticano Pag, 379, 

CAPO XX. 
Sordello. 

Sordello e sue prime avventure — Suoi amori con Cunizza — 
Cacciato da Ezzellino ripara in Provenza — Corre le corti 
e ne amoreggia le dame — Parte per V impresa di Napoli, 



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430 

ma cade infermo a Novara — Cobbola di Carlo d'Angiò — 
Dubbiezze sulla fipe di lui — Sue poesie — Il compianto in 
morte di Sir Blancaaao — Il Sordello di Dante è quel della 
storia? Pag, 391. 

CAPO XXI. 
Ija lineila d^ oil o i ITroveri in Italia. 

Trovatori e Troveri — La lingua d'o*7 — Quanto abbondi 
d'epopee e di romanzi — Troveri di maggior grido — I 
minessingeri della Germania — La lingua à^oil nota in Italia 
ne' secoli XII e XIII — Opere d'Italiani scritte in lingua 
francese — I poemi italo-fraucbi del ciclo carolingio — In- 
fluenze troveriche nella Marca Trivigiana e in Toscana — - 
Perchè non abbiano attecchito nell'Italia meridionale — 
Dante e Petrarca. Pag. 409. 



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CORREZIONE 



A pag. 152, linea 22, dopo : Prise de Pampelune, aggiungi : ed altri 
poemi in oggi perduti : ma non ecc. 



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